Poesia/Recensioni

Tiziano Salari, “Essere e abitare. Da New York a Parigi. Dialogo sulla poesia e le metropoli”, Bergamo, Moretti e Vitali, 2010

di Sebastiano Aglieco

Suggerirei di incominciare a leggere questo libro a partire dalla famosa dichiarazione leopardiana sulla doppia vista, citata da Tiziano Salari a pag. 251: “All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi il suono di una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose”.

E poi Salari aggiunge: “A questo secondo genere ne aggiungerei un terzo, che sono le immagini depositate in noi dalla poesia e dai romanzi, e che sogliono soprattutto colpirci nella visitazione di città o luoghi che hanno avuto il loro inconfondibile sigillo poetico, e che si sovrappongono o si confondono con le immagini reali, anche se profondamente trasformate (e talvolta violentate) dallo sviluppo edilizio o dal traffico impazzito”. Così se ne deduce che le rappresentazioni di certe città consegnate ai posteri, altro non sono che le visioni personali di grandi scrittori, i quali le hanno visitate o immaginate nella forma di una meraviglia conoscitiva capace di realizzare, nella parola, le allucinazioni/verità delle modificazioni subite dai paesaggi  a partire dalla rivoluzione industriale. Queste metamorfosi mostruose, certo, non hanno riguardato solo le topografie –  mappe implose, spesso, verso un centro infernale e irredento –  ma la stessa umanità che le abita e ne informa, con il proprio dolore, ogni anfratto più recondito.

Insomma: la città reale spesso non coincide con la percezione che ne ha avuto il poeta –  si pensi, per esempio, a come la Londra abitata da Rimbaud non sia esattamente la Londra descritta nelle Illuminations. -Eppure, in tutti questi poeti che hanno esercitato la doppia vista,  si avverte una concordanza nel descrivere “il male”, intuito come la perdita del colore di un intero mondo; così Salari coglie i risvolti di premonizioni e conferme dei mutamenti,  facendoli ruotare intorno al fulcro di un ribaltamento ontologico, che egli  colloca nell’anno  1910 adottando come perno della sua narrazione, le conseguenze dell’espressionismo estremo riferite a Morgue di Benn.

Prima e dopo questo evento, la prosa di Salari sembra dunque procedere per navigazione, a volo d’uccello, sorvolando le grandi distese urbane dal ventre gonfio e infetto, e poi inoltrandosi nei vicoli, nei budelli asfittici dei bassifondi, non rinunciando ad evocare  il ricordo delle campagne, di quel colore, appunto, ormai definitivamente perduto di un paesaggio, a volte evocato come sostrato  di utopie non realizzate, altre volte tenuto a bada, riconoscendone il rischio di un’arcadia, contro il  progetto della  lingua nuova. Da Parigi a New York passando per l’Italia, la Russia…: Dickinson, Whitmann, Rimbaud, Apollinaire, Rilke, Michelstaedter, Rebora, Campana, Sbarbaro, Boine, Artaud, Kafka, Benn, Esenin, Roth, Céline… Ma anche avventure letterarie semisconosciute come quella, per esempio, dell’italiano Emanuel Carnevali, tutta da riproporre ai moderni, se non altro per il suo significato epigonale di esperienza a ritroso verso le ragioni più intime del nostro primo essere; quindi, a suo modo, viaggio nel ventre della modernità e sua negazione: “Sono tornato e ti ho trovato/tutta nuova e amica, o Patria!/Sono tornato con un grave carico,/con l’esperienza dell’America in testa – /quella testa che non batte più contro le stelle. /O Italia, o grande stivale,/ non buttarmi ancora via a calci!”

E’ un grande inventario di nomi e di luoghi, più che interpretati, narrati, e questa mi sembra la maggior conquista del libro, in quanto Salari  è capace di appropriarsi, quasi per cannibalismo, del senso e dello stile dei poeti,  affiancandoli, come  un novello Virgilio, nei gironi danteschi del moderno. Questo viaggiare veloce tra le due sponde dello stesso oceano, dai ritratti della grande mela, a partire da Whitmann, fino all’anomalia di Trieste è, nello stesso tempo, mi sembra, declinazione del tentativo di una verifica: accertarsi, cioè, se sia possibile attraversare questi paesaggi, modernamente: “senza affetti”. “Spinoza insegna che un affetto, che è una passione, cessa di essere una passione appena ne formiamo un’idea chiara e distinta”, p.24. Che è, a ben vedere, il fascino che conduce Salari a quella descrizione, non si sa se realistica o parossistica, dei corpi esposti in una sala d’obitorio, oggettivamente vivisezionati nelle loro parti come gli elementi di una macchina e privati del loro senso e della loro spiritualità presunta.

Da morgue 1912

La sposa del negro

Giaceva sul cuscino insanguinato
la bionda nuca di una donna bianca.
Sulla sua chioma infuriava il sole
e la leccava sulle chiare cosce,
s’inginocchiava sui seni un po’ scuri
non deformati da vizio e da prole.
Un negro a lei vicino : per il calcio
di un cavallo gli occhi e la fronte spappolati.
Del piede sinistro
suo sudicio due dita gl’infilava
nell’orecchio di lei piccolo e bianco.
Come una sposa ella però dormiva:
felice all’orlo del suo primo amore,
come all’inizio di molte ascensioni
del sangue caldo e giovane.
Finchè
s’immerse nella gola bianca il bisturi
ed un panno purpureo di sangue
le si gettò sulle anche.

“E’ il tragico a rivelare  – l’Essere che vale fra tutto, l’Essere -, la carne degli uomini che si arrende davanti a una forza che li sovrasta”, p. 298. Le immagini portentose di queste città moderne, non sono altro che rappresentazioni incarnate alla massima potenza di questa verità dell’Essere, rappresentano la cancellazione di ogni allegoria edificante e si pongono, piuttosto, come espansioni gigantesche di una materia pullulante che in esse ha trovato, forse,  il suo compimento e la sua allucinata conclusione – penso a quanto cinema di fantascienza, ai nostri giorni, anche in modo ingenuo, abbia voluto rappresentare questi innesti uomo/macchina, anche in funzione salvifica e redentrice, mentre qui Salari restituisce la questione al suo ambito, forse più naturale, e cioè alla filosofia e alla letteratura – .

Se ogni filosofia ha sempre cercato la totalità attraverso la costruzione di sistemi di pensiero rigidamente correlati, la poesia  “cerca di trattenere per un istante, sull’orlo dell’abisso, le cose che stanno per essere cancellate”, p. 27. Insomma, la poesia possiede, per sua natura, una propensione naturale alla pietas che consiste nel riconoscere la naturalezza del mistero senza sopraffarla. E’ naturale, dunque, che il libro si ponga, ed è detto esplicitamente, fuori da ogni progetto di critica letteraria. “Essere e abitare si articola in forma dialogica e rispecchia tre punti di vista o tre voci che, pur convergendo in una visione unitaria, accentuano (A) l’aspetto ontologico dei problemi, (B) l’aspetto storico, (C) l’aspetto filologico o il confronto diretto sui testi chiamati in causa”,  (dal risvolto di copertina).

Forse sarebbe stato interessante aggiungere a questo convivio, un quarto personaggio, e cioè, lo sguardo di quella sconosciuta incontrato da Baudelaire in una strada di Parigi: “In velo da vedova, velata dal suo stesso essere trasportata tacitamente dalla folla, una sconosciuta incrocia lo sguardo del poeta”, p, 29: il puro apparire dell’Essere, insomma, che non è in grado di fornire spiegazioni di sé, ma semplicemente è, come il gregge a cui si rivolge il pastore errante o come una delle tante apparizioni che popolano le strade e i vicoli del nostro peregrinare e che sembrano parlare senza bocca, con l’atto semplice del guardare. In che modo questo personaggio D, nella sua apparenza e totalità di vita, nel suo porsi come maschera che non chiede alcuna giustificazione di sè, avrebbe potuto mettersi in dialogo con chi si fa portatore, in questo libro, di tutta la splendida conoscenza dell’Occidente?  Probabilmente questa donna velata sarebbe giunta alla stessa conclusione di Salari: “Ci siamo dunque occupati di un sapere che non vale niente. E che tuttavia rappresenta il culmine e lo splendore di ogni conoscenza”, p. 228.

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2 thoughts on “Tiziano Salari, “Essere e abitare. Da New York a Parigi. Dialogo sulla poesia e le metropoli”, Bergamo, Moretti e Vitali, 2010

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