Recensioni

Giacomo Sartori, “Anatomia della battaglia”, Milano, Sironi, 2005

Cos’è Anatomia della battaglia di Giacomo Sartori? È di certo un’opera da assegnare alla categoria dell’autofiction, genere in cui l’opera « vuole presentarsi come un ‘vero’ romanzo che è però allo stesso tempo una ‘vera’ autobiografia, oppure, […] nessuno dei due, anzi, un nuovo genere […]»[1]. Ma questa definizione è, in realtà, insufficiente, perché, più che alle premesse teoriche, sembra necessario guardare all’effetto che questa ibridazione fra i generi produce sul lettore. E dunque, impostare il discorso dal punto di vista di un rigoroso pragmatismo semiotico, o, se si vuole, estetica della percezione. Le domande che di conseguenza vengono poste dipendono proprio dalla situazione di indecidibilità ermeneutica alla quale il lettore si trova immediatamente confrontato. In altre parole, è l’actor-auctor del “romanzo” sartoriano – la voce che dice “Io” -, il protagonista in carne ed ossa degli eventi da esso stesso evocati, o no? È egli, insomma, il personaggio anagrafico a cui gli eventi fanno reale riferimento? È, cioè, vero che il vero padre di Giacomo Sartori è stato per tutta la sua vita un fascista, il quale ha aderito alla repubblica di Salò e combattuto nella famigerata Decima Mas? E ha lavorato poi per tutta la vita come carpentiere, si è sposato ad una donna dalla quale ha avuto tre figli (l’autor-actor compreso), con la quale tuttavia il rapporto non è mai stato dei più felici? Che hanno posseduto un rifugio nelle montagne del Trentino – da cui entrambi (come, nella vita reale, Sartori stesso) sono originari -, ma che poi, a causa del fallimento di codesto, hanno dovuto trasferirsi nella grande villa del sedicesimo secolo di proprietà della nonna (la madre della moglie)? Che il padre è infine morto di cancro (ed il romanzo è in larga parte la cronaca della sua agonia)essendosi egli ostinato a mangiare la verdura coltivata nel suo stesso orto, nonostante il pericolo di contaminazione radioattiva causato dalla tragedia di Chernobyl? Che l’autor-actor era nel frattempo riuscito ad ottenere una laurea in agraria all’università di Firenze, aveva aderito ai movimenti extra-parlamentari di sinistra, era stato implicato in fatti di sangue, aveva dovuto vivere più o meno in clandestinità, ed in seguito, anche per sfuggire alla giustizia, era andato a lavorare per un’impresa italiana in Africa come agronomo (probabilmente in Algeria), dove aveva incontrato una francese pied-noir, Nora, con la quale si era sposato e trasferito a Parigi (dove in effetti Sartori abita e ivi lavora nel settore agrario, o ivi ha effettivamente vissuto e lavorato)?

Anche dal poco che, dell’autore, si riesce a recuperare online (per esempio, dalla scarna notizia bio-bibliografica su Wikipedia), l’evocazione della vera vita di Sartori anima, almeno in parte, il racconto di Anatomia della battaglia. È perciò corretto considerarla un’opera auobiografica, benché sia impossibile assegnarla in toto al genere. In quale misura Anatomia della battaglia è un’opera autobiografica, ed in quale misura non lo è? A questa domanda, appunto, non vi è risposta, e si è per forza di cose rimandati a quell’indecidibilità ermeneutica a cui si faceva riferimento più su. Come interpretare, infatti, questo libro?

Il senso di codesta domanda risuona e si impone in maniera ancora più risoluta nel momento in cui si “compari” Anatomia, ad una vera e propria autobiografia. Per puro caso, è infatti capitato allo scrivente di compulsare l’autobiografia di un gruppo rock americano molto noto negli anni Ottanta e Novanta, Motley Crue (The Dirt: Confessions of the World’s Most Notorious Rock Band, 2001). Si tratta di un’opera che è stata scritta con lo scopo di riflettere e riportare – di documentare – le res gestae del suo protagonista (in questo caso dei suoi protagonisti). Benché – of course – sia inconcepibile mettere a confronto il valore letterario delle due opere, concludendo la lettura di The Dirt il lettore può dirsi soddisfatto della propria impresa: è infatti entrato senza dubbio in possesso delle informazioni che intendeva ottenere allorquando ha deciso di intraprenderne la lettura. Il lettore che ha seguito le disavventure dell’Io protagonista di Anatomia, non é invece sicuro né di avere ricevuto informazioni esaustive su di una serie avvenimenti di cui il libro dovrebbe costituire il resoconto. Né, d’altra parte, è sicuro che i fatti a cui si fa riferimento nel libro siano stati inventati di sana pianta, o che ad essi non corrisponda almeno una certa dose di verità.

È tuttavia proprio quasta indecidibilità su cui si fonda il valore incontestabile dell’opera sartoriana, una lettura estremamente convincente del rapporto fra la generazione uscita dall guerra, e quella successiva. E specialmente, delle ragioni profonde e – questa volta sì – vere, che hanno condotto la generazione più giovane a perdersi e consumarsi nella lotta politica, senza per altro un vero sbocco, se non – in larga parte – l’annichilimento e la fuga. È questo punto di vista – intergenerazionale – da cui emana la segreta struttura del libro, e che ha forse bisogno di un genere ibrido come quello dell’autofiction per esprimere al massimo le proprie potenzialità. Se infatti, per The Dirt, il lettore mai riesce ad immedesimarsi nella vita dei suoi protagonisti, cosí come da essi viene – direttamente – raccontata; leggendo Anatomia, non ci si può impedire di partecipare alle vicende evocate dall’actor-auctor, di sentirsi ad esso emotivamente vicini. E dunque di aderire in profondità alla visione del mondo che dalle pagine del libro si sprigiona. Ovviamente, affinché codesta strategia strutturale funzioni, è necessario che si ponga una sorta di imprescindibile punto di partenza, una sorta di verità prima, di filo conduttore che “leghi” effettivamente le generazioni fra di loro. In virtù del quale, si arrivi ad accettare, insomma, che il discorso sulla generazione dei padri continua “naturalmente” in quello sulla generazione dei figli. Che dunque, non sussiste una reale eteogeneità fra esse, ma, al contrario, una tutta verificabile (in fatti documentati) continuità. Parlare della generazione dei padri diventa sinonimo, allora, di parlare anche di quella dei figli. Questoassunto di base è espresso verso i tre quarti del libro, in un fondamentale capitolo in cui, giustamente, la parola-chiave è guerra. L’autore inizia infatti con l’invocare la pervasività che la guerra aveva avuto nella sua famiglia durante la sua infanzia:

Quando sono nato io la guerra era finita da quasi quindici anni, ma in casa mia rappresentava il quadro di riferimento di qualsiasi ragionamento: l’assunto era che tutto quello che era venuto dopo non era stato che rovina e disordine. Per mia nonna, che s’era vista spazzare via definitivamente quel mondo diviso in padroni e servi che per lei era l’unico plausibile, per mio padre, che aveva dovuto sottomettersi al trionfo di quelli che considerava dei traditori, e seppure in misura minore anche per mia madre, la quale dopo la guerra non aveva più ritrovato la spensieratezza della sua gioventù, quella felicità che sentiva anzi sempre più lontana e irraggiungibile. (177)

Questa è, come dire, la matrice, la radice dei comportamenti dell’Io narrante, quella condizione che, come in un sillogismo,  non può che produrre  quelle – e non altre – fatali conseguenze:

Io non ero cosciente che serbavo dentro di me il ricordo di una guerra che non avevo vissuto. Pensavo che la guerra riguardasse solo i miei genitori, quelli della loro generazione. Mai una volta mi passò per il capo che potesse esserci una qualche relazione tra il rancore che si accumulava in me e quello di mio padre. Non sapevo che dentro di me sonnecchiava il demone dell’odio. Non me ne accorsi nemmeno quando mi infilai sotto la giacca la rivoltella. La sera dopo l’assalto alla banca ero anzi euforico: un passante era morto, ma io avevo assaporato il palpitante affiatamento che avevo sempre agognato, mi sentivo finalmente in sintonia con le mie idee. Se non fosse stato per M. [la fidanzata dell’Io durante il periodo giovanile della contestazione, NdR] sarei andato avanti ad ammazzare, perché la guerra mi ripugnava ma l’avevo nel sangue, perché l’odio mi aveva. (182)

Nora ha invece vissuto da bambina la vera guerra, quella di liberazione dell’Algeria, in quanto il padre era membro dell’organizzazione segreta fascista dell’OAS. Ma ella, a diffrenza del protagonista, ha saputo liberarsene subito «opponendosi fin da ragazza ai propri genitori, rifiutando in blocco le loro giustificazioni e i loro utilitaristici accomodamenti, rifiutando di avvallare qualsiasi forma di violenza, diffidando di qualsiasi rapporto di potere […].» (183) Nora, insomma, ripudiando i «lati negativi della nostra società» (Ib.), «in realtà ripudia la guerra della sua infanzia.» (Ib.) Viene così in piena luce quello che forse è il vero contenuto del libro, sottostante al romanzo familiare che ne disegna il tracciato e la cornice. Vale a dirsi il legame intimo e naturale fra guerra e nichilismo, fra violenza e rinnegamento di tutti i valori, tranne quello della morte, del nulla. Nora infatti, un giorno, gli rinfaccia proprio il fatto che «[…] tu non hai figli e non ti sei mai occupato di mia figlia perché sei una vittima della guerra che non hai avuto il coraggio né di combattere né di ripudiare, non hai figli e pensi sempre al suicidio perché non hai saputo separarti dalla guerra di tuo padre, perché hai ereditato la sua fanatica perseveranza, non fai che ammazzarti di lavoro perché sei ancora in stato di guerra, perché a causa della guerra non potrai mai imparare ad amare» (183).

Questo è il messaggio implicito del libro, l‘assenza di tutti i valori è insomma il punto in cui le due generazioni si incontrano e si capiscono, è il retaggio dei padri per i figli. Eppure, ciò non basta, questo non è il luogo dove il libro si conclude. Come è infatti possibile, se questo è quanto, che l’Io abbia avuto il coraggio di dare voce a questo nucleo di morte e dolore, di odio e sofferenza? E, soprattutto, perché accanirsi a raccontare del padre, della sua vita, le scelte (sbagliate), e l’agonia, sulla cui durata (fin dalle origini e dalle prime avvisaglie della malattia mortale) il libro si dipana? Certo, il nichilismo è la malattia mortale del secolo, ma la cronaca dell’agonia del padre è in realtà strumento del suo riscatto e di remissione dal peccato di cui per tutta la sua vita s’è macchiato e che ha profuso le sue cattive influenze anche sui figli (la cui origine si perde per altro in una lontana filogenesi familiare non più ricostruibile). Per l’Io narrante, assistere all’agonia del padre e darne piena testimonianza è, dunque, un modo – attraverso il dolore -per purgarsi dalla colpa e rinascere. Non però ad un’impossibile verginità, quanto ad una presa di coscienza completa di tutte le gravi implicazioni che la guerra, nella sua famiglia (e nella società), ha portato con sé ed alimentato. Ad una nuova luce sul mondo, di cui la scrittura è il vero agente ed il fattore scatenante. Non basta, insomma, assistere all’agonia del padre, ma importa anche – e soprattutto – documentarla, darne testimonianza, riviverla in qualche modo attraverso la scrittura, la quale è addetta a svelare e ad assegnare agli avvenimenti il senso nascosto.  Ma è soprattutto strumento per tenere lontana la morte e ribaltare l’assenza di tutti i valori. Come se, in realtà, cercare il senso degli avvenimenti sia già un atto di umanità: sia quell’atto essenziale grazie al quale, nel disordine (e passività) del vissuto, si trova quell’ordine a cui ogni concatenamento evenemenziale non può che corrispondere. Quella (difficile) conformità fra vita e ragione, per cui la vita assume contorni razionali, e la ragione si adegua e fa propri gli imprevedibili sussulti della vita. In cui non può più esserci nessun fanatismo, in quanto si sa dare ragione alla vita, ma anche vita alla ragione.

Nel Paese dove mi trovavo in quel periodo la guerra civile non era ancora scoppiata, ma all’imbrunire era lì nel silenzio teso come una fune sfilacciata sul punto di rompersi. […] Lo avevano annunciato, che nella nuova fase della loro lotta avrebbero cominciato a far fuori i consulenti occidentali. E più semplicemente presentivo che sarebbe successo qualcosa: era da quattro mesi che sentivo aleggiare la morte. Ma non ci badavo, perché scrivevo. […] I miei racconti erano stati apprezzati da uno scrittore che stimavo, e io avevo avuto quello a cui aspiravo: non mi consideravo più pazzo, avevo estorto a me stesso il beneplacito di scrivere. Constatavo che scrivendo tenevo lontana la morte, la morte che era lì nell’odore di fogna dello sfacelo postcoloniale e negli spari flemmatici ma premonitori. (158)

Dare un senso, assegnarlo alle mute cose od ai confusi avvenimenti, rileva allora di un vero e proprio lavoro. Di questo lavoro – sembra rimarcare implicitamente Sartori – solo la scrittura è garante. Non sono allora peregrine le pagine dedicate alla rievocazione  delle letture giovanili, tutte incentrate sui libri di guerra (cfr. 62-63). Cosa vuole infatti dirci qui l’autore? Che solo il lavoro della scrittura può cambiare il senso predeterminato delle cose, che esse sembrano cioè possedere come un dono di natura, ma che è in realtà il vizioso retaggio di un ambiente e di un tempo storico revoluto. A fonte di codesta falsa natura, è solo scavando nel linguaggio, attraverso la scrittura, che esse riacquisiscono il loro vero senso. Questo indica per noi indica il vero cammino della vita, cioè quella direzione che la vita deve prendere, o da cui deve deviare, per essere veramente tale, e corrispondere così alla natura.


[1]F. D’INTINO, L’autobiografia moderna. Storie Forme Problemi, Roma, Bulzoni, 1998, p. 148.

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