Saggi

Appunti sul romanzo di una vita

Scrivo queste poche righe, sorta di incipit di un discorso molto complesso aperto a riflessioni più articolate o ad altre prese di posizione, e decido di pubblicarle in questo spazio perché, in un momento in cui io stesso sento la necessità di trovare in qualcosa che non so più definire con le parole uno slancio, spero che un atto di condivisione di scrittura sulla scrittura stessa, atto che sembra personale ma in realtà, ad ognuno in modo diverso, ritorna, possa avvicinare nell’orizzonte che guardiamo a volte sopraffatti tutti gli scrittori che ancora non conosciamo e di cui speriamo di leggere le cose migliori in futuro, tutti gli scrittori che hanno un’idea della letteratura che li sconvolge e non si curano di nulla se non di quello che è il loro sentire quotidiano tra la letteratura e la vita, provandosi a scrivere ciò che altri non vogliono nemmeno provarsi a pensare e dando quindi vita al mondo che un giorno abbiamo solo immaginato e ogni giorno ancora diviene nel reale e nel vero, per tutti.

 



Quando nell’inverno del  2007 terminai di scrivere il mio romanzo I giorni migliori ebbi netta l’impressione che fosse finito qualche cosa. Era finito il romanzo certo, ma quello stesso romanzo, da subito, forse ancora prima di concluderlo sulla carta, ero ragionevolmente sicuro rappresentasse per me la fine di un ciclo, un ciclo squisitamente letterario questa volta.
Per vent’anni avevo scritto e per vent’anni avevo creduto di scrivere libri molto diversi tra loro e, al netto dell’evoluzione che ci può essere tra la scrittura di un ragazzo di diciassette anni (quella del mio primo romanzo pubblicato) e la scrittura di un uomo di più di 30 anni che concludeva la sua ultima narrazione, la cosa era pressoché vera. Tutti i miei libri erano nati per necessità e si erano variegati e formati su basi di scrittura e di narrazione apparentemente (o superficialmente) diverse, molto diverse.
In realtà, in quell’inverno, con quel gusto che dal trionfo passa rapidamente alla malinconia di aver lasciato qualcosa per sempre, la conclusione del mio romanzo mi consegnava chiaramente la parola fine a tutta una serie di esigenze narrative, stilistiche e strutturali che fin lì avevo cercato di usare provando a svelarmi la composizione di un mosaico molto più ampio.
Rilessi mentalmente quello che avevo scritto e come lo avevo scritto in tutti quegli anni per qualche mese e mi prese uno strano torpore, un senso di abbandono di un mondo e una consapevolezza pian piano crescente che mai avrei potuto più scrivere come avevo scritto fino ad allora. Ero certo di aver fatto tutto quello che volevo fare con quella parte di me che aveva scritto fin lì e prendevo contemporaneamente coscienza che nell’essere giunto a usare tutti gli strumenti che avevo a disposizione approdavo all’elisione totale di quella mia voce o, da un altro punto di vista, semplicemente, di nuovo, al nulla.
La verità è che, nel mentre di queste riflessioni, mi ritrovai da lì a poco a sentirmi completamente perduto io stesso come persona, nudo, svuotato e incapace di pensare allo scrivere, che fino allora era stata la mia seconda pelle, come a qualcosa che avesse un senso per me. Non si trattava del blocco dello scrittore, si badi bene, la questione era di tutt’altra sostanza: non sentivo più la necessità di scrivere e quindi non c’era nessun blocco, c’era semplicemente una situazione per me completamente nuova in cui per la prima volta da che la lettura era diventata scrittura in maniera naturale e completava il mio amore per i libri e le parole in maniera assoluta e per me molto soddisfacente lo scrivere non era più parte del mio orizzonte. Non c’era più nessuna pagina bianca da scrivere, non c’era più nessuno movimento parallelo e divergente, non c’erano più altre parole, solo un languido vuoto fatto di distanze in cui nulla emergeva se non vaghe stelle dell’orsa.
Tendenzialmente io non sono un tipo che lascia perdere, nemmeno se si tratta di stringhe delle scarpe, immaginatevi se avrei mai potuto pensare che avrei lasciato perdere. Invece accade proprio questo, lasciai perdere e per un lungo periodo, senza particolari scossoni di me, nessuna storia parola struttura realtà orizzonte dimensione mi si presentò davanti chiedendomi di essere scoperta, percorsa e scritta, come invece nella mia vita era accaduto continuamente ogni giorno per tutti quegli anni.

Circa un anno più tardi, un giorno qualunque, mentre ero a casa e non facevo nulla di particolare mi chiesi all’improvviso, senza connessione alcuna, se avrei mai più scritto nella mia vita, e abbastanza velocemente mi risposi di si: avrei scritto ancora.
Ricordo bene che allora guardai un angolo di mare dalla finestra della mia camera e mi chiesi anche se avrei ancora cercato di pubblicare per fare leggere alle persone quello che avrei scritto. Non ebbi risposta sul momento.
Nel resto della giornata però il mio cervello (o come direbbe Hofstadter le mie “simm” e soprattutto i miei “simmbilli”) si procurò una tal mole di possibilità astratte sul come avrei composto e desiderato far leggere ad altri quello che scrivevo che tentai di lasciar perdere, di nuovo.
Quello che conta è che quel giorno, verso sera, nonostante i miei tentativi di distrarmi (non so bene perché ma ci provai comunque, me lo ricordo bene) mi si fissò in testa il desiderio bruciante di una vita, sentivo la vita di qualcuno e quella vita mi batteva in testa come un martello e nel basso ventre come doglie. Prese a battere così forte che finì che il giorno appresso fui costretto a scrivere la nascita di quel qualcuno. La cosa, una volta messa su carta mi lasciò piuttosto perplesso: era orripilante, a leggerla.
Ma ormai si era innescata la valanga, lo sapevo bene, quella cosa su carta mormorava disappunto, mi guardava con aria di sufficienza.
Fu così che per un paio di mesi circa cominciai a ritrovarmi a dover fare i conti dapprima con tutta la vita di una persona cominciando a soffermarmi sui minimi momenti del quotidiano di ognuno e poi con la vita specifica di questo strano personaggio che mi era piombato tra i piedi. In realtà lo strano personaggio, strano come può essere strano qualcuno che ti si para davanti per essere scritto, si risolse abbastanza in fretta e dopo qualche tempo sapevo a grandi linee che vita l’avrebbe mosso e dove l’avrebbe portato. Sapevo anche perché mi chiedeva di essere scritta quella vita, e il motivo era la sostanza stessa del romanzo, ovviamente. Ma questa comprensione macroscopica non era niente che potesse essere scritto, la mia comprensione macroscopica della vita non era niente, non valeva niente e non era restituibile al mondo.
Tutta la mia attenzione si concentrò quindi di colpo, cominciando a sospettarne i motivi, sulla narrazione e la struttura. Potete ben immaginare cosa sia la vita di una persona, e se vi fermate un momento a riflettere capirete che nella vita di una persona ci sono tali e tanti avvenimenti e accidenti che è impossibile scrivere la vita di una persona, e quindi accade nella realtà che uno scrittore cominci a pensare subito al paradosso di Achille e la tartaruga e più vede la vita di quella persona andare e più lo spazio da quella vita diventa sottile e divisibile e ogni momento diventa fondamentale e inutile e si vorrebbe riuscire a scrivere ogni cosa esattamente come noi la viviamo nel momento nella vita reale, esattamente come se fosse possibile riprodurre tutto l’universo che ricreiamo ogni giorno dentro di noi vivendo, fino a raggiungere l’infinito. Ma ciò non è per un uomo possibile, nemmeno in letteratura. Il nostro limite è chiaramente essere uomini, la nostra dannazione è cercarci.
Un elenco di cose mi apparve subito chiaro in quell’anno: avevo bisogno di un romanzo strutturato così e cosà di più di novecento pagine, sarebbe stato diviso in tre parti (che sarebbe stato meglio fossero pubblicate la prima volta tomo per tomo come una trilogia e solo successivamente come libro unico) e avrebbe percorso più o meno una strada che mi era abbastanza chiara in mente dall’inizio alla fine, ci avrei messo un sacco di tempo a scriverlo e avrei cominciato a chiamarlo il romanzo dei mie quarant’anni, avrei faticato un sacco a trovare tempo e voce narrante (e oggi posso dire che mai previsione fu più azzeccata visto che dopo non so quante riscritture parziali e rielaborazioni, credo un centinaio, riscrissi integralmente i primi tre capitoli per tre volte nel corso dei tre anni successivi prima di trovare il tempo e la voce di cui cercavo l’espressione e che si andava saldando con il resto del romanzo e la sua fine), sarebbe stato un romanzo che mi avrebbe costretto a rimettere in discussione tutto il mio modo di scrivere in quanto necessitava di un respiro completamente diverso da qualsiasi cosa avessi scritto fino ad allora, sarebbe stato un tuffo sghembo tra ciò che la letteratura era stata e ciò che avrebbe potuto essere in futuro per me, sarebbe stata una cosa insomma che mi avrebbe illuso e disilluso più di tutte quelle che fino ad allora avevo scritto, una cosa che mi spingeva a superare la mia inadeguatezza e a cercare nel mondo. E quindi ero contento.
Poi il processo mentale di forzata convivenza si interruppe (avevo scritto appunto solo la nascita e poi tutto il resto si era dipanato bene o male con alcuni punti di riferimento solo nella mia testa) e mi si parò davanti un fatto piuttosto strano anche per me. Cominciai a pensare al titolo del libro.
Dico strano perché spesso, quando cominciavo a scrivere i miei libri, tranne che in un caso, già ero in possesso del titolo del libro, non sapevo bene come e perché ma questo succedeva e quindi non avevo mai riflettuto a lungo su un titolo: sempre era stato solo quello il possibile titolo e, se non era da subito, in corso d’opera era risultato chiaro perché (nell’unico caso verificatosi per quanto mi riguarda il motivo fu appunto che il titolo di un mio libro lo scrissi quando lo scrissi all’interno del libro e dopo che l’avevo scritto mi apparve chiaro che quelle parole fossero l’unico possibile titolo dell’intero libro).
Questa malattia mi colse abbastanza impreparato, non riuscivo più a visualizzare nulla che non avesse a che fare con il titolo di quel maledetto libro che già mi aveva cortesemente suggerito la sua intenzione di costringermi a spenderci sopra un numero di anni della mia vita imprecisato senza darmi nulla in cambio se non bacchettate sulla testa.
Impazzii.
Per un anno pensai solo ed esclusivamente al titolo del romanzo. E la cosa peggiore è che il titolo in realtà venne fuori abbastanza rapidamente dopo pochi giorni, solo che cominciò a danzarmi intorno con ogni sua singola lettera e poi con ogni singola parola e poi con ogni singolo legame lessicale o grammaticale e Dio solo sa cosa costringendomi per un intero anno a pensarci e ripensarci fino a che passai le ultime dozzine di settimane di quell’anno dedicato al titolo a spostare una virgola da un punto ad un altro, a toglierla e a rimetterla e così via dicendo. Il risultato finale di questa lunga riflessione imposta lo potrete vedere tra qualche anno se stamperanno almeno la prima delle tre parti del libro, altrimenti non saprei.
Così dopo più di un anno e mezzo mi ritrovavo con il titolo del libro e un primo capitolo che era un obbrobrio, ma almeno potevo cominciare a scrivere sul serio. E cominciai.
Come già accennato, nei successivi due anni fino ad oggi, mi sono dedicato dapprima alla riscrittura dei primi capitoli e in seguito al compimento della struttura che si faceva via via più chiara e definita, al finale del libro che è già scritto e ad un numero incalcolabile di sfumature che è chiaramente legato al fatto che quando si scrive di una vita ci si rende conto che quella vita, qualsiasi vita, esiste solo in rapporto alle altre vite e l’onda sale enormemente di livello fino a coinvolgere ogni cosa della vita, cosa che appare banale a pensarci (e così mi appariva mentre ci pensavo traendomi in inganno) ma che al momento in cui devi metterla su carta e ti rendi conto che stai scrivendo di una vita tutti gli strumenti che hai a disposizione con la parola e la scrittura ti sembrano insufficienti e inadeguati, e in realtà lo sono davvero.
Oggi la mia vita è cambiata considerevolmente da quando quest’altra vita mi è arrivata addosso e mentre la mia vita promette sempre più oscuramente di lasciarmi perdere per sempre mi ostino senza un perché che non sia giustificato dalla mia stessa natura che non so spiegare a continuare questa strada, senza che nessuno se ne curi e senza che vi ci possa incontrare altri esseri umani.
Sono un uomo di trentasette anni e questo romanzo cominciato più di tre anni fa, figlio non riconosciuto di tutti i miei libri compreso l’ultimo ancora inedito (I giorni migliori appunto), tiranneggia la mia vita anche in questo momento in cui da parecchi mesi mi fa scrivere anche solo tre parole al giorno e quando va benissimo un paio di pagine ogni tanti giorni (naturalmente da riscrivere e implementare per almeno una dozzina di volte se non ricordo male la media …) o peggio ancora mi corre via lanciandomi occhiate da tutte le parti e in ogni tempo. Ogni giorno che passa senza poterlo fermare e scrivere è allo stesso tempo una tortura e una promessa. Ogni giorno convivo, rispetto a questo libro, con i due stati peggiori che una persona possa provare: il sentirsi inutile e il sentire di non potercela fare.
Ma non riesco a non farmi coinvolgere da lui, dalla sua esistenza che sta in me, e forse questo un giorno sarà un bene, magari non per me, ma sarà un bene. Forse è solo una speranza, la solita speranza che cerca di trovare un senso a quello che si sceglie o non si sceglie di compiere. Ed è assurdo dialogare con qualcosa che sta sulla carta o non si sa bene dove e domina una scena da cui ci si vorrebbe liberare per le troppe pretese e i troppi vincoli che ci impone. E anche se sai che la cosa è un simbolo e non solo una sostanza, anche se sai che per questo ha una potenza che tu non puoi soggiogare continui a cercarla e a confrontarti con il suo mondo senza fine, che è una vita.
Di più non posso dire sullo stato in cui io mi trovo ora, mentre su di noi, ecco.
Per il momento ci siamo assestati, di buon accordo, solo sulla sua struttura definitiva, la titolazione anche delle tre parti che la compongono, e la novantina di pagine definitive su cui sembra siamo in armonia.
La vita al momento ha, se non sbaglio, 8 anni.

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3 thoughts on “Appunti sul romanzo di una vita

  1. Simone, non posso che esserti grato per la sincerita’ della tua confessione che tanto rassomiglia alla “Lettera di Lord Chandos” di von Hofmannsthal. Un caro saluto, Luca

  2. Come dicevamo Luca si…il mio, a differenza dell’opera letteraria di Von Hofmannsthal, è solo un abbozzo di discussione. Ho sempre trovato nei grandi scrittori riflessioni sullo scrivere e quindi non mi stupisco che ad inizio ‘900 appaia un’opera come la lettera, mi stupisco guardandomi attorno come la contemporaneità letteraria sia scivolata nell’intrattenimento, che di per sè non è il male assoluto intendiamoci, lo diventa secondo me nel momento in cui diventa orizzonte condiviso dalla maggioranza di scrittori (e lettori), perché impoverisce il “fare letterario” appiattendolo su una dimensione del qui e ora il più velocemente possibile e senza “fatica” che personalmente mi lascia insoddisfatto. Continuo a preferire i “fallimenti letterari” ai tentativi ben confezionati di narrazione.

    • «People get crushed like biscuit crumbs
      And laid down in the bed you made
      You have tried your best to please everyone
      But it just isn’t happening
      No, it just isn’t happening» [Thom Yorke, Black swan]

      O, se preferisci Beckett: «Prova di nuovo. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio».

      Un caro saluto, L.

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