Cinema/Saggi

Ermanno Olmi, la Trilogia

La trilogia d’esordio dell’opera cinematografica di Ermanno Olmi, forse il più eretico tra i registi italiani del dopoguerra, comprende Il tempo si è fermato (1959), Il posto (1961) e I fidanzati (1963), e sarà seguita da quella che possiamo considerare una sorta di appendice storica, o di ricapitolazione del precedente lavoro, la biografia di Giovanni XXIII E venne un uomo (1965). Formatosi alla scuola del film documentario, a cui resterà fedele in un certo senso per tutta la carriera (e a cui recentemente ha detto di voler far ritorno per chiuderla), Olmi, nato a Bergamo nel 1931, ha trasfuso in questi primi lavori la sua esperienza di vita (è cresciuto in una famiglia operaia) sorretta da un cattolicesimo lombardo tanto severo quanto lontano da ogni forma di trionfalismo o dogmatismo dottrinale. Questi film condividono tre elementi essenziali: ritraggono la vita di persone semplici che si realizzano nel lavoro, i personaggi parlano per lo più in dialetto bergamasco-milanese, caso insolito nel cinema italiano, incline piuttosto a servirsi della vulgata romana, di quella siciliana o napoletana, e da ultimo vedono l’impiego di splendidi attori non professionisti. Certo, la lezione della grande e recente tradizione del neorealismo ha influenzato il lavoro di Olmi, che però si è ricavato uno spazio originale nel quale prende le distanze dalla sostanza drammatica dei capolavori di De Sica, Germi, Rossellini, Lattuada, Visconti, Zampa, non tanto rispetto al mutato clima storico e conseguentemente sociale, quanto alla prospettiva da cui accostare personaggi, luoghi e circostanze. Se dovessimo condensare in una formula letteraria la nuova disposizione di Olmi, diremmo che la sua sensibilità è più vicina a quella di Manzoni che di Verga, e che il suo grado di oggettività nel ritrarre la realtà è sempre venato da una pietas che  si tiene lontana dai toni alti e aspri della denuncia o da quelli esasperati della violenza passionale, predilige i mezzi toni, le sfumature, accontentandosi di esprimere un giudizio nelle forme attenuate e sorridenti dell’ironia, come nello stesso arco di tempo facevano i migliori poeti della cosiddetta Linea lombarda.

In Il tempo si è fermato, il maturo guardiano di una diga posta in altura condivide per alcuni giorni la solitudine della sua baracca con un giovane studente, venuto a sostituire l’altro guardiano in licenza. Girato quasi completamente all’interno del povero rifugio e, durante una tempesta di neve, nella cappella dove i due trovano riparo dal vento, il film registra i minimi cambiamenti di umore dei due personaggi, dalla diffidenza reciproca iniziale, alla solidarietà nel momento in cui devono affrontare il cattivo tempo, svolgendo con una delicatezza commossa e piena di pudore, il tema del rapporto padre-figlio, che l’uso di un dialetto avaro di slanci espressivi, accentua in un crescendo esemplare. Il volto scavato, i gesti frugali come tagliare la polenta, accendersi una sigaretta, far girare la manovella del telefono da campo, apprestare la branda per dormire, disporre una tagliola per la volpe, rivelano nel guardiano più vecchio tutta la sapienza, fatta di piccole cose essenziali, che la vita gli ha insegnato. Nel candore, qualche volta irriverente, come durante la partita a dama o mentre appende un ripiano per i suoi libri, il giovane esprime la forza spontanea della sua età, ancora fragile e incerta, che un semplice attacco di febbre fa regredire allo stadio infantile, quando l’uomo più anziano si prenderà cura di lui proprio come un figlio. Ma sono gli oggetti di uso domestico, le pareti piene di spifferi, la candele che in chiesa devono sopperire alla improvvisa mancanza di luce elettrica, a conferire a questo film il suo carattere di epica minima, in cui la solidarietà, la curiosità per l’altro, la ritrosia dei sentimenti che però esistono e sono intensi quanto celati, dà voce a un mondo sommesso, a un’etica del dovere assolto con una dedizione che non ha niente di meccanico e che sembra provenire da una  società arcaica, ancora incontaminata rispetto alla disgregazione  di quella moderna. Il giovane studente e il più vecchio guardiano si incontrano al crocevia di  storie destinate a divergere, come se per un attimo, in quella baracca sperduta a 2500 metri, circondata dalla neve e da quel silenzio che Cattaneo chiamava solengo, si realizzasse la miracolosa comunione delle creature.

Nel secondo film, Il posto, di quella che abbiamo chiamato trilogia (e non certo per motivi di pura successione temporale), la vicenda si fa più corale e immette il personaggio principale, Domenico, un giovane alla sua prima esperienza di lavoro negli uffici di una grande società, a contatto con una realtà artificiosa, fondata su meccanismi grotteschi (i vecchi impiegati che si contendono il posto in prima fila lasciato libero da uno di loro appena morto, la benevolenza della vecchia segretaria, l’accigliata severità dei capoufficio) che però costituiscono per lui, e per la sua famiglia, un avanzamento nella scala sociale e il mezzo per far studiare il fratello minore. Anche qui, la timidezza, l’imbarazzo, le esitazioni del giovane che in ogni nuova circostanza appare impacciato ma curioso, restituiscono il clima di una formazione che, al contrario di quanto accade nei romanzi di Balzac e Courteline dedicati al mondo impiegatizio, non si fonda sul progressivo indurirsi del carattere e sulla esasperata volontà di sopraffare per non essere sopraffatto. Al contrario, all’innocenza del giovanissimo apprendista che al mattino lascia la casa assumendosi la responsabilità che lo farà diventare adulto, corrisponde la più assuefatta ma non meno ingenua accettazione da parte dei colleghi di riti e usanze (esemplare il capodanno in una sala spoglia, dove Domenico, che insegue da tempo una bella ragazza di cui è innamorato, si aggira spaesato) che riproducono nella festa la monotonia del loro lavoro, in un clima di goliardica spensieratezza. L’ultima inquadratura, un primo piano del giovane che ha finalmente conquistato la sua scrivania in ufficio, dopo un periodo trascorso come fattorino, mostra nella trasognata e un po’ intimorita espressione qualcosa che assomiglia al presentimento e alla rassegnazione per quanto lo aspetta negli anni a venire.

Il terzo film, I fidanzati, sembra quasi voler riunire i temi dei primi due, trasponendoli geograficamente in Sicilia, dove Giovanni, un operaio, accetta di trasferirsi temporaneamente per ottenere un avanzamento di carriera, lasciando la giovane fidanzata al nord. Anche in questo film domina il tema del lavoro, la solitudine dell’uomo costretto a vivere in una realtà che non gli appartiene, il sacrificio, i sentimenti messi alla prova, ma parallelamente il desiderio di conoscere e la capacità di adattarsi. In anni di documentaristica meridionale e di acceso dibattito sulle condizioni storiche della Sicilia (è uscito da poco il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa), Olmi sceglie anche in questo caso una visuale inedita e controcorrente, quella di un insediamento industriale, uno dei pochi, per far risaltare potentemente lo scarto con una cultura in gran parte contadina (le scene della grande festa popolare), senza rinunciare al suo umorismo, capace di una  sottile ambivalenza: le battute in dialetto lombardo dei tecnici che prendono atto della differenza abissale con la  società da cui provengono, si risolvono in luoghi comuni che li rendono a loro volta patetici, immersi nella stessa condizione precaria di una nazione che stenta a ritrovarsi. Perché se dallo sguardo vigile e premuroso di Olmi manca qualsiasi cenno di denuncia, che invece e parallelamente si affermava in altri testimoni dell’Italia post bellica con la sua endemica questione

meridionale (basti pensare a Pietro Germi), non gli sfuggono però i dettagli, le fessure attraverso le quali un mondo diverso afferma, senza bisogno di giudizio, la sua diversità. E questa è la cifra del suo cinema d’esordio, l’attenzione scrupolosa al  più piccolo scarto, come nei gesti apparentemente materni, in realtà carichi d’intenzioni erotiche, della affittuaria di Giovanni, o negli scherzi notturni che gli operai in trasferta si fanno nell’albergo in cui dormono le prime notti (un tema, quello di un universo maschile fanciullesco, che torna nei suoi film con un richiamo alla natura cameratesca di un mondo ancora in parte solidale), o i gesti meccanici e precisi fino alla caricatura del bambino barman che gli serve un caffè e poi corre a scuola (che anticipano un’analoga gag di Pippo Franco nel cammeo dell’efficientissimo addetto alle pompe funebri  in Cosa è successo tra mio padre e tua madre di Billy Wilder). Già nel titolo I fidanzati, il tema sentimentale sembra sovrastare quello del lavoro, ma è solo una parziale illusione, perché  Olmi si serve proprio della lontananza tra i due fidanzati, il cui amore per altro sembrava inclinare verso la disaffezione fin dalle prime sequenze, per  verificarne la possibilità di una tenuta superiore, messa alla prova  nella concretezza della vita.

Tutto in questa trilogia parla la  lingua della realtà, eppure tutto assume un’aura lirica, e se al centro dei comportamenti sembra esserci un’invincibile ingenuità, essa è solo il punto di partenza per un cammino severo, di conquista di sé e di comunione con gli altri in cui domina il lavoro come categoria sociale e psicologica. Andando oltre tanta retorica negativa che ha riguardato il lavoro, inteso come sfruttamento, dolore, maledizione, lotta, Olmi ne fa un veicolo di umanità, una sostanza storica ineludibile (e vengono in mente due romanzi tra i non molti che narrano con una simile accortezza l’etica del lavoro: La chiave a stella di Primo Levi, 1978, e Piccola, bella, bionda e grassottella di Raul Rossetti, del 1995). I gesti esitanti e soprattutto lo sguardo aperto e quasi incredulo con cui i protagonisti dei tre film affrontano la vita o i suoi snodi più importanti, sono i segni di una forza giovanile, individuale e collettiva, che faticosamente ma non senza speranza, s’inoltrava nella modernità, e che oggi assume per contrasto il carattere del rammarico, della nostalgia non tanto per ciò che è stato ma per ciò che avrebbe potuto essere.

BRUNO NACCI

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One thought on “Ermanno Olmi, la Trilogia

  1. come la rete si nutra di sincronie. qualche settimana fa vidi “Il posto”. film straordinario. e ho in in programma da tempo “I fidanzati”. amo il suo cinema e molto belli i suoi documentari. lo scopersi al cinema quando con la scuola media mi portarono a vedere “L’ albero degli zoccoli” e ritrovai i racconti dei mie nonni. le radici raccontavano ancora attraverso quelle immagini. interessante questo vostro sito.
    un saluto
    paola

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