Speciali

Sul pensare e lo scrivere

Ogni essere umano, preso singolarmente, è una creatura meravigliosa.
Ogni momento, io credo, noi esseri umani non facciamo altro che riprodurre in noi una piccola parte di universo, ed è per questo che non possiamo vivere senza guardare all’Assoluto.
E se nascita e morte sono gli infiniti in cui è inscritta la nostra finitudine e la nostra inadeguatezza a risolvere i misteri della natura, oggi è facile sentire connotare questa inadeguatezza con l’ormai celeberrima frase mal riportata di continuo nella nostra vita: tutto è relativo.
Ma proprio questa affermazione che permea la nostra società pop è in realtà l’ammissione completa che l’uomo è uomo in quanto percepisce l’esistenza di un Assoluto permanente a cui non può fare a meno di tendere per essere uomo. Dare consistenza al relativo, pur confondendo i piani, automaticamente pone il relativo in coesistenza con qualcosa che dobbiamo pensare e sentire Assoluto, altrimenti non potremmo nemmeno pensare ad un relativo. Come ben esprimono e simboleggiano i maggiori poeti ormai da migliaia di anni ci sono diverse vie attraverso cui l’uomo porta in se una natura permanente, esattamente come la natura tutta ripropone la permeanza del divino nella creazione, in maniera permanente, da sempre: “L’uomo è ciò che è sempre stato e sempre sarà, un’immagine dell’assoluto entro il relativo, immerso nel flusso del divenire al fine di ricondurlo all’Essere” (Seyyed Hossein Nasr, Sufismo, Rizzoli 1994).
Questa meravigliosa condizione individuale, contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dagli sfrenati parametri sociali che appaiono portatori  e fiancheggiatori di un individualismo sfrenato (e disonesto), è purtroppo in questo ciclo dell’uomo una posizione dimenticata e svilita, avviluppata e sfocata da un mondo velato che continuiamo a non scorgere affidandoci a dinamiche di distacco da ciò che è centrale nella vita dell’uomo, sia come singolo che come comunità: il suo destino di percettore dell’Assoluto. Pensare che noi si abbia “inventato” Dio (come a volte dicono gli ebrei) per caso o per semplice evoluzionismo, se si guarda con minima attenzione ai miliardi di anni che compongono la storia del nostro universo, è perlomeno un’ipotesi semplicistica. Qui non si tratta di credere al trascendente, di avere fede o meno, e nemmeno di discernere quale sia la fede che si debba avere (dal momento che le fedi stesse sono espressione del relativo umano ma parlano tutte dell’Unità di tutte le cose alla fine dell’umano), o più finemente di indagare scientificamente quali siano i limiti percettivi dell’essere umano in relazione al mondo conoscibile. La domanda è, a mio parere, più semplice: perché pensiamo l’Assoluto se l’Assoluto non sta in noi? Ed è naturale quindi che l’Assoluto sia in noi, una volta posta la domanda.
Data questa singolarità della condizione umana, bisogna riconoscere che l’aggregazione di essere umani in gruppi sempre più articolati (fino a formare il complesso della nostra attuale civiltà) ha portato ad una secolarizzazione di determinate qualità umane che hanno finito per cristallizzarsi in tensioni fondamentalmente individuali di conquista del materiale e del reale, dimenticando che Verità e Realtà alla fine del tempo sono la stessa identica sostanza unica, e se si esclude il concetto stesso di Verità sia la nostra forma che la nostra sostanza declinate nella realtà sono destinate a corrompersi e a perire.
Al momento attuale, guardandosi attorno, sembra che la corsa che abbiamo intrapreso sia avviata proprio in questa direzione confusa, povera e miseramente destinata a peggiorare progressivamente le nostre vite, ma sembra anche che gli esseri umani continuino ad attribuire questo latente stato di insoddisfazione e difficoltà a macro processi economici e storici, a mio avviso sbagliando. Un’ immagine cara anche a chi si occupa di ambiente ma che fa al caso nostro è la seguente: non ti lamentare del traffico quando sei in macchina, tu sei il traffico! Allo stesso modo gli esseri umani si lamentano dei governi, della convivenza civile, della mancanza di denaro, degli aspetti sociali dell’organizzazione della vita, della distruzione dell’ambiente, delle guerre, delle tasse, dei rapporti umani, del lavoro, della fame nel mondo e di mille altri aspetti della loro vita quotidiana, se ne lamentano e nel contempo, nel loro quotidiano vivere, se ne astraggono e, come vorrebbero dimenticare quella cosa che chiamano Dio, vorrebbero dimenticare anche che loro sono parte attiva delle guerre, del lavoro, della distruzione dell’ambiente, delle tasse, dei rapporti umani e di tutti i mille aspetti del quotidiano. E questo dimenticare, fare finta di nulla, non dare un senso (questo si relativo) alla nostra prossima e certa morte si trasmette ormai verso le generazioni future come un blocco monolitico di non-pensiero e di azione semplicemente attraverso azioni ripetitive e dannose, come ad esempio un consumo privo di riflessione dei beni e del tempo a nostra disposizione.
In definitiva, se il singolo essere umano sembra una meravigliosa creatura e potenzialmente un barlume dell’Assoluto, gli esseri umani nel loro muoversi d’insieme quotidiano, oserei dire come specie, sembrano più una congrega di cretini.

Anche da questa premessa credo sia evidente che io non ho mai pensato che temi del genere possano essere affrontati da un punto di vista squisitamente filosofico, credo assai poco nella filosofia, o meglio credo assai poco nell’attuale modo di fare filosofia. A volte mi accade lo stesso in letteratura quando mi trovo a discutere di cosa sia importante in letteratura e spesso, oggi come oggi, si sente sostenere che è importante questo e quello e quell’altro, la trama, il descrivere, la costruzione del personaggio etc..etc, in definitiva il che cosa si scrive. Io non sono d’accordo, e da tempo vado ripetendo che, secondo me, visti i tremila anni di letteratura che abbiamo alle spalle possiamo renderci conto che non ha senso dire che la letteratura si fondi sul che cosa. La letteratura a mio avviso si fonda sul come si scrive, e la questione è ben diversa: per me, l’ho detto spesso, l’ho scritto in qualche modo abbastanza chiaramente nei miei libri e ora lo scrivo anche qui, il romanzo incentrato sul che cosa, esaustivo una volta per tutte, è questo: C’era un uomo nell’universo che credeva in Dio. Fine del romanzo.
Mi pare sufficientemente logico sostenere che fuori da queste tre parole-concetto non ci sia nulla di cui poter scrivere. Tutto per gli esseri umani è riconducibile letterariamente (e non solo forse) a questa triade: uomo, universo, Dio.
Tornando alla filosofia, come spesso accade quando ci si è sufficientemente allontanati da qualche processo che rendeva fastidioso il pensiero arriva in soccorso qualcuno che ti schiarisce le idee, essendo forse partito più o meno dai tuoi dubbi (anche se questo lo capisci dopo, dopo che hai letto tutto, dopo che tutto è già accaduto) e che guarda caso è ovviamente un filosofo, come tu dubitavi che esistessero. Sto parlando di Anacleto Verrecchia e della mia lettura del suo non recente libro Incontri Viennesi (la cui prima edizione è del 1990 e la ristampa che io ho letto è della Utet ed è uscita nel 2005), libro che personalmente mi ha ben mostrato cosa possa essere la filosofia contemporanea e come si possa riuscire a trarne un’utilità dinamica di pensiero e azione senza cadere nei tornei di chiacchere  come lo stesso Verrecchia definisce gli incontri tra filosofi contemporanei, in un mondo dove lui per primo, seguendo Wittgenstein, si interroga persino sul senso dell’esistenza della cattedre universitarie di filosofia, interrogativo che praticamente tutti i partecipanti al simposio su carta che mette in scena Verrecchia risolvono velocemente dichiarando le cattedre di filosofia, più o meno, assurde. Ma chi sono questi personaggi con cui si dialoga e cos’è questo libro?
I personaggi è presto detto chi siano, anche se l’importante è quello che dicono più del chi sono, naturalmente: Konrad Lorenz, che con questo dialogo con l’autore ci consegna il suo testamento spirituale data la sua morte avvenuta poco tempo dopo, Karl Popper, Peter Handke, e questi sono i testimoni di cui raccogliamo la voce diretta, ma nel libro si insinua nei dialoghi con studiosi e pensatori meno noti al grande pubblico un intero panorama culturale che investe Wittgenstein, Gadamer, Joseph Roth, Oeser, Milan Dubrovic, Schopenauer e non ultimo Freud (nel libro candidamente distrutto da una delle persone “più intelligenti” che gli ha vissuto in casa per un decennio, ma questa è una mia opinione parzialissima e personale…).
Cosa sia questo libro invece bisogna scoprirlo leggendolo, per goderne tutti i passaggi e i fili dei ragionamenti e dei temi. E’ interessantissimo però notare come lo spunto di partenza di Verrecchia, che è un germanista, sia il “fingere” di indagare cosa sia questa benedetta Mitteleuropa di cui tutti parlano culturalmente in quel periodo (siamo a metà anni ’80 del secolo scorso) e attingendo ai miei ricordi di bambino ricordo effettivamente che persino io sentivo a volte parlare di Mitteleuropa, fino a che d’improvviso questa parola scomparve dal mio orizzonte e si cominciò a parlare solo d’Europa. Verrecchia demolisce in breve assieme ai suoi interlocutori questo concetto inesistente e cerca di ricondurre tutto alla cultura di lingua tedesca come effettivamente è, innalzando anche potenti muri verso gli invasati (molti dei quali italiani) che in una sorta di adesione monarchica a scoppio ritardato vedono nelle strade di Vienna, Praga o Berlino il risorgere dell’impero asburgico e della sua cultura, persino amministrativa!
Ma è nei contenuti e nella forma di dialogo, direi integralmente di scuola socratica, che emergono dal libro delle coordinate stimolanti, coordinate che dall’etologia di Lorenz si riuniscono alle teoria filosofiche di Popper e al suo combattimento con le teorie del linguaggio di Wittgenstein (per il quale non esistono problemi filosofici ma solo di linguaggio), fino ai temi ambientali che in quel momento sono anche il riflesso della recente catastrofe di Chernobyl, alla psicoanalisi e alla storia della filosofia, storia in cui, seppure tra personalità e idee diverse emergono come unici giganti solo due filosofi “moderni” Schopenauer e Kant, seppure per motivi diversi ovviamente.
Nel calderone delle idee e delle teorie filosofiche Verrecchia si butta non come semplice ascoltatore ma con tutto il suo carico di idee, studi e connessioni controbattendo spesso agli interlocutori in maniera sempre puntuale e pungente, fornendo spunti, tessendo affinità, vuoti e contraddizioni, in definitiva permettendo quindi al lettore di farsi un’idea chiara dei punti di forza condivisi del pensiero umano e dei punti su cui invece è palese il brancolare nel buio che ci attanaglia.
E così è ben possibile, a posteriori, cogliere i sentieri sbagliati di alcuni pensieri, ad esempio di Popper, come non si può invece fare a meno di sentire nella sua formula “Questo non è un mondo per la conferma di verità, ma un mondo per la confutazione degli errori “ un principio che dovrebbe essere orientante per la nostra vita.
E personalmente leggere questo scambio tra la domanda di Verrecchia e la risposta di Popper a me porta una consapevolezza che già sentivo di avere ma che trovo rinnovata e più forte nelle loro semplici parole:
D: C’è la tendenza oggi a fare una netta distinzione tra la vita di un artista o di un filosofo e le sue idee. Heidegger era nazista? Non importa: quello che conta è il suo pensiero. Lo stesso vale per Nietzsche, che predicava la trasvalutazione di tutti i valori e viveva come il più borghese dei borghesi.
R: Come ho già detto, Nietzsche era un povero diavolo. Ma per tutto il resto il problema che lei ha sollevato è giusto. Non è possibile immaginare che un artista disumano possa fare qualcosa di veramente grande, così come un mentitore nato non potrebbe mai sviluppare una teoria della conoscenza. Chi è onesto nel pensiero lo è anche nella pratica.
D: Insomma, se una teoria non si traduce in pratica di vita è come se non esistesse.
R: Sono d’accordo.
Ma molti altri sono i passaggi dialettici in cui si registrano temi fondamentali anche per questo nuovo secolo appena cominciato, a partire da Gadamer che vede la “conquista” dell’Europa da parte della superpotenza americana come una possibile diffusione della cultura europea nel mondo attraverso l’America stessa come accadde ai Greci conquistati che conquistarono i Romani con la loro cultura e la trasfusero in tutto il mondo romanico (motivo per cui oggi è meglio giunta a noi probabilmente). Naturalmente Gadamer pone sul piatto anche le potenze asiatiche definendole “coperte da uno strato di polvere” e che potrebbero in senso globale cambiare la situazione perché effettivamente non sappiamo bene cosa ci sia sotto questo strato di polvere, senza dimenticare che a suo avviso (siamo nel 1987) “…più cresce questa storia livellatrice della civilizzazione nel globo terrestre, più cresce l’interesse a ritrovare la propria storia e la propria tradizione”, passaggio non trascurabile a distanza di 25 anni. Per non dire di un’altra sentenza non certo originale ma che alla luce di quel che vediamo accadere nel mondo economico politico del 2012 pare una pietra tombale: “…la democrazia moderna è un’astuzia per creare nuove élite. Più c’è democrazia più si formano élite.”. Sentenza discutibile fin che si vuole ma che non si può non prendere in considerazione in una seria analisi dei nostri sistemi di convivenza civile.
Tutti gli Incontri sono pervasi da questo senso di calderone ribollente di vita e idee, e il merito di Verrecchia nella costruzione di questo libro è quello di condurci con ricorsività attraverso alcuni temi cardine dell’uomo mettendo a confronto le posizioni della navigazione dei nostri pensieri, inducendoci alla confutazione attraverso la conoscenza, portandoci a chiedere continuamente di più alla nostra strada, in maniera onesta, chiara, intelligibile da chiunque in qualunque contesto.
E questa è la filosofia che a me piace incontrare, che mi fa sentire un po’ meno cretino nella pratica della vita quotidiana, e più vivo.

Simone Battig

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