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Addio e grazie per tutta la carta?

Questo scritto prende avvio parodiando una notevole “idea letteraria” di un noto libro, idea letteraria che però, come succede in rari casi, è stata sicuramente meglio sviluppata e resa dal film uscito nei cinema molti anni più tardi. Questo avvio ci tornerà in mente nel corso dell’analisi per suggerirci che anche le buone idee letterarie non si trasformano automaticamente in Letteratura ma di fatto vuole aprire con leggerezza, cercando di essere il più limpidi possibile e ricorrendo alla nostra semplice esperienza concreta, il vaso di Pandora delle numerose domande senza risposta che girano attorno al terzo quesito più irrisolvibile della storia dell’uomo, terzo in ordine di importanza dopo l’incontrastata domanda assoluta Chi è Dio? e soccombente per un’incollatura anche alla celeberrima irrisolta E dopotutto questo Dio, a parte chi o che cosa è, si può sapere cosa sta veramente combinando?
A parte queste iniziali facezie cercherò, più seriamente, di fare un ragionamento scritto partendo da alcune basi, spero condivise da tutti coloro che amano la letteratura, per arrivare il più vicino possibile ad avere dei parametri per cominciare a rispondere alla domanda assai seria: Cos’è la letteratura? O meglio, Cosa si può chiamare letteratura d’ora in avanti?
Non credo riusciremo nell’impresa (in cui ci sarebbe forse molto utile per il viaggio di conoscenza il motore ad improbabilità infinita della Guida galattica per autostoppisti) ma più della riuscita mi interessa naturalmente avviare un percorso almeno gradualmente falsificabile in senso popperiano, e magari scrivendo nero su bianco le parole si trasformeranno in concetti “morti” e superabili, tenendomi alla larga da tutte quelle risposte senza senso del tipo: la letteratura è tutto ciò che è scritto. O da circonlocuzioni che non incidono sul problema e si limitano a dare una definizione da vocabolario (qui riporto ad esempio le prime due definizioni date dallo Zingarelli 2010 sul lemma Letteratura: 1- Attività indirizzata alla produzione sistematica di testi scritti con finalità prevalentemente estetiche e nei quali spesso l’invenzione predomina sulla realtà 2- L’insieme della produzione prosastica e poetica di una determinata civiltà).Tali definizioni sono forse utili per dare un’idea di che cosa si stia parlando ad un bambino intellettualmente vivace che si avvicini alla scrittura e alle lettura ma non rendono conto assolutamente di un valore semantico chiaro e tantomeno ci fanno intuire perché da migliaia di anni continuiamo a raccontarci storie sul mondo e come è accaduto che, da quando abbiamo cominciato a tramandarle per iscritto componendo una letteratura, la nostra civiltà abbia fatto un salto di qualità verso un’evoluzione che non si sa ancora dove ci porterà ma che oggi, nel 2012, dobbiamo imparare a distinguere, mettendo da parte la cattiva evoluzione e promuovendo quella buona.
Non tutte le strade possibili sono evoluzione, sono solo possibili. Credo che una distinzione del genere (buona/cattiva evoluzione) debba valere più chiaramente da qui in avanti anche per la Letteratura, perché tutto ciò che abbiamo scritto abbiamo creato, nel mondo, e non è una cosa da non prendere in considerazione per misurare i passi della nostra civiltà.
Per utilizzare al meglio la nostra esperienza e l’abnorme quantità di letteratura che abbiamo alle spalle e quella ancora più abnorme che negli ultimi anni ci ha fornito la cultura di massa, producendo carta impregnata d’inchiostro e ora schermi impregnati di nulla, dobbiamo necessariamente trovare una soluzione che ridefinisca il lemma letteratura dandogli innanzitutto un senso primario che corrisponda, a mio avviso, a quello di una letteratura di valore che genera nuova letteratura di valore. Più avanti spero emerga dal ragionamento e dai passaggi il perché questa ricerca del valore nella definizione di letteratura sia l’unica strada perseguibile d’ora in avanti per reinterpretare il nostro tempo, e che un certo tipo di sguardo che qui useremo ci permetterà anche di stabilire perlomeno alcuni criteri, generici magari ma univoci, per attribuire questo famigerato valore al campo letterario.
Cominciamo dunque a misurare ciò che abbiamo utilizzando un paragone con qualcosa che nel mondo odierno è sentito da tutti (a differenza della letteratura), a diversi livelli, come patrimonio irrinunciabile dell’umanità: la musica.

Quando parliamo di musica possiamo risalire fino agli albori della civiltà dove musica e letteratura orale si fondevano ma arriviamo diretti, con facilità, al momento presente e abbastanza facilmente possiamo isolare l’unità di misura che ci permette di misurare la musica attraverso la nostra esperienza.
Quando pensate alla musica, a qualcosa di bello che vorreste ascoltare e che si lega alla parola musica, qualsiasi genere voi vogliate ascoltare (musica classica, rock, pop, ambient, indie-rock, jazz, rap, hip-hop, funky…) quello che pensate e desiderate non è una delle seguenti cose: non è un cd, non è un disco in vinile, non è un mp3, non è un album, non è un’opera lirica, o meglio, può essere una di queste cose ma quello che voi avete veramente in mente in primis è un brano (o canzone, o pezzo) o più brani in successione. Voi volete sentire ed entrare in contatto con un brano e solo successivamente questo vi porterà a cercare altri mezzi o i mezzi migliori per fruirne e dargli un contesto. Se ci riflettete bene l’unità di misura minima da cui ricavate tutto il vostro rapporto con la musica è semplicemente una: la canzone (o brano).
Voi amate le canzoni e ve le ricordate, le ricantate, le fischiettate, parlate di quella canzone lì, e se vi chiedono (o chiedevano una volta) in che album o cd stava una canzone dovete fare mente locale per ricordarvelo e se non siete appassionati preparati nello specifico o sono passati molti anni non ve lo ricordate proprio (La donna cannone di  De Gregori in che album stava? Il ragazzo della via Gluck di Celentano? Imagine di John Lennon? By this river di Brian Eno? Hoppipolla dei Sigur Ros? Si dolce è il tormento di Monteverdi reinterpretata da Paolo Fresu? E quella canzone incredibile de In search of Simurgh come si chiama che mi sfugge?).
A me pare che questo sia sufficiente per desumere che oggi come oggi è senza dubbio la canzone l’unità di misura fondamentale della musica, un’unità di misura che non è un oggetto concreto creato dall’uomo ma un’insieme di suoni, cioè un preciso pacchetto di onde che viaggia tra di noi identificandosi.
E ora, per non annoiarsi, sperando che seguire il mio ragionamento anche saltando qualche passaggio per limiti di spazio e attenzione dovuti al mezzo che sto utilizzando non sia deteriore per coglierne l’essenza, passiamo alla letteratura ove, mantenendo il parallelismo accade una cosa ben diversa.
Se vi chiedessi di pensare a qualcosa di bello che avete letto o che vorreste leggere, qualsiasi genere letterario voi abbiate in mente credo che la vostra risposta non sarebbe in definitiva: un racconto, un poema, un romanzo, una poesia, un’opera teatrale.
Accorgendosi di lasciare stare le generalizzazioni che qui funzionano a rovescio rispetto alla musica (l’insieme delle opere di un autore, l’autore stesso, un corpus poetico di una vita …), alla domanda fondamentale posta, a cui cerchiamo di rispondere pensando anche al sottinteso del perché ci piaccia la letteratura, tutti noi risponderemmo inequivocabilmente tirando fuori l’unità di misura fondamentale che la riguarda: un libro.
Non credo ci sia nulla da fare, da quando abbiamo cominciato a mettere per iscritto le nostre parole un’unica cosa ha sempre misurato la nostra idea fondamentale di letteratura e questa cosa è un oggetto concreto creato dall’uomo che via via si è composto in diverse nature materiali fatte di “pagine” scritte sul mondo naturale e che si chiama libro. L’Odissea è un poema sì, ma voi lo leggete e lo avete sempre letto nella forma concreta e irriducibile di libro, lo stesso dicasi per La Divina commedia e se parliamo di poesia le poesie dei vostri poeti preferiti le avete lette in una raccolta poetica, cioè in un libro, lo stesso dicasi per i vostri racconti preferiti. Se poi, nello spirito evolutivo di questo scritto guardiamo a cosa è successo negli ultimi tre secoli di letteratura ci accorgiamo che a cannibalizzare la letteratura (e certo a favorirne anche la diffusione) è stata quella strana creatura chiamata romanzo, di cui ora parleremo, che però si è sempre esplicitata alla fine nello stesso oggetto concreto che lo realizza in toto e lo tramanda: un libro. Quindi lo possiamo dire con chiarezza: a differenza della musica che è riconducibile ad un’unità di misura molto poco concreta per noi esseri umani, l’unità di misura fondamentale della letteratura è, ancora oggi, un qualcosa di assai materiale, il libro.
Siamo arrivati fino a qui, dipanando la matassa di stringhe il più possibile, siamo arrivati al punto in cui, a mio avviso, dobbiamo anche prendere atto che la letteratura contemporanea, quindi la naturale evoluzione di ciò che in genere chiamiamo letteratura, che misuriamo in libri (ora citatevi a mente 5 oggetti letterari che amate più di tutti degli ultimi tre secoli e vedete cosa vi rispondete), per il 99% di noi sono libri costituiti da un genere ben preciso: il romanzo.
E’ vero? Quali sono i 5 oggetti letterari che vi siete auto-citati? Si, sono praticamente tutti romanzi … e prendiamo dunque un respiro prima di continuare.

Ora siamo in bilico, dopo tutta questa premessa ragionata (seppure tranchant), siamo in bilico tra la definizione di letteratura per come la conosciamo da sempre, la sua unità di misura identificata attualmente nel libro, senza equivoci secondo me, e questo strano mostro apparso tutto sommato di recente che chiamiamo romanzo. E’ un bene, è un male? Che cosa ce ne facciamo di questa riflessione per arrivare dove vogliamo arrivare, cioè ad una nuova definizione di letteratura?
Innanzitutto non dobbiamo avere paura del romanzo, come se fosse qualcosa che limita la percezione della letteratura, che toglie spazio alla poesia, che ha forma troppo ibrida per essere connotata o cose del genere che a volte vengono ripetute senza riflettere a sufficienza sull’aspetto più importante: le infinite possibilità di fare letteratura in maniera totale che, all’interno dell’oggetto libro unità di misura fondamentale, il romanzo ci consegna.
Se la letteratura ha preso questa strada io credo sia perché il romanzo ha avuto la forza di dimostrare a più persone la possibilità di comunicare per iscritto le nostre storie e visioni del mondo e io non credo sia vero che questo, ad esempio, sia a svantaggio della poesia, tutt’altro. Io credo che il romanzo abbia dapprima concentrato delle necessità letterarie (e facendolo nel corso del tempo ha sicuramente messo in secondo piano altri generi) ma ora si presenti a noi, dopo aver costruito e decostruito totalmente il concetto stesso di letteratura, come la migliore possibilità di diffondere una letteratura di valore, potendo contenere in sé qualsiasi genere letterario (e grafico) senza più paura di cannibalizzarlo, anzi, fungendo da amplificatore ed eco di qualsiasi tipo di scrittura narrativa, saggistica, poetica o teatrale. Una fusione non a freddo ma evolutiva che potrebbe dare nuova linfa alla letteratura stessa mantenendo le distinzioni di genere ma potendo anche avere a disposizione un territorio chiamato romanzo che ci permette di fare qualsiasi cosa in letteratura.
Questa è la mia idea di fondo, e credo che già molti libri di tale genere siano apparsi, anche molto diffusi tra il grande pubblico. Questo meriterebbe una dissertazione a parte ovviamente, ma spero che l’idea di fondo sia chiara, perché vorrei tornare a concentrarmi sulla questione della definizione di letteratura, che è ciò che ci interessa qui e che una volta messa a fuoco aiuterà a decidere se, dato il libro, quel libro sarà d’ora in avanti sulla strada evolutiva che ci sta consegnando il romanzo contemporaneo e potrà essere chiamato letteratura o meno.
Quello che è basilare ripeto, oggi nell’anno 2012 di questa nostra cultura occidentale da cui parliamo e scriviamo, è comunque fare pace con il fatto che l’unità fondamentale della letteratura non è un oggetto immateriale vago ma un oggetto molto materiale e tangibile chiamato libro e che un libro è scritto da uno scrittore.
Sento già i mormorii di chi vede il libro scomparire perché tutto sarà letto in formato ebook o comunque tramite un video, vedremo, può essere. Vi invito però a riflettere subito su come fruirete di questi nuovi mezzi, se saprete maneggiarli per il vostro interesse e che impatto avranno sulla vostra interpretazione del mondo. Può anche darsi, ad esempio, che l’arrivo di un mezzo diverso di diffusione ci dia l’occasione di fare ordine e di trovare nuove definizioni di letteratura.
Provo a proporne una, da cui poter ricavare un’ulteriore diramazione di pensiero che ci aiuti a separare ciò che potrebbe essere letteratura da ciò che potremmo chiamare con un nome diverso. Quando ci si inoltra in questo discorso solitamente salta subito fuori il discorso della qualità, che se di per se sarebbe un concetto valido, ragionando come ragioniamo al momento, si inabissa sempre tra mille sfumature che ruotano attorno alla battaglia tra quantità e qualità, fruizione di massa o meno e cose del genere. Se non si cambia prospettiva non si può uscire da questo tunnel, quindi proviamo a cambiarla per gradi tenendo ben presenti i fattori quantitativi, qualitativi, economici e sociali che determinano una letteratura piuttosto che un’altra letteratura per come la conosciamo oggi.
La nuova definizione che propongo di letteratura è un’implementazione con cesure preliminari e modifiche della seconda definizione che vi ho riportato dalla Zingarelli 2010 all’inizio di questo scritto: Letteratura- L’insieme della produzione di scritti di una civiltà, che ha come caratteristica dominante la capacità di tramandare anche ai posteri, attraverso la sua unità di misura fondamentale chiamata libro, un modello letterario evolutivo di alto valore linguistico.
Ci sarà tempo per trovare tutti i difetti di questa definizione e migliorarla, ma cerchiamo ora di capire dove ci porta l’introduzione di questa eventuale nuova definizione di letteratura da qui avanti. Cosa è cambiato rispetto alla definizione originaria e cosa si è introdotto di diverso nella nostra ottica?
Sono cambiate molte cose, e queste cose ci costringono anche a dei chiarimenti determinanti.
A prima vista si potrebbe pensare che questa definizione sia troppo elitaria e al contempo impossibile da districare perché introduce concetti variegati come valore, unità di misura, modello, posteri … e viene subito da pensare: chi decide a che cosa si possono applicare queste valutazioni, nel merito?
Prima di procedere, avendolo tenuto sotto traccia fino ad ora, ci tengo a precisare che sto scrivendo in lingua italiana e tutto il mio ragionamento procede secondo la semantica della lingua italiana anche se userò nuove parole, perché a me interessa trovare un definizione in lingua italiana dato che è la mia lingua, quella con cui tutti i giorni della mia vita combatto per dare un senso al mondo che sento e vivo. Chiarito questo (per una volta lasciamo agli altri il compito di trovare nuove definizioni per adeguarsi ai nostri lemmi) dunque procedo.
Chi decide dicevamo …
E chi altri dovrebbe decidere se non quella cosa chiamata civiltà citata nella definizione? Tutto l’insieme fisico di materia ed energia che associamo al lemma civiltà deciderà, perché di fatto ha deciso finora e continuerà a decidere anche una cosa apparentemente folle da decidere come questa. Come deciderà? Applicando i criteri attuali che già applica ma tenendo conto della comunità di riferimento e dei mezzi, semplice.
I motivi che attualmente fanno dire a molti che la letteratura rinascerà ad altra vita attraverso i computer e i formati di lettura creati per il mezzo computer sono sostanzialmente chiari: abbattimento dei costi perché non ci sarà più un oggetto fisico da creare, abbattimento dei costi per distribuirlo, diffusione istantanea in tutto il mondo, “tiratura” illimitata (qui forzo un po’ il concetto ma insomma, mi avete capito … non bisogna più stampare 100.000 copie, abbiamo un file per tutti da scaricare infinite volte potenzialmente) e infine accesso “democratico” alla possibilità per tutti di leggere e scrivere letteratura non avendo più filtri insormontabili di vario tipo. Benissimo. Sembra stupendo a sentirlo. E a immaginarselo, dal punto di vista evolutivo, sembra di guardare un brodo primordiale stabile ma ribollente da cui, per evoluzione e distinzione si potranno distinguere nel tempo determinate qualità. E a noi questo va ancora meglio.
Io credo che sia inutile girarci intorno. Guardando con realismo i dati in nostro possesso e i passi compiuti dall’uomo finora, appare chiaro che anche in letteratura il mezzo e le considerazioni economico-sociali la faranno da padrone per cui nessuno di noi arresterà questa finta libertà culturale di massa e tantomeno eviterà a chi gestisce le questioni economiche dell’editoria di virare, stante le cose come stanno adesso, verso minori costi possibili e massima produzione con effetti di massimo guadagno, senza guardare a null’altro. A chi tiene invece al valore culturale della letteratura nella civiltà quindi non resta altro che costruire una strada ben definita che proceda in parallelo a questa combattendo con mezzi diversi. Come?
A mio parere distinguendo la letteratura, in definitiva, come dicevo fin dall’inizio, e creando quindi una nuova definizione per ciò che vorremmo intendere d’ora in avanti per Letteratura (L’insieme della produzione di scritti di una determinata civiltà, che ha come caratteristica dominante la capacità di tramandare anche ai posteri, attraverso la sua unità di misura fondamentale chiamata libro, un modello letterario evolutivo di alto valore linguistico.), definizione che a me appare ben chiara nei suoi effetti di produzione letteraria.
Dato questo nuovo significato al lemma naturalmente chi continuerà a produrre libri, a distribuirli, chi continuerà a leggerli, chi continuerà a parlarne e farne oggetto di critica letteraria o di studio determinerà la selezione naturale in senso darwiniano di ciò che sarà questa nuova Letteratura. In pratica, mantenendo la posizione a partire dall’unità di misura delle letteratura noi ci troveremo, nuovamente (come è accaduto spesso nei processi storici di scoperta e riscoperta), con editori che, dovendo investire nella produzione di un libro di carta assai costoso, presumibilmente per un pubblico più ristretto della massa on-line, dovrà tornare a fare prima di tutto l’editore e non l’imprenditore, scegliendo quindi attraverso un lavoro accurato solo i libri che, secondo lui e i suoi collaboratori, sono libri di lungo periodo che rientrino nella definizione data di Letteratura. I distributori che dovranno materialmente continuare a distribuire questi libri di carta lo dovranno fare al meglio perché i libri saranno “pochi ma buoni” per garantire anche a venire il loro lavoro, i librai tradizionali avranno librerie finalmente svuotate che potranno scegliere come riempire all’interno di una letteratura strettamente vagliata e seguita a livello economico per farla comunque “rendere” per la comunità che la riconosce, e così i critici letterari e chi studierà questa Letteratura avrà un campo di azione chiaro ben distinto alla fonte innanzitutto (tra l’altro nulla vieta che ci sia un passaggio successivo dal virtuale al libro se la comunità che si occupa di Letteratura selezionerà quello scritto dal brodo primordiale e l’autore vorrà fare il salto verso il libro).
Queste componenti che ora in maniera malsana si confondono tutte in un “brodo primordiale” indistinto si scinderanno in direzione di un evoluzione positiva dove, restringendo il campo, gli effetti di energia si moltiplicheranno nel breve e nel lungo periodo, e i lettori che seguiranno questa Letteratura, se avranno l’ambizione di scrivere, guarderanno a questa per misurare le loro idee e non al cicaleccio odierno o al brodo dove sarà impossibile distinguere tra milioni di “produzioni ” quella che possa interessare. Nel brodo primordiale degli ebook o di quel che sarà non ci sarà più scelta perché ci sarà più quantità, come sostengono erroneamente alcuni (Se ora non riusciamo a scegliere, e a volte nemmeno a vedere, libri di carta tra appena sessantamila titoli l’anno pubblicati qui in Italia, cioè circa 180 al giorno, qualcuno mi dovrebbe spiegare che tipo di lettore sarebbe in grado di trovare il suo libro da leggere in un brodo di milioni e milioni di libri a sua disposizione on-line …), ma ci sarà una scelta condizionata da elementi potenti di marketing e visibilità diretti da ciclopiche sovrastrutture che nulla avranno a che vedere con una buona evoluzione della letteratura, indifferenti persino ai contenuti e alle forme, se non estetiche nell’accezione peggiore.
Ecco perché noi che amiamo la Letteratura dobbiamo ridefinire questo lemma in questo modo (o in un modo ancora migliore ma che segua questo approccio) e cominciare a distinguerlo senza impedire altresì che anche l’altro ramo dell’evoluzione degli scritti prosegua, semplicemente perché non è nella nostra natura impedire l’evoluzione di qualcosa ma possiamo altresì selezionarla e distinguerla.
Per completare il quadro vi starete chiedendo come nomineremo questa differenza se la definizione di Letteratura la impegniamo come l’abbiamo or ora data?.
Non c’è che unica soluzione, rinominare anche il ramo di scritti che si riversa e si riverserà on-line. Chi deciderà di scrivere, chi avrà la necessità di scrivere avrà due strade da scegliere se deciderà di rendere pubblico ciò che ha scritto: quella semplice e per nulla faticosa di scrivere per una comunicazione in direzione del mondo virtuale a cui potrà accedere facilmente per far leggere le sue cose a qualcuno (ammesso che scaricare e possedere sul computer voglia dire automaticamente un domani leggere, cosa di cui non sono molto convinto se guardiamo per esempio ai mezzi che vi permettono di scaricare migliaia di file musicali che poi non ascoltate nemmeno), oppure quella molto più laboriosa, irta di ostacoli e filtri rappresentata da un modello di passaggio comunicativo ai contemporanei e ai posteri ben definito e del tutto simile a quello che abbiamo sempre avuto, ma riservato a chi sente la necessità di sottoporsi ad un giudizio molto più severo delle componenti umane che riguardano e formano la Letteratura, componenti umane a cui da sempre la letteratura stessa si rivolge.
La strada semplice e virtuale di produzione di scritti fluidi che vivranno on-line non si potrà definire anch’essa Letteratura ma (questa è una mia prima proposta, se qualcuno ne ha di migliori le tiri fuori e si vedrà) si chiamerà Littiratura.
Littiratura potrà sembrare una parola che fa sorridere a sentirla per la prima volta (ma ad esempio ai siciliani forse non sposterà nulla), ma è una parola che vorrebbe unire in un nuovo lemma italiano, abbastanza chiaramente, un richiamo fonetico alla letteratura, una “distinzione” data dalle due vocali diverse prendendo spunto dalla definizione Lit-blog (cioè quei luoghi virtuali dove si è parlato scritto fotografato e mandato in video la letteratura finora) e dalla parola italiana tiratura, chiaramente riferita ad un concetto desueto inesistente nell’on-line ma che in qualche modo può evocare il concetto di grande tiratura (in questo caso potenzialmente infinita), ponendo l’accento sul fatto che in questo campo di diffusione di scritti si darà la precedenza ad un dato diffusivo e pervasivo di carattere quantitativo e non qualitativo, senza alcuna scelta di merito riguardo il fatto se sia meglio la quantità o la qualità, ma lasciando ognuno libero di interpretare il futuro letterario come meglio crede, ma con criteri di contatto con il campo lapalissiani per tutti i soggetti coinvolti. Anche in questo caso possiamo azzardare una prima definizione suscettibile di miglioramenti: LittiraturaL’insieme della produzione di scritti di una determinata civiltà, che ha come mezzo di diffusione e condivisione il web ed un’unità di misura variabile.
Credo sia chiaro che questo scritto non abbia alcuna pretesa di esaustività ma sia preliminare ad un tema che andrebbe affrontato forse con una serie di saggi ampiamente documentati che a mio avviso potrebbero dimostrare, supportati da una sterminata bibliografia comparativa, che una simile strada di ridefinizione del campo possa essere una strada percorribile.
All’interno della civiltà le due comunità che si occuperebbero di Letteratura e Littiratura sarebbero distinte ma in comunicazione, lavorerebbero e descriverebbero aspetti diversi del campo letterario che però rimarrebbe unico, si formerebbero in maniera assai naturale e contribuirebbero entrambe a chiarire ai fruitori l’oggetto di fruizione e le sue caratteristiche senza precludersi alcuna strada.
Per fugare alcuni dubbi che sicuramente vi stanno girando per la mente vorrei fare un ultimo parallelo, sperando di non essere frainteso.
La comunità letteraria è stata negli ultimi secoli formata e compiuta da tre categorie distinte (formate da varie sottocategorie) corrispondenti più o meno alle parole scrittore, editore, lettore che in sostanza hanno contraddistinto le tre fasi della produzione di un “oggetto letterario” creazione, diffusione, fruizione con molte sfumature certo, ma che ora ci interessano relativamente perché non influenti. Ora, tirando in ballo per i capelli il campo che negli ultimi secoli ha determinato la nostra civiltà almeno tanto quanto la letteratura, e cioè la scienza, nelle sue innumerevoli declinazioni, dobbiamo notare per forza di cose una differenza fondamentale tra i due campi. Se in letteratura si è assunto che chiunque legga e scriva possa far parte della comunità letteraria in qualsiasi posizione del processo o in una qualunque delle tre macrocategorie che compongono la comunità, in campo scientifico tutti possono fruire della scienza ma non tutti possono essere scienziati e per diventarlo bisogna sottoporsi al giudizio rigido della propria comunità. Ovviamente questo è salutare perché ci evita che un pazzo, ad esempio, faccia esplodere un laboratorio di chimica o il rispettabilissimo ragazzo che porta le pizze al Cern per pagarsi gli studi faccia partire a caso il Large Hadron Collider provocando, che so, l’Apocalisse. Ma senza arrivare a questi estremi diciamo che la cosa chiara è che nella comunità scientifica non basta decidere di essere scienziati per esserlo, ci vogliono le giuste competenze nel proprio campo, ci vogliono anni di studi, ci vogliono idee creatività e disciplina e ci vuole anche un riscontro di approvazione in primis dalla propria comunità di appartenenza. Con questo, come dicevo prima, non vorrei essere frainteso e farvi credere di considerare scienza e letteratura due anime dell’uomo misurabili allo stesso modo, tutt’altro. Ma quello che non possiamo far a meno di considerare è che, se non è sensato negare l’accesso al leggere o allo scrivere ad alcuni piuttosto che ad altri, è per tutta la comunità letteraria fondamentale confrontare secondo criteri condivisi ciò che si legge e si scrive. A mio avviso, il primo passo in questa direzione, non sta nello scrivere o nel leggere, che sono processi individuali e liberi a cui un individuo si può applicare come vuole, ma sta nello stabilire che quando questo processo individuale fuoriesce da se per propria decisione di renderlo pubblicamente attivo l’opportunità di comunicazione deve essere certo uguale per tutti, ma secondo criteri di diffusione distinti da scelte a priori che compie la comunità di riferimento (che come detto possono portare a modifiche successive per le scelte di più soggetti coinvolti) dando un campo chiaro di fruizione. Per dirlo in parole povere scegliere cosa sia Letteratura o Litteratura deve necessariamente accadere, se vogliamo andare verso una buona evoluzione separando il grano dal loglio, distinguendo il campo di azione della comunicazione che si vuole proporre, nell’ambito di una scelta facilmente riconoscibile: o una comunicazione di massa su larga scala velocemente fruibile priva di un’unità di misura indiscussa (Littiratura), o una comunicazione non di massa (quindi su scala inferiore), fruibile in un tempo più lungo con un unità di misura indiscussa attentamente falsificabile (qui stavolta in senso lato, solo nel senso di esperibile attraverso una serie di passaggi riconosciuti come accurati).
Per ora questa folle cavalcata non esaustiva, seppure eccessivamente densa di parole e concetti sicuramente non cristallini, si conclude qui, lasciando ad altri più competenti riflessioni e parola per il futuro, alle nostre scelte di essere scrittori e lettori in un modo chiaro, sentito e lineare, senza dover dire per forza: addio addio e grazie per tutta la carta!, che abbiamo scritto e letto finora.

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11 thoughts on “Addio e grazie per tutta la carta?

  1. scorro l’articolo riga per riga e leggo, nelle intenzioni di simone battig, una timida ma salutare sfumatura provocatoria a cui preferisco controbattere come questione seria e addirittura ‘potenzialmente risolvibile’. Non mi stupisce, mi agghiaccia forse la cifra tonda sulla casella dei commenti, a dimostrazione che ‘il’ tema fondamentale dei dibattiti letterari, non viene colto nella sua profondità. Ma l’indifferenza è frutto di condizionamento di induzione passiva che sarà bene tener presente nelle nostre discussioni.
    Non mi stupisce la mancanza di commenti a questo post perché, nel poco tempo che frequento la rete, mi è immediatamente balzata all’occhio la soggezione del pubblico (pagante, bisognerebbe dire) verso l’autorità, la polarizzazione su opinioni considerate grottescamente insindacabili e quindi verso quei titolari di spazi visitatissimi (fra aficionados, curiosi, cultori e talvolta esperti letterari) che, attraverso una certificazione di fiducia concessa loro con troppa magnanimità, sembrano aver ottenuto lo scopo di far passare come buone, assurde regole del gioco.
    Ho trovato perciò deprimente che alcuni soggetti ei loro postulati di comodo (implicitamente o esplicitamente caldeggiati nelle animate e sterili querelle della rete) godano di tanta credibilità. Ma simone battig rivolta la sua lama sulla piaga e domanda imperterrito ‘cosa debba essere, a questo punto, la letteratura.’ In altri termini sembra volerci chiedere, come una supplica, quali concetti debbano essere usati per dare una definizione di letteratura o, come si usa dire oggi, di ‘prodotto’ letterario. Le decine di posizioni per quanto autorevoli si sono dimostrate del tutto inutili, ma hanno ottenuto lo scopo di congelare e inibire le facoltà analitiche/critiche del pubblico anziché fornire gli strumenti per affinarle e per promuovere un efficace processo di emancipazione. Questa strada non porta a nulla e i dati economici non ne attestano che il fallimento. Per questo motivo caro simone occorrerebbe trovare, ad ogni costo, uno schema condivisibile e una chiara graduatoria di criteri a cui rapportarci nel procedimento di valutazione di un opera. Ci hanno abituato a credere che ciò sia inattuabile, ma l’esperienza maturata nella professione mi ha convinto altresì della piena perseguibilità di questi intenti.

  2. Caro Fabio, l’intento del pezzo è proprio di sollecitare quella che tu ritieni una questione importante tanto quanto la ritengo io. Perlomeno provare a inziare un percorso e fare la cosa più importante in questo momento secondo me: ridefinire il campo.
    La ridefinizione del campo della letteratura (quindi anche la ridefinizione di talune parole che usiamo per descrivere il “campo”) è a mio avviso l’unica strada perseguibile se vogliamo ricominciare a parlare di letteratura e non di “consumo di oggetti e mezzi”.
    La provocazione di questo articolo a mio avviso è abbastanza chiara e propone un tentativo di soluzione e concilazione di due anime in questo momento in contrasto di fruizione nel campo, quella classica data dal libro come strumento di diffusione e quella recente data dai nuovi mezzi tecnologici. La soluzione qui proposta come inizio di dibattitto è semplice a suo modo: lasciar vivere liberamente entrambe le cose ma chiamandole per quello che sono e non pensando che siano la stessa cosa che abbiamo conosciuto finora…perché nel caso della letteratura il campo è quello delle parole ma i mezzi tecnici andranno ad agire diveramente sulle parole (cosa che non accade nell’arte contempornea secondo me..perché lì lo strumento si può rinnovare nel linguaggio).
    Cerco di “visualizzare” un’ipotesi molto semplice.
    Visto come vanno le cose ipotizziamo che tra dieci anni la cosa che chiamiamo e-book funzioni in un modo che ora vado a descrivere e funzioni perché tutte le implementazioni che m’immagino “arrichiscano” il testo sono a costi quasi pari allo zero rispetto al cartaceo: c’è un testo come ora, ma oltre a quel testo diciamo che ci sono più possibilità di illustrare quel testo con un’iconografia che accompagni il testo, e oltre a questo, che so, viene citata una canzone nel testo e quando ci passi sopra con il mouse quella canzone parte e ti accompagna veramente come colonna sonora nella lettura come succede al protagonista del libro che sta vivendo l’azione, e poi poniamo che se l’autore cita una frase da un altro libro su quella frase ci sia il rimando all’intero libro da poter consultare subito on-line (quindi una citazione che diventa un ipertesto…) e immaginiamo che non ci vogliamo fermare alle immagini statiche ma addirittura di quel libro si è fatto in contemporanea un film e quindi mentre leggo io posso vedermi le scene del film tratto da libro (o viceversa… è possibile), immaginiamo poi che nel file che si apre del libro siano connesse le opinioni di tutti i lettori che hanno letto finora quel libro e ne hanno parlato on-line…immaginiamo..insomma possiamo immaginare molto…ma la domanda è quindi, in definitiva, se questo “oggetto ebook” è ancora letteratura o è qualcosa di diverso che usa suoni immagini colori ricerca ipertestuale e chissà cos’altro tutto in un unico mezzo?
    Ecco, secondo me questa cosa nuova non la possiamo chiamare letteratura..ma dobbiamo chiamarla in un altro modo e la letteratura deve rimanere legata alla parola e alla possibilità immaginativa che si stabilisce tra scrittore e lettore….che è cosa ben diversa da percorsi precostituiti inseriti e arricchenti per il testo…spero di aver dato una visione chiara…di come la vedo io…

  3. ‘ lasciar vivere liberamente entrambe le cose ma chiamandole per quello che sono e non pensando che siano la stessa cosa che abbiamo conosciuto finora…

    le ‘due cose’ credo stiano già vivendo da sole, tuttavia dobbiamo sforzarci di considerare la relazione che intercorre fra i due comparti letterari apparentemente indipendenti sebbene, secondo un certa logica, funzionali fra loro.

    Il discorso si presenta lungo e complesso, come lo è stato il tuo interessante post. Ho provato a stabilire un ordine di concetti in una mail alla redazione che spero abbiate la voglia di valutare. Se me ne dai il tempo cercherò di riprendere il filo anche in questo commentario. Temo non sia cosa facile ma, dato che qui lo spazio non manca, tenterò lo stesso nell’ impresa.

  4. @ Simone, mi son preso alcuni giorni per meglio riflettere sui numerosi input innescati dal tuo post, provando a stabilire una convergenza di significati.
    Evidentemente tutto principia da uno stato di crisi del settore delle vendite e dalle strategie operate per contenere e rilanciare un mercato appetibile al prodotto libro. Progetto del tutto fallito allo stato attuale, come mi pare abbia correttamente rilevato la tua analisi.
    Dietro la crisi della letteratura, che il tracollo delle vendite ci consente di monitorare in misura obiettiva , si leggono lacune e problematiche solitamente trascurate. Tuttavia se il pubblico avesse sostenuto e corrisposto col suo interesse le velleità di determinate strategie di marketing , nessuno di noi si sarebbe sognato di aprire un dibattito simile e tutti avremmo proseguito a riversare il consueto profluvio di lodi all’indirizzo dei nuovi autori e dei loro successi.
    Il tuo intervento pone dunque una questione di fondo che poi – ci dici- è anche quella di rivedere vecchie definizioni. In ciò devo dire che sei stato esaustivo e sufficientemente chiaro: la ‘Littiratura’ si porrebbe come ordine differente rispetto ad un concetto analitico obsoleto e subordinato a valori discutibili. Il problema terminologico sembri pertanto averlo circoscritto con una certa padronanza, però nel leggere attentamente il tuo pezzo, ho inteso volessi accennare anche alla necessità di una ‘riformulazione parametrale’ rispetto a determinati ordini concettuali, in linea con quello che abbiamo reciprocmente considerato il nocciolo della questione! Tuttavia, in un paese, dove tutti son concordi nel promuovere modelli commerciali finalizzati all’accentramento monopolistico (vedi accordo tacito per il raggiro delle norme antitrust), dove la rendicontazione dei beni riguarda solo le classi minori, dove i governanti si credono padroni anziché dipendenti di una volontà popolare che dimostrano altresì di oltraggiare vigliaccamente, non trovo in realtà nulla di cui stupirsi. Posso aggiungere – e se ti interessa perfino documentare con dati ufficiali – che ogni settore di questo paese si avvale di loschi espedienti per l’amministrazione dei flussi finanziari (ricerca scientifica, sanità etc.), fra cui quello dell’arte e della letteratura non paiono nemmeno i più urgenti.
    Detto ciò, se non hai nulla da precisare, vorrei affrontare i termini del tuo giusto quesito: cos’è la Letteratura?.

  5. Ma, Simone; mi pare che la tua definizione

    L’insieme della produzione di scritti di una determinata civiltà, che ha come caratteristica dominante la capacità di tramandare anche ai posteri, attraverso la sua unità di misura fondamentale chiamata libro, un modello letterario evolutivo di alto valore linguistico

    si possa abbreviare senza perdite di significato nel seguente modo:

    Letteratura è ciò che una comunità riconosce come tale.

    Quando parli di un editore che fa

    prima di tutto l’editore e non l’imprenditore, scegliendo quindi attraverso un lavoro accurato solo i libri che, secondo lui e i suoi collaboratori, sono libri di lungo periodo

    trascuri di spiegare, secondo me, come tale editore possa sopravvivere nel breve periodo (essendo il lungo periodo, come noto, composto da un certo numero di brevi periodi).
    Ossia: l’editore che in quel capoverso tu immagini è un editore dotato di spalle finanziarie molto, molto grosse. Le crisi degli ediori italiani che si sono più avvicinati al modello che tu lì indichi (e che pure, in genere, avevano spalle assai grosse) sono state tutte crisi di tipo finanziario: non che i libri non si vendessero, ma si vendevano più lentamente di quanto il debito con le banche richiedesse.

    (Poi, uno può dire che bisognerebbe saccheggiare le banche; ma allora si va su un altro piano del discorso e dell’azione).

  6. @giulio

    La definizione che ho dato di letteratura, sicuramente perfettibile, tiene conto del fatto di distinguere il campo “dell’oggetto libro che è stato finora” da quello che “non sarà più l’oggetto libro da qui in avanti”.
    Non posso considerare la definizione che proponi nel mio discorso per il semplice fatto che sia il termine letteratura sia il termine comunità non sono “agganciati” a nessuna entità immediatamente definibile dal campo e dai “mezzi” di fruizione del campo e quindi cadrebbe subito il tentativo di distinzione fine che si vorrebbe proporre come tema di riflessione ai lettori e agli scrittori….

    Il discorso su come l’editore potrebbe sopravvivere nel breve periodo è fondamentale. La questione è che appunto, distinguendo il campo, chi si propone come editore da subito dovrebbe scegliere in che campo operare (i grossi gruppi potrebbe operare in entrambi i campi è vero..ma ho idea che non sarebbe per nulla conveniente per loro quindi anche lì diciamo che la cosa evolverebbe per selezione naturale) e come operare.
    Sicuramente avrebbe problemi economici, ma li ha anche adesso e senza prospettive…un modo per superare i problemi economici è quello di ridurre la produzione di libri annui e concentrarsi sulla filiera di lettori che vuol dire un sacco di cose: cambiare strategie di marketing e ufficio stampa ad esempio, cambiare metodo di distribuzione (questo è collegato al fatto che distinguendo il campo nascerebbero distributori che si occupano solamente di dare un servizio perfetto e sufficientemente economico a quegli editori che pubblicano libri cartacei e non la melmosa e costossima NON distribuzione che c’è ora), cambiare rapporto con gli autori componendo veri cataloghi e tenendosi stretto un autore (sono convinto che se un autore si sente a casa sua con un editore è perché quell’editore lo ama, non per i soldi che gli può dare, ma perché lo pubblica e lo ripubblica, lo tiene in vita per i lettori etc etc) e sono sicuro che invece che andare in giro a ciarlare un autore che si sentisse così darebbe una grossa mano al suo editore in tanto modi diversi…anche confrontandosi apertamente. Cambiare rapporto con le librerie di veri librai.
    Credo che un editore che opera così potrebbe portare ogni libro che fa a vendere dalle cinquemila copie in sù, il che anche nel breve periodo operando bene contrattualmente credo gli garantirebbe la sopravvivenza…ma se hai in mente domande più specifiche cercherò di risponderà sulla questione.
    Partiamo però dal punto che anche ora gli editori non sopravvivono se non facendo finta di sopravvivere….e che la critica e il giornalismo che si occupa di libri sono da riformare in maniera drastica e molto molto coraggiosa e tranchant..altrimenti non se ne esce…

  7. Questo articolo sommario che riporta la discussione di oggi al salone del libro a mio avviso ribadisce un tema chiave: il libro “liquido” come lo chiamano loro semplicemente non è un libro e non è letteratura per come noi la intendiamo, è un’altra cosa, rispettabile ma un’altra cosa. Ribadisco che se gli editori non capiscono che è ora di distinguere le due vie (carta e tecnologia liquida) i contenuti andranno persi per sempre come già accade in posti liquidi come facebook dove di contenuti ce ne sono ben pochi, c’è solo rumore di fondo….

    http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/05/11/news/libro_liquido-34883707/?ref=HREC2-12

  8. “tutti noi risponderemmo inequivocabilmente tirando fuori l’unità di misura fondamentale che la riguarda: un libro”

    D’impeto e inconsciamente, invece, mentre leggevo questa frase, nella mia testa è comparso “un autore” anziché “un libro”. Autore nel senso: ho voglia di leggere qualcosa di Tizio. Proprio qualcosa di suo, scritto coi suoi ritmi e il suo stile. Una pagina, un libro, un racconto, quest’unità fondamentale il mio incoscio l’aveva subito attributità allo stile, all’impronta di un autore (e a tutte le reazioni emotive che innesca il leggere un autore che già sappiamo di amare). Comunque, poi, convengo con te che è l’unità fondamentale “libro” va benissimo, e sono d’accordo sulle motivazioni che ti hanno portato a postularla.

    Il motivo per cui amiamo leggere i romanzi, è che amiamo le storie. Il motivo per cui amiamo le storie ha chiare radici nell’evoluzione peculiare dell’uomo, animale con capacità cognitive sufficientemente avanzate da poter apprendere non solo grazie all’esperienza diretta, ma anche tramite modelli e astrazioni. Ci sono inoltre forti correlazioni tra l’attivazione dei neuroni mirror e l’acoltare una storia, a quanto ricordo.

  9. Quando ho pensato di scrivere unità di misura cercando di farmi le domande giuste sulla letteratura pensavo proprio ad un’unità di misura diciamo classica e quindi quantitativa. La suggestione dell’autore come unità di misura della letteratura è secondo me, appunto, una suggestione che si origina da un certo modo di vedere la letteratura dal dopoguerra ad oggi. Un modo per intenderci che focalizza poco i testi e si perde molto sull’indagine della persona autore o sulla sua sovraesposizione. Io sono sempre convinto che l’autore sia un mezzo….
    Poniamo caso che tu voglia delle patate. Hai varie possibilità: supermercato, mercato ortofrutticolo, mercatino del quartiere, fruttivendolo, negozio biologico, coltivatore diretto (biologico o meno) etc etc….è chiaro che ad un certo punto individuerai le patate che ti piacciono di più e andrai da chi te le può fornire proprio come piacciono a te. Però non sarà sempre possibile magari che tu riesca ad andare proprio lì e soprattutto anche dallo stesso produttore o venditore le patate che avrai di volta in volta non saranno uguali, saranno uguali ma diverse, perché dipenderà dal raccolto, dalla stagione, da come sono state coltivate, dalla conservazione..insomma da un sacco di eventi correlati (come nella composizione di un testo..). L’unica cosa che rimarrà invariata sarà l’unità di misura fondamentale che chiederai per te: un kg di patate, 30 patate, 10 kg di patate..e quello sarà uguale per tutti. La stessa cosa succede in letteratura quando se ne vuole fruire.
    L’autore tra l’altro non può essere unità di misura perché fortunatamente non è standard con se stesso. Certo che può avere uno stile, una voce, un modo di scrivere etc etc tutto suo..ma i risultati non saranno mai comunque uniformi e personalmente considero rischioso per un lettore scegliere un autore qualsiasi cosa scriva….ma questo c’entra poco con il discorso unità di misura.

    La definizione “or ora data” è quella di Letteratura che ha come unità di misura fondamentale il libro appunto, circa venti righe sopra all’inzio del discorso che si chiude appunto sulla domanda. Forse un po’ troppe righe per arrivare alla domanda ma si sa che il tempo passa in fretta….

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