Saggi

Le riflessioni di Weil sulla libertà

di Giuseppe Savarino*

«I miei contemporanei hanno preferito giudicarmi in mille modi diversi ma bastava semplicemente che ammettessero che l’oggetto della mia ricerca era l’umanità e l’oggetto del mio amore erano gli ultimi, i diseredati».

Chi conosce Simone Weil sa che la sua vita è stata equamente divisa tra misticismo e impegno sociale. Se, sul primo aspetto, Cioran dirà in Squartamento (1979): «Se amo tanto Simone Weil è per i pensieri in cui rivaleggia in orgoglio con i santi più grandi», qui ci soffermeremo solo sul secondo aspetto (non perché l’altro sia minore, anzi possiamo dire proprio il contrario) che ha interessato la prima parte della sua breve ma intensa vita, e in particolare sulle meditazioni contenute nel libro Riflessioni  sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale.

Libro scritto alla sorprendente età di venticinque anni: una genialità emersa precocemente, riconosciuta agli albori dai suoi maestri e più degli altri da Emile Chartier (meglio conosciuto come Alain, autore dei Propos ovvero dei Cento e un ragionamenti). Insegnante in vari licei prima («suscita scandalo e disorientamento tra i suoi alunni, vietando loro di studiare sul manuale di filosofia e rifiutando a volte di dare i voti») abbandona poi la professione per dedicarsi a diversi lavori manuali («per sperimentare le ristrettezze della vita») organizzando manifestazioni antifasciste e facendo parte di movimenti anarco-sindacalisti. Un personaggio scomodo di cui Levi-Strauss dirà: «I suoi giudizi senza appello mi disorientavano. Con lei era sempre tutto o niente». Inevitabile dunque che la sua religiosità si trasformasse in misticismo, soprattutto se “esasperata” da un fisico fragile e dalla tubercolosi (nonché da una forte emicrania, come Nietzsche). Morirà a soli trentaquattro anni.

Un’intellettuale dunque pratico, attivo, non cervellotico, che vive in maniera estrema il pensiero legandolo alla propria esistenza. Le “riflessioni” di Weil sulla libertà furono scritte nel 1934, anche se pubblicate postume. In quell’anno al potere c’erano Hitler, Stalin e in Italia Mussolini: l’orrore e la follia della guerra erano già una realtà. E’ davvero sorprendente l’attualità dello scritto ancora oggi, forse anche questo indice della genialità della scrittrice. Il concetto di libertà di Weil è concreto e visto in relazione all’azione: l’uomo libero è un uomo non rassegnato che riesce a riconoscere il proprio stato. La sua utopia è l’auto-consapevolezza culturale dell’individuo, minacciata dalla divergenza tra la tecnica e il lavoro. Una “tecnologia” non ancora largamente diffusa (nel periodo in cui visse) ma che già intuiva come alienante per l’uomo. Il pensiero di Simone Weil nasce quindi da premesse marxiste, ma questo non le impedirà di criticare aspramente il totalitarismo dell’Unione Sovietica (fu una delle prime voci a rilevare la contraddizione tra l’ideale comunista e la sua realizzazione politica). Simone Weil era indubbiamente dalla parte degli oppressi e della classe operaia, il che ne fa un’interlocutrice direttamente informata della reale situazione, che partecipa agli eventi e ai movimenti, non come intellettuale distaccata, ma esponendosi in prima persona (con le proprie forze e la propria determinazione) al tentativo di emancipazione dell’uomo nel mondo.

Non concorda con Marx sul fatto che la divisione della società in classi determini l’oppressione di una parte di essa. In questo modo, la premessa è la stessa di chi sostiene il capitalismo e cioè la fede nello sviluppo illimitato delle forze produttive: una fede vista naturalmente come causa dello sfruttamento della classe operaia a vantaggio delle classi dirigenti. Rimprovera sostanzialmente a Marx di dare per scontato questo concetto, di non “darne giustificazione”: una petitio principii. A monte – sottolinea – Marx non spiega «perché mai la divisione del lavoro si dovrebbe trasformare necessariamente in oppressione».

L’idea di Simone Weil era che: «le cause dell’evoluzione sociale andrebbero ricercate unicamente negli sforzi quotidiani degli uomini considerati come individui. […] La buona volontà illuminata degli uomini che agiscono in quanto individui è l’unico principio possibile del progresso sociale» (p. 41). Pur riconoscendo in Marx l’importanza (trascurata dagli stessi marxisti) di aver utilizzato il giusto metodo – quello materialista – per l’analisi strutturale dell’organizzazione sociale, ne critica il ricorso, ingenuamente fideistico, alla “rivoluzione proletaria” come unico meccanismo in grado di spezzare l’oppressione.

La storia ci insegna, infatti, ben altro: «fra tutte le forme di organizzazione sociale che la storia ci presenta, assai rare sono quelle che ci appaiono prive di ogni traccia di oppressione» (p.44).

Partendo dall’analisi dei rapporti di produzione affermerà: «mentre Marx sembra aver voluto ordinare i modi di produzione in funzione del rendimento, questi andrebbero analizzati invece in funzione dei rapporti tra il pensiero e l’azione» cioè in funzione della vera libertà dell’individuo: «la libertà autentica non è definita da un rapporto tra il desiderio e la soddisfazione, ma da un rapporto tra il pensiero e l’azione» (p. 77).

«Desiderare non è nulla, è necessario conoscere le condizioni materiali che determinano le nostre possibilità di azione» (p. 22).

Poco importa però se queste azioni si rivelino «agevoli o dolorose o che siano coronate da successo»; l’importante è capire che «disporre delle proprie azioni non significa affatto agire arbitrariamente» (p. 77).

«Che cosa rende schiavo l’uomo primitivo? Il fatto che egli quasi non dispone della sua propria attività» (p. 68). Tuttavia questo si riscontra anche nel mondo moderno con l’affermarsi della tecnica, per cui il problema non solo rimane, ma diventa anche più acuto: «viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo».

Il potere per definizione non costituisce che un mezzo ma «la ricerca del potere […] esclude ogni considerazione di fine e giunge, per un rovesciamento inevitabile, a prendere il posto di  tutti i fini» (p. 54), per cui include – tutti – oppressi e oppressori nel medesimo circuito.

«I termini oppressori e oppressi, la nozione di classe, tutto ciò sta perdendo di significato, tanto sono evidenti l’impotenza e l’angoscia di tutti gli uomini dinanzi alla macchina sociale» (p. 108).

Molto interessante il capitolo “Profilo della vita sociale contemporanea” che ancora oggi può ispirare diverse riflessioni.

«L’impossibilità di mettere in rapporto ciò che si dà e ciò che si riceve ha ucciso il senso del lavoro ben fatto, il sentimento della responsabilità, ha suscitato la passività, l’abitudine ad aspettarsi tutto dall’esterno, la credenza nei miracoli» (p. 121).

Il filo che lega tutti i ragionamenti della Weil è il concetto, complesso e sotteso, di “progresso”:

«La nozione di progresso è indispensabile a chiunque cerchi di forgiare in anticipo l’avvenire, ma può solo fuorviare lo spirito quando si studia il passato. E’ allora necessario sostituirvi la nozione di una scala di valori concepita al di fuori del tempo» (p. 97).

Scala di valori che tuttavia non può rappresentare tutte le diverse forme sociali: necessaria quindi, ma insufficiente.

«Ci si potrebbe immaginare la possibilità di un qualche progresso degno di questo nome cioè di un progresso nell’ordine dei valori umani, solo se si potesse concepire a titolo di limite ideale una società in grado di armare l’uomo contro il mondo senza separarlo da esso» (p. 93) ma «a dispetto del progresso, l’uomo non è uscito dalla condizione servile nella quale si trovava» (p. 70).

Infine, sempre con la sua straordinaria e lucida capacità di analisi, da segnalare qualche pensiero sparso sul periodo fascista, periodo in cui si incomincia a prendere coscienza del concetto di “collettività” e dei suoi paradossi (e in cui si incomincia a utilizzarlo per il controllo politico delle masse) :

«Se c’è al mondo qualcosa di assolutamente astratto, assolutamente misterioso, inaccessibile ai sensi e al pensiero, è la collettività» (p. 93).

«Là dove le opinioni irragionevoli prendono il posto delle idee, la forza può tutto. E’ per esempio molto ingiusto dire che il fascismo annienta il pensiero libero; in realtà è l’assenza di pensiero libero che rende possibile l’imposizione con la forza di dottrine ufficiali del tutto sprovviste di significato» (p. 123).

Opinione che potrebbe allagarsi a tutte le forme di organizzazione sociale e politica, democrazia inclusa: per chi è interessato al significato autentico delle cose, qualsiasi pregiudizio fondato sulla superficie ipocrita di una semplice definizione non è che falsità fuorviante, da mettere costantemente alla prova concreta dei fatti. Processo che Simone Weil non smise mai di considerare prioritario, guardando, istintivamente e caparbiamente, solo all’essenzialità.

* Nota biografica:

Di formazione economica e amministrativa ma parallelamente filosofica e letteraria, Giuseppe Savarino nasce nel 1970 in un piccolo borgo della provincia di Agrigento, in Sicilia. Dopo il diploma di Ragioneria conseguito con il massimo di voti (grazie ad uno scritto su Erich Fromm) si trasferisce, per proseguire gli studi, a Pisa e poi a Palermo dove si laurea in Economia e Commercio. Insegna subito dopo materie economiche, matematiche, informatiche – anche privatamente. Nel frattempo approfondisce gli studi filosofici, sociologici, psicologici e storici. Abbandonata l’amata Palermo si trasferisce nel 1999 a Verona e infine a Milano, dove svolge da alcuni anni l’attività di consulente, in particolare sugli aspetti fiscali e sui processi organizzativi aziendali. Dal 2011 collabora con diversi blog e riviste letterarie, anche cartacee, frequenta un Master di Editing professionale e gestisce il blog letterario “Letture critiche”, dedicato ai “classici del libero pensiero”. Dall’inizio del 2012 gestisce inoltre il blog Tutto Cioran, per approfondire gli studi sullo scrittore rumeno-francese Emil Cioran.
Frequentatore assiduo di biblioteche e librerie, ama circondarsi di libri e di tanti aspetti dello scibile umano – di natura letteraria e scientifica – coltivando voracemente un faustiano interesse per la conoscenza, per la quale continuerà ostinatamente a rifiutare qualsiasi artificiosa frammentazione.

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10 thoughts on “Le riflessioni di Weil sulla libertà

  1. Nel darti il benvenuto in Samgha Giuseppe ti ringrazio per avere riportato alla (nostra) ribalta la figura straordinaria e difficilmente ripetibile della Weil.
    La quale, inavvertitamente certo, in questo passaggio da te ricordato [«a dispetto del progresso, l’uomo non è uscito dalla condizione servile nella quale si trovava»] rammenta assai da vicino quanto Croce andava scrivendo dopo la Seconda guerra mondiale: «talvolta popoli civili si imbarbariscono, si inselvatichiscono, si animalizzano o ridiventano bestie feroci, e tornano nella natura». Poiché la natura possiamo intendere tanto quello stato bruto e selvatico, ferino che asservisce ciò che di ragionevole possiede l’uomo, quanto quello stato di primazia della ragione e della tecnica che avvilisce il corpo e la sua biologia.
    Un caro saluto, L.

  2. molto ben strutturato questo pezzo sulla Weil, ho letto con interesse e approvazione…e ho apprezzato anche la nota sottostante dell’autore che non conoscevo :-)
    sulle citazioni che evidenzi (e non solo) ci tornerò su…sono sempre spunto di riflessione,
    sapendo quanto era contraddittoria la sua esposizione – selettiva – del pensiero (in alcuni suoi appunti ricorda le espressioni dell’algebra).

    un saluto e a presto!
    c.

  3. Sono io a ringraziare voi di Samgha (e Luca Ormelli in particolare) per l’accoglienza e la disponibilità; e tutti per i generosi giudizi.
    Purtroppo le figure femminili nel mondo del pensiero sono state storicamente poche (sui motivi possiamo largamente discutere ma il dato di fatto è questo).
    Non riesco a farmi una ragione per cui tutti (e tutte) o quasi conoscono insulsi personaggi mediatici (tra farfalle e farfalline) e pochi (e poche) conoscono Mary Wollstonecraft, Mary Aspel, Hannah Arendt, Simone De Beauvoir, Rachel Bespaloff, giusto per nominare le prime che mi vengono in mente.
    La perdita di efficacia ed efficienza per la conoscenza complessiva è paragonabile soltanto alle perdite di possibilità che derivano dalla diffusa povertà nel mondo, muro incomprensibile e folle dell’intero percorso umano-esistenziale.

  4. non tutti conosceranno quelle grandi donne che nomini, ma certamente molti, come me, sanno che le donne sono la risorsa più grande in campo umano, a partire da Madre Teresa di Calcutta.
    (e non c’è bisogno di aver studiato per saperlo).

    Buona serata! :-)
    Carla Maria Diana

    • Non credo sia una questione di genere, piuttosto di equivalenza di opportunità. In questo senso non credo che le donne siano “la risorsa più grande” ma semplicemente delle “possibilità non colte”, spreco per l’umanità intera.
      Come in maniera equivalente lo è chi, uomo o donna, non ha accesso alle risorse e alla conoscenza per le condizioni di povertà in cui si trova, casualmente e crudelmente senza meriti né colpe, più dedito a sopravvivere che a vivere.
      Purtroppo credo che l’intuito sia necessario ma non sufficiente.
      La modernità purtroppo ci porta al consumismo della conoscenza e dell’informazione: c’è uno squilibrio evidente tra ciò che si dovrebbe sapere e ciò che si sa.
      Ci vuole proprio tanto studio e ostinazione oggi per “camminare sulle spalle dei giganti”…

  5. spreco per l’umanità intera poteva anche ometterlo, egr. dott. Savarino!
    ma tantè, il pensiero maschilista è diffuso come la forsizia in questa stagione…

  6. “Umanità intera” è d’obbligo quando si parla di grandi pensatori o pensatrici.
    Non capisco come questo possa essere legato al “pensiero maschilista” quando il concetto era proprio il contrario.
    L’assenza o meglio la poca presenza delle donne nella storia del pensiero umano (“dell’umanità intera”) è uno spreco, dicevo: questo sarebbe maschilismo?
    Obiettivamente mi sfugge il nesso, sarà l’effetto della forsizia primaverile…

  7. Scusami il fraintendimento, probabilmente è stato il termine spreco a fuorviarmi.
    Le donne pultroppo sono sempre state vittime dei pregiudizi della società, in qualsiasi epoca…è una realtà di fatto, e ha origini molto antiche.
    Una buona serata, possibilmente lontano dalla forsizia!:-)

    • @Carla
      Nessun problema per il fraintendimento.
      Certo, ho trovato “curioso” essere accusato di maschilismo, nonostante il mio impegno su diversi fronti a favore dei diritti umani in generale.
      Per il resto, è vero che ci sono pregiudizi “sulle” donne ma purtroppo è vero anche che esistono, in gran quantità, dei pregiudizi “nelle” donne.
      Un cambiamento in questo senso non è davvero facile- a volte penso quasi impossibile- visto come siamo (tutti) pervasivamente legati da sovrastrutture culturali che non solo limitano l’individuo ma lo annullano e nei peggiori dei casi lo mortificano.
      Quello che ha cercato di fare Simone Weil, dimostrandolo con la sua stessa esistenza, è la rottura di questo meccanismo che già intuiva sarebbe diventato pericolosamente centrale nel mondo moderno.

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