Diari newyorkesi/Poesia/Speciali

“Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York): l’occhio pittorico di Giorgio Luzzi

Franz Kline

Giorgio Luzzi è un poeta ben noto al pubblico italiano soprattutto per i suoi notevoli ultimi tre libri composti di liriche visionarie e potenti (Predario, Marsilio, 1997; Talìa per pietà, Scheiwiller, 2003; Sciame di pietra, Donzelli, 2009). Quelli qui presentati sono quattro testi (i primi due inediti, gli altri tratti dalla sua ultima raccolta) legati da una filiera di minime immagini concrete narrate con piglio di ritrattista accanito sul dettaglio, ma poi capace di donare sempre un senso ulteriore che sopravanza il dettato quotidiano e sfocia in una dimensione simbolico-morale alta («E per mostrare che di là c’è ancora qualcuno, / non fosse altro che un semplice sospetto tra tazze bicchieri riviste»).

C’è in queste poesie una umanità minore quasi cieca, intrappolata nella vita. Quello che ha colpito lo sguardo pittorico di Giorgio Luzzi (il rapporto con la pittura è una costante della sua poesia) è un mondo di umani in transito, faville quasi spente e senza traccia,  in netto contrasto con la New York da cartolina (accuratamente evitata) immersa nella luce della sua energia irrefrenabile e tipicamente fascinosa. Luzzi cerca l’uomo newyorkese là dove meno si annida il cliché. Non c’è compassione elegiaca in questi versi, ma solo testimonianza di un mondo visitato e tuttavia lontano e, per questo, narrato con un tocco a tratti ironico, a tratti mesto, quasi indifferente (su cui aleggia un duro tono terragno), in una lingua solo apparentemente colloquiale e invece dotata di uno specifico ritmo (che, tra l’altro, invoglia alla lettura ad alta voce) e di una lucida densità del dettato (spesso sconfinante in una sorvegliata quasi-prosa, ricca di tonalità tra Montale e Zanzotto).

Alessandro Polcri

***

Giorgio Luzzi*

Screen test a New York

In quale covo di pudicizia
in quale interna pace Grace
una Grace, sai, la piccolina
e anonima ragazza americana, quella
che abita ora al di là dello schermo con la bocca
agganciata alla superficie come un granchiolino,
quella Grace così finemente obesa
grondante borotalco, mai
una volta che si mostri tesa, ebbene
quella bocca a ventosa appesa dalla parte
interna dello schermo, proprio Grace
completamente depilata, forse
un po’ cicciotta, non lo nego, ma
ammetterai il profumo e il deo, eh come sanno
in ogni circostanza queste piccole
americane, ebbene lei mi pare
(“mamma sono già qui mi fa sognare NY”)
venga precisamente dal Missouri, lei
apre ora le labbra su un dentino cariato,
meglio sarebbe che non lo avesse amato,
ahi piccolo cratere
oh sventura ecco che deglutisce
Grace è censurata
spacciata.

*****

Little Italy

1
La nostra fu un’America – la ripensammo
anni orsono visitando Ellis Island – un po’
particolare. Della Germania in altro luogo e tempo.
Sanguinacci, barbieri analfabeti, altopiani,
medagliette e pistole. Un console si compra facilmente
basta avere l’amido al collo al momento giusto.
Ogni attracco ti può rendere molto
se sai imporre una taglia sul respiro. Il vanto
della nostra economia, della nota
astuzia analfabeta del Paese, il vanto questo fu.
Lingua franca che broccolino fu.

2
E ora che gusto c’è?  Dai giornali che c’è?
Bambini appesi da Cattelan nei parchi di poliestere
a alberi di vinile, a un verde di sintesi, giocano,
giocano e muoiono sparsi sul pianeta.
Poi uno si affaccia su Milano
e Tél chì!, sporge la mano
sul parco imbambinato e sembra d’essere
al Central Park o al Toro di Wall Street.

3
E ora
in questo stesso istante, a Little Italy,
un tenore solido e bruno canta l’avemaria
dentro una neochiesa, tra ventagli e scollature.
Poi sgorga O sole mio,
decolla dentro l’unica navata.
“Pensa a quei tonti che girano la Cina
e poi pensa a noi qui, al caffè espresso,
all’angolo d’Italia col barbiere d’una volta
E che strada s’è fatta, che molta”.

*****

Il sogno era del tipo: Sulla terra
di Long Island sedemmo in pianto. Oltre
la spalla pozzanghere, irtume,
radure e un sole storto. E la voce
di un ispanico nomade: Levàntate, morenita.
Pioggia e petrolio, incubi iridati.
Là un’auto senza ruote, seminata.

*****

Franz Kline

Poesia dipinta alla maniera di Franz Kline

Quel cane che scoppiò dopo aver divorato una saponetta
e quei tipi segaligni dei docks avidi di losche carni
di conigli male scuoiati. In quegli anni
in cui le cattedrali di scarico strutturavano il porto
costruito in studio per il delatore Kazan
Franz abbordò per le scale una che le calze di seta
aveva fermato a chiarugiolo all’inguine e le scendevano
gradino dopo gradino. Le chiese
di rinunciare per il momento a diventare sua moglie
a pieno titolo. Si viveva in quei saloni
pragmatici anche nei loro slanci ornamentali
saloni di pubbliche insegne pieni di donne cotonate
pancetta uova birra alle quattro del mattino
cena o colazione secondo le stagioni o i gusti.
Fu così che un giorno Franz decise per il nero
che fosse il volto primario della coscienza
o semplicemente la negazione della negazione
nell’atto in cui veniva posto come trascendenza
o meglio l’astrazione dal mondo che è un po’ la stessa cosa.
Impastato in una tinozza da sardelle il nero dialogava
con una tanica colma di zinco di Behlen
legato in olio, per pareti. Anche un po’ di titanio
per la precisione esalta gli effetti cadaverici
e contemporaneamente immortala l’artificio e tutto ciò
è proprio dell’arte, di ogni arte. Il nero ripassa
in una pasta lavorata, maionese
dentro una zuppiera di conchiglie
o grani di perle o occhi sporgenti di granchio
poiché questo è l’unico caso in cui rimane
intatto il trasformato uscito in assoluto
dall’emergenza delle distruzioni. E al nero
solo al nero questo riesce in certi casi,
accade cioè che esso rimanga smagliante dopo molte vite.
E il bianco spesso trascorre sul nero e lo purga
come canta una ferita sotto una benda, conquista
luttuosa, guerre gagnée addosso
al cupo detentore della pace
al grembo del catrame
ma quando, solo quando il gesto è un armonico wagneriano
intrecciato con bebop.
E per mostrare che di là c’è ancora qualcuno,
non fosse altro che un semplice sospetto tra tazze bicchieri riviste
e dunque per mostrarlo finalmente,
il suo uomo invisibile travestito da automa,
dopo tre ore tiratissime Franz consulta l’orologio,
frigge un sudore acerbo all’alba tardiva di N.Y.
Così la grande tautologia si accinge ad agire,
lacca a secchiate, pale e tele per definire
una concezione molto didatticamente europea di Abstract Painting,
come se dicessimo che questa è una pipa
o frasi come Aurora Aurorale o Pane Panico
necessarie a chi vede il corpo minacciosamente
avvicinarsi alle parole. Lasciammo Franz Kline
presso la Laguna Carontea del principe nero, pastoia
pronta per il transito mascherato, lui
con quei baffetti sottili da latino-americano per caso.
È fatta,
chiunque sia partirà domani per Black Mountain.

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*Giorgio Luzzi (1940) è nato e cresciuto in provincia di Sondrio in luoghi di confine, ha studiato a Pavia e poi a Torino, città dove vive da molti anni. Critico, narratore, saggista letterario, recensore, traduttore di testi poetici dal tedesco e dal francese, interprete di artisti visivi, ha pubblicato numerosi libri di poesia, i più compiuti per gli editori L’Arzanà, Crocetti, Marsilio, Scheiwiller, Donzelli. Per una bibliografia completa: http://www.centopagine.it/node/106

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2 thoughts on ““Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York): l’occhio pittorico di Giorgio Luzzi

  1. Poesia molto accesa, giovanissima, con quel taglio elegantemente freddo che non contrasta il colore preso subito, con gli occhi e con il fisico, direi. Mi piace perché “scarica” addosso con ottima classe ritmica anche tutta la fluorescenza valida della pop art, che ovviamente ricrea e arricchisce.
    Giorgio Luzzi clamoroamente prova che la poesia si stacca dall’anagrafe del poeta, come la beatitudine dal santo. Non c’è biografia che tenga un autore nei confini dei suoi anni. O si è freschi e saldi sulle gambe subito e sempre (come in questo caso), o saranno i fatti del mondo a parlare stancamente nei nostri versi, ma non noi a concepirli. Giacché ogni cosa ci conduca alla scrittura è un “inevitabile” fatto del mondo.

  2. La poesia di Giorgio Luzzi è di quella che si fa ascoltare, può apparire ostica, ma focalizza nell’immediatezza uno stile permeato dalla contemporaneità, che mima la paradossale vicenda dell’uomo e dell’individuo (più in particolare), stretto nella morsa del suo “mal di vivere” in collisione quasi col ritmo provocatorio dei tempi e dei luoghi sempre il contrasto tra l’io e il doppio di sè, tra l’esistente e l’assente, la morte e la vita. Spesso può somigliare ai quadri pop o della new age, ma vi è dentro il tormento e la recrudescenza di un male che spinge la scrittura a redigere un conto con la vita profonda di ognuno, con la società e con il mondo, attraverso una specula che fa da lente bifocale per vedere in se stessi e negli altri la forma che ne trascriva il dubbio, le incognite, le inadempienze, i contrasti del genere umano.

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