Recensioni

«Che senso ha tutta questa litania» (da: Cesare Viviani, “Infinita fine”, Torino, Einaudi 2012)

di Giorgio Luzzi*

Che senso ha tutta questa litania

di conoscenze,

se dice di amare

chi è al suo fianco?

Forse che la perfezione si raggiunge

con la memoria e l’ossessione?

O come un improvviso aperto bagliore solare,

non in graduale crescita dall’alba,

il coraggio di questa voce gridata

sul paesaggio, aperta,

ma anche inestinguibili tante piccole paure

disseminate, nascoste

come tanti fornellini ardenti

o, peggio, tanti roditori neri (p. 63).

Il titolo del libro è nettamente tematico. La sequenza delle poesie non presenta alcun titolo parziale, né per le singole sezioni né per i singoli componimenti.

Le due osservazioni congiunte non sono per nulla oziose quando si tenti di risalire a una ricomposizione del senso del singolo testo per scrutarne la fenomenologia. Nel titolo del libro si sfidano a duello due aspetti: quello mnemonico-acustico, fondato su un calembour e su una drastica opposizione logica basata sulla categoricità dei valori trainati; quello semantico, denso di un peso esistenziale ineludibile. Il bisticcio imposto dalla superficie semantica tenderebbe a sdrammatizzare, lasciando però ben presto un alone, una scia di sospetto, aggrappata a categorie concettuali preoccupanti; la perentorietà ellittica del nesso ne accentua la portata in termini categorici. I materiali di costruzione dell’enunciato sono pochi e ripetuti, da rimpiattino mnemonico appunto: il gruppo –in ricorre tre volte su dodici lettere dell’alfabeto presenti, occupando la metà esatta dello spazio fonematico investito.

Proviamo a isolare in essa la funzione di preposizione semplice designante un ostinato interno. Dunque il titolo del libro mostra di essere stato destinatario di una cura particolarmente pronunciata anche in direzione segnaletica, e in questo non si esclude la presenza di una pressione editoriale attenta agli effetti di sorpresa suscitati, già a livelli subliminali, dalla comparsa della designazione dell’oggetto (merce). Quale che ne sia la genesi, se endogena o esogena rispetto all’autodeterminazione dell’autore, occorre concedere alla formulazione del titolo una valutazione ampiamente positiva in ogni senso; l’equilibrio tra la pulsione della phoné e centralità del quadro esistenziale suggerito sembra appunto ben riuscito. Il testo. Alla pagina precedente compare il seguente componimento, di tre soli versi:

Alla fine l’unico merito che ho avuto

è quello di avere vissuto

molti anni a Milano.

Alla pagina successiva si legge quest’altro:

Così posso immaginare che quest’aggiunta

umana, costruita sul terreno,

sia stata ordinata dagli dei

– costretti gli uomini a costruire,

semplici esecutori:

sia divina.

Inserita tra queste altre, è innegabile che la poesia che ho prescelta per il commento sia dotata di un tasso di letterarietà, di caratteristiche formali, di garanzie della funzione di écart, sensibilmente più alti. Il decollo lirico-emotivo scatta precisamente al verso 7, dopo i primi sei versi occupati dalle due frasi interrogative: all’interno di esse sarebbe molto arduo cercare di fare affiorare caratteristiche dell’enunciato che si qualifichino immediatamente per essere portatrici del cosiddetto linguaggio poetico; si tratta di due frasi interrogative spezzate in vista di una configurazione grafica del tutto soggettiva e per nulla diverse da ciò che avrebbero avuto da dire se incluse in un contesto praticheggiante, di prosa. L’autore non ha avuto cura di questo aspetto, preferendo correre il rischio dell’indeterminatezza: il poetico è tramontato, sembra dichiarare Viviani, e leggere poeticamente il mondo è un’illusione consegnata al passato. Ci troviamo di fronte a una istituzione la cui identità viene conservata unicamente a livello nominale, un involucro convenzionato, contenitore di un discorso a tesi, problematizzato, convergente sulla ricchezza di interrogazioni centrata nel titolo del libro, fascinoso e trasparente.

La parte rimanente, cioè il più dei versi della poesia, è viceversa un esempio eccellente di emotività controllata, di uno stato di riscossa rispetto alla intellettualità della tesi (ma pensiamoci un po’: c’è storia, collettività, congiunzione destinale, civiltà violata? ci sono, nel titolo, questi orizzonti?). Credo nell’udito, ci credo profondamente e tenacemente: credo nella musica della ragione e nella ragione della musica; abbandonarci alla promozione di una ulteriorità crea uno stato di complicità tra liberi, di euforia della condizione eufonica, è socializzante di per sé, ci fa sentire che talvolta la ragione un po’ folle delle emozioni ha qualcosa da spartire con un ardore libertario. Per questo si scrivono e si leggono poesie: per l’amore alla libertà e per non dimenticare che è da quel punto che gli altri valori, a partire da una disciplina sociale tra uguali, hanno la loro fonte. La seconda parte della poesia di Viviani, malgrado le tesi del libro, malgrado la presumibile e perversa gioia dell’editore nell’avere un autore così finalmente leggibile non importa come, questa seconda parte, dicevo, ci dimostra che l’autore sa parlare anche per noi, è nostro portavoce, e che se le sue sentenze slittano via veloci, forse già insidiate in partenza dall’effimero, viceversa le sue invenzioni, equivalenze, bizzarrie, ardimenti, si ostinano a riaprire nonostante tutto il gioco.

__________________________

*Giorgio Luzzi (1940) è nato e cresciuto in provincia di Sondrio in luoghi di confine, ha studiato a Pavia e poi a Torino, città dove vive da molti anni. Critico, narratore, saggista letterario, recensore, traduttore di testi poetici dal tedesco e dal francese, interprete di artisti visivi, ha pubblicato numerosi libri di poesia, i più compiuti per gli editori L’Arzanà, Crocetti, Marsilio, Scheiwiller, Donzelli. Per una bibliografia completa: http://www.centopagine.it/node/106

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