Diari newyorkesi/Poesia/Speciali/Travelogue

“Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York): “Il fiume evitabile, il fiume inevitabile”

Ripropongo una della  prime puntate del Diari newyorkesi uscite su Nuok. Le vorrei ripubblicare tutte nei mesi a venire  in modo da avere qui su Samgha la serie completa ed evitare dispersioni. Questa qui presentata è una generosa selezione di testi di Alessandro Carrera che rende bene l’idea della capacità di osservazione e di rielaborazione letteraria che l’autore possiede. Si passa dalla poesia allo schizzo narrativo. In ogni testo assistiamo alla apparizione di personaggi prevalentemente anonimi mescolati a colori e a sensazioni che rendono viva la percezione di New York anche a chi non c’è mai stato. A chi, invece, vi ha transitato o ci abita, donano il piacere della condivisione e, a volte, addirittura della sorpresa (come nel breve e concentrato racconto Corteggiamento in metrò o nella bella poesia metafisica L’universo dalla Terza Strada). Il graffiante finale della Città dei falliti descrive una New York nuova e inaspettata: un posto il cui mito di città delle possibilità infinite a volte può anche implodere se si considerano i molti che – malgrado le pirotecniche aspettative iniziali di rinnovamento delle loro vite – vi passano senza lasciare traccia e senza realizzare quanto si erano proposti di fare.

Alessandro Polcri

***

Alessandro Carrera*

Il fiume evitabile, il fiume inevitabile

La mia New York

Ho vissuto a New York dal 25 gennaio 1995 al 10 settembre 2001. La prima data non è memorabile. La seconda oggi suona bizzarra. Il calendario non ha voluto che io testimoniassi un evento, come quando getti le monete dell’I-Ching ed esce l’esagramma 59, “Una tempesta colpirà non noi ma i nostri vicini”. Abitavo sulla Third Street, negli appartamenti della NYU. Non ci sono arrivato direttamente dall’Italia, ma da Houston, dove ho abitato dal 1987 al 1991, e da Toronto, dove ho abitato dal 1992 al 1994. Avevo assorbito i deserti del Texas e le foreste dell’Ontario prima delle gole di Manhattan, e New York per me non era più la Trantor dove arriva il giovane Hari Seldon per scoprivi le leggi della psicostoria e predire la caduta dell’Impero Galattico (se avete letto il Ciclo della Fondazione di Asimov mi capite, altrimenti andate a leggerlo, oggi stesso). Era di meno e di più. Era casa mia. Subito. Dal momento in cui ho messo giù le valigie in una camera del Washington Square Hotel, in attesa che mi liberassero l’appartamento dall’altra parte della piazza. Non provavo nemmeno il senso di estraneità che aguzza immediatamente l’attenzione del viaggiatore o del diarista in transito. Quindi è successo che, a puro livello di sensazioni, per molto tempo ho scritto di più sul Texas e sul Canada di quanto abbia scritto su New York. Uscire di casa la mattina era una gratificazione sufficiente, non aveva bisogno di essere supplementata dalla scrittura. Ma poi alla fine qualcosa ho scritto. Perfino un romanzo. Si chiama Skyline (Manni 2009). L’ho messo insieme una volta tornato a Houston, costringendomi a immaginarmi quell’11 settembre dal quale il caso mi aveva deviato. Il resto su New York, un po’ prima e un po’ dopo il 2001, è qui. Ho estratto una sequenza di poesie newyorchesi daL’amore del secolo (Book Editore 2000), nonché due poesie da La stella del mattino e della sera (Il Filo 2006). Delle prose, la prima è ricavata da un articolo uscito sul quotidiano “Europa” il 15 maggio del 2009; la seconda è inedita.

Da L’amore del secolo

33.
Di tutti i fiumi evitati da Magellano,
non ce n’era uno più evitabile dell’Hudson.

Di tutti i fiumi che il capitano Cook aveva esplorato
non ce n’era uno meno esplorabile dell’East River.

Ma per tutti i tremendi appassionati delle acque
i suoi moli intravisti erano l’attacco della canzone

dell’elenco telefonico dal quale nessun nome
si poteva lasciar fuori, come se un gregge di cherubini

fosse già al lavoro a metter giù quell’incubo di lista
per il Party della Resurrezione.

34.

Nel giornale di bordo del caso, Magellano
avrebbe dovuto passar oltre l’isola di Manhattan.

Ma il giornale di bordo del caso ha tante pagine strappate
dove scure macchie d’unto nascondono alla vista molti approdi.

Lungo i margini frattali di quella vecchia,
macchiata pergamena, il destino non fa che
costeggiare, chiedendosi se il party che
infuria nell’interno, oltre la spiaggia, avrà fine

nella pattumiera dell’estasi
o nei postumi del senso comune.

35.

Adolescenti postalfabetizzati erano alle prese
con la grafia del suo nome.

Più che basta per convincere un foresto
che poteva esser l’inizio di un bel culto,

magari un Tetragrammaton futuro.
Dopo lo sbarco ed esser stato trattenuto

all’Immigrazione per via
di certi fatterelli, fu in seguito

adocchiato a tarda sera a firmare un assegno:
la prima vera riga del suo canto di se stesso.

36.

Ma gli piacevano quelle corse ipnagogiche
sui treni di Long Island, quando andavano
via le luci e si vedevano solo le istruzioni

fosforescenti in caso di emergenza
come nel tunnel di un nuovo tipo di amore
o come se in quei momenti il tempo si fermasse

e lui non stesse davvero vivendo
ma solo rubando del tempo alla vita
come fa un fumatore accanito, ben sapendo
che dovrà ridare indietro quel che ha preso.

59.

Poi un sabato mattina alla dogana
vicino al Bowling Green gli venne in mente

che in Brasile era estate e che l’afosa Curitiba
era cinta da un’inquietante assenza di notizie.

Nel frattempo il fascino della Grandissima Ignoranza
veniva inutilmente messo sotto accusa al suo paese natale,

la rozza alternativa all’ineffabile era ancora
disponibile in molte canzoni country & western,

ed ogni menu esotico che arrivava alla sua tavola
era accompagnato da uno strano sibilo mortale.

65.

Credeva nella bruttezza delle vecchie profughe russe che prendevano
il sole a Brighton Beach con un cartoncino giallo che gli copriva il naso,

nella morte di uno scarafaggio solitario che aveva scalato sedici piani
per finire inzuppato a pancia in su sul fondo della sua vasca da bagno,
il suo intero treno di zampe incrociate sul suo addome. Credeva

nella scarsa eccitazione di una serata per scapoli in una sala da ballo affittata
dove le passabili arrivano per ultime perché le brutte arrivano per prime,

credeva nel mistero degli autocarri di una troupe di cineasti
parcheggiati di notte all’incrocio tra Houston e Mercer, i cavi
a convogliare torrenti di luce come capitoli di una Genesi riscritta.

67.

Credeva nella poesia del topo di metropolitana
che cercava di trascinare un grosso pretzel salato
lungo la corrente di melma che costeggiava i binari,

nell’eleganza dei cerchioni d’automobile che pendevano dalla concertina
di filo spinato all’ingresso di un provvisorio rifugio di barboni,

nella stimolante psicologia dei prigionieri che sviluppano
un profondo attaccamento per i rapitori che li tengono in ostaggio,

nell’ago del compasso morale che la gente allarga spesso
per includervi il vandalismo occasionale delle proprie anime;
in ogni amante infedele, preceduto da una predica di rose.

70.

Considerò seriamente, lui che era lui,
la possibilità di diventare una lei.

Pensava spesso alla pienezza
di un simile esilio dal maschile.

La sua voce avrebbe preso il tono acuto
di un castrato o sarebbe stata la rauca
messaggera di una che non le va bene mai nessuno?

Avrebbe fatto sbattere il soprabito lungo Park Avenue
nelle pause della sua interessante professione,
il contraccolpo dei tacchi fin su nella spina dorsale?

Corteggiamento in metró

La scena si svolge sulla linea 9 della metropolitana. A una fermata sale una ragazza graziosissima, angelica, una fatina bionda in camicina bianca, gonna corta bianca e soprattutto pelle bianchissima, immacolata, interotta solo, sulla faccia, da sparse efelidi rosa e da due grandi occhi verdi. Si siede leggerissima tenendo le gambe strette, le mani su una borsa anch’essa bianca. Alla fermata successiva fa il suo ingresso un giovane dai lineamenti ispanici, tozzo e robustissimo, niente collo, testa nera incassata nelle spalle potenti, bicipiti e tricipiti da culturista, occhi scurissimi sotto un cespo di capelli ricci. Il giovane adocchia subito la ragazza, le si mette di fronte, in piedi, senza reggersi a sostegni, in equilibrio nel vagone in corsa come un masso di granito, e comincia a fissarla. La ragazza si fa piccola sotto quello sguardo, e lo sguardo è così insistente, così smaccato che tutto il vagone si ne accorge. Nessuno fiata più, si immobilizzano tutti, guardando la scena. Il giovane sta tendendo i muscoli da fermo, senza fare un movimento, come un animale che stia per balzare sulla preda. Quel poco che restava del suo collo è già scomparso, e la sua faccia si fa sempre più rossa. Respira profondamente, come preparandosi a uno scatto. Ormai è paonazzo come un tacchino, e i suoi occhi non smettono un momento di perforare l’aria in direzione della ragazza che poveretta sta cercando di sparire nella borsa e nella gonnellina troppo corta, e anzi sembra farsi sempre più bianca, sempre più fragile e slavata sotto quella corrente rossa che la investe. Non si potrebbe neanche dire che il giovane la stia spogliando con gli occhi. Sembra piuttosto un mostro da cartoni animati che con uno sguardo laser la voglia liquefare lì sul posto. L’urlo della frenata sfreccia nel vagone come l’effetto speciale di un film dell’orrore. Noi non ci siamo più, siamo solo paia d’occhi che contemplano ipnotizzati quella scena animale tra il gallo e la pollastra, il pavone e la pavoncella, il toro e la giovenca. Il treno si ferma. Nel momento in cui le porte si aprono il giovane toro mette una mano in tasca, ne estrae un biglietto da visita, lo mette nelle mani della ragazza ed esce dal vagone. Torniamo tutti a respirare. Riesco a vedere che il biglietto riporta un indirizzo e un numero di telefono scritti a mano, con calligrafia pesante e grossa, quasi un graffito. La ragazza bianca lo contempla a bocca aperta, gli occhi verdi del tutto sgranati. E io qui, senza nemmeno sapere se poi lei l’ha chiamato.

Sidi che parla italiano

Sidi che parla italiano a New York
racconta l’Italia come lui l’ha trovata
come Annibale a destra della Spagna
impestata di lombardi e di romani.

Sidi che parla francese e italiano
racconta di come ha imparato la lingua
di come gli è servita sulle strade nei
cantieri e sulle lunghe lunghe spiagge.

Sidi che l’inglese non lo parla e sulla
Quinta saluta nei negozi in italiano
gli viene un’idea e mi chiede ma
il libro dei morti qui dove si trova?

Ci vuole un po’ a capire che dice le pagine
bianche, l’elenco dei vivi. Che vivi,
che vivi mi ride guardandosi in giro,
qui l’unico vivo era quel mostro

del novecentotrenta innamorato
in cima a quella guglia.
Mah! Mestiere ce l’ho sulle dita,
sarà ora di metter famiglia

prima di perder lo sputo e la vena,
Sidi ha già cambiato argomento,
ma serviva mettersi in ghingheri,
la vista valeva la pena.

Ha visto gente che si è spenta
per la sete che sembrava una
candela smozzicata. Il barcone
stava fermo, i pellegrini squagliati,

c’era niente da pensare, ti scuotevi
come pazzo e nelle orecchie ti rombava
il coro immenso di quelli rottamati
sulla riva. Alla fine era il caldo

a muoverti sul mare, o così ti pareva.
Non sto ancora tanto bene, fa Sidi,
sono un tronco di cera, quando spegni
la candela e quella fusa che è colata

sembra un albero tagliato, le radici
ancora forti eppure è morto.
Ma il libro dei morti, dallo qua che
cerco un nome, fra dieci milioni

un paesano, in viaggio insieme da
Dakar a Gibilterra, io per Spagna
e Pirenei, lui non lo sapeva, ma
l’America, diceva, l’America mi gira.

Sidi che parla francese al telefono
adesso piange a occhi bassi
l’orecchio appeso alla cornetta
calcando un marciapiede della Quinta.

Tutto ha trovato sul libro dei morti,
il nome, l’amico che esplode il suo nome,
sei qui, come hai fatto a arrivare,
mi sono sposato, com’è che è l’Italia,

anche tu quante magliette taroccate,
combiniamo stasera che devo partire.
E poi che ha messo giù mi dice
che questa è davvero la valle dei morti,

dove i vivi ci vengono uno a uno
per star pronti il giorno che saremo
tutti assieme, bianchi e neri
che saremo, a sentircela cantare.

L’universo dalla Terza Strada

Non appena il sole sarà spento
tra cinque miliardi di anni
la nostra galassia troverà sulla sua strada
la nebulosa di Andromeda
altrimenti detta M31
a due virgola due milioni di anni luce.

Per adesso
Andromeda è dove è sempre stata:
alcuni gradi sotto, alla destra
dello sbaffo di nome Cassiopea
che pare una M rovesciata
a mezzo cielo
guardando su a nordest
quando è ora di dormire
alla fine dell’estate.

Nelle notizie che si passano le stelle
lo scontro di galassie è già imminente.
Sei, settecento miliardi di bianche
nane e di giganti rosse,
non contando i pianeti,
come un bel tamponamento in autostrada.

Sarà un evento memorabile,
se ci sarà qualcuno a ricordarlo.

Ci dovremmo preoccupare
prima o poi. Ma anche adesso
non c’è cruccio più serio
visto che lo spegnersi del sole
a confronto
non sarà che un incidente di passaggio.

Distesi in questa camera da letto
guardando le stelle
in una calda sera di settembre
vediamo lo Scorpione
uncinare le cime dei palazzi,
il Delfino appoggiarsi su un’onda
che adotta l’intera Via Lattea
come sua cresta schiumosa
mentre il Sagittario è un grumo proprio là,
dove la spirale
cade ad arco sui tetti illuminati.

Molto più lontano, M31
(da non dimenticare, M31)
sparge una debole nube.
Le costellazioni ci sono ancora amiche,
per adesso.

Intanto, dall’East River allo Hudson,
l’autocarro dei pompieri ha liberato
le sue erotiche sirene
e gli antifurti accaldati delle auto
a intervalli
fanfarano di gioia.

Dal nido di piccioni che sta sotto la finestra
viene un tubare che è poco
diverso
dal suono contratto
di un pulsar.

I cani immensi
dei nostri piccoli vicini
frugano ancora il giardino,
scoiattoli si lanciano
da un ramo a un altro ramo,
non più pesanti dell’erba,
non più leggeri della brezza.

È quasi l’ora che Saturno,
ottocento milioni di miglia,
quasi nulla,
si arrampichi su in cielo
giusto ai piedi di Andromeda
che ha una luce stasera
dell’età
di una punta di selce
trovata in una grotta.

Il passato ci raggiunge con notizie
del futuro, e noi che dal letto
guardiamo la vetrata, veneziane tutte alzate,
siamo il punto di sezione
dove niente è come prima
e neppure avrà modo di sapersi
in quello che sarà.

Ci dovrebbe venir facile parlarci
con la testa sul cuscino.
Anche questo è uno stemma molto antico,
un’araldica solenne d’onestà.

Però non ci parliamo
e fuori il vento sta coprendo di nubi
una stella collassata
che ha una massa più grande del sole
compressa in un diametro
di meno di dodici miglia
in una raffica di raggi gamma e X
che nessuno strumento li vede
se non i nostri occhi così umani,
e palazzi adesso neri si alzano a sfregiare
il tessuto d’orizzonte come chiodi
su fiancate di auto nuove.

Niente ci spiega perché nell’alone blu ghiaccio
e d’argento sui bordi
di un ponte di luce
che principia a sfrangiarsi lentamente
come un lampo di test nucleari
(pare strano che non scoppi in un accordo di flicorni)
a noi lontanissimi
dall’essere lontani
ci viene così greve di trovare
parole per noi due
che non siano un po’ amare, un po’ insincere.

Eppure abbiamo sangue d’altri amanti nelle vene,
lo sentiamo il lavoro che hanno fatto
perché nel nostro nulla
si insinuasse il ricordo di quell’ira
e del calore
acceso al loro fianco.

Rendendogli omaggio ci alziamo
rimandando altre battute,
altri finali di commedia,
e stiamo a guardare dai vetri
una fine di stella invisibile.

È proprio a noi,
solo a noi che si trasmette la sua luce
come una torcia bruciante
nelle mani di uno stravolto
maratoneta.

(Mi hai chiesto se mai inventeranno
una macchina del tempo
e io ti ho detto no,
perché il passato non esiste.)

Così, non vuoi essere un segno per me,
non sarò io lo stesso per te,
prima che il firmamento tiri un frego
su se stesso, su di noi,
e ciò che è accaduto una volta soltanto
non sarà revocabile,
così come avverrà
senza eccezione
per ciò che si ripete?

La città dei falliti

Ero appena andato ad abitare a New York che ho cominciato a incontrare figli di qualcuno. Siamo tutti figli di qualcuno, ma di solito non ne facciamo un mestiere. A New York invece essere figlio di qualcuno era una professione. Ho incontrato figli di scrittori, figli di pittori, figli di professori. Figli e figlie, s’intende. Erano venuti a New York a fare i figli dei loro padri. Con l’affitto nel Village o nell’Upper End pagato dalle famiglie, forniti di un assegno mensile per la sopravvivenza (o così immaginavo, perché non li vedevo in giro a fare i camerieri), i figli degli scrittori volevano fare gli attori, i figli dei pittori volevano fare gli scrittori e i figli dei professori non si capiva che cosa volessero fare. Ma, qualunque cosa non stessero facendo, non la stavano facendo a New York. Ce n’era già abbastanza da esserne orgogliosi. Non fare nulla a New York è un mestiere impegnativo. Ragazze che sapevano a malapena l’inglese lavoravano a una sceneggiatura per un film indipendente; giovanotti che a casa loro non avevano mai fatto i conti della spesa si informavano seri su come aprire un business di consulenza. Se non funzionava giravano un film. O recitavano in un teatrino dell’off-off-Broadway. O intervistavano musicisti rock. Com’è la vostra musica? Elettrica. E che strumenti usate? Chitarra e batteria. Abbiamo trasmesso le eccitanti notizie dalla nuova scena dell’East Village. A sera tarda, nei loro appartamenti fiocamente illuminati, nessuno scriveva un capolavoro. L’importante era piantare le unghie in qualunque buco la sorte li avesse ficcati, perché se ce la fai a New York ce la puoi fare dovunque, dice la canzone, ma se non ce la fai da nessuna parte allora vai a New York, così tutti pensano che ce l’hai fatta. Ogni tanto, è vero, qualcuno spariva, come se fosse caduto nell’Hudson. Ricompariva in forma di larva nei racconti aleggianti sopra le tavolate nei bistró di Soho. Pareva l’avessero avvistato in uno di studio di architetto del South Dakota, o in un’università dello Utah. La notizia era accompagnata da un’inespressa commiserazione generale. La canzone, come presto capii, era tutta sbagliata. Se ce la fai a New York ce la puoi fare dovunque. Ma nessuno vuol farcela dovunque, se può fallire a New York. Credevo, quando sono arrivato, che fosse la città del grande torneo, il luogo dove solo chi era veramente in gamba riusciva a restare. Mi sono accorto in fretta che era la città dei falliti, di coloro che non sarebbero nessuno se non vivessero a New York. Quanto ai newyorchesi veri e propri, avevano la generosità dell’indifferenza dalla loro, e li guardavano passare senza un commento. La parola eurotrash aleggiava loro in mente per un istante, poi svaniva.

_____________________

*Alessandro Carrera è nato a Lodi nel 1954, si è laureato in filosofia all’Università degli Studi di Milano e attualmente è direttore del programma di italiano e del Graduate Program in culture comparate alla University of Houston, in Texas. Ha pubblicato vari studi di filosofia, critica letteraria, estetica musicale e popular music. I suoi volumi più recenti sono: I poeti sono impossibili. Come fare il poeta senza diventare insopportabile (Il Filo, 2005), La stella del mattino e della sera, poesie (Il Filo, 2006),La consistenza del passato. Heidegger Nietzsche Severino (Medusa, 2007), Canzoni d’amore e mAnteprimaisantropia (unito al DVD del film Io non sono qui di Todd Haynes, Feltrinelli, 2008), Parole nel vento. I migliori saggi critici su Bob Dylan (Interlinea, 2008), L’America al bivio della democrazia, articoli giornalistici (Vertigo, 2008), Skyline, romanzo (Manni, 2009) e La consistenza della luce. Il pensiero della natura da Goethe a Calvino (Feltrinelli 2010). Ha curato il volume di Massimo Cacciari, The Unpolitical: On the Radical Critique of Political Reason (Fordham University Press, 2009). Per i Meridiani Mondadori ha tradotto tre romanzi di Graham Greene e per Feltrinelli ha tradotto le canzoni e le prose di Bob Dylan. Nel 1993 è stato uno dei vincitori del Premio Montale per la poesia, nel 1998 ha vinto il Premio Loria per il racconto breve e nel 2006 il Premio Bertolucci per la critica letteraria.

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One thought on ““Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York): “Il fiume evitabile, il fiume inevitabile”

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