Speciali/Travelogue

Un’odissea allucinata e feroce: Odessa I

di Marco Faini *

Fermo in una Chevrolet grigia alla frontiera tra Moldavia e Ucraina, quattro militari mi fissano. I giovani hanno facce dure e tese, sono muscolosi, sembrano cercare un pretesto per piantare una grana. Uno mi si fa vicino, vede che sto scrivendo e si insospettisce. Meglio mettere via, è il terzo controllo in poche centinaia di metri – le divise nere inquietano un po’ e fanno pensare a quando questo ballo di frontiera era cosa seria. Il superiore, l’unico che parla un po’ di inglese, è invece un gattone beffardo – immagina fin troppo facilmente cosa due italiani vadano cercando a Odessa. Siamo arrivati qui da Chisinau, finiti in questa piega del tempo che dovrebbe restituirci – alla fine di una strada di nemmeno duecento chilometri, che percorreremo in quasi sei ore, – sulle rive del Mar Nero.

Attraversiamo la Moldavia per non passare dalla Transnistria stato indipendente non riconosciuto i cui confini sono malguardati – pare – da polizia corrotta. Del resto, se la Transnistria è quella descritta da Nicolai Lilin nel suo Educazione siberiana, facciamo assai bene. Luogo di convivenza tra comunità criminali iperbolicamente violente, vede lo scontro tra l’ethos dell’antica criminalità siberiana, e del suo sorprendente codice etico-religioso, fatto di regole, di smodata devozione ai santi e alle icone, di rispetto per gli anziani e gli invalidi, e la nuova sregolata criminalità affascinata, come dice l’autore, dall’Europa e dall’America: che vuol dire denaro, vestiti, macchine, donne – cose per le quali qualunque galateo criminale è messo da parte. Un paese nel quale attraversare una città significa passare attraverso microcosmi impenetrabili, rispettando una miriade di codici incomprensibili a noi, – gesti, sguardi, formule fisse, e nel quale un viaggio in centro può essere un’odissea allucinata e feroce.

La Moldavia non è solcata da un fiume-guida come il Danubio, non ci sono elastici che la risospingano verso l’Occidente, verso il consueto. Il Dnestr e il Prut la stringono ai lati, come due carabinieri sghembi un ladro per fame: delimitano la Bessarabia, tranciano il territorio in vaste zone parallele di colline e pianure. La Moldavia è un buco nero, sembra che tempo e materia si deformino, assieme familiari e alieni. Tutto è consueto, tanto consueto che arriva a punti di estraniante e assoluta assurdità metafisica.

Metafisico è il cavallo che fissa un albero sul ciglio della strada. Metafisiche sono le oche, le capre, le galline i cani randagi che si mescolano con le strade impossibili, buche, sabbia, vecchi camion dell’Armata Rossa, pullman Mercedes degli anni Settanta, carretti di fieno trainati da cavalli – un misto di Montale e Guareschi. Sulle strade la lentezza esasperante di chi vive un tempo radicalmente altro e le manovre spericolate di chi, forse, si affretta verso un improbabile futuro capitalistico nel tempo della fine del capitalismo – chissà cosa pensa quell’emblematico ragazzo vestito di verde che si è appena schiantato contro un albero e fissa sconsolato la vettura.

Chissà quali pensieri condivide con i ragazzini e gli uomini che ciondolano ai lati delle strade mentre le babushke con il fazzoletto in testa si sobbarcano il lavoro della campagna. Oscillare e stare ai bordi: il modo di occupare lo spazio di questa gente sembra in qualche modo riflettere il loro destino di irrecuperabili marginali. Le donne, propaggini estreme di un matriarcato geologico, lo stesso che ritroverò inciso a colpi di sgorbia nei volti del mercato di Odessa, netta geometria di un dolore atemporale (Testori avrebbe avuto le parole per definirlo), vendono frutta: meloni e angurie fuori da Chisinau, pere, pesche albicocche noci piú avanti.

Passati in Ucraina, i banchi di angurie saranno piú grandi, organizzati in modo rudimentale. Non in Moldavia. Qui Lada sgangherate tossiscono e scatarrano su una terra dolcissima di colline e girasoli. Dappertutto si aprono strade sterrate verso località dai nomi strani. Palanca, Tudora invece, verso il confine, hanno nomi che sarebbero piaciuti al Calvino delle Città invisibili. Verso Ştefan Vodă pugni di casette, graziose, dipinte, di legno, affiancano in squarci tumultuosi orrendi ruderi sovietici di cemento armato. Punto di massima concentrazione patafisica è forse la strana costruzione di cemento che funge da stazione di posta, luogo di smistamento di navette. Al suo interno, in un orripilante stanzone anch’esso di cemento stanno alcune panche di ferro, un ufficio di informazioni e una rivendita di semi e cibi per animali. Questo spregio per le tassonomie mi colpisce e, forse, mi pare il tratto piú bello di queste terre.

La signora alla quale mi rivolgo parla solo moldavo ma con ampi gesti mi fa cenno in una direzione alla fine della quale dovrebbe sbucare, forse, Odessa. Ripete Palanca, Palanca. E allora andiamo a Palanca, ma non con la ragazza che ci ha fatto proditoriamente scivolare in macchina. Noto pochissime chiese, solo una mi colpisce, un’apparizione bianca e verde, abbacinante, nel punto in cui il paesaggio si apre a ventaglio su prati e boschi a perdita d’occhio. Ma agli angoli delle strade si moltiplicano altari, crocefissi, pietà, sovente a grandezza naturale, di plastica, colorati con ingenua e buffa pacchianeria, sormontati da tettucci adornati da colonnine e cupole a cipolla.

Ancora una volta i margini, i prediletti bordi, la vita si svolge qui, lontana da un centro, senza averne forse nemmeno bisogno. Forse questo mi trasmette il senso di smarrimento che provo dalla partenza? O forse è il fatto che qui tutto è, in sé, singolarmente, familiare, consueto, innocuo, ma, tutto assieme, rappresenta, appunto, un ordine aberrante, altro, diverso, la tentazione di una tassonomia ignota – di un disporsi delle cose secondo combinazioni sfuggenti (la suprema tentazione di sant’Antonio, secondo il Foucault della Storia della follia)?

***

Mi aspettavo di vedere Odessa al termine di una discesa, di una frattura in questo muro compatto di campagna, illuminata dal mare luccicante. Ci finiamo invece in mezzo senza accorgerci, in un dedalo di strade sordide nel quale ci districhiamo con difficoltà. Benzinai, tangenziali interrotte che sfociano insensatamente in baraccopoli e most, l’unica parola che afferro, ponti, in effetti cavalcavia che pomposamente spagnoleggiano esibendo spropositate patenti di nobiltà (ma non fu, in fondo, Odessa, fondata da uno spagnolo, seppur nato a Napoli da madre irlandese, José o Osip de Ribas?). Eccoti, Odessa, città illuminista, città romantica di Puškin, città del gran mondo Belle Epoque, città scanzonata e cialtrona di Babel’, città sanguinante dei pogrom. La città di Eisenzstein, della corazzata Potemkin, della rivisitazione epica della rivoluzione del 1905, primo potente scossone al potere zarista. Odessa e la sua scalinata, simbolica discesa che accompagna ad un mare strategico che Impero Ottomano e Russia si contesero ferocemente.

Odessa non è però solo la scalinata Potemkin. Certo, resta ancora il punto piú famoso, forse il piú suggestivo della città anche se l’Hotel Odessa e l’area portuale con le rugginose navi cargo offendono la vista e tranciano il legame col Mar Nero. Da sotto, si vede appena la statua di Potemkin drappeggiata in panni classici, attorniata da venditori di souvenirs e ammaestratori di aquile, scimmie e coccodrilli che propongono fotografie ai turisti. E in fondo ci stanno bene, in questa città che un poco di kitsch slavo lo trattiene, che sia la enorme limousine bianca con due grandi fedi incrociate sulla capote, servizio matrimoni, o il cocchio bianco trainato da cavalli bianchi che di sera si rivela percorso da una capillare illuminazione azzurra al neon.

La storia di Odessa è in fondo breve ma fittissima di eventi e di nomi. Una storia intrecciata a quella dell’impero russo, come capiamo stasera, che al Teatro dell’Opera danno il Principe Igor di Borodin. Il piú bel teatro del mondo, lo definí Ferdinand Fellner e poco importa se fu proprio lui a costruirlo assieme al socio Hermann Helmer, grazie ai quali l’intera Mitteleuropa si coprí, parafrasando Rodolfo il Glabro, di un bianco mantello di teatri.

Costruito sulle rovine del precedente, edificato nel 1810 e bruciato nel 1864, venne completato nel 1887; stucchi, marmi, dorature, specchi, conchiglie rococò e la decorazione a fresco con temi shakespeariani non devono far dimenticare che fu il primo teatro della Nuova Russia dotato di riscaldamento a vapore ed elettricità. A parte le vanterie del suo costruttore, il teatro è sontuoso e colmo fin sulle scale, giovani e meravigliose ragazze, signore di mezza età, famiglie, tutti a rivedere questa rivisitazione dell’epos russo, Il cantare di Igor.

Il pubblico, educatissimo alla musica e al contempo intemperante prorompe in applausi a scena aperta e in fragorosi bravo dopo i numerosi pezzi di bravura, e si sdilinquisce al momento del bacio tra Vladimir e Konchakovna, la figlia del Khan dei nemici polovcy. Del resto Igor è il nipote scapestrato e intemperante del Principe di Kiev, il saggio e nobile Sviatoslav Vsevolodič. Borodin dà una piega romantica all’amore che, nel testo originario, è spesso calpestato e maltrattato. Cosí Vsevolod, fratello di Igor è dimentico «della consuetudine / dell’amata sposa» mentre, dopo che Igor riesce a fuggire dalla sua prigionia, il terribile Khan Kon’čak escogita uno stratagemma subdolo:

Se vola il falco al nido

il figlio del falco

irretiremo

con una bella fanciulla.

Lo scabro testo medievale, tra tradimenti e mercificazioni dell’amore offre però squarci di bellezza folgorante e dolente, come il lamento della sposa di Igor, Evfrosinija, con la meravigliosa allocuzione al fiume Dnepr:

Culla

o signore

fino a me

il mio sposo

ch’io non mandi

a lui lacrime

sul mare

il mattino.

Mi viene da chiedermi che sorte avrebbe sui nostri palcoscenici questo pezzo difficilissimo, un rompicapo al quadrato che attrae irresistibilmente la mia natura petulante di filologo, incuriosita dall’incrocio, a distanza di secoli, tra un cantare trasmesso solo da copie tardissime – la cui edizione critica solleticava Puškin, che tra dicembre 1836 e gennaio 1837 vagheggiava di dedicarvisi, non si fosse imbattuto nella pallottola di Heckeren quondam d’Anthès – ripreso da un musicista che in diciotto anni ne seppe completare solo alcune parti, venendo il resto integrato da Rimsky-Korsakov e Glazunov, compagni nel Gruppo dei Cinque. Ma del resto Aleksandr Borodin era prima di tutto un chimico, amico di Mendeleev che «d’estate, sulla Neva azzurra e ampia» prendeva il battello per andarlo a trovare, come ricorda Nina Berberova nella sua biografia di Aleksandr Blok, Un figlio degli anni terribili.

[Continua -]

Le fotografie a illustrazione di questo pezzo sono di Boris Mikhailov.

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Marco Faini, nato nel 1976, allievo del Collegio Ghislieri di Pavia, si è laureato in Filosofia con una tesi su Italo Calvino e ha poi conseguito un dottorato in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”. Ha svolto periodi di ricerca e insegnamento in italia (Urbino, Bergamo) e in Germania (Wolfenbüttel, Münster) e collabora attualmente con l’Università di Urbino. Si occupa principalmente di letteratura rinascimentale e in particolare di Folengo, Aretino, Doni e di epica – così come di temi settecenteschi tra erudizione (Muratori, Mazzuchelli) e dissenso religioso. Tra i suoi interessi, la storia e diffusione della cultura atea e libertina in Europa, la cultura letteraria, filosofica ed estetica nel Deutschsprachiger Raum nella prima metà del Novecento.

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4 thoughts on “Un’odissea allucinata e feroce: Odessa I

  1. Moldavia e Ucraina sono posti che non mi hanno mai particolarmente affascinato, anche se forse sarebbe più corretto dire che sono posti che mi spaventano. Però il tuo diario di bordo me li ha alzati nettamente di grado, sono riuscita a leggerlo tutto provando di riga in riga un fascino crescente nei confronti di una cultura che – ahimè – non ho mai desiderato approfondire. grazie!

    • Grazie a te, spero leggerai il seguito! Sono posti per noi strani e alieni, né Oriente né Occidente come notava, se non sbaglio, Mickiewicz al tempo del viaggio in Crimea. Anche per me sono nuovi, ma da tempo mi ci baloccavo e la cultura che portano con sé è stato il trampolino per buttarmici. E ne è proprio valsa la pena!

  2. Un resoconto di viaggio, quasi un diario, scritto con spigliatezza evocativa, vivacità e realismo descrittivo. Di un viaggio che diviene per Marco Faini attenta esplorazione, umana e culturale, di un mondo altro, assai differente rispetto a quello abituale per lui e per noi che leggiamo.
    Come anticipa il titolo, un’odissea allucinata. Ma temperata, quasi addolcita, dai riferimenti e dai confronti continui, da parte dell’Autore, con realtà e aspetti culturali che conosciamo, cui lo richiama l’esperienza dell’ambiente e degli usi locali.
    Il lettore, per l’interesse e la curiosità, sollecitati da ciò che viene descritto, legge questa prima parte tutto d’un fiato.
    Ed è… in attesa del seguito.

    • Il seguito pare arrivato! Ti (se posso) ringrazio moltissimo per le tue parole così incoraggianti e lusinghiere e per la lettura e per questo commento così puntuale.

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