Speciali/Travelogue

Un’odissea allucinata e feroce: Odessa II

di Marco Faini *

Quanta eleganza nell’Odessa neoclassica, nell’armonia del Municipio con il bel colonnato di un bianco abbacinante, nel Museo Archeologico con la splendida collezione di reperti greci a ricordare che siamo in una zona di vivacissima cultura tardoellenica. Colpisce l’odore dei musei, qui ad Odessa. L’odore familiare e da tempo rimosso di case di vecchie zie, un odore andato di mobili stantii e acque di colonia demodé. Anziane signore li custodiscono amorevolmente, piene di orgoglio, suggerendo al visitatore, con gesti amichevoli che non ammettono tuttavia repliche, l’itinerario, premurandosi che nulla vada perduto nella visita.

Ci toccano cosí atroci installazioni di arte contemporanea – come al Museo di Belle Arti, magnifico e sontuosissimo edificio all’esterno, un concerto di crepe, macchie di umidità, luci al neon anni settanta, lucernai luridi all’interno. Vorrei fuggire da un’oscena esibizione di croste da mercatino che scimmiottano l’arte otto-novecentesca – girasoli à la Van Gogh, dirupi in stile Friedrich, impressionismo di ritorno – ma mi è impedito con aria sdegnata.

Liberatomi, il museo prosegue con un ordine strampalato che porta ad una rassegna di fotografie sul Tibet, elucubrazioni pop-porno sui recenti Europei di calcio fino a tre misere sale. Brutte. Squallide. Tra cani di alabastro e murene di ceramica, un Guercino. Un San Pietro sconsolato che si asciuga il volto con un fazzoletto, parente stretto di quelli della National Gallery di Edimburgo e della Collezione Koelliker di Milano, uno di quei miracolosi vecchi piangenti che avevo visto tanti anni fa nella strepitosa retrospettiva a Palazzo Reale del 2003. Qui appassisce su un muro assieme a marine secentesche, feste fiamminghe, madonne fiorentine del Cinquecento, ritratti sette ed ottocenteschi, ancora una volta senza nessun ordine apparente. E forse questo anche contribuisce all’atmosfera estraniante. L’ordine. Che non è il nostro, che forse sparirà, ma ora è qui, e rimescola e annulla le distanze tra le cose. E le murene di ceramica valgono forse piú di Guercino. E forse è giusto, e forse c’è una ragione. Ma io non la capisco.

***

Quando simile alla morte, viene il silenzio, cominciamo a capire qualcosa del nostro enigmatico compagno di viaggio. Cosí chiacchiera, scivolando sulle cose come sul lucido parquet di un palazzo pietroburghese, chi conosce il vacuo fondo dell’essere e sa imitarne alla perfezione le scintillanti apparenze. Cosí divaga, forzato del movimento, chi in tremende visioni ha scorto la meta e atterrito, affascinato, ne ha ritratto lo sguardo….

Scintillante chiacchierone, disperato chiacchierone, Puškin. «Il tempo della sua anima variava bruscamente dalle nubi di una cupa malinconia alle luminose schiarite di un’infantile, chiassosa letizia. Ora impetuosamente gaio, ora buio come il mare prima della tempesta, ora timido, ora insolente, ora gentile e squisito nei modi, ora accigliato e scostante». Non saprei immaginare parole migliori di queste di Serena Vitale, tratte dal suo incalzante Il bottone di Puškin, per parlare del poeta che ad Odessa visse un breve periodo della sua vita.

Ma nel museo che la città gli ha dedicato il parquet è sconnesso, difficile scivolare, difficile immaginarsi il poeta tempestoso tra questa raccolta di oggetti borghesi. Eppure Puškin passò qui parte del tempo del suo esilio, dal luglio del 1823, qui restano fogli i cui margini sono riempiti da ritratti e caricature come quelli dell’Onegin, affollati dal volto di Lise, Elisaveta Vorontsova, la giovane moglie di Mikhail Semyonovic Vorontsov, il governatore della città.

Lise amava i balli, era di bellezza straordinaria «handsome rather than beautiful, of finely chiseled, if not delicate, features» come la descrive Charles King nel suo affascinante Odessa. Genius and death in a city of dreams. Bella, cesellata come un cammeo e amante dei balli: sembra che Aleksandr Sergeevič inseguisse un modello che gli scappava, almeno finché non prese le sembianze di Natal’ja Nikolaevna. E certo stupisce che la liaison intrecciata nei salotti di Odessa con Lise fosse così sfacciatamente esibita da chi, per una questione simile e speculare, non esiterà a giocarsi la vita. E, infatti, «Odessan society had turned against him, not for over-stepping the bounds of sexual propriety but for doing so in such an ungentlemanly fashion».

Delle due nature del poeta, il dandy byroniano e il bisnipote di un nero africano, la seconda aveva avuto decisamente il sopravvento. Nella casa-museo calamai, penne, tessere da domino, carte da gioco, bastoni da passeggio, cilindri, bugie, mobilio d’epoca si affastellano vegliati dai ritratti alle pareti, in buona parte recenti, se non di ieri, che riprongono stilemi romantici – lo scrittore in riva al mare ruggente, lo scrittore abbandonato sulla sedia in preda alla Musa. Meglio i quadri piú antichi, impietosi nel rendere le lunghe unghie, i tratti tumidi, i favoriti rigogliosi di questa fiera di sangue africano.

***

Ma è inutile procrastinare. Odessa gira attorno ad un buco nero, un’assenza che mi colpisce tanto piú quanto piú vedo moltiplicarsi sulle facciate targhe e altorilievi di personaggi di dubbia fama, eroi del popolo, benemeriti di qualcosa – non so cosa. Isaak Babel’ è scomparso. Cancellato. L’uccisione e la damnatio memoriæ volute dal regime lo hanno eraso con metodo dalla pelle della città. Tornano alla mente le pagine di Canetti ne Il frutto del fuoco. Babel’ in un ristorante di Berlino tra poetesse dal volto di lince e azzimati intellettuali guizzanti di muscoli sotto completi impeccabili.

Babel’ dagli occhi sgranati sotto le spesse lenti, le spalle larghe, che occupa l’intero campo visivo del giovane Canetti. E poi i taxi e le zuppe di piselli consumate osservando la gente. «Quanto piú una cosa lo faceva soffrire, tanto piú la lasciava agire su di sè» scrive di lui Canetti. Ma che capacità di trasfigurare la sofferenza, nelle Storie di Odessa. Che fantasmagoria di furfanti, imbroglioni, eroi, pazzi, inventori di prodigi in quelle pagine.

Bisogna camminare per alcune delle lunghe strade che conducono verso il mare, nella teoria di androni e cortili interni, di muri scrostati e cassette della posta arrugginite, di macchine scassate, panni stesi, ombre e luci abbaglianti, tra una laboriosità invisibile e sfuggente ma percepibile e un senso di affari loschi per capire cosa fosse la via Moldovanka delle Storie di Babel’.

Forse ha ragione Elif Batuman nel suo divertente I posseduti. Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori, nel capitolo dedicato allo scrittore odessita. Forse L’armata a cavallo e Le storie di Odessa si toccano nel punto in cui raccontano, il primo attraverso il fallimento della guerra russo-polacca, il secondo attraverso il declino dell’universo picaresco dei fuorilegge odessiti, la fine di un antico mondo e, al contempo, la fine della Mitteleuropa di cui la città era estremo scampolo.

Forse nell’ultimo romantico delinquente di via Moldovanska giustiziato a freddo dalla Cekha culmina l’efficienza livellatrice sovietica, quella che aveva sterminato i fascinosi cavalieri polacchi, di quella aristocrazia fiera e nobilissima che tanto aveva lasciato ammirato Casanova. Quella efficienza livellatrice che non poteva che confliggere con l’acuta, irreprimibile curiosità di Babel’, la sua ossessione per l’essenza celata, per ciò che determina e distingue gli enti, la darstellung.

I malumori creati dall’Armata a cavallo si concludono circolarmente con la brutale esecuzione dello scrittore, gettato in una fossa comune per estremo contrappasso nei confronti della passione che l’aveva animato in vita. Non posso impedirmi di pensare, immaginando questa sanguinolenta e sterminata Battaglia di Anghiari tra armate di cavalieri che si combatté tra prima e seconda guerra mondiale a una storia analoga che, forse, Babel’, non fosse stata priva di qualunque sfumatura romantica, o solo grottesca, avrebbe amato scrivere.

Ripenso a Roman von Untern-Sternberg, il Barone sanguinario, spettrale figura baffuta e sdentata che percorre l’Europa orientale con il suo charivari di cavalieri orientali e austriaci la cui storia leggiamo nel magnetico Il barone sanguinario di Vladimir Pozner. Un’armata sanguinaria e scalcinata, un brandello di Medioevo scatenato in una caccia selvaggia al bolscevismo, un demoniaco inseguimento onirico come nell’incubo di Jeremias Gotthelf, il Kurt di Koppigen, cosí russo nella sua oscurità psicologica e nella scelta deliberata del delitto da parte del protagonista – ma siamo nel 1844.

«Penso proprio di essere l’ultimo», disse l’atamano al processo, prima di essere condannato a morte. L’ultimo cosa? L’ultimo erede di Gengis Khan. L’ultimo avversario. L’ultimo figlio della felix Austria, mandato ai confini del mondo, in Siberia, in Mongolia, ad inseguire un sogno d’impero. Un sogno da pazzo: «L’Occidente sta morendo, infettato dalla peste rivoluzionaria. Niente piú principi, niente piú eserciti. Gli schiavi hanno smesso di rispettare la legge. È arrivato il momento di ricostruire l’impero dei grandi Khan […]. A causa della generale corruzione dei costumi e della piú completa degenerazione spirituale […] “Verità e grazia” sono parole ormai desuete. D’ora in poi varranno solo “Verità e crudeltà spietata”».

Tradito, sconfitto, dopo nove giorni in una foresta, assediato in un delirio paranoide dalle voci di quella e da segni divini, allucinato, si rende ai suoi uomini fatti ribelli e si addormenta. Al risveglio «chini sopra di lui, dei giovani soldati ridevano […] erano biondi e paffuti, e sui loro caschetti c’era una stella rossa a cinque punte». Non si sfugge ai segni delle potenze, avrebbe detto lo Strindberg della Trilogia; il barone sanguinario il cui nome significa Montagna delle stelle non poteva che conoscere il volto della morte nella forme di stelle rosso sangue. Lo fucilarono. Aveva trentacinque anni. L’anno prima, Babel aveva scritto la sua Armata.

***

Sangue innocente versato dagli ebrei elevò il suo cupo lamento  oltre i confini del paese natio, oltre il Reno e bussò al cuore degli ebrei di altri regni; con eco sinistra risuonò fino ai confini del mondo.

Sono le parole terribili che aprono Arthur Aronymus. La storia di mio padre (1932) di Else Lasker-Schüler, riferite a un terribile pogrom avvenuto a Paderborn, in Vestfalia. I pogrom hanno colpito anche Odessa, le violenze, gli attentati e il regime hanno rilanciato il cupo lamento degli ebrei, l’hanno affiancato al sordo mormorio impotente degli odessiti fatti sovietici.

Quando il sogno di iperbolica violenza di von Untern-Sternberg si avverò, a mezzo gli anni Quaranta, quando l’assordante urlo dello strazio degli ebrei e dei figli d’Europa si alzò dissonante, fu un altro figlio di Odessa a trasformarlo simbolicamente in armonia. Fu David Oistrakh, che oppose il suo Stradivari all’urlo delle sirene che martoriava Mosca, una sera che i nazisti bombardavano la città. Suonava, quella volta, il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Di quella composizione un critico tedesco, Eduard Hanslick, aveva sussiegosamente scritto tra l’altro:

Anche l’Andante inizia felicemente, ma ben presto si trasforma nella descrizione di una qualche festa russa selvaggia dove sono tutti ubriachi e hanno volti triviali, disgustosi.

Quella sera a Mosca nessuno dei russi selvaggi si mosse fino a quando il violino di Oistrakh, smarrito nei crepuscoli di Odessa, suonò l’ultima nota dell’Allegro vivacissimo che conclude il Concerto. Da Odessa, Oistrakh aveva raccolto l’invito scritto tanti anni prima da Blok nella sua poesia Le voci dei violini:

Impara l’attenzione delle lunghe erbe,

effonditi nel mare dei vani crepuscoli,

inviando la tua voce strascicata

nella patria dei violini ultraterreni.

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Le fotografie a illustrazione di questo pezzo sono di Boris Mikhailov.

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Marco Faini, nato nel 1976, allievo del Collegio Ghislieri di Pavia, si è laureato in Filosofia con una tesi su Italo Calvino e ha poi conseguito un dottorato in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”. Ha svolto periodi di ricerca e insegnamento in italia (Urbino, Bergamo) e in Germania (Wolfenbüttel, Münster) e collabora attualmente con l’Università di Urbino. Si occupa principalmente di letteratura rinascimentale e in particolare di Folengo, Aretino, Doni e di epica – così come di temi settecenteschi tra erudizione (Muratori, Mazzuchelli) e dissenso religioso. Tra i suoi interessi, la storia e diffusione della cultura atea e libertina in Europa, la cultura letteraria, filosofica ed estetica nel Deutschsprachiger Raum nella prima metà del Novecento.

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6 thoughts on “Un’odissea allucinata e feroce: Odessa II

  1. Questa parte del racconto motiva pienamente il significato del secondo aggettivo del titolo “Un’odissea allucinata e feroce”.
    Odessa, che dai tempi del suo prestigio cosmopolita si è profondamente trasformata in quel disordine attuale di tutte le cose in cui sembra vivere ormai la città, richiama all’Autore le storie di persecuzione e di morte del “cancellato” Isaak Babel e di Aleksandr Sergeevič Puškin, il quale a Odessa fu esule per alcuni anni, nonché le violenze antiebraiche.
    Il racconto si conclude (ci sarà una terza parte?) con il ricordo del famoso concerto del grande violinista odessita David Oistrakh a Mosca.
    Particolarmente attraente, a prescindere dallo stile di Marco Faini, che mantiene viva e costante l’attenzione del lettore, è l’apparente disordine delle associazioni della sua memoria in perfetta sintonia con la realtà locale che lo circonda.

  2. Davvero affascinante questo viaggio ad Odessa, ricchissimo di suggestioni e di spunti sia di riflessione che di lettura. Notevole la qualità di scrittura di Marco Faini dal quale attendo post relativi anche al deutschsprachiger Raum, mondo per il quale provo un’irresistibile attrazione.
    Complimenti.

    (Scusate se approfitto di questo spazio per chiedere alla Redazione qual è l’indirizzo email per l’invio di materiali: all’interno del nuovo volto di SAMGHA, che mi piace, non riesco più a trovarlo, mentre ricordo che c’era fino a due settimane addietro. Grazie).

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