Poesia/Recensioni/Traduzioni

Luciano Cecchinel, “Sanjut de stran”

di Sebastiano Aglieco *

Luciano Cecchinel, “Sanjut de strab”, prefazione di Cesare Segre, Venezia, Marsilio, 2012

Lengua dà zendadura
che scaturida

tu zabotéa, tu pèrz la ziera,
tu te incanta e tu crida

che pò de òlta tu impenis la boca
fa na ziespa madura

ma par farte calèfa straca
fa de ‘n òs dur che dura

lengua de la malora
sol par an miel de stela

o ‘n coat de pezòla:
lengua tai e dontura (p. 36).

«Taglio e giuntura: lingua già spaccata e bruciante/ che atterrita//balbetti, perdi la cera,/ ti inceppi e gridi// che poi d’improvviso riempi la bocca/ come una prugna matura// ma per farti sberleffo stanco/ come di un osso duro che dura// lingua della malora/ solo per un miele di stella// o un covo d’erica:/ lingua taglio e giuntura».

Inizio lampante, posto in forma di esergo, che ancora vale per dire la natura dell’inspirare nella parola, quel soffio che la rende, per necessità, taglio e giuntura, tema poi connesso, in tutto il libro, al parlare attraverso la poesia,  di una natura dotata di anima dolente, che nella sua forma estrema sono «sanjut de stran», «singhiozzi di strame», e tutto un vocabolario di foníe naturali, sempre connesse, però, al singhiozzo umano, al suo imparentarsi, per somiglianza,  con le cose che vivono e muoiono.

Cosí il libro si apre con la voce di un vecchio castagno malato destinato al taglio. Ed ecco cosa succede: la vita che lo abita, dalle radici più nascoste fino alla cima più alta, passando dalla corteccia alle cavità della scorza fattasi tana, la vita che lo abita, inconsapevole, improvvisamente freme tutta, si accorge del pericolo della scomparsa, della casa e di se stessi; perché ogni grande albero è legato alla poesia, al vaticinare dei grandi rami, smossi come ferraglie arrugginite,  dalla voce che vuole forma, la forma di un “essere”, di una presenza, non importa se di parole o di natura biologica.

Quanti occhi silenziosi, come quelli del carpino o del frassino, sono capaci di vedere e raccontare, mai dimentichi della forza detta “poesia”, di stare vicinissima alle cose, di diventare la voce stessa delle cose nel momento in cui le forze percepiscono il pericolo, l’autodafé di un intero sistema?  «- lo à vist co mi», («lo hanno visto con me»), a dire che la voce degli alberi, degli esseri silenziosi, s’imparenta alla voce della poesia, impersonale anch’essa, non totalmente di dominio del poeta, precisissima nel “raccontare” lo stravolgimento, la conseguenza della rottura, del patto giurato con le cose.

In questo tentativo di parlare silenzioso, è chiaro che si avvicinano al canto anche i morti, anche se i morti non pregano nessuno, non anelano a una ricompensa. Appartiene a loro, piuttosto, la possibilità del canto libero, della certezza che, tutto ciò che esiste, e ha cantato, non esisterà più. Così la lingua tornerà ad essere «na lengua de zendre», («una lingua di cenere»), che forse lo era già, mentre noi tutti eravamo concentrati a percepire il turgore, lo sfavillio della vita. Come i morti di Bardiaga, evocati nel precedente libro di Cecchinel, noi percepiamo il soffio dell’ultramondano solo dalla presenza incombente dei resti: monconi di vita, finché neanche questi esisteranno più e così neanche l’ultramondano, perché non ci saranno più voci umane a immaginarlo:

si, era quei de lora,
i vée sentisti
e ere ‘ndat incóntreghe

ma co son stat
in tel zércol de bianc
no i ò catadi, no i era pi là…
(…)
fursi mi nò ghe vée credest tant asèi

«sì, erano quelli di allora,/ li avevo sentiti/ ed ero andato loro incontro/ ma quando sono stato/ nel cerchio di bianco/ non li ho trovati, non erano più là…/ (…) forse io non ci avevo creduto abbastanza», p. 48 (Te nibia impizada).

Come avviene, poi, a volte, alla vera poesia,  essa mai rinuncia a mostrarci, nella forma del procedere per suoni, per imitazioni musicali, l’estrema fiducia in una qualche forma di comunicazione animale – persino col silenzio –  le cose morte che ancora scricchiolano, chiedono all’arte della parola di mantenere intatto nel ricordo,  il «sas rucià su la lasta slisada», («il sasso sdrucciolato sulla lastra levigata»),  «fa sanjut de stran patòc fin tel médol», («come singhiozzo di strame fradicio fin nel midollo»); perché «l’è ‘n vers inrauchì che ‘l va e ‘l vien e ‘l sfiada», (c’è un verso arrochito che va e viene e ansima),  perché c’è «na ànema che la ol restar viva» («un’anima che vuol rimanere in vita»), pp. 53-54 (De là del sanjut sofegà del stran).

C’è in questo libro, l’onestà del non voler esserci a tutti i costi, del sapere di diventare, prima o poi, suono stranito e dolorante, perché tanto la vita tutta reclama il suo essere vita stessa, la sua naturalità d’esistenza e non ha singole vite che possano valere più delle altre. Né tantomeno la nostra. Vale, allora, contro l’imbarbarimento dell’umano,  la forza dell’essere «fòra», («fuori») contro la congrega dei «sbraurośï» («gli spavaldi»), fuori dalla loro prigione fatta di «buśìe e gorghiśia» («menzogne e ingordigia»). Straordinario, allora, mi appare il testo in cui il poeta, «co òci tristi» («con occhi amari»), vaticina la sorte della parola che si è allontanata a tal punto da non sapere più nominare, che confonde «stran» («strame») con «foje de vèrta» («foglie di primavera»). È un improperio incomprensibile da quelli che scivolano sullo sporco accumulato dalla loro lingua canaglia, «co sbrisaré sul sporc incregnà/ da la ostra lengua lingera», cosicché «noi savaron sol che vardarve fis/ co òci tristi/ te ‘n slùśer senza remision/de sol e nef//oialtri lora fa stran patòc/che ‘l ndarà marz/ par al rìder de foje de vèrta», («noi sapremo solo guardarvi fissamente/ con occhi amari/ in un risplendere senza indulgenza/ di sole e neve// voialtri allora come strame fradicio/ che andrà marcio/ per il ridere di foglie di primavera», p. 64, Cò oci tristi). Che è, forse, un richiamo alla poesia a mantenersi in un rapporto di naturalezza, a non voler durare, essa stessa, in eterno, ma accettando, invece, lo scomparire, derisa anch’essa dalle nuove foglie di primavera che rideranno dello strame fradicio.

Sono strali violentissimi questi, “deliri”, come li chiama Cecchinel, rivolti a un mal vivere, mal essere, e la parola ha la sua parte rilevante di causa, perché, prima di essere buoni poeti, bisognerebbe essere brave persone, e forse, dopo, la poesia potrà arricchirsi del nostro aver contribuito alla benevolenza, alla restituzione dei debiti, alle premesse del Pater noster, insomma. Per quale motivo voler rimanere a tutti i costi quando il “jaz” («ghiaccio») è piú forte di noi e si salva solo il calicanto «te i tai del jaz/ e le fase del nef» («nei tagli del ghiaccio/ e nelle bende della neve»)? (p. 71, Sèst fa da mat).

«Chi che rèsta conpagno ‘n tèmp lingera/ al lo asa presto fòra de fèsta//cusita ‘l pez mael a mèda còsta/(…) al se cata vezin de òlta/ i vestì tèndri de le zareśère// dret e scur l’è fa ‘n vècio/ restà par sbaljo//(…) ma ‘l tenp al sarà galantòmo/ par zareśère e pez» («Chi resta uguale a se stesso, un tempo briccone/ lo lascia presto fuori festa//così il pino solitario a metà del crinale/ (…) si trova vicino / improvvisamente/ i vestiti teneri delle piante di ciliegio//diritto e scuro è come un vecchio/ rimasto per errore//(…) ma il tempo sarà galantuomo/ per piante di ciliegio e pino») p. 73 (A mèda còsta).

Il tempo, si dice in questo libro, farà giustizia della robustezza interiore dei molti, persino degli esseri giusti che si sono esposti alle intemperie tremando, coscienti del dolore e quanto costi questo restare simili a se stessi. Questo rimanere, imperterriti, non per il nostro nome, ma per il destino che tutto muove, è il tragico naturale dell’esistere, l’esistere comunque, per resistenza, senza che ci venga riconosciuto un surplus di valore in cambio. Si esiste solo per diventare «an putinòt smarì e tut sbragà» («un fantoccio sbiadito e tutto sbrecciato») e questo solo perché l’Essere ha bisogno di mostrarsi, di innervarsi in qualcosa che chiamiamo vita. Ed è crudele e tragicamente abnorme la descrizione di queste figure sberciate e corrotte dal tempo, avanzi di se stesse, come la vecchia osservata muoversi tra i diroccamenti dei cortili, testo esemplare, che ci dice di questo diventare tronchi avvizziti, resistenti a noi stessi, alla fine; ma anche, forse, in opposizione alla morte giovane, allo sfiorire prematuro della rosa, resistenza pagata con la colpa di rubare tempo al tempo, mimetizzati tra i paesaggi morti che finiscono per assomigliarci come i cani domestici,  la casa che piano piano si scolora, si dirupa, il cassetto delle medicine scadute, i vestiti dismessi nell’armadio, le fotografie da riordinare, il tappeto mangiato dalle tarme…:

Le dà ociade de paura
le case vécie asade
co porte e fenèstre e piói
a picolon fa vestí a sbrìndole,
co ‘ncora tariói e madòne
ma senza pi fior e lumin
e davanti le taje de castegnèr
che le fea sènta sote i morèr
senza ‘l so buligar cet de onbrìe…

«danno occhiate di paura/ le case vecchie lasciate/ con porte e finestre e ballatoi/ pencolanti come vestiti sbrindellati,/ con ancora piccoli altari e madonne/ ma senza più fiori e lumini/ e di  fronte i tronchi di castagno/ che facevano da sedile sotto i gelsi/ senza il loro brontolio quieto d’ombre», p. 83 (Da le òlte in cao tant).

Tutto questo puntare duramente il cannocchiale verso il silenzio prossimo delle cose, questo guardare è sempre un guardarsi. Lo specchio della realtà, nel momento in cui il delicato equilibrio tra il guardare e l’essere guardati si rompe, è, appunto, il segno di un essere rimasti indietro, dell’aver aperto il libro della verità e aver letto che noi non siamo quasi mai contemporanei a noi stessi; rimaniamo essiccati come il bocciolo che non si è aperto, che è rimasto indietro rispetto al tempo del suo apparire, contratto, con in grembo tutte le promesse di vita, come i legni crepati da cui ormai si allontana il fumo: «trar tel foc arte vèci/ par no èser rivadi/ a ciaparghe la òlta al tènp/ l’é cofà scanzelar par rabia/ e pò ciamarse grami/ par oler ben» («buttare nel fuoco utensìli vecchi/ per non essere riusciti/ ad aggirare il tempo/ è come cancellare per rabbia/ e poi chiamarsi grami/ per amore», p. 97, Par na ultima òlta).

Nelle ultime due sezioni, il libro si avvia al suo cantare più mesto e più alto. Stupisce tanto lasciarsi andare, il pervenire alla condizione della talpa accecata per sempre che non può più tornare allo scoperto, «te i vespèr/ oltadi via de la lus» («nei vespai/ impazziti della luce»); «olerghe ben al so mal/ fa a na fasa spesa/ che la medeghéa pian pian» («voler bene al proprio male/ come una fascia spessa/  che medica pian piano»), p. 125 (Al scur mestegà).

Questa conclusione è del tutto estranea a ogni forma di consolazione letteraria  ma assai vicina a una visione tragica della vita che accoglie, nella propria complessità, tutti gli opposti e sa ancora innalzare un altare al dolore. Questo perché si alimenta del retroterra culturale della sopportazione contadina, della capacità di calendarizzare gli eventi interiori in rapporto ai riti della semina, dell’attesa e del raccolto, sapendo che prima o poi giungerà stancamente e naturalmente l’inverno del nostro scontento. Così Cecchinel non ammanta la durezza dell’inverno nell’attesa della primavera ma la lascia agire, in tutta pienezza di dominio:

Al scur mestegà

asar ndar la lus
l’é fa farse tajar la mènt
co cortèi de scur:
ogni colpo na sbroja biśa
fin che un in pi de quel’altro
le é scòrza dura

lora rèsta sol che
da olerghe ben al so mal
fa a na fasa spesa
che la medeghéa pian pian
al piànder la lus,
secatrize che la baca e la jol

ma ghe ol pò usarne
prima che se pol al scur
co òci streti de rùmola
o gròsi de loc
par poder ndar ceti
in te la fòrza del gnent

a ‘n scur fondo e fis
che no ‘l sèpie,
par an desmentegamènt
e gnanca par an sovégner,
de sfeśe, fii,
sbrìndole de lus

par che sol che chi che à mestegà
sto scur pien
l’é s-cèt, cet,
al se pòrta intiero
fa na lus barlumida del tut
al ciaro scur de la mòrt

(Il buio addomesticato)

«lasciar andare la luce/ è come farsi tagliare la mente/ con coltelli di buio:/ ad ogni colpo un coagulo scuro/ fino a che uno più dell’altro/ divengono scorza dura// allora resta solo/ voler bene al proprio male/ come a una fascia spessa/ che medica pian piano/ il rimpianto della luce,/ cicatrice che pulsa e duole// ma bisogna poi abituarsi/ quanto prima al buio/ con occhi stretti di talpa/ o grossi di allocco/ per potere andare quieti/ nella forza del nulla// a un buio profondo e fitto/ che non sappia,/ per uno smemoramento/ e neanche per un ricordo, / di fessure, fili, / brandelli di luce// perché solo chi ha addomesticato/ questo buio pieno/ è schietto, quieto,/ porta con sé intero/ come una luce abbagliata del tutto/ il chiarore scuro della morte», p. 125.

È un testo che ci dice, senza falsità, camuffamenti letterari, invenzioni retoriche per velare la Verità che portiamo, ci dice la centralità dell’io, nell’esperienza della vera poesia, partendo da un milieu assai vicino alla nostra origine, al nostro fare i conti con la storia delle sensazioni della specie e solo in questo modo, mostrando le proprie stimmate, credo che un lettore si possa avvicinare al significato e alla bellezza di un testo, non più per se stessi ma per tutti. Il pellegrinaggio verso una terra in cui si vuole bene al niente, è solo per «quei fòra», («quelli fuori»), «i ciòchi», («gli ubriachi»), «quei do de la soa», («i depressi»). È una notte in cui «il grande carro scricchiola», in cui «ne pias star a vardar/ chi che va via lontan/(…) tut quel che se rènz/ e ‘l tas da na part”, (ci piace stare a guardare/ chi va via lontano/(…) tutto quello che si arrende/in silenzio in disparte» (Noi ghe olon ben al gnent), p. 145.

Libro sconsolato e doloroso, capace di trasformare il dolore in consolazione, il vuoto esistenziale in necessità della resa, nella visione di un Nulla «che l’é de tuti,/ l’é tut» («che è di tutti,/ che è tutto»).

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*Di Sebastiano Aglieco oltre ai contirbuti pubblicati in Samgha, si veda il blog Compitu re vivi (http://miolive.wordpress.com/)

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4 thoughts on “Luciano Cecchinel, “Sanjut de stran”

  1. Acquisterò volentieri il libro che mi sembra, stando alla bella e raffinata presentazione, un modo maturo e non narcisistico di fare poesia, totalmente rispettoso del lettore, determinato a confrontarsi senza infingimenti con temi anche dolorosi. Grazie per la segnalazione.

  2. è un gran bel libro, caro Antonio, e anche se il dialetto è duro, si apprezza l’impasto, le assonanze, i contrasti, con una sezione durissima ma necessaria, nel modo quasi dell’invettiva, rivolta all’ipocrisia dell’umano genere. e poi questo rinunciare, cosa rarissima, scomparire come progetto; lasciare il posto. Sebastiano

  3. mi complimento molto per la lucidità di questa lettura dell’ultimo libro di Cecchinel, che è un genere di poeta in via d’estinzione, come le creature (alberi, pietre, creature del bosco, qualche “stranbo” umano) che popolano i suoi versi. c’è una sofferenza autentica e non tutta letteraria come quella di molta poesia d’oggi d’ieri e sicuramente di domani: perché le terre di Cecchinel e la sua vita sono impregnate della stessa sostanza di cui è fatta la sua poesia, la quale si eleva – senza però mai astrarsi – ad altezze vertiginose quanto ad esiti (credo, ben più alte di quelle del pure ottimo Zanzotto dialettale).
    un saluto,
    Paolo S.

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