Speciali

Elezioni oltre l’Oceano

di Simona Mazza *

Le elezioni d’oltreoceano sono sempre associate alle ripercussioni, agli scandali, e alle debolezze che provocano nell’elettorato. Il candidato repubblicano Mitt Romney, ad esempio, sta ancora pagando le conseguenze della diffusione di un video girato da una telecamera nascosta durante una cena in Florida in compagnia di magnati e mecenati finanziatori della campagna repubblicana (che contribuivano con 50 milioni di dollari) lo scorso 17 maggio. Nel video incriminato si sente Romney dichiarare: “il 47 per cento degli americani è completamente dipendente dal governo federale. Credono di aver diritto alla sanità, al cibo, alla casa.” Neanche a dirlo, il video (di cui non è stato rivelato l’autore), finito nella redazione della rivista progressista Mother Jones, e successivamente divulgato sul web, potrebbe sferrare l’attacco definitivo alla già critica campagna elettorale di Romney.

Secondo indiscrezioni, tuttavia, pare che la registrazione sia stata consegnata al giornale grazie all’intermediazione di James Carter, nipote dell’ex-presidente democratico Jimmy Carter, attualmente research assistant presso il giornale. Poi, il video continua, con il candore di chi non è consapevole di essere spiato: “Questa è gente che non paga l’imposta sul reddito e così il nostro messaggio volto ad abbassare le tasse con loro non funziona”. Questa la conclusione: “Il mio compito non è di preoccuparmi di questa gente. Non li convincerò mai a farsi carico delle loro vite. Quello che devo fare è invece convincere il 5-10 per cento di indipendenti”.

Non si era mai verificato che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti parlasse con toni tanto sprezzanti e, secondo il noto clichè tutto americano, fatto di colpi bassi, di certo ne approfitterà Barack Obama. Il manager della campagna democratica Jim Messina ha difatti affermato, con fare scandalizzato e affezionato al buonismo: “Risulta scioccante sentire Mr. Romney descrivere metà degli americani in questo modo: difficile servire da presidente di tutti gli americani, quando hai sprezzantemente escluso metà della nazione”.

Romney ha cercato immediatamente di correre ai ripari convocando una precipitosa conferenza stampa in cui si è giustificato dicendo che quei concetti, “sia pure esposti in modo non elegante”, sono simili a quelli espressi in altre occasioni. “Ho parlato liberamente, in risposta a una domanda”, ha detto Romney. E da lì è nato un botta e risposta a suon di reciproci sgambetti. Come non bastasse, Romney è stato accusato dagli stessi compagni di partito per aver attaccato Obama in un momento critico per le ambasciate, a seguito dell’uccisioni di quattro uomini, per non parlare della sua campagna elettorale che, secondo gli addetti ai lavori, sarebbe fondamentalmente priva di contenuti. Romney non avrebbe approfondito i dettagli salienti del suo piano economico attraverso cui vorrebbe tagliare le tasse e creare i tanto sponsorizzati 12 milioni di posti di lavoro.

Questo punto è stato tuttavia prontamente giustificato dal responsabile della campagna, Stuart Stevens, il quale sostiene che in realtà Romney avrebbe ampliato il contenuto del suo piano, “non solo al lavoro, ma al deficit, alla sanità, ai valori, alla difesa nazionale”. Il botta e risposta ha di fatto spostato leggermente l’asse delle preferenze, così, secondo l’ultimo sondaggio CBS/New York Times , Obama si posiziona al 49 % contro il 46% di Romney. A questa rilevazione, tuttavia, bisogna aggiungere l’esito del primo dibattito presidenziale che, secondo tutti i media americani, ha segnato una netta quanto sostanzialmente inaspettata vittoria di Romney rispetto al presidente in carica. Per quanto emerso dalla Convention democratica, cinque sono i punti dell’agenda di Obama.

L’attacco a Romney. Mitt Romney non ha convinto nessuno durante la convention di Tampa. Gli ascolti televisivi del suo discorso finale sono stati decisamente bassi, ma pare che anche lui non creda più nel salto tanto necessario per raggiungere l’avversario. Bisogna altresì ricordare che i democratici approfondiranno la linea di attacco seguita nei mesi scorsi, insistendo sul passato di Romney a Bain Capital (accuse rafforzate dalla recente indagine del procuratore generale di New York, Eric Schneiderman), sulla sua ostile reticenza a divulgare le dichiarazioni dei redditi, sul ruolo nella cancellazione di migliaia di posti di lavoro nelle società acquistate, sui legami con il mondo della grande finanza. Tutto ciò con lo scopo di dimostrare che Romney non solo sarebbe incapace di rimettere in sesto l’economia americana, ma che rappresenti un personaggio ambiguo e senza scrupoli.

Una speranza per l’economia. Bisogna dire che questa sarà la sfida più ardua per Obama, secondo il filosofo politico Micheal Walzer. “Difficile per un presidente democratico chiedere che gli elettori lo rivotino, quando la disoccupazione continua a superare l’8%”. Obama dovrà poi dire agli americani che li aspetta un futuro roseo e che il programma di Romney e Ryan – tagli alla income tax del 20%, tagli alle tasse per i piccoli imprenditori, taglio alle imposte sulle plusvalenze finanziarie, rialzo dell’età pensionistica, trasformazione del Medicare in un programma di voucher con cui pagare le assicurazioni private, passaggio della gestione del Medicaid agli Stati, smantellamento del ruolo dei sindacati e della concertazione collettiva – è solo un attacco alla classe media e un regalo all’aristocrazia economica del Paese. Poi dovrà dimostrare l’irrealizzabilità del programma dell’avversario, che promette 12 milioni di nuovi posti di lavoro e provare di contro la realizzabilità della sua politica basata sulla crescita controllata e stimolata dal governo federale, di cui il salvataggio dell’industria automobilistica e di migliaia di posti di lavoro, guidata dalla sua amministrazione, potrebbe rappresentare un esempio concreto.

I bianchi e la classe operaia. Obama ha vinto nel 2008 anche grazie al voto di giovani, donne, afro-americani, classe media urbana e suburbana; di contro ha sempre avuto problemi con la working-class bianca delle aree del Centro, quella che nel 2008 scelse Hillary Clinton e poi, alle elezioni generali, John McCain. Probabilmente questa fascia di elettori voterà prevalentemente Mitt Romney. Compito di Obama sarà comunque mantenere una parte consistente di questo elettorato e soprattutto di rassicurare la classe operaia bianca, vero zoccolo duro di quei “delusi” dai quattro anni di Obama.

Il messaggio. Questo sarà forse il compito più difficile per Obama; è infatti improbabile che riesca a raccogliere i consensi del 2008. Già negli ultimi comizi la folla partecipante è stata esigua rispetto a quattro anni fa e c’è chi prospetta un calo di affluenza anche tra gli afro-americani. Inutile ripetere il messaggio di “hope and change”, che non convince più nessuno; Obama deve trovare una formula originale, soprattutto dopo lo scivolone del discorso in cui criticava Romney e i suoi per “politiche che peggioreranno la situazione delle famiglie della classe media”. Obama con toni negativi e assoluti ribadiva che “i repubblicani faranno peggio di noi”, ma dietro alle critiche non è riuscito a costruire un messaggio persuasivo.

L’unità del partito. A Tampa i repubblicani hanno dimostrato di essere slegati gli uni dagli altri e a volte persino in competizione. I democratici devono evitare questa impressione, nonostante alcuni attriti interni, cui si aggiunge il sindacato che accusa Obama di non averlo difeso con sufficiente convinzione di fronte agli attacchi alla concertazione collettiva portati da alcuni governatori repubblicani, in primo luogo Scott Walker del Wisconsin. Se questi dissapori dovessero emergere Obama potrebbe perdere una certa dose di credibilità.

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Simona Mazza è nata nel 1971 a Noto. Dopo il diploma di maturità classica nel 1990, si è trasferita a Roma, dove ha frequentato l’Accademia d’alta moda Koefia. Specializzata al Fidm di Los Angeles, ha lavorato nel mondo dei lustrini per anni. Successivamente ha spostato le sue attenzioni sulla grande distribuzione. Oltre ad essere militante politica, scrive e canta musica soul, ha all’attivo un romanzo “carta carbone” (a settembre partirà il lavoro di editing) ed un secondo in cantiere, è una super sportiva, ama la letteratura, il rock punk , Antonio Ingroia e tutti i liberi pensatori.

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