Saggi

Blog e critica letteraria. Riflessioni su un dibattito

di Marco Faini

Nelle scorse settimane si è accesa una discussione piuttosto accanita sul rapporto tra blog letterarî e critica letteraria tradizionale. Il profilo dei contendenti e il prestigio delle sedi che l’hanno ospitata ne giustifica l’eco e consiglia, per chi non ne avesse notizia, di riferirne e, magari, di arricchirla con qualche riflessione: o, nel mio caso, con qualche dubbio. Ricapitoliamo il tutto: il 25 settembre l’Indipendent ha intervistato Peter Stothard, editor del Times Literary Supplement, direttore, per quest’anno, della giuria che assegna il Man Booker Prize e incallito divoratore di libri. The bionic book worm (http://www.independent.co.uk/arts-entertainment/books/features/the-bionic-book-worm-8168123.html) suona il titolo dell’articolo, scherzoso ma anche allusivo ad un famoso quadro Der bücherwurm di Carl Spitzweg: benissimo che vi siano numerosi blog nei quali si parla di critica: ma occorre ribadire con vigore la distinzione tra condivisione dei gusti ed esercizio critico a fronte della sfiducia che esso riscuote negli Stati Uniti e in Inghilterra. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore giacché il critico esercita un mestiere che non si improvvisa: «literary criticism is […] work, a technique, a skill». La sua posizione, accusata di elitarismo, si fonda però su una preoccupazione chiara: lettori voraci sí, ma non tecnicamente in grado di valutare le proprie letture rischiano, statuendo opinioni di celere e capillare diffusione, di influenzare negativamente i gusti dei lettori. Questi, dirottati su libri di opinabile valore, li richiederanno con insistenza; l’editoria si adeguerà e ad essa terrà dietro l’industria dei premi letterari. Nelle parole di Stothard: «People will be encouraged to buy and read books that are no good, the good will be overwhelmed, and we’ll be worse off».

Tra le reazioni, quella di Simon Savidge, autore del blog Savidge reads che ha postato un breve intervento intitolato Defending book blogging (http://savidgereads.wordpress.com/2012/09/26/defending-book-blogging/) nel quale ha elencato tre condizioni virtuose offerte dai blog che la critica tradizionale non è sempre in grade di garantire:

–       un maggiore spazio per la discussione

–       nessun obbligo di rispettare scadenze, e dunque la possibilità di scrivere interventi meditati

–       l’assenza di forme di pagamento e, dunque, di coercizione da parte del mercato.

Savidge – che opta per una soluzione irenica e un poco sbrigativa: c’è spazio per tutti – si è espresso di nuovo in un’intervista al Guardian che, lo stesso 25 settembre ha pubblicato un articolo dal titolo Books bloggers are harming literature, warns Booker Prize head judge (http://www.guardian.co.uk/books/2012/sep/25/books-bloggers-literature-booker-prize-stothard). Secondo Savidge i lettori, almeno quelli “forti”, sono in grado di procedere senza il sussidio della tradizionale strumentazione critica. Riporto il passaggio in oggetto:

I think anyone who reads a lot, just by reading, has the ability to critique anything they read […]. Interestingly, you don’t find bloggers scathing review pages; you find them reading them between books, along with other blogs.

E, di nuovo, molti di questi lettori «are currently reading some of the Man Booker shortlisted novels». Nello stesso articolo si dà spazio all’opinione di Sam Jordison, book-blogger dello stesso Guardian secondo il quale una critica ben argomentata e strutturata è necessaria: ma essa può ben essere provvista da blogger di valore (si badi che, tutti i personaggi citati, Stothard compreso sono, anche, blogger). La discussione è approdata in Italia il 17 ottobre, con un articolo di Nicola Lagioia pubblicato su «La Repubblica»: La prevalenza dell’e-critico. Blog d’autore, riviste e siti: cosí la rete è diventata il luogo del diletto (culturale). L’articolo mi sembra complesso e molto ben pensato. Innanzitutto si constata la peculiarità della situazione italiana, nella quale spesso la riflessione critica piú raffinata proviene proprio dai blog: e spesso da parte di addetti ai lavori. Ciò detto è evidente, secondo l’autore, la marginalizzazione della critica letteraria tradizionale, messa in uno stato di minorità non senza sue responsabilità. Anche in questo caso, lascio la parola all’autore:

Ecco, se il pensiero critico italiano avesse prodotto di recente – pure in cattività [la cattività è quella di certa editoria e dello show business, n.d.r.] – il proprio Canone occidentale, la propria Menzogna romantica e verità romanzesca o anche il proprio Grado zero della scrittura sono certo che, rigenerati dall’ossigeno che ne sarebbe entrato, per un quarto d’ora ci saremmo disoccupati della pur triste dittature delle classifiche.

Insomma: avessimo avuto noi in Italia Bloom, Girard, Barthes, staremmo tutti meglio. Il punto non è naturalmente la maestria dei singoli critici – ne abbiamo e ne abbiamo avuti di eccellenti – ma la capacità di costruire una teoria critica influente. Tralascio la rassegna di riviste e blog che hanno invece provato ad impostare un discorso critico piú avvertito e qualitativamente piú elevato e giungo alle conclusioni di Lagioia. Prima conclusione: «sui migliori blog letterarî i libri vengono affrontati evitando certi difetti endemici della critica istituzionale»; quali sono questi difetti? Se non capisco male, quello di prendere «i libri come congegni da misurare (qui funziona, qui no)», indagando piuttosto «la loro forza trasformativa nel mondo che li accoglie». Si tratta dunque di dibattere di quali nuovi schemi percettivi la narrativa di qualità (vengono citati Foster Wallace, Bolaño, Walter Siti) offra a lettori avvertiti. Seconda conclusione: «Il ruolo dei mediatori resta fondamentale. Solo: i piú bravi non si formano e non agiscono piú soltanto nei luoghi in cui fino a dieci anni fa ci si sarebbe aspettati di trovarli». Che è poi l’opinione di Jordison. Ecco; magari sarebbe opportuno stabilire quali siano questi luoghi: l’Università? le riviste letterarie? le pagine culturali? trasmissioni come il Literarisches Quartett della ZDF in cui Marcel Reich-Ranicki discuteva accanitamente di letteratura?

***

Questo lo status quaestionis. Ora, forse è bene mettere ordine stabilendo alcune differenze tra punti che mi pare si confondano in questo dibattito. Innanzitutto vi sono, a mio avviso tre generi di critica letteraria:

–       la critica letteraria accademica

–       la critica letteraria “militante”, colta e non accademica. Per esempio: lo stesso Stothard, o Pietro Citati

–       la critica letteraria dei blog che può in parte coincidere con le due precedenti ma tende ad avere caratteri proprî

Ci sono poi alcuni problemi evidenti che tornano nelle singole prese di posizione:

–       il problema tecnico: chi è titolato a parlare di libri? E con quale linguaggio?

–       il problema economico politico: che rapporto stabilisce la critica con il sistema editoriale (premi letterari compresi) e i suoi addentellati politici? Quale grado di libertà consentono i blog rispetto a tutto ciò?

Mi pare altresí chiaro un sottinteso fondamentale di tutta la questione: letteratura è, qui, sempre letteratura contemporanea. Non si tocca altro aspetto, malgrado l’accenno di Lagioia a mostri sacri della critica (accademica, aggiungo io) che si sono dedicati alla tradizione letterara nella sua piú ampia accezione. Ma è tutta qui la letteratura? A questo si riducono i blog? Al pendolo col mercato e le classifiche? Basterebbe scorrere i post di Samgha per capire che le cose non stanno cosí: i blog offrono un ventaglio di argomenti amplissimo. E allora quali sono le riflessioni che dovrebbero occuparci? Qual è la voce di un blog, la sua peculiarità critica?

***

Io credo che innanzitutto si debba uscire dalla palude del confronto tra critici (magari un po’ snob) e bloggers corsari. Perché io colgo, anche nei discorsi dei difensori dei blog, un invincibile elitarismo. Savidge parla di lettori «who reads a lot»; Jordison di blogger che, come auctoritates, ci fanno da guida. Lagioia immagina lettori che decrittano le modificazioni letterario-ontologiche che emergono dalle pagine di Bolaño e altri avvertitissimi autori. E allora manteniamo il fuoco sulla letteratura contemporanea. Io credo che condividere le proprie letture, e farlo con parole appropriate sia atto meritevole. Ma parlare degli «schemi percettivi» che mi offre Foster Wallace può essere bello e altrettanto discutibile (se non, perdonatemi, masturbatorio). Perché Foster Wallace è difficile. Ed è chiaro che uno dei rischi dei blog è l’atomizzazione delle opinioni, l’esplosione dei pareri, la parcellizzazione di voci critiche davvero non sempre all’altezza e la definitiva inservibilità di questa meravigliosa opportunità. Un blog, come collettivo di lettori, dovrebbe avere la forza di proporre invece una lettura d’insieme: quello che ha tentato Wu Ming con New italian epic.

In secondo luogo: può un blog servire a creare questa lettura d’insieme (la teoria critica “forte” di cui Lagioia lamenta la mancanza), o è condannato da un lato a riflettere le opinioni di dilettanti e, dall’altro, a filtrare le tendenze accademiche se chi vi scrive è un professionista? In terzo luogo: da tutta questa discussione è stata estromessa la storia. Mi pare che sottotraccia l’atto critico e di lettura sia quello dell’intuizione solipsistica di un lettore solo che affronta un testo – magari con un occhio alla situazione attuale. Non voglio passare per pedante: ma qualunque atto critico presuppone una contestualizzazione che è prima di tutto storica. Prima ancora che linguistica. Posso baloccarmi sapendo cosa è un’ipallage o il flusso di coscienza: ma se non conosco il retroterra letterario di un romanzo, non saprò mai dire perché è bello e brutto, in cosa si distingue da altri simili romanzi: in sintesi, perché merita di essere letto e sopravvivere oppure no (e si veda il bell’articolo di David John Taylor, What makes a modern classic? nel sito del Times literary supplement: http://www.the-tls.co.uk/tls/public/article1103901.ece).

***

La critica letteraria si fa a tanti livelli: anche disporre i libri nel proprio scaffale significa in qualche modo compiere un atto critico (stabilire vicinanze, analogie, contatti, simpatie). Ma ad essere in gioco in tutto questo, la domanda alla quale siamo chiamati a rispondere, è, mi pare, piú che quella relativa alla legittimità dei blog, e il diritto ad esprimervi espressioni letterarie, quella circa la questione dell’essenza dei blog medesimi. E questo è proprio ciò che io non so: quali possono essere, se vi sono, le impreviste aperture critiche che i blog ci dischiudono (come cioè, lo sguardo di un critico, filtrato da questa particolare prospettiva, guarda in nuove direzioni o guarda diversamente oggetti noti)? Può, deve (e come) un blog diventare uno strumento critico compatto (tale cioè che, al di sotto della varietà dei temi, si individui un coerente e consapevole programma critico-culturale)? Può tutto ciò saldare la frattura verso un pubblico che cerca i libri ma rifugge la critica ufficiale come pedantesca, noiosa, inservibile, inutile?

Io credo che risollevare il dibattito corrente dall’opposizione, sterile e querimoniosa, tra nuovi democratici della critica e gli elitari conservatori provando a rispondere a queste domande (alcune, poche di quelle che si possono immaginare) possa offrire a tutti noi, che i blog amiamo, leggiamo e scriviamo, l’occasione di impegnarci in qualcosa di radicalmente nuovo. E di rilanciare un dibattito non eludibile.

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8 thoughts on “Blog e critica letteraria. Riflessioni su un dibattito

  1. Io sono fra quelli che guarda con curiosità ai cambiamenti introdotti dalle nuove tecnologie: on demand, self publishing, diffusione dei blogs. Questo, unito alla progressiva estinzione della carta stampata e dei critici con adeguato stipendio, porterà ad una contrapposizione frontale fra: critici di parte (riconducibili all’industria dell’editoria e dei premi letterari) e moltitudine di blogger e lettori più o meno competenti. Il problema della competenza per me è pretestuoso perché da un lato non ho molte garanzie sulla imparzialità di molti critici “ufficiali” o sulla buona scelta editoriale delle maggiori case editrici, mentre nella vastissima produzione di critica nei blog e nelle recensioni di amazon o anobii si nascondono lettori veramente competenti, liberi dai condizionamenti del mercato, capaci di scovare capolavori nascosti.

    • Cara Maria Adele
      fai bene ad accentuare il ruolo economico in questo dibattito. A me però pare un po’ drastica – ed idealistica – la tua opposizione polare, per altri versi corretta, tra critica ufficiale destinata all’estinzione e al soldo delle case editrici, della quale diverrà o già è, il prezzolato megafono e lettori liberi. Perfettamente d’accordo sulla capacità di lettori e blogger di scovare, con libertà e fiuto sorprendenti, libri di grande valore, su questo dici proprio bene.

  2. Non mi sono mai posta il problema, scrivendo un post sul mio blog, di contrapporre la mia opinione, svincolata da logiche di mercato e da marchette editoriali, a quella di critici famosi. Per me e le altre partecipanti al nostro blog il web è solo un posto virtuale per scambiarsi pareri e opinioni, come potremmo fare di fronte a una tazza di tè a casa nostra. Seguo dei blog letterari, ho un account su anobii e mi fido delle recensioni di alcuni utenti ma continuo con molto interesse a leggermi LaLettura del Corriere e l’inserto TuttoLibri della Stampa. Rispetto a quando ero giovane ora ho un mezzo in più per informarmi sui libri. Più democratico, è vero, ma a volte anche meno affidabile,

  3. Caro Marco,
    il tuo articolo e’ molto interessante e ben fatto, oltre che scritto molto bene, con un bello stile. Per provare ad aiutarti a rispondere alla tua domanda, direi e`necessario contestualizzare il blog all’interno di internet e del suo significato sociale, che consiste nell’essere un portale sempre aperto alla comunicazione e alla circolazione di informazioni assolutamente gratuito e democratico. In questo senso, le vecchie gerarchie e pratiche vengono automaticamente di per se’. In questo senso, internet e’ una sorta di macchina che assicura al cervello la possibilita` di prolungarsi e proiettarsi nel dominio [ubblico in maniera veramente inaudita ed inedita nella storia dell’uomo. Il blog letterario fa parte di questo contesto, e come la diffusione dela literacy fa si che tutti si credano, almeno per un giorno, poeti. Allo stesso modo, internet assicura ad ognuno di moltiplicare la propia identita in maniera esponenziale sulla scena pubblica (e dunque qualsiasi lettore puo` sentirsi criticio, almeno per un giorno). Detto questo, il blog ha reso anche un grazie servizio a noi, piu’ o meno lettori e commentatori di professione. Quello di liberarci dalle, sovente ipocrite, forche caudine del peer reviewing, e di dotarci di una palestra di esercizio ed allenamento molto efficace. E ha sicuramente reso l’esercizio del critico meno elitista, lo ha democratizzato. Ha reso in qualche modo il critico piu’ vicino al lettore comune, ed il lettore comune piu’ avvisato e conscio rispetto alle sue scelte. Semplicemente peche circola piu’ informazione e c’e’ piu’ liberta’ di scelta, grazie anche all’e-book. Da questo punto di vista, molto generale, il blog e’ totalmente legittimato ad esistere.
    La domanda, Marco, che io aggiungerei alle tue sarebbe piuttosto la seguente: se – seguendo il mio ragionamento – le categorie critiche tradizionali (accademica, ufficiale, militante etc.) vengono cosi’ sconvolte, come e’ possibile non solo giustificare l’esistenza del blog sul piano ‘cibernetico’ (secondo le mie semplicistiche indicazioni), ma soprattutto su quello culturale. Che autorita’ puo’ avere un blog, viste le sue caratteristiche essenziali? Come puo’ per esempio un gruppo di ciritici riunirsi attorno ad un blog per proporre una visione critica omogenea (visto che il blog invece tende piuttosto a promuovere l’espresione individuale)? etc. Se, come tu ricordi, nel blog sovente si leggono eccellenti saggi, se cioe’ i critici stessi scelgono sovente questa piattaforma per esprimersi, come e’ possibile integrarla fra gli strumenti critici istituzionali, data la sua natura sfuggente e cangiante? E data l’impossibilita’ di stabilirne un’identita’ fissa, riconoscibile? Come e’ possibile integrare fra gli strumenti istituzionali la dimensione interlocutoria del blog?
    Per finire (scusa la lunghezza del mio intervento), a me sembra che col blog in primo piano venga messo il divenire del pensiero, direttamente, senza i consueti filtri editoriali che tendono invece a cristallizzarlo ed a reificarlo (in un libro, in una pagina stampata etc.). In qualche cosa cioe’ che si separa dal pensiero e che, n qualche modo, muore. Il pensiero nel blog si esprime invece come un continuum in perpertuo divenire, in perpetuo fluire, che non si separa mai da se stesso, ma si specchia continuamente su una superficie che puo’ essere senza sosta rialimentata. Oltre al fatto che viene ivi esaltata al massimo la dimensione dialogica del linguaggio, rendendo ancora piu’ problematica, se possibile, la figura dell’autore.

    • Caro Enrico
      grazie di questo intervento pieno di riflessioni. Dici bene che il blog è fluido e in movimento, oltre che democratico, cosa che mi pare assolutamente fondamentale. Concordo anche su quanto dici dal versante di chi fa il critico di professione e che in questo modo da un lato può aggirare le sempre più assurde – e geopoliticamente sospette – barriere della peer review, ma anche, molto banalmente dei settori scientifico disciplinari concorsuali e dall’altro è costretto ad avvicinarsi al lettore, a disciplinare e ammorbidire una scrittura che spesso, per statuto di genera, è spinosa e irta.
      Il problema che cogli è proprio quello dell’autorità del blog, o dello statuto discorsivo che ad esso fa capo; e naturalmente dello statuto autoriale di chi vi scrive. Ma, prima che ancora che accademica questa autorità deve essere critica e intellettuale; insomma, la questione è anche come salvaguardare l’indipendenza dall’Accademia e allo stesso tempo costringerla al dialogo.

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