Interviste/Racconti

Due domande all’autore con racconto inedito: “L’Amante” di Cristina Annino

a cura di Alessandro Polcri

Una breve intervista a Cristina Annino e un suo racconto inedito offerti per aprire su Samgha un nuovo spazio di riflessione sulla narrativa. Si tratta di brevi affondi nella produzione in prosa di significativi autori contemporanei (alcuni, come Cristina, anche poeti) accompagnati dalle loro riflessioni critiche. Cristina Annino ha scritto numerosi racconti quasi tutti inediti e molto amati da Guido Almansi che avrebbe voluto raccoglierli in volume e da Giovanni Giudici che li voleva vedere pubblicati da Einaudi. Questo che l’autrice propone qui in una versione abbreviata attende di essere pubblicato nella sua interezza in un prossimo volume. Come molti dei racconti di Cristina Annino, L’amante è stato scritto nel 1984, su appunti precedenti presi tra il 1980 e il 1983 in Spagna dove l’autrice ha vissuto per lunghi periodi della sua vita.

1. Quando e perché hai cominciato a scrivere racconti e come intendi la forma del racconto?

Come altri autori, ho cominciato a scrivere racconti molto presto;  ancor prima inventavo brevi storie da ripetere  ai miei coetanei nel tentativo di una comunicazione affettiva che non sapevo risolvere in altro modo.  Ma anche tali prove di inserimento furono comunque e sempre fallimentari. La fantasia di un bambino di allora  non era fuorviata dall’attuale mercanzia d’evasione. Quindi i miei racconti  erano infarciti di una fantasia personale eccessiva quanto irreale, non gradita perciò da bambini che consideravano come gioco l’ imitazione del mondo reale degli adulti o adottavano modelli di divertimento ormai collaudati dalla tradizione. Non ho mai visto un mio coetaneo coinvolgere il gruppo con qualcosa di inventato da sé, tutti sembravano appagarsi soltanto di ciò che non “apparteneva” loro. Accadeva dunque che le mie narrazioni di pura finzione venivano rifiutate da un’altrettanta finzione, la quale inoltre  si basava su modelli altrui. Nell’infanzia vissuta in modo collettivo, il metodo della conservazione e del conformismo stranamente vince sempre su quello della creatività pura. L’avrei capito molto più tardi, insieme aI fatto che tale comportamento, sentito allora come discriminante, fa parte invece di una logica utilità naturale. Soltanto quando scrivevo poesie ritrovavo un  equilibrio, era come si raddrizzasse il mio universo interiore. Mi sentivo risolta; ogni poesia aveva il semplice potere di riunirmi alla  famiglia più che al sociale; acquisivo  una sorta di autosufficienza fuori dalla competitività troppo complessa, che sperimentavo nei coetanei. Ecco, per me era come se mi avvicinassi sempre più a una  specie di regno animale,  nel territorio cioè del mio io. Non saprei spiegarmi in altri termini. A distanza di anni credo di poter dire che proprio quel modo di concentrazione indubbiamente coatta,  mi  fece intravedere (in modo embrionale, che poi avrei formulato) l’esistenza di due misure del mondo e insieme la possibilità – se fossi entrata in contatto sia pure mentale, con fatti non consumati e non indotti- di superare l’universo della menzogna collettiva. Che avrei insomma potuto conquistare una mia realtà d’espressione dove le parole sarebbero state solo lo strumento utile per liberarmi dell’ asservimento alla forma.

2. Senti che c’è un rapporto tra la scrittura di racconti e di poesie, oppure sono per te due generi separati?

Direi che sono generi assolutamente separati. Pur non essendo un’ esperta della questione mi sono ovviamente posta la domanda e per rispondere adesso alla tua, posso dirmi convinta di una cosa: che si possa arrivare a una data idea di prosa solo se si è passati per un’ identica idea di poesia. Tale idea o visione del mondo -che è solo di una certa poetica- ha la straordinaria facoltà  di generare qualcosa di assolutamente differente da sé, la narrativa. Per questo io non ho mai ritenuto validi i racconti fantasiosi  scritti in età precoce, mentre ho sempre considerato significativa l’ esperienza della poesia di quegli anni. Credo infine che  l’idea di cui parlo, se ha la capacità di stabilire una sua autonomia di dati, riesca a non scomparire nella filosofia. Per me il rischio maggiore di certi romanzi. Che entri nella storia mutabile del mondo, fino a poter creare un suo  pensiero dominante. Credo però che questo  non accadrebbe se  invertissimo cronologicamente  i termini, vale a dire: prima prosa, poi poesiaRipetoi due generi, per me, sono assolutamente separati. Nella mia personale e discutibile convinzione, ritengo che ogni forma narrativa abbia però bisogno, dal punto di vista linguistico, di certe revisioni, possibili  solamente nell’ambito di un elevato addestramento poetico. Giacché sappiamo bene che il prodotto letterario, con i suoi contenuti, fonda la propria legittimità nel linguaggio che usa. Il linguaggio è appunto l’idea che si ha del mondo.  Poi le strade si dividono per tanti motivi, impianto logico, quantità di situazioni, la loro distribuzione, estensione narrativa, ecc. Altro elemento distintivo tra i due generi, banale dirlo ma va considerato, è che anche uno spazio  estremamente ridotto di narrazione, quale può essere un racconto, ha bisogno sempre e comunque di un evento, e che questo si sviluppi fino alla sua conclusione. Alludo al plot,  inevitabile in prosa, che non è la semplice “trama”. Quella tensione creata dall’insieme dei fatti narrati, i quali generano a loro volta movimenti di causa ed effetto, dando vitalità – insisto- anche al  minimo impianto prosastico, in poesia può essere infatti di secondaria importanza o a volte addirittura non sussiste. Questo è uno degli elementi più vistosi di diversità. Non prendo in considerazione esercizi di scrittura quale la prosa poetica, per esempio, ossimoro per nascita e che termina, ahimé, come una dittologia sinonimica. Del resto sappiamo bene quanto, in arte, sia diffuso e non regolamentato il porto di parola. Io riterrei necessario che il narratore o il poeta, al pari di ogni artista, sviluppasse in sé l’esigenza dell’ astensione. Chiunque sappia scrivere con  disinvoltura, può farlo anche in senso improprio: dall’imitazione fino ad altre occasioni comunque inutili. Forme d’espressione per lo meno  inquinanti. Dovrebbe pertanto essere avvertita da ciascuno di noi la misura o coscienza del superfluo; che sarebbe poi una personale censura. Senza  equilibrio tra le proprie capacità espressive, e la finalità di queste (troppe volte solo edonistica), si aggraverà l’inflazione già esistente arrivando alla corruzione stessa del mezzo che usiamo. Cioè la scrittura. Così come l’ecosistema sta impazzendo a causa della tecnologia, utile ma anche distruttiva per l’uso scorretto che ne fa il genere umano. In entrambi i casi – riconoscendo l’estrema sproporzione dell’esempio-senza l’esigenza di una  “bonifica”, arriveremo a perdere definitivamente la bellezza utile del mondo, ma anche quella delle parole.

******

L’AMANTE

di Cristina Annino*

Lui non è sicuro di vivere ancora per molto, eppure è giovane. Sente che niente potrà più accadergli e che invece può cadergli addosso qualcosa, il cuore ad esempio, e schiacciarlo come una casa. Individua solo un luogo dove potrebbe star bene. Quando si arriva a credere nel paradiso, ci si accorge di avere un cuore, un fegato, due polmoni. Ci si ammala. Qualsiasi organo del nostro corpo diventa più grande di noi. Di questa angoscia, egli crede di dover ringraziare la moglie Bozena per il lodevole aiuto, la competenza e lo scoraggiamento necessari. Senza questi non avrebbe potuto compiere, oggi, i suoi ventisette anni e pensarla così. Abita in una casa di campagna da tre anni, con Bogie e il cane, dopo aver trascorso due anni a Madrid. Secondo lui un essere umano può vivere bene solo in una grande città e che questa è tanto più fatta per gli uomini, quanta meno vegetazione include. Avrebbe voluto vivere per sempre a Madrid, ma un inizio d’asma della moglie, lo convinse a scegliere la campagna. Tanto valeva fosse italiana. Entrando per l’autostrada da Segovia, l’automobilista viene abbagliato da un’ aureola rossonera, un arcobaleno che sembra assorbire tutto lo smog delle città spagnole; si muove come correndo verso la propria testa, come allargasse le braccia. Una sudorazione così umana, egli pensa, non può non commuovere chiunque. Ieri è venuta a trovarlo una sua amica, Marta. Già salendo le scale esterne alla casa, gli invidiava tutta quella pace.

-Non cercare di consolarmi. La campagna mi diverte solo guardandola dal treno. Se ci vivi, o è troppo aristocratica o puzza. Questa, puzza.

-Fa’ sentire:sì, maiali. Almeno ti ispirerannoli ami, no?

-Sono arrivato a tal punto di abbrutimento che leggo i libri d’amore di mia moglie. Meno male con enorme dispiacere.

Allora non farlo! Noi due siamo proprio diversi!

-L’hai detto.

-Ma dov’è Bogie?

Operazione ai piedi. Quindi ospedale. Quindi ancora una settimana. Stop.

Contento, eh?

-Non lo so. Solo. È già qualcosa.

Mangiavano e Marta parlava eccessivamente.

-Mio marito è avaro. Da fidanzati lo ritenevo sobrio, uno che perciò non sarebbe diventato schiavo di nulla, avrebbe dominato le situazioni. Insomma un elemento utile, nella coppia. Ora invece è schiavo del suo istinto di sobrietà: è schiavo dei soldi, chi l’avrebbe detto? Col tempo è diventato ricco e avaro, insomma da vincitore come sembrava, ora è un perdente. Appena me ne sono accorta, ho smesso di amarlo.

Fuori faceva caldo; marciva tutto.

-….Dario, la scorsa estate, senza mai avermi vista prima, mi si fermò davanti sulla spiaggia mente prendevo il sole distesa, e così alto sopra di me mi chiamò col nome di battesimo. Mami segui?

-Sì, sì. Lo so già.

-Mi disse “ti si sta bruciando la pancia, Marta!” Non è splendido? Non ci conoscevamo, eppure disse Marta. Per la prima volta mi sentii una donna e l’ho amato immediatamente.

-Senti, sul serio sei venuta per dirmi questo? Conosco tutti i particolari a memoria!

Lei gli afferrò la mano, come un polpo.

-No… perché ora il mio amante mi fa soffrire. Troppo.

-È l’amore, Bellezza, l’amore. Sempre così.

-Non fare il cinico. Lui dice che per adesso mi ha accantonata. Capisci? come fossi un oggetto… Ma so che non tornerà più. Quel che mi fa disperare, vedi, è che io invece non posso lasciare nessuno, non ho alcuna possibilità di scelta, sono sempre la vittima. Capisci?

Lui capiva, masticando lentamente e bevendo molto vino. Si sentiva solo anche in quel momento, forse cinico, chissà! Stava pensando “non ho mai visto nessuno mangiare bene nemmeno la frutta. Bere sì, ma mangiare è cattivo”.

-Marta- allora le soffiò- l’amore oramai si dà secondo i mezzi di bordo. Ormai si può essere romantici con il lavoro, con gli animali, con le città, persino con gli oggetti. Ma un nostro simile ci spaventa. Non siamo più all’altezza, credimi.

-Mio caro, ora non stai scrivendo una delle tue poesie, questa è la mia vita, se permetti. Dimmi che non sono bella, che ho sfortuna con gli uomini, ma dì qualcosa che riguardi me, non sempre te, dimmi che sono predestinata…

-Ascolta, te lo dirò in prosa, se preferisci: ho quasi trent’anni e le idee solo ora mi si stanno chiarendo. Quando questo succede è terribile, voglio dire che il mondo si restringe, non si possono avere idee chiare per due. Scusami, non sono più il cinico che conoscevi, sto per diventare egoista. Maledizione! sto passando dalla grandezza alla pratica.

– Io invece non credo si possa cambiare. La verità è che siamo tutti e due fottuti, mio caro. Tu potresti smettere di scrivere poesie, ma saresti sempre un poeta, io non sarò più amata, ma rimarrò un’amante.

Poi guardò fuori dalla finestra sospirando:

-Vorrei sapere cos’è che ci fotte!

-I particolari, penso. Non le grandi cose, i particolari. Le zecche fottono il mio cane, per esempio.

-Devi parlare con Dario- gli disse come ancora masticasse- digli quel che ti pare ma parlagli. Fagli capire che nessuno, dico nessuno ha il diritto di offendere un altro essere umano.

Caspita!!

-Ho paura, sento che retrocedo, sono sempre di meno, soprattutto nel viso. È orrendo

-Lasceresti tuo marito per lui, e anche i figli?

-Oh, sì. SÌ.

Appena Marta se ne fu andata, dimenticò tutto. Rimasto solo, ebbe in un lampo la visione del proprio IO cinico che allargava le braccia simile allo smog di Madrid. Troppo distante, almeno quanto la vecchia parte di sé che sentiva allontanarsi definitivamente. Per quella separazione involontaria ma ideale, dove la geografia separa la mente dal paradiso, lui era diventato egoista.

La trovarono morta dentro la vasca da bagno: suicida. Lui corse e la vide così. “Ti si sta annacquando la pancia!” avrebbe detto Dario continuando ad offenderla. Le cosce aperte, le braccia aperte; l’acqua sembrava uscire da lei e non lei giacere nell’acqua.

Ne conosce il nome, l’indirizzo. Sa che la sua mano destra è priva di due dita a causa di un incidente di caccia. Che è analista. Fissa un appuntamento per telefono.

Quando entra nella stanza, Dario è in piedi e sta fumando.

-Mi scusi, ma so che non è una visita usuale- Sembra che abbia paura.

A lui viene in mente, chissà perché, un film western: l’amante sfavorito dal copione, cattivo. Lui più agile, buono, il vincente. L’altro come un bosco contro cui avrebbe dovuto combattere in quanto figlio della metropoli che è “giusta”, fatta dagli uomini per gli uomini. Me lo pappo come una ghianda pura e scappo verso lo smog. Voglio fermarmi sull’autostrada prima di Segovia e guardare, guardare come un imbecille l’aureola sporca, fino a Madrid. È l’amore, Bellezza, l’amore”. Così pensa, poi:

mortainizia alla grande.

L’unica cosa che Dario sa fare è tirare fuori dalla tasca, con la mano sinistra, l’accendino d’oro e metterglielo davanti.

-Lo vede?

-Che altro potrei fare?

-È un regalo dell’ultima donna. Io ho troppe donne e poi una moglie e due figli, e ogni nuova donna è più ricca delle precedenti. Ho sempre bisogno di donne ricche. Lei che può sapere di me, eh?

Niente, infatti. Sono qui perché fortunatamente mi interessano altre cose: perché Marta si è uccisa. Ci scriva su un saggetto che non interesserà a nessuno, dottore, però alla fine, si troverà col culo per terra.

-Leiscrive, per caso?

-No.

-Io invece qualche volta lo faccio. Qualche volta l’ho amata, la sua amica, qualche volta sono cosciente, qualche volta mi pento. Potrei continuare all’infinito.

-Metà del genere umano è così, dottore!

– LA PREGO DI NON INSEGNARMI IL MIO MESTIERE.

Sempre con la sinistra apre un cassetto, ne estrae sei, sette, otto, dieci accendini d’oro che allinea lentamente sul tavolo. Poi li fissa in estasi. Nessuna catastrofe l’ha mai sfiorato, se non quell’incidente di caccia nelle campagne. Uccidendo, sempre.

Sono scappato tre volte di casa per andarmene al Savoy. Tecnicamente si chiamano tre agiti.

-Bene, ma ora non mi apra il suo animo!

Lui sente la musica di quel film western al massimo del fragore. La sente sotto i piedi come acqua, e poi l’ascolta volare, per la qualità stessa della musica, su per le gambe, bagnando tutti gli oggetti dello schermo, compresi i dieci pezzi d’oro sulla scrivania.

L’universo intero brilla e lui si rende conto che la razza degli uomini è terribile. Certo sta sognando, chi lo sa, ma ciò che vede lo irrita, tutto lo sta irritando, così come le zecche fottono il suo cane. Allora si immagina di sparare, prima sui dieci barattoli d’oro: il gas schizza su. E dice, in quel film più assurdo di tutti i fil del mondo:

-Regola meglio la fiamma, dottore! È peggio di un incidente di caccia, questo. È definitivo. È come tutte le verità.

Il vento soffia di nuovo verso est portando fin dentro la casa l’odore dell’allevamento di maiali. Bozena è tornata a casa. Sta distesa sul letto con i piedi fasciati. Aperto accanto a lei c’è il Geograficki Atlas che lui conosce molto bene, edito a Zagabria nel 1908.

-Hai visto la tua lettera?- le chiede.

Quale?

-È arrivata ieri da Madrid. Anche stavolta senza mittente- gliela consegna.

-Ah!

-Alfio mi ha sussurrato all’orecchio “tu ti fidi troppo degli amici, va là” perché l’ha detto, e in quel modo, secondo te?

-È un postino volgare, non ti sembra?

-Bogie, anche gli stati cambiano, come le persone, e anche se uno non se ne accorge…Non ti sembra un po’ sorpassato quell’atlante? Il mondo ora è diverso.

Lei riflette, respirando lentamente.

-Voglio insegnare russo, facendo una piccola scuola nel capanno, ecco quello che penso.

-RUSSO…..?! ma a chi vuoi che interessi, ai maiali?

-Ho ventinove anni e sono stufa di piantare fiori mentre tu non scrivi più una pagina decente. Non mi interessa il tuo parere, ma io voglio almeno propormi un piccolo traguardo.

-Non sono certo i soldi che ci mancano. E poi non credo che resteremo qui per molto.

-Mica penserai a quella fogna di Madrid, vero? Me lo avevi promesso, non ci respiro. È bru..tta, piena di frittate e di tori.

-E di uomini.

Si infila la giacca, cerca le chiavi, è giù sulla porta ma si gira e torna indietro, le bacia entrambi i piedi:

-Sarai una gran brutta vecchia, amore mio, ma ciò non mi impedirà di amarti. Questo, è un traguardo!

-Sarà come dici, ma una cosa è certa, questo non interessa a nessuno.

-AH!…. Esco con il cane. Stà buona.

Mentre fa un lungo giro con il cane pensa “lei è fatta così, ognuno è fatto a suo modo, ma adesso lei è come metà del mondo perché la capacità di offendere le conferisce una volgarissima autorità” Si accorge così d’ avere sempre avuto paura. Persino di Marta, di Dario, anche di Alfio; di ogni cosa umana lui ha sempre avuto paura. Se si trova in campagna è perché teme anche sua moglie. In tutta la sua vita non ha mai smesso d’avere paura e di desiderare. Come i servi. Guarda il cielo mentre il cane fa pipì e davanti a loro brillano le luci miste del paese più vicino.

Bozena sembra inquieta o che di nuovo respiri con fatica; ha in mano la lettera aperta:

Tu l’hai già letta, no? Come le altre.

Dimmi solo di chi è.

-Del tuo amico Pablo.

-Ci avrei scommesso.

-E..basta!? Meno male che seiitaliano…!

-Certo non posso essere croato. Cosa fanno loro in queste occasioni?

-Pretendono almeno di leggere.

-I croati sono tristi.

-E tu apri le buste col vapore….! sapevi già tutto.

-Allora davvero mi sopravvaluti. Solo una domanda, come fate o farete a incontrarvi, visto che Madrid ti fa tanto schifo!

Coi capelli tagliati molto corti, il viso vagamente mongolo tipico di certe croate, positiva fino ad essere dura, grande camminatrice e magra, lei lo guarda con diffidenza.

-Non ti ho mai tradito.

-Grazie, ma sono affari tuoi. Ed ora ti prego, nessuna spiegazione, non posso più ascoltare nessuno, sono pieno di parole altrui…

-La verità è che sei scosso per Marta, non hai superato lo choc.

-No, signora, la verità è che ho solo voglia di un po’ di salute, che qualcuno mi prenda per mano e mi mostri il paradiso. Ti sembro abbastanza poeta così, do sapore all’aria, come vorresti?

-Che idiozia, il paradiso non esiste, o almeno non c’è per te. Tu non ti accorgi di nessuno, non ami gli altri. Ti servi di tutti, ma neanche li noti.

-Attenta che mi accorgo delle parole, però. È il mio mestiere.

-Il mestiere dei cattivi!

-Nessuno lo è, Bozena, è la nostra condanna, non abbiamo la percezione morale di niente, pensa che schifo! Non siamo né cattivi, né traditori, né buoni; possiamo solo essere più o meno intelligenti. Pensa che schifo!

Quando è certo che la moglie dorma, si veste, chiama il cane e scende le scale. Arriva a casa di Alfio, lo sveglia senza scusarsi, gli chiede le chiavi della sua auto dicendo che deve cercare una farmacia di turno, in città, e la sua macchina ha la batteria scarica.

-Aspetta, che t’accompagno, va là. Vengo col pigiama, chi se ne frega!

-No.

-Perché no.

-Ho deciso di non fidarmi più degli amici.

-A modo tuo sei grande, sai. Volevo dirtelo da tempo, devi credermi.

Sempre creduto.

Accende il motore e tenendo fermo il cane sul sedile accanto, pensa a Bozena, al fatto che gli sono sempre piaciute le donne brutte. Gli fanno tenerezza. In qualche pomeriggio aveva osservato la moglie dormire sul divano, quasi arricciata in una posizione innaturale. Gli era parsa un resto di carne uccisa o un mollusco. Lui sapeva che invece era una persona e gli sembrava straordinario riuscire a farla star bene, determinarne l’allegria, persino la spiritualità e la gradevolezza fisica.

Poi non ci pensò più.

–Madrid ti piacerà- disse rivolto al cane- C’è tanto di quello smog!

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*Cristina Annino, nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma. Si laurea in Lettere moderne a Firenze (dove svolgerà un brevissimo assistentato) con una tesi su César Vallejo. Scrive già nella prima infanzia, suscitando la stima dell’allora vecchissimo Corrado Govoni e di Giuseppe Ungaretti. A Firenze frequenta i caffè letterari Paszowski e il San Marco sede allora dei giovani avanguardisti del Gruppo 70, entrando in anni successivi in contatto con Franco Fortini, Giovanni Giudici, Guido Almansi, Giovanni Raboni, Antonio Porta, Elio Pagliarani ed altri. Dal 1969 ad oggi pubblicherà 10 libri di poesie e un romanzo; attualmente si dedica anche alla pittura. Dopo Chanson Turca, edito nel 2012, sta lavorando al prossimo libro di poesie.

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35 thoughts on “Due domande all’autore con racconto inedito: “L’Amante” di Cristina Annino

  1. molto interessante il racconto e l’analisi della tua nascita letteraria.
    molto intenso e deciso l’estratto del tuo inedito. Ci rivedo molto di te… ;-)

  2. Cristina Annino ha la capacità di prendere la vita e rovesciarla come un calzino: ne esce, naturalmente, ogni tipo di odore, la vita così com’é, non come dovrebbe essere; ciò che rimane é il sapore acre della verità, che mastichi e rimastichi in attesa di spremerne il senso, che può variare dall’indignazione alla denuncia all’amore per l’esserci, sempre e comunque. Il linguaggio riflette la fedeltà al dato, anche quando é sopra le righe: una pagina, insomma, che gronda realismo e nello stesso tempo fa sentire il cuore e l’anima di chi scrive e sogna un mondo migliore, o semplicemente un mondo.

  3. I racconti di Cristina Annino presentano spesso gli stessi “strappi” forti delle sue poesie, qualcosa che artiglia e spiazza di continuo il lettore. Questa energia si trova anche nell'<>,

  4. Centrale, ai miei occhi, è il riferimento che Cristina Annino fa nell’intervista all’ecologia della scrittura; sulla scorta di quel riferimento ho letto con grande interesse il suo racconto inedito. Ho riconosciuto immediatamente lo sguardo acuto e l’illuminazione cruda che è nel ricco bagaglio di ‘energie rinnovabili’ . sole, vento, qui, soprattutto, biomassa – di Cristina Annino, materia prima sulla quale interviene il lavoro esperto.e inconfondibile. Il segno resta, eccome.

  5. Ricche e interessanti le osservazioni di Annino sul modo di concepire la scrittura poetica e narrativa, sin dall’infanzia. ” Il linguaggio è appunto l’idea che si ha del mondo” – dice Cristina, che poi si sofferma sulla bellezza utile delle parole. Annino dimostra, sia nella prosa che nella poesia, di credere in una scrittura che nasce dalla realtà e in essa affonda i suoi artigli. Nel racconto, passando per i diversi punti di vista, l’Autrice scava nelle cose, nelle situazioni e nei sentimenti, per trarne fuori non una verità definita, ma possibili soluzioni e visioni del mondo, che lasciano spazio alla speranza, alla bellezza e alla varietà dell’esistenza.

  6. Cristina ha la capacità di sconvolgere il dato, di renderlo malleabile alle parole, di s-piegarlo con l’autenticità dell’innocente.
    So che non è appropriato questo termine, viste le competenze letterarie e le molteplici attività artistiche in cui si esprime, eppure a me è questo che risulta.
    La qualità essenziale della sua scrittura, le origini della sua ricerca di verità, da lei stessa ben evidenziata in questa interessante intervista, me la fanno amare particolarmente, nel panorama attuale d’imbarbarimento internettiano, lei svettante tra poche altre voci che ancora danno lustro alla poesia.
    Piaciuto molto anche il racconto.
    Grazie all’intervistatore e un abbraccio all’autrice.

    cb

  7. Devo dire che Cristina è molto brava, intensa, in certi passaggi si assaggia pura poesia, specie l’introduzione mi è piaciuta molto, come anche l’intervista, che rispecchia profondamente l’animo di questa donna, prima di tutto, e anche di poetessa e mente pensante davvero intensa.

    Mi è piaciuto molto l’articolo e la lettura

    Complimenti e grazie per il post

    Antonio Bux

  8. Ringrazio per i commenti. Mi sembra però strano che nessuno, fin ora, si sia soffermato su alcuni punti delle due risposte che, secondo me, offrono possibilità “discutibili” Tanto discutibili non sono, evidentemente:-) stremo a vedere. Comunque un grazie sincero a tutti.

    Cristina.

  9. Cara Cristina! non è facile dire qualcosa a caldo, perché sono più le domande che non le osservazioni che mi suscita questa lettura. A partire da alcune cose che dici nella breve intervista: in particolare la questione infantile. Il bambino ha dalla sua il potenziale di reinventare il mondo, insomma di agire quale sovversivo. Ma pure la tendenza tutta umana e favorita dall’ambiente sociale, di riprodurre un gruppo, asserrargliarsi in un modello sicuro – già visto. Credo che tutto a suo modo parta dall’imitazione, poi però vengono interotte le strade che virano bruscamente altrove. Mi piace molto quello che dici sulla “famiglia”, scrivere come appartenere ad una famiglia non affatto scontata nelle sue figure, una famiglia anche e soprattutto animale, per quanto possa sembrare un controsenso – data la scrittura tutta “umana”. Altra questione interessante cui accenni – l’ossimorica “prosa poetica” – infatti in altre lingue nemmeno esiste, c’è il prose poem, per esempio in inglese – due sostantivi distinti che delineano un modo di fare poesia non una bizzarra crasi.

    Di nuovo nel racconto la dimensione perfino schizoide dell’umano – la ricerca della città piena di “smog” (uomini) e al tempo stesso la fuga impossibile dalle parole che infine mancano allo stesso poeta nello scontro centrale con l’amante. A me pare che con una dose forte di ironia (ed il ribaltamento che sempre ne viene, la fragilità di ogni punto di vista espresso dai protagonisti), vengano fuori le “colpe” per quello che sono davvero – tratti della nostra profonda, meravigliosa/odiosa, umanità. E al cane, infine (ultimo unico compagno) cosa piacerà davvero?

  10. Sì, il bambino, Francesca, a mio modo di vedere, ha la capacità sovversiva, ma insieme all’istinto di conservazione di cose e valori, il che inevitabilmente lo porta a una sorta di sicurezza nell’ “ordine”. Lo stesso ordine, potremmo dire, di oggi, dove giochi e fantasia sono indotti dai sistemi attuali. Ciò è, penso, nell’ordine naturale delle cose, ma può anche presuppore esempi differenti. Dipende da quale delle due spinte, ambiente o non ambiente, ha la supremazia. Non concordo invece con te sul fatto che tutto parta dall’imitazione, neppure in un giovanissimo. Solo “certe” spinte educative, dovrebbero essere apprese, ma la fantasia (in molti è splendida) dovrebbe e potrebbe nascere dalla disubbidienza a come ti fanno guardare e sentire. Il discorso è comunque limitatamente generico.
    Io poi mi riferisco, qui, a gruppi dove c’è senso di territorio, di gerarchia, di regole, le quali piovono sulle spalle di loro con “garanzia di identita”.
    Grazie dell’interessante intervento.
    Cristina.

  11. Per scrivere con le proprie impronte digitali ci vuole massima libertà, ma anche una grande tecnica che la sorvegli( acquisita con l’impegno e la dedizione di una vita) .
    Questo difficilissimo equilibrio Cristina l’ha raggiunto da molto.
    Sia in poesia, che in questo racconto, predomina il ritmo serrato, il pugno che tiene le redini a mille arcobaleni scesi a terra.
    Insomma, il cielo è sempre quello di Cristina, non ci sono nuvole né sole che lei non voglia. Eppure la Creazione è proprio lì attorno alla sua scrittura, in amalgama con la sua misurata regia, mai cruda, ma essenziale.
    Come sempre faccio difficoltà, forse è semplicemente che non voglio, a parlare del fenomeno-Cristina come fosse semplicemente un poeta. Per questo mi scuso e taccio.
    .

  12. C’è una grande solitudine lungo tutto il racconto, non ci si comprende, non ci si ascolta mai davvero, ognuno parla sbrodolando il proprio bavaglino e pretendendo dall’altro l’ascolto che non si sa dare.
    Lui sa ascoltare, tanto da aver fermato le proprie parole per dare spazio a quelle degli altri, guarda però le cose dall’alto come chi è consapevole del tratto breve che condiziona il metro ed è molto bella la pietà del suo sguardo sull’umanità , da cui non si sottrae, anzi.
    Infine leggendo la propria paura sa farla diventare trampolino, il primo passo, forse, verso quel paradiso che, se non lo si consolida in noi, nessuna mano potrà regalarci.

    Spero di non aver deviato troppo ma mi ha lanciato veramente in molti pensieri questo bel racconto che si fa ascoltare nella scrittura asciutta, impietosa eppure così armonica.

    (Mi ritrovo in pieno nell’ultima parte dell’intervista e trovo il pensiero espresso in perfezione.)

  13. E’ interessante, inoltre, il punto di partenza (quasi di non ritorno), dell’autrice-poeta che si fa narratore, e non viceversa (non almeno in senso diacronico, come sostiene la Annino). Un “eccedere”, quasi inavvertito, di angoscia, che pare potersi “alleggerire” nella definizione dei tratti e delle consapevolezze, del “dato di fatto”, addirittura: siamo umani, impauriti, desideranti. Credo che il ritratto dell’uomo, il protagonista che pare decidere una fuga, sia davvero toccante proprio nel “non riuscire” – forse per ammissione di debolezza ed egoismo (da poeta?) – ad essere neanche un personaggio; o forse perché con le parole che sono “il suo mestiere” può collocarsi altrove, sdoppiarsi e compiacersi ad esempio di saper rendere desiderabile la donna che ama anche se “gli era parsa un resto di carne uccisa o un mollusco”. Protagonista a caccia di uno “sfondo”, di una strada chiassosa e quasi irrespirabile, una distrazione qualsiasi, dalla fede, magari nell’altro, negli amici. Forse sempre a un bivio. Non so, Il ritratto di un poeta, che forse qui si può soltanto intravedere, tremante anche se così “in posa e scena western”. Una “scrittura narrativa” dai toni anche un po’ sbilanciati tra l'”aggressione” e la “tenerezza”, tale da rendersi teatrale; l’amore come via aperta alla comprensione, ma non come via di scampo, o forse solo come via di scampo: ancora un bivio, dunque.

  14. Mi piace il tuo intervento, Giampaolo, ma vorrei farti notare un dettaglio che ti è sfuggito: io infatti (per ciò che sostengo) iniziai a scrivere o pensare raccontini, che mai ritenni di nessun valore; mentre le poesie di allora mi fecero embrionalmente capire qualcosa, indirizzandomi in quell’idea di successione cronologica che ho ipotizzato. Inezia, piccolissima nota, ma per coerenza…

    Un abbraccio, Cristina.

    • Un racconto di lungo corso visto il quasi trentennio trascorso dopo la scrittura. Mi ha fatto molto piacere l’osservazione che hai fatto sui cosidetti “portatori” di scrittura, sull’inflazione di scrittura che alla lunga corrompe la scrittura stessa, un po’ la vicenda della poesia in Italia. Trent’anni fa scrivevi molto bene in porsa, il racconto mi è molto piaciuto per la scorrevolezza e per il ritmo serrato nei dialoghi, oltre che per il soggetto a suo modo originale, uno scriverne e poi non pensarci più Tutto sommato

  15. Più rileggo il tuo racconto, anche se di lungo corso come dice Almerighi, noto che è di una grande originalità e novità. Sono un lettore appassionato ma non esperto in questo campo, penso però che anche le tue due risposte all’intervista meriterebbero più curiosità.

  16. racconto straordinario, sembra un henry miller sbarcato in spagna, c’è tutto il 900 europeo che si riattualizza magnificamente, così i 30 anni che ci separano dal racconto sembrano 30 anni nel futuro. complimenti, un altro colpo messo a segno.

  17. perfetta e adamantina, come già in poesia, ma qui è tutto più mobile e meno fermato nei versi, bellezza della prosa, dopo che nella (e della) poesia, di cui Cristina ha le chiavi,,e la fa da signora nella sua dimora abituale della lingua..

    Maria Pia Quintavalla

  18. Trovo che in Cristina Annino ci sia una estrema coerenza, espressa qui in particolare dalla aderenza di quanto dice nell’intervista e quanto esprime nel racconto. Ho trovato molto interessanti e dense di spunti di riflessioni le sue considerazioni sulla scrittura che sento molto vicine (anche se poi la nostra scrittura ha esiti diversi) e molto vero e giusto parlare di “addestramento poetico” che esplode in tutta la sua forza in questo racconto in cui la bellezza delle parole è pienamente realizzata. Un racconto che ha una sua drammatica verità, un suo tragico coraggio di indagine psicologica affidata a una scrittura essenziale, che non si perde in sterili estetismi perché parte dai fatti, dalla vita concreta. Lucianna Argentino

  19. Mi piace rileggere il racconto alla luce soprattutto di questa particolare dichiarazione: “Posso dirmi convinta di una cosa: che si possa arrivare a una data idea di prosa solo se si è passati per un’ identica idea di poesia”.

    Credo che l’Annino si sbagli quando dice che la sua prosa e la sua poesia siano separate. In certi momenti mi pare di scorgere un ponte, come un’energia trattenuta volontariamente:

    “Per quella separazione involontaria ma ‘ideale’, dove la geografia separa la mente dal ‘paradiso’, lui era diventato egoista.”

    Secondo me l’Annino potrebbe sfondare una vera a propria porta, concentrandosi su una prosa più poetica e trasversale, abbandonando la nettezza e la chiarezza di queste righe …magari in virtù di un agilità diversa, come fu per certe prose dello scoiattolo-Calvino. Magari provando a reinventare una sorta di “poesia di racconto”, non già ‘narrativa’, o un “racconto di poesia”. O magari mischiando poesia e prosa, come Niffoi.

    Il tutto m’incuriosisce, come tutta l’opera di Annino. E aspetto nuove selvatiche evoluzioni!

    Con l’affetto di sempre

    Riccardo Raimondo

  20. Hai ragione, Raimondo, a vederci un ponte e l’energia trattenuta volontariamente. Esatto. Anche secondo me poesia e prosa di un autore non sono “separabili” in quanto riconoscibili, ma devono nascere “separate”. La mia poesia, per esempio, ha dei nuclei di oscurità, non lo nego, però nei racconti ho sempre evitato concetti troppo stretti, ho appunto trattenuto energia. Poi è ovvio che lo stile si riconosca come mio anche in prosa. Non intendo ci debba essere schizzofrenia nella testa di un autore, appunto perchè se musicalità c’è, è “intrattabile”, ti segue come un tatuaggio, specialmente se non di romanzo si tratta (dove la distensione fonica è più smagliata) ma di racconti: concentrazione di forze quasi monotoniche. Anche parlando, si usano scanzioni musicali e certi usi metaforici, ma la finalità di un dialogo deve essere la comprensione.
    Sperando di essere compresa ora, anche se il concetto è debole:-)

    Grazie per l’interessante commento.

    • cristina è cristina sempre. anche se ricopiasse una lettera di credito prestampata, sarebbe comunque originale. è forse impossibile trovare in italia una scrittrice contemporanea così “distinta” dal resto; e dunque così poco abbordabile dal “comune senso del pudore letterario”.

  21. Come un’Antigone del segno poetico, Cristina Annino possiede una risolutezza unica e spietata, un grande rigore credo dettato da una capacità davvero singolare di lasciar parlare le voci degli altri in lei. Quella incisività affilata diventa rigore morale, lezione di vita fuori cattedra, la sua pietà scivola lieve sulle cose, sui fatti e gli atti, tenue come rugiada ma ferma e senza tremolii, così la sua scrittura non mostra cedimenti, cadute, né concettuali né stilistiche. Inoltre, come indice di robustezza critica, risulta davvero tonificante leggere le sue affermazioni riguardo l’infanzia e la scrittura come laccio affettivo che rompeva il conformismo-campana di vetro dei suoi coetanei, e le indicazioni su una propria parsimonia produttiva, un’austerità dettata dal buon gusto e dal buon senso, pienamente condivisibile.
    Grazie per questo brano densissimo, un saluto ai redattori di Samgha, alla cara Cristina e tutti i presenti.
    Luigi

  22. Cara Cristina,
    ho avuto modo di leggere la tua breve intervista ed il tuo racconto.

    Condivido molto il discorso che fai sulla differenza tra prosa e poesia: in effetti il plot, più che la trama, è ciò che le distanzia (termine che preferisco a “differenzia”).
    Allo stesso modo, condivido la questione dell’idea di partenza che è come un grumo, una matassa che in poesia resta tale e se ben canalizzato è un grumo di energia liberato che (si) risolve come tu ben dici.
    Lo stesso grumo, in prosa, viene sciolto, spiegato, giungendo comunque ad un livello di comprensione che però è diverso rispetto a quello offerto dalla poesia: più chiaro, più giustificato, meno evocato, miracoloso se così si può dire.
    La prosa è come la città che tu descrivi: è umana perché appartiene agli uomini, fatta a misura d’uomo e della sua intelligenza (che schifo, nevvero?).
    La poesia appartiene più alla natura, è più animale e dell’animalità conserva la dignità di ciò che esiste senza aver bisogno di giustificarsi per esso.
    In ciò la differenza anche di ciò che si può capire da una prosa e ciò che invece si comprende in poesia – e per comprendere non sempre si ha bisogno di capire.

    Sono anche d’accordo sulla questione del superfluo e dell’autocensura, anche se non va dimenticato che l’inflazione di cui parli a volte è atto voluto per cortocircuitare il linguaggio stesso.

    Per il resto il racconto mi è piaciuto (come altri racconti tuoi che ho avuto modo di leggere), anche se ritengo le tue poesie di gran lunga superiori.

    Ti mando un forte abbraccio

    Luigi B.

  23. Ringrazio la precisazione di questi due commenti, con i quali mi trovo -ovviamente, ma mi piace dirlo- del tutto d’accordo. Mi gratifica che la spietatezza cui allude Carotenuto sia letta come rigore di segno morale, quale appunto intendeva essere. E concordo col fatto che qualunque verità o senso di verità estratta da un grumo di poesia sia più innovativa e coinvolgente che non quella espressa più linearmente in un fatto narrato. Quel che luigi Bosco sostiene, per lo meno riferendosi alla “mia” prosa.
    Grazie dunque a entrambi.
    Cristina.

  24. P.S.: Cristina Annino raccoglie in sè, poeticamente, tutta la crudeltà dell’umano agire e pensare facendosi carico della spietatezza etica, umana, linguistica. Un brano che conglomera talmente tante sollecitazioni che potrebbe aprirsi un capitolo lungo e pieno di nodi e ramificazioni. L’amante avrebbe bisogno di un trattato, nella sua brevità fa a toccare nervi scoperti e mistificazioni abituali e così indegnamente abituali. Sarebbe bello vederlo pubblicato da una grossa casa editrice insieme ad altri, perché rivestirebbe la cultura nazionale di una testimonianza profonda e a 360 gradi. Una buona domenica a tutti,
    Luigi

  25. Sarò in controtendenza, forse. Il racconto mi piace e non mi piace: mi piace perché ritrovo la delicatezza della poetessa, la punta fine della scrittura, quella sua cifra personale che l’accompagna da sempre, direi. Non mi piace che la sua scrittura sia ‘costretta’ nella forma racconto. Vedo dentro di essa un surplus di energia inespressa, costretta, limitata. Franz citava Miller e mi sembra un ottimo spunto; ciò che manca è ciò che non si vede… il racconto ancora troppo racconto, ancora troppo definito, limato, polito. E la scrittura di Cristina strizza l’occhio a un altrove che, cavolo, quand’è che arriva? Forse mai, forse nella prossima poesia, forse nel prossimo esperimento di non poesia e non racconto. Non vedo l’ora di leggere il resto della tua produzione breve.

  26. All’interno del mai risolto conflitto città-campagna. Costretti a prendere coscienza del nostro corpo malato. Nella città che non è quella dei primati di vivibilità e qualità dell’aria, ma un luogo violentemente cementificato e che emana … sudorazione umana…
    E’ là che si mostrano meglio gli oggetti del nostro sentire, le nostre vitali ossessioni. Là torniamo con l’illusione di sopravvivere.

    Ottimo !!!
    Breve ma pieno, compatto, duro, poetico lavoro.

    R. Fiesoli

  27. Molte verità (definitive) qui eppure le cose più interessanti sono le menzogne (temporanee), visto che si parla di amanti, e quando si ama di nascosto (o si è smesso d’amare) si mente. In effetti l’intera storia pare il resoconto di una fuga da tutte le menzogne che amare di nascosto (o non amare più e non poterlo dire) comporta. Abbiamo quindi Marta che ha smesso di amare il marito, e dice di amare Dario, ma se lo amasse davvero non si suiciderebbe; abbiamo Dario, il menzognero per eccellenza; e infine Bozena “-Non ti ho mai tradito”. Tutti che danno spiegazioni per coprire qualcos’altro. Forse l’unico che non mente ma omette è Alfio, l’amico (“Volevo dirtelo da tempo, devi credermi.”) ma è troppo tardi.

    Al polo opposto, il nostro eroe mente per evitare appunto spiegazioni che sarebbero di cattivo gusto e di cattivo stile, insomma cattive (“-Lei…scrive, per caso? -No.”), e la cosa interessante qui è che anche “Lui” ha un’amante, la Scrittura! Solo il cane e i maiali non mentono. “Lui” si identifica quindi con i maiali (imparare il russo non gli interessa, e “me lo pappo come una ghianda pura”) e con il cane, e con il cane fugge, forse per ragioni di praticità, dato che portarsi i maiali nella macchina di Alfio non sarebbe semplice. Fugge perché ha paura di quel che tutte queste menzogne rivelano, ovvero il potere che chi non ama ha su chi ama, ma fugge anche e soprattutto verso la scrittura.

    Allora: la via d’uscita sono la compagnia degli animali, e lo scrivere. Col vantaggio addizionale che gli animali sono quelli che ci amano senza chiedere nulla in cambio, e sono anche quelli a cui la scrittura non importa, per cui “Lui” potrà scrivere senza sentirsi accusare. Che compagni perfetti gli animali, che Amante perfetta la scrittura!

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