Poesia

La poesia di Chandra Livia Candiani (con antologia di testi)

di Bruno Nacci

Le poesie di Chandra Livia Candiani hanno come caratteristica principale, mi pare, una voce pacata, spesso interlocutoria, che,  lontano da ogni tentazione simbolica, orfica o ermetica, esprime contenuti inquietanti ma tenuti a bada con l’antica arte del racconto fiabesco. Il loro cuore pulsante, ciò che le unisce e riaffiora costantemente, è un punto cieco, cioè sottratto alla visione diretta, che s’impone  realizzando il sapiente equilibrio tra meditazione metafisica e gaiezza della parola. Il miracolo di questa poesia, tra le più  autentiche del dopo guerra, è  nel costante ritrarsi verso quel punto, inteso come principio e fine della vita, trasformandolo in una specie di nutrimento, anche se amaro. Non credo che Chandra abbia mai  avuto intenzione di comporre un canzoniere, un poemetto, un cantare più o meno intenso, che racchiuda nello stesso perimetro lirico la sua  esistenza e  le perfezioni di una bravura funambolica, ma il risultato è comunque quello di una non dissimulata biografia, che reca l’impronta del suo carattere più audace, quello di una bruciante gioventù. Per dare voce a questa gioventù in rivolta e che si è ostinata a rimanere tale, sopravvivendo a una precoce negazione, Chandra usa sia il tono  riflessivo,  di chi si rivolge a un tu  con cui spiegarsi, al quale confessare  le ragioni di quella cancellazione che è poi anche motivo di una  resurrezione urgente, di vita intransigente e ostinata, sia il ragtime di versi brevi, di frasi chiuse nella loro catafratta forza evocativa. Ma in entrambi i casi il lettore, che da questa poesia viene convocato come testimone, giudice, complice, tutto fuorché esteta e declamatore di gradevoli sonorità, si trova davanti a una lingua spontaneamente metaforica, in cui l’accumulo delle immagini, per una grazia inspiegabile, non genera affatto il sentimento di una prosodia barocca, lussureggiante e sfarzosa. Al contrario, la forza espressiva di questa lingua raggiunge costantemente l’obiettivo di una semplicità sconcertante, di un’innocenza irriducibile. Ci sono poeti che scavano nella lingua con la mente rivolta al concetto, alla significanza, come Rilke, altri che si accostano in punta di piedi e sembrano giocare con la disinvoltura e l’improntitudine del bambino, come Penna. Ma in Chandra i motivi che alimentano i versi sono forse troppo profondi per una scelta univoca di poetica (o anche  per una poetica qualsiasi) e si avverte la  misura di quello scendere con carrucole nella miniera dell’io, e ciò che il poeta riporta in superficie è al tempo stesso oscuro e prezioso, come un minerale grezzo che il suo lavoro, il suo accanimento di artefice,  ripulisce sotto gli occhi di chi legge, lì, in quel momento, alludendo forse a un oltre sfuocato e mai respinto. Perciò il nome da accostare alla sua poesia che mi viene più spontaneo è quello di Federico García Lorca, la cui inesauribile e gioiosa fontana di immagini dà voce a ferite immedicabili, fiabe che trasfondono la durezza della materia ricomponendo l’universo in un  nitido alfabetiere. In lei l’elemento fiabesco, che è poi l’anima di tutto ciò che rimane vicino all’infanzia e dunque ai suoi più tenebrosi e liquidi fantasmi, si risolve spesso in figure domestiche (l’angelo portinaio!) a cui la poesia dà slancio, affidandole all’aria, come bambole toccate dalla magia, come le grandi, svagate e  mitiche figure che galleggiano nel cielo dei dipinti di Chagall.

ANTOLOGIA

 da La nave di nebbia, Milano, Vivarium, 2005.

Ninnananna greca

Dormono tutti gli dei
e dormono le onde
gli ulivi benedicono lo sguardo
con la vecchiezza di antichi servitori
ti offrono vasi di sonno
aprili piano con dolce cautela:
guizza la salamandra
il carro del sole
trascina scomparendo
la luna nella stanza
non chiudere gli occhi
lascia che lo facciano le api
fasciandoti di miele
non dormire
ma presentati al sonno
come un treno buca il mattino
squillando insieme al gallo.

Ninnananna bielorussa

Dietro il violino di casa
c’è la capra
e dietro la capra
ci sono i ghirigori del ghiaccio
dietro il ghiaccio
c’è una panchina
sulla panchina
c’è seduta la sposa
sui suoi capelli
cìoè una rosa
sopra la rosa un usignolo
sopra l’usignolo il suo canto
i suoi accordi
col paesaggio
dietro il paesaggio
c’è il pittore
quello del sonno e tu
leggi l’alfabeto dei sogni
lo spesso delle rughe
e dei capelli perduti
del come dei fiori di ciliegio
e di quali foglie per prime
cadono dal pruno.

***

da Io con vestito leggero, Pasian di Prato, Campanotto Editore, 2005.

la Signora è nata ieri
e già la polvere la insegue
per renderla alla polvere
come fosse una nuvola:
la Signora è ottobre stasera
che capita a qualcuno
perché cadono le foglie-
*
i bambini si addormentano sui rami
oltre le finestre di neve
non al caos
ma verso il gelo
si dirige la Signora
e i voli le danno ali
perché l’inverno ricordi la trasparenza
e le stesse ruote che svelano il mattino
quando i bambini salutano
fanno emigrare le mani-
*
Nel suo unico occhio il lago
accoglie le nuvole in viaggio
il volo spartano delle oche
insieme al vento tremano
le leggere spine d’amore
che il pino vicino getta ogni giorno
senza attendere risposta
né mettere indirizzo.

***

da La porta, Milano, Vivarium, 2006.

Il bambino è d’oro.
Accecante come
un’imperfezione nella perfezione
come il cortile dipinto di neve.
Vive di neve.
E la neve urla.
*
La bambina.
Ogni anno una nuova cicatrice.
Le parole
nel forno
diventavano piume.
Nel forno
entrava un destino
e usciva uno spartito
musicale.
*
La bambina vagabonda.
La bambina pellegrina.
Disegna un puma,
che corre,
a muso teso,
verso la porta.
La velocità.
Attraverso il puma
la bambina
consente al cuore.
La velocità.
*
Dietro la
porta
l’assassino
non freme.
Non aspetta.
Non prepara.
Respira.
Distratto.
*
La porta
ha un assassino.
Di fuoco.
Labbra nel sacco.
Spacca la bocca
se tenti il suo nome.
Inventa parole.
Cuce la bocca.
*
Aveva una valigia.
Sulle spalle.
Poi l’ha messa
a terra.
Alata.
La bambina.
Correva.
A perdifiato.
Verso la porta.
Verso l’assassino.
Aveva lo stesso pigiama.
Dell’assassino.
Ma più piccolo.
Minuscolo.
Come sfiorito.
*
Avvolto di neve
il bambino
cerca.
Riparo.
Nel palmo della mano.
Nel duomo
di pane.

***

da Bevendo il tè con i morti, prefazione di Vivian Lamarque, Milano, Viennepierre, 2007.

Io e i morti
taciamo insieme
sparito
l’incolmabile abisso
tra due viventi.
*
Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.
*
Il passo sboccia
da un’andatura del pensiero
forti come nuvole
passano i morti.
*
I capelli dei morti
accarezza piano
che già l’erba li chiama
forte. Guardali negli occhi
che sono già un po’ vetro
e un po’ mollica di pane,
le mani in un attimo candele
senza candelabro,
nella bocca ci sta
tutto il silenzio del mondo
e assenza di montagne.
da Versi d’asino, raccolta inedita.
*
Angelo né buono né cattivo
angelo opaco del mattino
che come perla grigia
ci avvolge e quasi piove
angelo della pioggia
e della guerra
angelo pacato
paziente tessitore
di vicende non scelte
non accadute angelo
portinaio che lavi scale
e chiudi porte notturne
fai di me un sigillo
di parole uno smemorato
custode delle porte.
*
Tra la mano
e la mano
il silenzio.
Di un ciliegio fiorito.

***

da Poesie del mondo, raccolta inedita.

Cielo presente
fino a terra
cielo con le mani
coprimi di nebbia
di atletiche nubi
cancella per un po’
la troppo esposta
faccia, appendi
l’ombra al candelabro
e conservala nel buio
delle sere, nello scrigno
delle stelle stelle tutte polari.
Cielo tigre divorami
e custodiscimi nella tua gola nera
come tuo cucciolo
imprevisto venuto male
cancellami di ore bianche
mantello girovago
cielo sonnambulo
vestimi di erbe tenere
e resina odorosa
foderami di ombre di grandi
bestie e belve solitarie
fammi vorace di luce
paziente tessitrice di buio
in me rinserrati
come tua ghianda
vieni a fare pelle.

____________________________________

*Chandra Livia Candiani è nata a Milano dove vive. Traduce dall’inglese testi buddhisti. Ha pubblicato:  Fiabe vegetali, Aelia Laelia, 1984; i libretti di Pulcino Elefante: Una poesia, 1996;  Ritratto, 1998; Sonatina per gatto, 2004; il libro di fiabe Sogni del fiume, Vivarium, 2001. Nel 2001 ha vinto il premio Montale per l’inedito. Ha pubblicato inoltre i libri di poesia: Io con vestito leggero, Campanotto, 2005; La nave di nebbia, Vivarium, 2005; La porta, Vivarium, 2006; Bevendo il tè con i morti, Viennepierre, 2007, con cui ha vinto il premio Baghetta. Sue poesie sono in Nuovi poeti italiani 6, Einaudi, 2012, sempre per Einaudi è in uscita un suo libro di poesie nel 2013. Conduce seminari di poesia nelle scuole elementari e gruppi di meditazione per adulti.

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5 thoughts on “La poesia di Chandra Livia Candiani (con antologia di testi)

  1. Caro Bruno, sono per me una gioia le tue parole, che condivido e che mi aiutano nella lettura di questa poesia che amo e reputo anch’io ” tra le più autentiche del dopo guerra”. Grazie di cuore!

  2. (…) Perché (…) Candiani fa un uso sapiente di una tradizione letteraria “minore”, quella della canzone popolare, anche inglese o americana, quella conosciuta attraverso i grandi cantastorie dei nostri anni, Bob Dylan, per esempio, o Joan Baez, corpi ritmici in cui inietta toni decisamente più aspri, (…) la cui tradizione più forte è ancora una volta quella americana (basti pensare al successo, meritato, di Sylvia Plath).
    da Antologia degli anni settanta a cura di Antonio Porta, 1979

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