Speciali/Travelogue

Epilogo Polacco: Adam Mickiewicz

di Marco Faini

Le Storie di Odessa si interrompono sul tramonto della variopinta malavita cittadina, lasciandoci pieni di interrogativi. È stato un autore polacco a riprendere la storia di Babel’ là dove questi l’aveva lasciata interrotta. Non so quanti abbiano avuto la ventura di leggere Sodoma e Odessa. Variazioni drammatiche su un tema di Isaak Babel’ di Jerzy Pomianowski, scrittore dalla biografia sorprendente: scavatore di carbone in Russia, corrispondente di guerra, medico, autore teatrale. Chi lo ha fatto si sarà certo divertito, e avrà sofferto, in questa immaginaria – ma non tanto: l’autore si basa su fonti storiche – ricostruzione degli ultimi giorni del bandito Benia Krik e avrà goduto delle canzoni, del mondo di prostitute, usurai ebrei, piccolo-borghesi, rivoluzionarî che brulica per queste pagine come tra i vicoli di Odessa:

Fanfaroni e furfanti
senza arte né parte!
Qui si prega soltanto
per non perdere a carte!
Prepotenti, cialtroni,
rinnegati, usurai.
Una vergine in giro
non la troverai mai.

Al principio degli anni Venti una cappa di perdizione gravava, biblica, su Odessa. Ma nessun Dio s’è mosso a pietà per lei e l’ha salvata: forse non v’era nemmeno un giusto, a placare l’ira del Redentore. L’unico giusto, chissà, era il bandito-gagà dalle giacche sgargianti: ma Lot-Benia Krik, fu allontanato a tradimento e giustiziato su un treno, a bordo della vettura salone appartenuta allo Zar, mentre la sua fidanzata, fatta statua dal terrore, era avvolta in un tendaggio di velluto rosso dai fregî dorati. Viene alla mente che siamo di fronte alla stessa spietata, sovietica efficienza di Buio a mezzogiorno di Koestler. Canetti, si sa, amava Babel’, non altrettanto Brecht. Eppure, attraverso la lente di Pomianowski, la corrente dell’opera dello scrittore odessita rivela ad ogni dove riflessi brechtiani, del Brecht dell’Opera da tre soldi. Lo stesso universo di malviventi e prostitute, le canzoni, un mondo visto dal basso, di sguincio, da una prospettiva distorta. E così Babel’, attraverso Brecht, si salda alla grande tradizione picaresca europea e nordica, quella di Grimmelshausen, ma con un fondo di sorda disperazione.

***

Dopo la Prima guerra mondiale, con infallibile istinto per la perdizione, tanti odessiti cercarono rifugio in Polonia, a Varsavia: «Tu, luna park in riva alla Vistola, / capitale di un governatorato, / sarai ora capitale di uno Stato / dove si accalcano i profughi ucraini / vendendo i cristalli dei castelli di Odessa?» si chiede Czeslaw Milosz nel suo Trattato poetico.

Un secolo prima Odessa era entrata nel destino di Adam Mickiewicz, il grande poeta romantico polacco. Mickiewicz nacque in anni nei quali Nord e Sud, Occidente e Oriente non erano solo geografia ma identità spirituali, letteratura, immaginarî, mitologie. Sono famose le osservazioni in proposito di Madame de Staël nel suo Della letteratura, qui nella sonora traduzione italiana del 1803: «l’immaginazione del nord […] si compiace di scorrere sulle sponde del mare, e fra le deserte lande al rugghiar de’ venti e delle tempeste; quella insomma che porta l’anima stanca del suo destino verso l’avvenire, verso un altro mondo». Al contrario, «i poeti del mezzodí mischiano sempre l’immagine dello zefiretto, dei boschetti ombrosi, dei limpidi ruscelli, con tutti i sentimenti della vita». Poesia ariosa e fragile, quella meridionale e italiana in particolare, vocata a cristallina e canora liquidità anche in materie lugubri – «che volete di piú dalla poesia? Perché chiedere all’usignolo il significato del suo canto?» chiede una fervorosa Corinna all’ombroso Oswald in Corinne ou L’Italie, vantando la traduzione di Ossian di Cesarotti. Le idee della signora Necker in De Staël erano assai chiare: Nord e Sud mai s’incontrano, sembra. E, se lo fanno, ciò può accadere solo nelle pagine di quel monstrum che nella teratologia letteraria risponde al nome di Goethe. Che nel Divano occidentale orientale, assetato di assoluto, salda non solo Settentrione e Mezzogiorno, ma anche Oriente e Occidente, come proclama squillante la prima quartina di Talismane:

L’Occidente è di Dio!
E l’Oriente è di Dio!
Le regioni di Nord e Mezzogiorno
posano in pace dentro le sue mani.

***

Esiste però un lembo d’Europa che sembra irriducibile. Questo lembo è la Crimea e con lei Odessa. Nei Sonetti di Crimea Adam Mickiewicz esprime il proprio sgomento per questi luoghi inclassificabili: ma non stupisce che l’esergo sia goethiano, e tratto proprio dal Divano: «Wer den dichter will verstehen / Muss in Dichter’s Lande gehen» – chi vuol capire il poeta deve viaggiare nella terra del poeta. Odessa fu per lui, fuggito dalla Lituania nel 1824 e spedito dal Ministero dell’Istruzione ad insegnare in un liceo, una sorta di temporaneo esilio: arrivato il primo di marzo del 1825, si fermò in città fino al 24 novembre, senza che mai gli venisse concesso di cominciare l’insegnamento a causa dei sospetti che su di lui, patriota polacco, gravavano – e del resto degli ardenti poeti pieni di spirito patriottico era legittimo dubitare in quella città, dalla quale si era da poco allontanato Puškin. Arrivando a San Pietroburgo, prima tappa del suo esilio, Mickiewicz aveva consegnato ad un diario di viaggio, Le Chemin de la Russie, le sue impressioni: alcune si leggono riportate nel saggio di Edmond Marek, Nella terra del poeta, che accompagna l’edizione italiana dei Sonetti di Crimea; uno in particolare, relativo agli uomini che incontrò lungo la via, desta la mia curiosità: «come gli animali e gli alberi del Nord, sono pieni di linfa, di salute, di forza. Ma il viso di ciascuno è come il loro paese, piatto, aperto e selvaggio; e dai loro cuori, come vulcani sotterranei, il fuoco non è ancora salito al volto»: mi colpisce questa imagerie geologica e vegetale, questi uomini metamorfosati in forme petrose e arboree, come nel D’Annunzio de Le vergini delle rocce, stregato dalle misteriose contiguità tra i regni presentite da Leonardo. E poi il seguito: quel fuoco che non è salito al volto «né arde sulle labbra febbrili, né si raffredda nelle rughe oscure delle loro fronti come sui volti degli uomini d’Oriente e d’Occidente, sui quali sono passati tanti avvenimenti». Un’intemporale estraneità alla storia che fa dei russi uomini senza spazio, né d’Oriente, né d’Occidente. E anche se la Crimea sarà per Mickiewicz un «Oriente in miniatura» resta pur sempre questo senso di non appartenenza, in una terra che fu greca e bizantina e veneziana e genovese e tartara. Il bellissimo sonetto Le rovine del castello di Balaklava lo afferma recisamente: «Lí un greco ha scolpito un fregio classico nelle mura, / da cui l’italico assoggettò il mongolo col ferro, / e il pellegrino della Mecca salmodiava salmi religiosi». E ancora nel sonetto balena quello stesso metamorfico immaginario che rivela contiguità tra i regni come le rovine che «sovrastano i monti quali cranii colossali»; ed ecco un «monte-uccello» nel sonetto Al monte Kikineis; e, ancora, le montagne viste dalle steppe di Kozlow, o Eupatoria, monti ove «è sede dell’inverno, e i becchi / dei torrenti e le gole dei fiumi vidi bere nel suo nido» (Veduta delle montagne dalle steppe di Kozlow). Una fantastica immagine di torrenti come uccelli e monti alati che segna, sforzando le parole a limiti estremi, un paesagio inafferrabile percorso di fremiti e memorie, di una grandiosità cristallina e sfuggente come le stelle, per fermare il cui corso verso Occidente i demonî alzarono montagne e Allah «drizzò […] in parete il mare glaciale». La dismisura del paesaggio è geroglifico del naufragio del pensiero: questa terra d’enigma svela il suo senso emblematico in un sonetto di abissale bellezza, intitolato La strada che costeggia il precipizio di Czufut-Kale. Ecco:

E non additare là con la mano – non hai penne alle mani;
e non cacciare là il pensiero, perché il pensiero è come un’ancora,
lanciata dalla piccola barca nell’immensità del profondo,
cade come fulmine, il mare fino in fondo non penetra,
e la barca con sé precipita negli abissi del caos.

Trovo meraviglioso il modo in cui è qui formulato il potere ipnotico del dissolvimento, attraverso l’idea di ritrarre la mano e il pensiero dal vuoto perché essi sono incapaci di volare. L’abisso e il pensiero dall’abisso: questi due fantasmi tutto trarranno con con sé, l’intera esistenza, perché fissarvi lo sguardo anche una sola volta non consente di tornare indietro, significa gettarvi l’ancora per sempre; e, se si torna, si è estranei e come morti al mondo – e la parola non vale piú:

Mirza, ma io ho guardato! Attraverso un crepaccio del mondo
ho visto…quel che ho visto – narrerò dopo morto,
poiché nella lingua dei viventi non c’è questa parola.

Il poeta non è ora piú tra i viventi, morto in vita à la Coleridge – e mi sembra una variazione incantevole del mito di Orfeo ed Euridice. E cosí, nell’immagine di questa piccola nave che è l’uomo, destinato a bordeggiare su uno spaventoso caos senza appiglio, possiamo ripensare i sonetti iniziali, Navigazione e Tempesta: quest’ultimo, soprattutto, non quadro di genere ma sgomenta riflessione sulla condizione umana, dalla chiusa ora evidente: «Un solo passeggero sedeva silenzioso in disparte / e pensava: fortunato chi ha perduto le forze, / o sa pregare, o ha qualcuno a cui dire addio».

***

Un sonetto di Mickiewicz è dedicato alla fontana di Bakczysaraj; alla stessa, quasi contemporaneamente, Puškin dedicò un poemetto e una poesia (Alla fontana del palazzo di Bachcisaraj). Nei versi del poeta russo la fontana mormora un canto di gioia e d’amore, anche se venato di malinconia, il sussurro di un ricordo d’amore che nell’ultima strofa stinge nel sogno e nell’illusione, in un dubbio perturbante:

O solo il sogno dell’immaginazione
nella deserta tenebra ha disegnato
le sue visioni momentanee,
il confuso ideale dell’anima?

Il lessico di Puškin è romanticamente indefinito, contesto di espressioni vaghe e vaporose: chiacchierio, poetiche lacrime, mormorii, pallide stelle, sogni. Quanto diverso lo sguardo di Mickiewicz che gode nel posarsi sulle cose, passando radente sugli atrî, le logge, i sofà, i troni, le vetrate multicolori avvolte nei convolvoli, i vasi di marmo: un trionfo sensoriale che mi pare sia cifra a lui peculiare. E in questo paesaggio romantico di una splendida reggia ormai in rovina, arriva sferzante la chiusa, ben piú estrema di quella di Puškin. Qui il dubbio è fatto certezza:

Dove sei amore, potenza e gloria?
Stava a voi durare in eterno, l’acqua scorre veloce.
O infamia! Ve ne andaste e restò la fontana.

Nessun mormorio, nessuna illusione, nessun sogno, qui. Una scabra constatazione del vano fluire di tutto. Qualcosa a cui lo stesso Puškin arriva in un frammento del 1830 essenziale per concisione, Una statua di Carskoe Selo:

Ha lasciato cadere l’anfora con l’acqua la fanciulla, contro un sasso si è rotta.
La fanciulla sconsolata siede, stringendo un vano coccio.
Miracolo! L’acqua non si asciuga, scorrendo dall’anfora rotta,
la fanciulla, sull’eterna corrente, eternamente triste siede.

***

Non vorrei dare un’idea sbagliata della poesia di Mickiewicz, che non è affatto drammatica, pur fissando gli occhi dritti nell’abisso dell’insensato. Essa è piuttosto fiabesca, sensorialmente prensile e, addirittura, eroicomica: come nello splendido poema Tadeusz Pan scritto nel 1832-1834 ma ambientato tra il 1811 e il 1812. Certo in questo racconto di un nobile che torna a casa e incontra l’amore sullo sfondo delle sanguinose vicende dell’età napoleonica c’è molto Puškin: l’Onegin, e anche i Ricordi a Carskoe Selo. Ma, ancora una volta, il tono del poeta polacco è inconfondibile. La storia si dipana tra avventure amorose, conflitti tra antiche case nobiliari, lotte con gli invasori russi, battute di caccia all’orso, cene e flirt. A dominare è però il paesaggio lituano, tanto nella sua sontuosa e grandiosa libertà, quanto negli spazi ordinati ed edenici di giardini, orti, campi, la cui ubertosità è frutto di un rapporto profondo, filiale ed atavico tra la terra e i suoi abitanti.

Forse solo leggendo si capisce la dismisura tra le piccole figure da silhouette che animano il poema, come quelle che Carlotte costruiva per Goethe in Carlotta a Weimar, e l’abisso di una terra sul punto di perdersi per sempre. Ecco allora il segreto delle foreste:

Chi mai ha esplorato fino al centro le misteriose profondità delle foreste lituane? Come il pescatore, soltanto presso la riva, ricerca il fondo del mare, cosí il cacciatore gira intorno all’oscuro talamo delle nostre foreste, conosce il loro volto, la loro figura esteriore, ma gli rimangono estranei gl’intimi segreti del cuore. Solo fiabe e leggende sanno ciò che in esse succede, poiché se oltrepassi le bandite e l’intrico di arbusti, trovi nel profondo un grande baluardo di tronchi, ceppi, radici, difeso da acquitrini, da mille ruscelli, da una rete di fitte erbacce, da monticelli di formicai, da nidi di vespe e di calabroni, da viluppi di serpentelli. Se tu potessi con coraggio sovrumano superare quegli ostacoli, t’imbatteresti piú oltre in pericoli maggiori; piú lontano insidierebbero il tuo passo, come fosse da lupi, piccoli laghi per metà coperti di erbe, cosí profondi che gli uomini non ne rintraciano il fondo (là, senza dubbio, risiedono i diavoli). Luccica l’acqua di quei pozzi, macchiata di sanguigna ruggine, esalando dall’interno vapori e odori impuri per cui le piante attorno perdono foglie e corteccia; calve, imbastardite, corrose, malate, coi rami bassi, lebbrosi di musco, curvando i tronchi barbuti di funghi schifosi, stanno attorno all’acqua come turba di streghe che si scaldi a un calderone in cui bollono cadaveri.

La gioia di fissare lo sguardo su innumerevoli dettagli trascorre presto nel riconoscimento di un’anima demoniaca che si spande attraverso miasmi, vapori mefitici, chiazze sanguigne, tracce di dèmoni ed orribili culti stregoneschi. Mickiewicz sa cogliere magistralmente il sottile mistero che avvolge la sua terra, e può contare su una tastiera capace di percorrere tutta l’estensione della poetica romantica. In un solo passo può suscitare un’immagine lunare e infera da visione tipica dell’immaginario tra neoclassico e Sturm und Drang, ricorrendo all’intero arsenale che ciò gli metteva a disposizione:

V’era un bosco rado dal terreno erboso; e sul verde tappeto, tra i bianchi tronchi delle betulle, sotto il padiglione delle fresche fronde spioventi, s’aggirava una folle di figure, dalle strane movenze, quasi di danza, e dall’abito strano: veri spiriti erranti sotto la luna. […]ciascuno in diversa attitudine: questi come radicato al suolo, girava soltanto gli occhi chinati in basso; quegli guardando dritto innanzi a sé, avanzava come un sonnambulo su una fune, né a destra o a sinistra si sviava. […] Il Conte vedeva in essi l’immagine delle ombre elisie, le quali, inaccessibili al dolore e agli affanni errano tranquille sí, ma silenziose e malinconiche;

e poi smontarla con un sorriso trattenuto, svelando che si tratta solo di cacciatori di funghi. Resta però l’impressione che le cose sia contornate di un alone che le rende indefinite, disponibili a improvvise metamorfosi. E dunque anche la descrizione di due stagni in un giardino può dischiudere un improvviso segreto, una trasformazione anamorfica per cui i due specchi d’acqua divengono due amanti che anelano l’uno all’altra:

I due stagni inchinavano l’un verso l’altro il volto come coppia di amanti: lo stagno a destra aveva la superficie nitida e pura come viso virgineo; quello a sinistra un po’ piú scura come viso di giovane abbronzato e già coperto di maschile peluria. Lo stagno a destra luccicava d’auree sabbie attorno come di biondi capelli, quello a sinistra aveva la fronte irsuta di giunchi e chiomata di salici. Entrambi erano vestiti di verzura.

Mickiewicz esprime l’ideale fisiocratico di un paese ben governato in cui l’agricoltura assume il volto di un ordine politico umano, di un governo che, sfuggendo dall’economia del denaro, usa una ragione illuminata entro la quale popolo e aristocrazia concorrono alla medesima armonia. Eppure questo ordine è insidiato, e ormai irrimediabilmente incrinato, da quello scaturito dalla Rivoluzione francese. La borghesia, la deriva dell’aristocrazia, il denaro, l’eccedenza dell’individuo rispetto al tutto incarnata da Napoleone e dal byronismo introducono una forza oscura e irragionevole, la stessa spinta demonica che balugina di tra le foreste. L’ultimo capitolo del Tadeusz Pan, entro la cornice ditirambica, è percorso da fremiti di disfacimento. Nel corso del banchetto nuziale che conclude l’opera viene portato un trionfo da tavola, sontuosa opera di oreficeria sulla quale i cibi compongono paesaggi, uno per stagione (lo stesso principio di combinazione per cui i paesaggi diventano volti). Ma in questi paesaggi sono inserite antiche scene di vita, anche politica: ad esempio, nobili che in una Dieta dibattono decisioni politiche. Ma i tempi sono cambiati, sospira il padrone di casa illustrando la composizione ai suoi ospiti:

In mezzo alla nostra nobiltà turbolenta, dispotica, armata non v’era bisogno di alcuna polizia […] v’era la libertà coll’ordine e coll’abbondanza e la gloria! Negli altri paesi sento dire che si impiegano a ciò sbirri, poliziotti, guardie, gendarmi, ma se la spada soltanto è garanzia di sicurezza, io non crederò mai che in questi paesi regni la libertà.

Ordine, libertà e abbondanza vanno di pari passo: ma tutto ciò è possibile ormai solo nella finzione illusionistica di un trionfo da tavola. Un’altra economia sta subentrando, che porta con sé un mutato regime fatto di armi, violenza, oblio del mos maiorum:

Ahimè! già anche da noi s’introduce la nuova moda. Piú di uno fra i nostri giovani signori dichiara di aborrire il lusso, mangia come un misero ebreo, misura agli ospiti i cibi e le vivande […] poi, la sera, perde al gioco tant’oro che basterebbe a far le spese di un banchetto per cento fratelli nobili…

L’età napoleonica preparava la fine di quel mondo bene ordinato di valori, alla fine del quale la natura avrebbe ripreso il sopravvento su una Polonia in macerie e l’ordine spaventoso del cemento socialista avrebbe sopraffatto l’ormai intollerabile varietà della natura. Una visione, un incubo che niente meglio di questi tre versi, ancora dal Trattato poetico di Milosz, materializzano davanti ai nostri occhi che hanno visto tutto:

Crescerà il convolvolo dal sangue disseccato.
Dove s’inclina la segale sorgeranno boulevard.
Chiederà una generazione: cosí è stato?

 

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4 thoughts on “Epilogo Polacco: Adam Mickiewicz

  1. Ribadisco il mio apprezzamento per quest’affascinante Odessa-cerniera tra Oriente ed Occidente; anni fa avevo comperato il bel libro edito nella piccola biblioteca Adelphi dei “Sonetti di Crimea” (particolarissima la copertina rosso-cupo) e questo post mi ha fatto venir voglia di cercarlo nella mia libreria, offrendomi l’occasione di rileggerlo e di capirlo molto meglio, oltre che di scoprirne legami che non sospettavo. Grazie.

  2. Caro Antonio
    grazie delle tue parole, sempre gentilissime. Il volume è proprio quello, con la copertina rosso scura, mentre il Tadeusz Pan non si pubblica più dal 1955, uscì da Einaudi (io ho letto la copia che apparteneva a Carlo Bo). Di nuovo grazie. Marco

  3. Caro Marco,
    leggo con piacere questo tuo Epilogo polacco, che ritengo davvero ragguardevole e assai diverso dal travelogue su Odessa, con cui, immagino, sia comunque imparentato: l’architettura del sito ucraino permetteva una compresenza quasi fisica del cemento soviet con un passato danzante da corte (fantasma) di Potemkin, ma qui le tue riflessioni insistono sugli aspetti sterili e nocivi del Romanticismo–una specie di lunario personale della malinconia. In particolare, sono colpito dalla descrizione di Goethe come sacerdote/stregone mozartiano e principe della notte; per me, lui rimane un dotto di Weimar, scienziato amatore baconiano e neo-classico. Al massimo, direi, che la natura sfavorevole e avversa, il “marcio pantano” di cui si parla nel Faust, viene interiorizzata e quindi esorcizzata nella figura di Mefistofele. Poi, mi pare che Milosz sia, come dire, eccentrico rispetto a Mickiewicz, che sovrapponga una patina di schizofrenia che non gli appartiene. Lui muore nel 1855, a pochi anni da Chateaubriand e dal sogno napoleonico; fa parte di una generazione in cui, per ragioni geografiche, gli ideali della Rivoluzione francese tardano a penetrare. (Lo stesso vale per Puskin: la Russia fino allo zar Alessandro a fine secolo non conosce fremiti di liberalizzazione, e quando lo fa, lo fa con i pogroms e Lenin alle porte.) Mi sbaglio quasi sicuramente, ma vedo il Pan Tadeusz come un’opera alla E.T.A. Hoffmann, piuttosto che percorsa da fremiti di disfacimento: ci sento una sinfonia di Mahler, orgiastica e scombussolata, piuttosto che il macellatoio di Brecht. Ma, e questo lo saprai senza dubbio, Francesco Orlando ne parla in quel suo bel libro sugli oggetti desueti, a proposito della mascella della balena di Moby Dick. . .

    E allora, caro Marco, che facciamo: ci sprofondiamo nel ventre del capodoglio e nei tronchi barbuti? Ci mettiamo nella fiaba e nella leggenda, come suggerisci tu, o raccontiamo una storia in cui alcuni uccelli si sono messi a pigolare fuori e il vecchio carillon, a un certo punto, non distingue il mezzogiorno dalla sera? Per dirla con Gozzano, siamo all’epoca della nonna o nel profondo delle Madri?

  4. Ciao Stefano
    grazie di questo commento, che è un microsaggio. In effetti il mio discorso è un ideale chiusura del racconto odessita che rimette in circolo la città e il suo universo da un altro punto di vista, tutto letterario questa volta. Vediamo con ordine. Sì, Milosz è naturalmente tutt’altro: ma nel Trattato poetico Mickiewicz è una presenza costante, massimo cantore della nazione, memoria poetica, termine di riferimento. Proiettare l’uno sull’altro non è così strano o scorretto: credo che M. certo non presentisse il socialismo, ma comprendeva come Napoleone e la Rivoluzione francese introducessero una svolta inquietante. Certo nel 1855 il cemento sovietico è di là da venire, ma sta cambiando l’economia, il codice di valori, l’assetto sociale, si sta recidendo il legame con una terra materna. D’accordissimo che il Tadeusz Pan sia più vicino a Hoffmann che a Brecht (che infatti ho accostato a Babel, forse altrettanto impropriamente, ma per motivi che non mi paiono infondati); d’accordo col valore orgiastico alla Mahler. Ma del resto parlavo apposta di natura eroicomica e fiabesco – credo di avere avvertito a non leggere M. come poeta romantico piangente – che però si accompagna a fremiti oscuri. Orlando li riconosce, tra l’altro cita lo stesso passo che riporto io. Non so se ci siano fremiti di disfacimento, non credo nemmeno io: ma il senso forte e presente della fine di un mondo, questo sì. Il confronto con Melville è giusto ma, a mio modo di vedere, un poco fuorviante (con il rispetto di Orlando, del quale ricordo alcune lezioni magiche): qui l’estraneo è portato nel cuore della grande madre Lituania, non in un altrove. Quanto alla tua ultima domanda – sottile, riprendi, se non sbaglio, un altro punto di Orlando – dico che nel poema di M. c’è sia la fiaba gozzaniana che l’abisso delle Madri. Che, guarda, si potrebbe dire di tante altre opere scritte in quel torno di anni: penso a un racconto come Die Schwarze Spinne di Jeremias Gotthelf – o forse anche a Romeo e Giulietta nel villaggio di Keller.
    Tu parli di Chateaubriand e sarebbe bello provare a pensarlo in parallelo con questa letteratura – Mickiewicz, intendo.
    Quanto a Goethe, caro mio, dici cose bellissime e vedi nel mio accenno un po’ più di quanto ci ho messo, e qualcosa che ho taciuto ma c’è. Diciamo che forse il mio Goethe è filtrato attraverso il Mann di Carlotta a Weimar?
    Mi perdonerai queste riflessioni balbettanti, sconnesse e scritte di getto. Ma grazie, grazie di queste tue osservazioni come sempre intelligenti.
    M

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