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Milano: Petrarca e il potere.

di Teresa Caligiure

«Ecco ho trovato un tranquillo campestre soggiorno in mezzo alla città e una città in mezzo alla campagna. Così è lecito al solitario, quando voglia, andar tra la gente e con prontezza tornare nell’ombra quando gli prende il tedio del volgo. Una sola città e una sola casa mi concedono queste alterne vicende, tenendo da me lontane la malinconia e l’ira».[1] Così Petrarca descrive, in un’epistola indirizzata all’amico Barbato da Sulmona, la sua casa milanese nei pressi della basilica di sant’Ambrogio. Il poeta sembra aver trovato un’armoniosa soluzione: da questo luogo alle porte della città egli trae beneficio della solitaria quiete campestre e, quando ne sente il bisogno, si affaccia in città fra la gente. L’epistola, scritta nel 1353,[2] esprime lo stato d’animo del poeta nella sua nuova casa, scelta su insistente invito dell’arcivescovo Giovanni Visconti, il quale, prevedendo un rifiuto da parte del poeta a trasferirsi a Milano a causa delle sue esigenze di quiete e solitudine, gli offre una dimora presso l’antica chiesa di sant’Ambrogio, al margine occidentale della città, in una posizione vantaggiosa fra città e campagna. La scelta della nuova residenza viene motivata da Petrarca in una lettera, datata il 23 agosto dello stesso anno, a Francesco Nelli: «Avrei addotto come scusa le mie occupazioni, e l’odio del volgo e il desiderio di quiete, se, mentre mi preparavo a parlare, egli [l’arcivescovo] quasi presago non mi avesse prevenuto e in quella grande e popolosa città non mi avesse promesso e la solitudine e la quiete, e alla promessa non avesse, per quanto era in lui, fatto fede. Cedei dunque, ma col patto di non cambiar nulla nella mia vita, e appena qualcosa nella casa, non più di quanto fosse necessario alla mia libertà e alla mia quiete».[3] Segue una descrizione più dettagliata della casa: «è salubre, posta sul piano sinistro della chiesa, e ha davanti a sé la cupola ricoperta di piombo e le due torri della facciata, di dietro le mura della città e campi fronzuti  e spazia sulle Alpi già coperte di neve in questa fine d’estate». Il poeta poi esalta la fortuna di trovarsi vicino alla basilica che custodisce la tomba di sant’Ambrogio e, scolpita in alto sul muro, un’immagine del santo dall’aspetto grave e al contempo maestoso e sereno.[4] La casa è priva di orto, ma il poeta viene autorizzato «a compiere i suoi esperimenti di giardinaggio in quello di sant’Ambrogio», così tra fine settembre e i primi di ottobre Petrarca pianta, «con l’aiuto di qualcuno, spinaci, rape, finocchi e prezzemolo».[5]

Bottega lombarda X secolo, sant’Ambrogio benedicente. Stucco policromo proveniente dalla basilica di Sant’Ambrogio. Il tondo era originariamente situato all’interno, il primo ritratto noto del patrono milanese che costituisce l’unico riferimento oggettivo dell’aspetto del santo, rappresentando una rara e preziosa fonte per l’iconografia ambrosiana.

Petrarca descrive se stesso come un uomo solitario, che ama la pace e la semplicità dei luoghi campestri per dedicarsi alla poesia; esalta i vantaggi della nuova dimora, dove si rifugia quando prova fastidio per lo strepito cittadino, in un silenzio superiore a quello conosciuto dagli eremiti nel deserto.[6] Il contrasto oraziano città-campagna richiama il concetto di otium operoso, praticato da pochi saggi, lontano dalle distrazioni urbane. Nel primo libro del De vita solitaria, cui Petrarca lavora nel suo soggiorno milanese, viene delineata la figura dell’uomo solitario, dedito a piacevoli e tranquille letture, che non teme la morte e vive immerso nella preghiera; egli trascorre placide e serene notti, in contrapposizione all’infelice abitante della città che, nel cuore della notte, si sveglia afflitto da mille preoccupazioni.[7] L’autore insiste molto, nei suoi scritti, sulla paura che gli uomini hanno di “rimanere soli con se stessi”: «Ma in verità, chi è che non ama la solitudine, se non chi non sa stare con se stesso? Detesta la solitudine chiunque nella solitudine è solo, e teme l’ozio chiunque nell’ozio resta inoperoso. Per questo motivo, in effetti, quanto ha di che rattristarsi colui che, per esser contento, va in cerca della folla! È davvero infelice chi si aspetta la felicità dagli infelici».[8] La solitudine senza cultura si trasforma in un esilio, un carcere, poiché gli ignoranti non sanno su cosa meditare, ecco perché la maggior parte di essi preferisce distrarsi nello strepito cittadino e rifugiarsi fra la folla.[9] Petrarca, però, non idealizza mai una completa fuga dal mondo e non auspica per se stesso un ideale di vita monastico come quello di suo fratello Gherardo, monaco agostiniano, piuttosto la sua è una ricerca della quiete all’interno delle vicende e dei negotia cui il mondo lo ‘costringe’. Egli affronta in tutte le sue opere il profondo dissidio tra gli impegni impostigli dalla curia, o dai signori che lo ospitano, e i momenti di pace nei prediletti rifugi campestri. L’otium tanto desiderato viene spesso intralciato dai negotia che lo portano a continui mutamenti di luogo. Il desiderio di un rifugio nell’aurea mediocritas della campagna non è altro che la rappresentazione della ricerca di se stessi sulle orme di Agostino. Gli uomini,  presi dalle preoccupazioni terrene, rifuggono l’interiorità e non si dedicano alla ricerca della vera conoscenza; nel labirinto cittadino inseguono beni effimeri, mentre il poeta invita a non spaventarsi del tempo dedicato alla meditazione solitaria. Forse la scelta della casa milanese, ai margini della città, nei pressi della basilica di sant’Ambrogio, poco distante dalla chiesa dedicata a sant’Agostino, oggi sita in via Lanzone, indica anche il ritorno ad una cristianità delle origini, lontana dal lusso della corte papale, poiché solo nell’intimità più profonda Dio si avvicina a noi. Poco tempo prima di trasferirsi a Milano, egli aveva così descritto a Boccaccio la sua condizione di precarietà e instabilità che viveva nella città di Avignone:« Non sono né vivo né sano, né morto né malato; allora soltanto comincerò a vivere e a star bene, quando troverò l’uscita di questo labirinto. A tal fine tutto son rivolto, a questo solo mi adopro».[10]

Dunque a Milano Petrarca può attuare il suo ideale di vita tra città e campagna, nella pace della solitudine e, al tempo stesso, partecipare alla dimensione cittadina. Ma la realtà è un po’ differente dalle pagine autobiografiche che l’autore ci propone. Milano è uno Stato regionale in continua espansione, i Visconti hanno sottomesso diversi centri, fra i quali Lodi, Alessandria, Parma, Brescia e Bologna; l’arcivescovo è una personalità temuta e conosciuta per le sue mire espansionistiche, tanto che la sua politica urta spesse volte con quella della Chiesa, finché col patto di Sarzana (1353), viene stabilita  una tregua tra Milano e Firenze, anche se la città lombarda continua a più riprese a minacciare la rivale. Proprio in questo panorama, nel 1353, Petrarca accetta l’invito dei Visconti.

È indubbio che a un certo punto della propria vita, dopo la rottura con i Colonna, la delusione per la vicenda di Cola di Rienzo, i lutti conseguenti la peste del ’48, tra cui quello dell’amata Laura, insieme alla volontà di abbandonare la Provenza, ci sia da parte del poeta un profondo desiderio di riconsiderare il passato, di mutare sede e partecipare alla realtà politica italiana di cui Milano è il maggior centro. Di conseguenza trasferirvisi significa mettersi al servizio di un principe, suggerirgli comportamenti, partecipare attivamente alla vita politica della penisola. Petrarca, del resto, ha già vissuto in un potentato, quella curia avignonese, ben lontana dalla realtà comunale di Dante e dalla urbana borghesia mercantile di Boccaccio. In questo periodo nella storia italiana, inoltre, due diverse entità civili e culturali possono incrociare i loro interessi: i principi che, tramite gli intellettuali, tentano di conferire maggiore prestigio alla propria signoria e dunque al proprio potere; e gli intellettuali che cominciano a credere nell’antico mecenatismo, garanzia di una certa libertà e indipendenza, pur all’interno della corte. Petrarca è «un intellettuale affermato, nel pieno della sua maturità e operosità»,[11]  è corteggiato dai signori d’Italia in quanto abile diplomatico, letterato e pensatore. Avendo deciso di abbandonare Avignone, il primo problema che l’autore deve affrontare è quello di scegliere una nuova residenza. Molte sono le possibilità, fra cui Padova e Mantova, ma alla fine Petrarca opta per Milano, residenza dei Visconti. I motivi della scelta non sono molto chiari.[12] L’intento del poeta è quello di salvaguardare la propria libertà, idealizzata autobiograficamente nelle proprie opere, e di affidarsi ad un potente che lo protegga e gli permetta di dedicarsi con serenità all’attività intellettuale; inoltre egli vede nell’arcivescovo, che  governa Milano dal 1349, un mecenate che può contribuire al rinnovamento della politica e della cultura italiana.

Sulla cartina si può osservare dove anticamente era situata la basilica di sant’Ambrogio, al margine occidentale della città, presso la cinta muraria.

Ma la reazione degli amici fiorentini di fronte alla sua scelta è di estrema amarezza. La sua decisione viene annunciata con un breve biglietto a Zanobi da Strada, che a sua volta la comunica agli altri, ma quando la notizia giunge alle orecchie di Boccaccio la reazione del certaldese è veemente. Il 18 luglio del 1353 Boccaccio scrive a Petrarca per redarguirlo aspramente, ricordandogli come nelle conversazioni avvenute con lui a Padova, solo due anni prima, Francesco aveva criticato la politica espansionistica dei Visconti; inoltre gli rinfaccia il suo desiderio non perseguito di solitudine e libertà, anticipandogli la forte delusione degli altri amici, quali Socrate e Barbato da Sulmona. Poco tempo prima, sempre nel 1351, Boccaccio aveva anche tentato di convincere Petrarca a trasferirsi a Firenze,[13] ma invano. L’amicizia fra i due è molto stretta e si fonda, oltre che sulla stima personale, sul comune intento di diffondere la cultura, e dunque la conoscenza dei classici, e sui principi del nascente Umanesimo; si scambiano libri, informazioni, l’uno legge e diffonde  le opere dell’altro, desiderano imparare il greco. Ecco perché le scelte di vita dell’uno interessano fortemente l’altro e Giovanni, che vede in Francesco un maestro, si sdegna quando l’amico decide di accettare l’invito di un tiranno, rinnegando se stesso e i suoi ideali di vita.

Petrarca, dunque, si è alleato con i peggiori nemici di Firenze! La risposta a Boccaccio non viene mai scritta, ma arriva il 23 e il 27 agosto,[14] indirettamente, con due lettere all’amico comune Francesco Nelli. L’autore limita, sdrammatizza, il tradimento provocato dal suo gesto antifiorentino, esaltando la figura dell’arcivescovo come «grandissimo fra i principi italiani», che lo ha trattenuto presso di sé «così dolcemente e onoratamente» quanto non merita.[15] L’arcivescovo, afferma Petrarca, « da me non voleva nulla se non la mia sola presenza, che credeva avrebbe recato onore a lui e al suo dominio»;[16] oltretutto rifiutare l’invito di un uomo autorevole e di prestigio sarebbe stato un gesto di vera e propria arroganza.[17] Petrarca cerca sempre di non venire strumentalizzato dai potenti che lo ospitano, ma di mediare i suoi interessi. Da ciò trae un bilancio positivo:[18] «Di nome io vissi coi principi, ma di fatto furono essi a vivere con me. Non intervenni mai ai loro consigli, molto raramente ai loro banchetti. […] Così mentre tutti si dirigevano a palazzo, io me ne andavo in campagna o mi riposavo fra i libri della mia camera».[19]

Ovviamente le sue parole non convincono gli amici fiorentini, che protestano contro la decisione a più riprese; ciò nonostante Petrarca non perde nessuna delle sue amicizie fiorentine, anzi in seguito Boccaccio stesso, rassegnatosi alla sua scelta, va a trovarlo  a Milano. «Come mai l’amatore della solitudine sceglieva una città così popolosa e movimentata, sia dal lato economico che da quello politico? Come […] accettava di cooperare attivamente alla fervida politica dell’arcivescovo Giovanni Visconti? Come […] non si sentiva a disagio presso il “massimo” dei tiranni del tempo?».[20] Forse alla sua decisione contribuisce il desiderio di essere vicino ai più potenti signori d’Italia e da questi stimato e onorato; sicuramente, pur impegnandosi politicamente a fianco dei Visconti, compiendo missioni e ambascerie per loro conto, a Venezia, a Mantova, a Praga, a Parigi, la sua attività letteraria ne trae giovamento. A Milano, infatti, egli si dedica alla stesura del De remedis, il più lungo dei suoi scritti, a un’invettiva contro un cardinale francese che lo accusa di vivere sotto la tirannia dei Visconti,[21] riprende i Trionfi, lavora ancora di più alle Familiari e ad un primo ordinamento dei RVF, sistema le Sine nomine, trascrive e ritocca le opere precedenti. Qui risiede per ben otto anni (dal 1353 al 1361), per il soggiorno continuato più lungo della sua vita, pur mutando abitazione nel 1359 da sant’Ambrogio a san Simpliciano (fuori dalle antiche mura della città) e dimorando dal ’57 nella casa estiva di Garegnano, proprio come chi, nel labirinto esistenziale, sente sempre l’implacabile nostalgia dell’altrove: «Di nessun luogo son cittadino, dappertutto sono straniero».[22]


*Ringrazio Maurizio Nicosia per l’individuazione del complesso di sant’Ambrogio nell’antica struttura urbana di Milano.

[1] Epyst. III 18, 1-5.

[2] Cfr. D. Magrini, Le Epistole metriche di Francesco Petrarca, Rocca San Casciano, Cappelli, 1907, p. 152 e il commento di Otto ed Eva in F. Petrarca, Epistulae metricae. Briefe in Versen, herausgegeben, übersetzt und erläutert von O. und E. Schönberger, Königshausen & Neumann, Würzburg, 2004, p. 376.

[3] Fam. XVI 11, 9-10.

[4] Fam. XVI 11, 11-13. Sul rilievo rappresentante sant’Ambrogio si vedano M. Bettini, Francesco Petrarca e le arti figurative. Tra Plinio e sant’Agostino, Livorno, Sillabe, 2002, pp. 9-10 e C. Tosco, Petrarca: paesaggi, città, architetture, Macerata, Quodlibet, 2001, pp. 36-38.

[5] Cfr. E. H. Wilkins, Vita del Petrarca, nuova edizione a cura di L. C. Rossi, traduzione di R. Ceserani, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 157;160.

[6] Epyst. III 18, 16-18.

[7] De vita solitaria in  F. Petrarca, Opere latine, a cura di A. Bufano, III, Torino, Utet, 1975, pp. 276-280.

[8] F. Petrarca, De ignorantia. Della mia ignoranza e di quella di molti altri, a cura di E. Fenzi, Milano, Mursia, 1999, p. 144.

[9] Tema ripreso e sviluppato anche nel De otio religioso, opera rivista negli anni milanesi.

[10] Fam. XII 10, 2.

[11] U.  Dotti, Petrarca civile. Alle origini dell’intellettuale moderno,  Roma,  Donzelli,  2001,  p. 179.

[12]  Le notizie e gli approfondimenti relativi alla residenza milanese di Petrarca sono tratti dai preziosi  studi di E. H. Wilkins, Petrarch’s Eight Years in Milan, The Medieval Academy of America, Cambridge (Mass.) 1958 ; U. Dotti, Petrarca a Milano, Documenti milanesi 1353-1354, Ceschina, Milano 1972; Idem, Vita di Petrarca,  Laterza, Bari, 1987, part. pp. 279-353; E. Fenzi, Ancora sulla scelta filo-viscontea di Petrarca e su alcune sue strategie testuali nelle Familiares, «Studi petrarcheschi», XVII, 2004, pp. 61-80; Idem, Petrarca a Milano: tempi e modi di una scelta meditata, in Petrarca e la Lombardia. Atti del Convegno di Studi, Milano, 22-23 maggio 2003, a cura di G. Frasso, G. Velli e M. Vitale, Antenore, Roma-Padova 2005, pp. 221-264;  e Idem, Petrarca, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 37-52.

[13] Cfr. Fam. XI 5.

[14] Si tratta delle  Fam. XVI 11 e 12.

[15] Fam. XVI 11, 9.

[16] Fam. XVI 12, 9.

[17] Fam. XVI 11, 9 e XVI 12, 8.

[18] Cfr. V. Pacca, Petrarca,  Bari, Laterza, 2005, p. 182.

[19] Post.

[20] U. Bosco, Francesco Petrarca, Bari, Laterza, 1973, p. 262.

[21] Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis (Invettiva contro un uomo di alto rango, ma al tutto privo di dottrina e di virtù).

[22]Si tratta del celebre verso 16 dell’Epyst. III 19, scritta forse anch’essa durante il soggiorno milanese, probabilmente quando Petrarca venne mandato in missione oltre le Alpi, e in cui egli si definisce «peregrinus ubique».

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4 thoughts on “Milano: Petrarca e il potere.

  1. Ho sempre ammirato in Caligiure la semplicità trasparente della scrittura che ci porta -come in altre simili occasioni ha fatto- a interessarci, facendoci sentire arricchiti, dei particolari della vita quotidiana del Petrarca, per esempio. Bella scrittura che con vivezza proietta il poeta nella dimensione contemporanea di tempo e pazio vissuta da noi. Aggiungo un particolare forse discutibile in quanto superficiale, ma che potrebbe essere ridimensionato meglio e anche interessare: l'”invidia”, per come allora era organizzata la cultura e l’importanza che a quel tempo veniva conferita a chi poteva distribuirla, il quale riusciva addirittura a campare di essa. Cosa impossibile ai nostri giorni per tanti motivi conosciuti, e ormai da parecchi secoli. Ma che bellezza sarebbe, e quanta massa culturale vera potrebbe emergere e non disperdersi invece come oggi succede!!!
    Complimenti di nuovo alla “cortese” scrittura di Caligiure che ci fa addirittura respirare solitudine e felice creatività petrarchesche, risollevandole dal letto funebre del nostro generico apprendimento scolastico.
    Cristina.

  2. Raramente si legge, in saggi di argomento letterario, un sapiente dosaggio tra profondità speculativa, apertura a letture nuove dei problemi e scorrevolezza della lettura. Ciò denota nella Caligiure una capacità di lettrice acuta oltre che di profonda conoscitrice di Petrarca, Spero di potere leggere presto altri suoi contributi.
    Aran

  3. Particolarmente avvincente è la traccia che emerge da questo saggio stilisticamente impeccabile sotto ogni punto di vista, ovvero l'”incontentabilità” del Petrarca, questa sete di conoscenza e raccoglimento necessaria all’artista, la difficoltà di negoziato tra l’otium e il negotium appunto… Alcune banalizzazioni diffuse vogliono il poeta assetato di potere e glorie mondane, questo testo riporta le giuste misure alla questione, ci fa assaporare l’aspetto in ombra sulla sua figura e le tensioni interiori ai limiti della scissione che lo attraversavano. Complimenti all’autrice e alla rivista,
    Luigi

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