Diari newyorkesi/Poesia

“Diari newyorkesi” (rubrica di poesie e prose su New York): Simone Marchesi traduce Walt Whitman

Whitman, il poeta che, come New York, contiene moltitudini e si contraddice [«Do I contradict myself? / Very well, then, I contradict myself; / (I am large – I contain multitudes)»], ci dona oggi nelle belle traduzioni di Simone Marchesi un antico ma ancora vivo ritratto di questa città che contraccambia amore («[…] as I pass O Manhattan, your frequent and swift flash of eyes offering me love») e poi dà brividi se si percorrono le sue parti ignote e inesplorate come, del resto, accade anche quando si attraversa l’immenso libro-città Leaves of Grass («But you ye untold latencies will thrill to every page») tutto edificato sullio universale di Walt. Pubblicato nel 1855 a Brooklyn è certamente ancora attualissimo, oltre ad essere uno dei grandi libri newyorkesi della letteratura Americana.

Alessandro Polcri

***

Simone Marchesi
Un corpo a New York: da Walt Whitman.

Mannahatta: I WAS asking for something specific and perfect for my city, Whereupon lo! upsprang the aboriginal name.   Now I see what there is in a name, a word, liquid, sane, unruly, musical, self-sufficient, I see that the word of my city is that word from of old.

La storia dell’incontro tra il mio corpo e New York ha due inizi.
Il primo, fugace, è dell’inverno del 1996: alla fine di un interminabile viaggio in treno da South Bend a Manhattan, ho vissuto per una settimana in una città assurdamente sepolta dalla neve e spopolata. I ricordi sono due, separati da un netto gradiente termico: l’immagine di rari sciatori sulle Avenue deserte dal traffico e un tempio di arenaria calda affacciato, attraverso la grande vetrata della sala egizia, su di un mondo incongruamente bianco.
Il secondo, più intimo, risale al 2002, quando per un anno sono stato pendolare tra il New Jersey e Sarah Lawrence College a Bronxville, percorrendo tre volte alla settimana il corridoio sotterraneo tra Penn Station e Grand Central. Questa volta il paesaggio che lasciava traccia era umano: persone e cose in movimento, e cose solo in quanto fatte per contenere, trasportare, sostenere, limitare, dirigere il movimento delle persone. Nessuna di queste due tappe ha avuto bisogno di parole. Il corpo, trasportato, traslato, tradotto a New York era un luogo sufficientemente chiaro per svolgere qualsiasi transazione tra me e la città: quello che c’era da dire, bastava dirselo dentro.
Le cose sono cambiate nel 2007, quando con mia figlia –nata in America, cittadina di questo grande paese a est dell’Est, e con tutto il diritto di appartenergli– è nato anche il bisogno di trovare un modo per dirle qualcosa di vero sulle cose intorno a noi. Per non venire meno al dovere di un padre di provarsi almeno a spiegare, con onestà, un paese che non è il suo, ho cercato un luogo di incontro tra lingue, memorie e culture. Alla domanda di onestà ho risposto nel solo modo che sapevo: traducendo le parole altrui –che erano vere perché interne agli oggetti che costruivano– in una lingua che fosse altrettanto vera, per me, e condivisa con mia figlia.
Alla fine di questo progetto è venuta la traduzione, insieme a Simone Lenzi, del lungo poema di Robert Pinsky An explanation of America. Ma prima di questa a rispondere a quel bisogno sono venute le traduzioni da alcuni dei testi più newyorkesi di Whitman. Erano un necessario apprendistato alla resa della voce stratificata di Pinsky e un’altrettanto necessaria restrizione di campo sul primo e più immediato dei molti possibili paesaggi umani d’America. Whitman mi aiutava a non produrre –con una lente che si è accostata all’America e alla Città troppo tardi per non distorcerle– un’immagine non vera di New York. E Whitman andava tradotto: mi sembrava altrettanto un errore indicare Leaves of Grass a mia figlia (con un “tolle, lege” asettico e deresponsabilizzato) e lasciare a una lingua che non è la mia le parole che erano divenute veicolo di quella verità ed esperienza, sperando che suonassero vere per lei.
Whitman, dunque, e “la mia New York” (una realtà negoziata, contesa e infine condivisa tra uno ius soli, che era solo suo, e uno ius sanguinis, del quale, traducendo, mi andavo appropriando): l’onestà sfaccettata del suo modo di vedere la città e le parole sulle quali non poneva ipoteche semantiche evidenti mi attraevano. La sua era una verità delle cose, quella intrinseca allo sguardo, che faceva interagire in ogni oggetto memoria culturale, attività semiotica e potenzialità linguistica. In quella verità mi sembrava poter trovare spazio anche la mia.

***

Proem
Come, said my soul,
Such verses for my body let us write, (for we are one),
That should I after death invisibly return,
Or, long, long hence, in other spheres,
There to some group of mates the chants resuming,
(tallying earth’s soil, trees, winds, tumultuous waves,)
Ever with pleas’d smile I may keep on,
Ever and ever yet the verses owning–as, first, I here and now,
Signing for soul and body, set to them my name
Walt Whitman

Proemio
Vieni, disse l’Animo mio: scriviamo versi per il Corpo
(non siamo forse noi una cosa sola?)—versi
che se mai tornassi, invisibile, di là dalla morte,
o, molto, molto più in là, in altre sfere,
a riprendere con altre schiere di mortali il canto
(riconciliando il suolo della terra, gli alberi, i venti, e le onde inquiete),
io possa, sempre con un sorriso compiaciuto,
riconoscere, per sempre—sempre—come miei, come io qui e ora
firmando per anima e corpo, li ascrivo a me,
Walt Whitman.

What is it then between us?
What is it then between us?
What is the count of the scores or hundreds of years between us?

Whatever it is, it avails not – distance avails not, and place avails not,
I too lived, Brooklyn of ample hills was mine,
I too walk’d the streets of Manhattan island, and bathed in the waters around it,
I too felt the curious abrupt questionings stir within me,
In the day among crowds of people sometimes they came upon me,
In my walks home late at night or as I lay in my bed they came upon me,
I too had been struck from the float forever held in solution,
I too had receiv’d identity by my body,
That I was I knew was of my body, and what I should be I knew I should be of my body.

Che cosa c’è, dunque, fra noi?
Che cosa c’è, dunque, fra noi?
A cosa ammontano gli anni –decine o centinaia– fra noi?

Sia quel che sia, non basta:  la distanza non basta né lo spazio.
Anch’io ho vissuto, e Brooklyn  con le sue dolci dune è stata mia,
anch’io ho camminato per le strade  dell’Isola e mi sono bagnato nelle acque intorno a lei,
anch’io ho sentito nascere dentro me inquieti ed improvvisi i dubbi;
di giorno, fra la gente, è quando a volte quelli mi hanno preso,
di notte, tardi, mentre tornavo a casa, o a letto, mi hanno preso;
anche in me si è fissata l’eterna sospensione di un frammento,
anche in me è stato il corpo a dare identità,
il fatto che io esista so che appartiene al corpo; e ciò che dovrei essere io so che dovrò esserlo di lui.

To Foreign Lands
I HEARD that you ask’d for something to prove this puzzle the New World,
And to define America, her athletic Democracy,
Therefore I send you my poems that you behold in them what you wanted.

Per l’estero
Mi han detto che chiedevi qualcosa con cui sciogliere l’arcano di questo mondo nuovo
e spiegarti l’America davanti agli occhi—la sua asciutta democrazia.
Prendi le mie poesie: in loro c’è riflesso ogni tuo sogno.

Behold this Swarthy Face
BEHOLD this swarthy face, these gray eyes,
This beard, the white wool unclipt upon my neck,
My brown hands and the silent manner of me without charm;
Yet comes one a Manhattanese and ever at parting kisses me lightly on the lips with robust love,
And I on the crossing of the street or on the ship’s deck give a kiss in return,
We observe that salute of American comrades land and sea,
We are those two natural and nonchalant persons.

Anche se io offro
Anche se io offro a tutti un volto che il sole ha reso bruno,
degli occhi grigi ed una barba che è come lana, cresciuta
intatta sul mio collo, e le mie mani scure e quel silenzio aspro che mi fa chi sono,
c’è sempre chi in quest’isola, al congedo, mi lascia un bacio  leggero sulle labbra, in segno di un amore intero;
ed io, nel traversare di una strada o sul ponte di una nave, mi congedo con un bacio da lui, lo stesso.
È il saluto dei compagni americanida terra o mare—
che ci affratella: due persone che sprezzano ciò che non è natura.

City of Orgies
CITY of orgies, walks and joys,
City whom that I have lived and sung in your midst will one day make you illustrious,
Not the pageants of you, not your shifting tableaus, your  spectacles, repay me,
Not the interminable rows of your houses, nor the ships at the  wharves,
Nor the processions in the streets, nor the bright windows with  goods in them,
Nor to converse with learn’d persons, or bear my share in the soiree or feast;
Not those, but as I pass O Manhattan, your frequent and swift flash of eyes offering me love,
Offering response to my own – these repay me,
Lovers, continual lovers, only repay me.

Città di orge
Città di orge, flaneurie e gioie—
città che un giorno l’avere io abitato in te e cantato dal centro del tuo cuore farà esser più bella:
non è la mostra che ora fai di te, non sono i tuoi sfondi cangianti, i tuoi spettacoli, che mi ripagheranno;
non le schiere interminabili di case, né le navi in sosta ai moli,
né le processioni in strada, né le vetrine accese di cose da comprare,
e neppure il conversare coi tuoi pochi, e recitare la parte che mi spetta, nelle tue sere in festa.
Non tutto questo, ma quegli occhi, che al mio passaggio
—per un istante appena—mi offrono amore,
amore in contraccambio al mio per te: gli amanti valgono ciò che io ti do.
Solo gli amanti che non hanno tregua, quelli sí, valgono ciò che io ti do.

I Am He That Aches with Love
I AM he that aches with amorous love;
Does the earth gravitate? does not all matter, aching, attract
all matter?
So the body of me to all I meet or know.

Sono io questo che soffre
Sono io questo che soffre di un amore innamorato e amaro;
Non è la terra il punto a cui si trae —e la materia non attrae, soffrendo—
ogni altro peso?
Così il corpo che è me a tutto ciò che incontro o so.

*questo testo, già uscito in Nuok, viene qui riproposto ai lettori di Samgha [A. Polcri]

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Simone Marchesi, nato a Orbetello (GR) nel 1968, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1995 e dal 1997 vive e lavora a Princeton, in New Jersey, dove insegna letteratura italiana medievale. Nel 2004 ha pubblicato Stratigrafie decameroniane, un volume di studi su Boccaccio e la cultura classica, e nel 2011 è uscita una monografia intitolata Dante and Augustine: Linguistics, Poetics, Hermeneutics, Toronto, The University of Toronto Press. Con Simone Lenzi ha pubblicato nel 2009 Un’America, edizione italiana del poema An Explanation of America di Robert Pinsky. Dalla collaborazione con Simone Lenzi è nato anche Traccia fantasma: testi e contesti per le canzoni dei Virginiana Miller (2005).

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