Interviste/Racconti

Tre domande all’autore con racconto inedito: Laura Bosio, la scrittura come pensiero

Giovanni Mattio

Giovanni Mattio

a cura di Bruno Nacci

1. Oggi sembra tramontata la stagione dei grandi sistemi che pretendevano di spiegare e governare le vicende letterarie (l’impegno politico, lo strutturalismo, il decostruzionismo ecc.), cosa pensi della sopravvivenza nell’era di internet e più in generale della civiltà delle immagini della narrativa?

La narrativa a me non sembra incompatibile con l’era di internet o con la civiltà delle immagini. La morte del romanzo, per decenni temuta, o invocata, non è mai stata raggiunta e ha finito per trasformarsi in un genere letterario, il genere “morte del romanzo”, appunto. Comprensibile, e probabilmente utile, che le “avanguardie” abbiano proclamato l’inutilità dell’arte, dopo secoli di asservimenti ed equivoci. Ma il romanzo, spurio, composito, con la sua sempre recuperata libertà originaria, quella di Don Chisciotte, ha continuato a vivere, a parlare, e lo fa ancora. Da qualche tempo si ripete che la narrativa odierna sarebbe svolta, non solo dal cinema, ma dalle serie televisive, dai docu-reality o dagli observational documentary, che interpreterebbero e rappresenterebbero la nostra realtà meglio dei romanzi ecc. E in prima battuta si può essere d’accordo: la funzione narrativa trova nel mezzo filmico, in senso ampio, un potente genere espressivo. Ma riflettendo meglio, la tesi appare quanto meno ridimensionabile (e non sono sospetta di non amare il cinema, che è stata ed è tuttora una grande passione, né intendo stabilire gerarchie tra letteratura e cinema). È vero che la narrazione filmica è più incisiva di quella letteraria, più immediata, più spettacolare. Bisognerebbe però chiedersi se la funzione narrativa esaurisce la funzione letteraria. Anche il mezzo filmico ha dei limiti. Ad esempio, non è in grado di articolare il pensiero. Può sostenere delle tesi, può veicolare emozioni, può disegnare caratteri, ma rimane impotente ad articolare il pensiero, e quando prova, fallisce e si riduce ad altro. L’immagine di per sé, l’immaginario in ogni sua forma (compreso quello onirico), è uno stadio “primitivo” di espressione. Posso riprodurre in una sequenza lo stacco di una barca di emigranti dalla terra natia e rappresentare in questo modo il dolore provato e la nostalgia, o l’euforia, che inizia a impossessarsi di loro. Ma l’“addio ai monti” dei Promessi sposi, per fare provocatoriamente un esempio tra i più classici, è un’altra cosa, perché la rappresentazione contiene anche il suo significato, e la riflessione su questo significato.

2. Tentiamo di approfondirla la questione dell’immagine, dell’occhio che vede, dell’occhio che guarda, che rappresenta e allo stesso tempo interpreta.

Mi viene in mente Dziga Vertov, lo straordinario cineasta dell’avanguardia sovietica che ha teorizzato il Kinoglaz, il Cineocchio: ciò che l’occhio non riesce a vedere, diceva, il microcoscopio e il telescopio del tempo, la possibilità di vedere senza confini né distanze, la vita colta sul fatto, non in quanto tale, ma per mostrare gli uomini senza maschera e senza trucco, per coglierli con l’occhio della cinepresa nel momento in cui non stanno recitando, per leggere i loro pensieri messi a nudo dalla cinepresa. E aggiungeva: il Cineocchio come possibilità di rendere visibile l’invisibile, di rendere chiaro ciò che è oscuro, palese ciò che è nascosto, di smascherare ciò che è celato, di trasformare la finzione in realtà, di fare della menzogna verità. Ecco, sono convinta che queste possibilità, queste prospettive, questi orizzonti non manchino alla letteratura, al contrario. La scrittura di un romanzo è stratificata, pluridimensionale: il lavoro non è cesellare una frase, ma dire tre o quattro cose in una (la frase “plurima” di cui parlava Sartre), dare a ogni frase sensi molteplici e sovrapposti, conservandoli e dilatandoli in una totalità. In fondo la letteratura, forse più peculiarmente delle altre arti, ci costringe a riflettere, a volte anche più della filosofia. La letteratura che distrae e basta è un gioco illusionistico.

3. Che rapporto c’è tra uno scrittore e la cultura dentro cui è immerso, o anche semplicemente il ruolo che ricopre nel mondo in cui vive?

Quello che conta, secondo me, non è la presenza o meno sulle ribalte di opere e scrittori in grado di riflettere e di far riflettere, e neppure la loro autorevolezza, vera o presunta:  conta che esista una cultura in grado, se non di riconoscerli, di ammetterli, di auspicarne l’esistenza. Una cultura – intesa come intreccio di esperienze, relazioni, riflessioni, sguardo sulla realtà nel suo complesso – in cui i valori sommersi, quali che siano, possano venire inclusi e, nell’ipotesi migliore, assimilati. Non si tratta di successo. Camus ebbe giovanissimo un enorme successo, Albert Cohen, l’autore del grande Belle du Seigneur, rimase sconosciuto ai più fino alla vecchiaia, ma entrambi furono punti di riferimento della loro epoca: in maniera diversa, ci si accorse di loro. La mia impressione è che in questi ultimi quarant’anni la cultura, o meglio le culture, abbiano fortemente ceduto davanti alla macchina sociale: quello che non sono riusciti a fare i totalitarismi novecenteschi, che al contrario hanno suscitato energie, sia pure per contrasto, sta riuscendo al  mercato, alla produzione indiscriminata, alla parcellizzazione della società e del pensiero: lo svilimento di ogni serio tentativo di capire la realtà e di intervenire su di essa. La resa ha portato non solo al trionfo di molte idiozie, ma più in profondità alla “dimenticanza”. Il pensiero che non esistono pensieri, che non hanno senso le visioni del mondo, che tutto è disperso e quello che si può fare è riprodurre questa dispersione, costruire giocattoli, correggere il Pil e lo Spread…: questo sembra diventata l’anima del mondo, e ancora più sotto la superficie c’è il sentimento di abbandono a un fato che accettiamo senza alcuna grandezza. Perché è proprio la grandezza a mancare, a essere denunciata come un reato dello spirito. La dipendenza sempre più stretta dell’individuo dalla macchina sociale, la dilatazione sempre più abnorme di questa macchina, che i nostri padri e nonni avevano perfettamente intuito (Kafka, Musil, Freud…), pare avviata verso un punto pericoloso di non ritorno. Verso la terra arida, la terra desolata di Eliot, altra grande e terribile intuizione. I soldati giapponesi che dopo la seconda guerra continuarono per anni a nascondersi nelle foreste per obbedire a un ordine mai revocato erano sicuramente patetici e folli, ma basterebbe una scintilla di quella follia. Una consegna a cui non si viene meno, un dovere che si senta ineludibile: quello di arrampicarsi su su per se stessi, per sporgersi un giorno dalla cima di se stessi, fuggendo la condizione di abbandono, di dimenticanza. Come fa la letteratura, e come fanno le arti, che hanno il coraggio di guardare vicino e non smettono di vedere lontano.

*******

LA L DI NATALE

di Laura Bosio*

L’ordine è il piacere della ragione;

ma il disordine è la delizia dell’immaginazione.

Paul Claudel

Accadrà domani, nel tardo pomeriggio. Il ragazzo e la ragazza lasceranno l’aula magna dopo avere ascoltato leggere i versi di Eschilo e di Sofocle –o snelle ali dei venti, fonti dei fiumi, e dei marini flutti infinito sorriso” –, le disperate lotte contro i prepotenti di Prometeo e Filottete, nell’ultima fila per passare inosservati e per non confondersi con i mezzibusti dell’università, che delle parole dei classici possono perfino sbadigliare e invece a loro fanno gelare i polsi e correre più forte il sangue – ci sono anche ragazzi così. Saluteranno i compagni con cui da settimane protestano e, all’occorrenza, occupano, lì alla Statale, o davanti alla Scala, a Brera, in Conservatorio, e si allontaneranno verso il cortile più interno. Entreranno in un portone, saliranno a piedi le scale, attenti a non farsi notare, mentre gli altri, forse gli ultimi della giornata, studenti, professori, impiegati, anche qualche compagno, staranno premendo la T degli ascensori per guadagnare svelti l’uscita. Poi raggiungeranno la piccola stanza in fondo al corridoio, vuota e stranamente pulita, che il ragazzo ha scoperto la sera di un mese fa cercando la ragazza. Si fermeranno un istante sulla soglia per guardarsi intorno, faranno qualche passo avanti, senza parlare, e si chiuderanno la porta alle spalle. Allora il ragazzo appoggerà sul pavimento lo zaino pesante, lo slaccerà con cura – è metodico sotto la massa ondulata dei capelli – e tirerà fuori il doppio sacco a pelo che ha preparato, con cura. Il ragazzo ha pensato a tutto: dallo zaino escono anche due cuscini, bianchi e sottili, due bicchieri, di vetro, una bottiglia, di vino novello, due tavolette di cioccolato al peperoncino.  Il ragazzo vuole che quella notte sia un gesto, e vuole che sia in amore.

Ecco, il sacco a pelo è al centro della parete alla destra della porta, una bifora occupa quasi tutta la parete di fronte. Stando sdraiati si può vedere il cielo a metà, e fuori ci sono stelle. Sì, è stato fortunato, il ragazzo: poteva non capitare mai in quella stanza, e la notte del 13 dicembre poteva non essere di luna e di stelle. Una cosa è certa, però: poteva e doveva succedere quella notte. Il perché gli sembra un po’ meno chiaro, adesso, allungato sul pavimento all’ultimo piano della Ca’ Granda, ex Ospedale Maggiore, ora Università, la testa abbandonata sul cuscino, la mano della ragazza dentro la sua. Qual è la ragione che lo ha spinto lì, in realtà? Il governo che l’indomani potrebbe cadere? Senz’altro un’attesa che merita concentrazione, dopo tanti giorni impegnati a gridarlo e a sperarlo, ma i potenti e i prepotenti, l’ha imparato sulla sua pelle, hanno sempre qualche contromossa che lascia l’amaro dentro. Il lavoro che a sua madre è improvvisamente mancato? Mentre lui non sa trovarsene uno stabile, e si è sentito arrabbiato, e in colpa. “Quale futuro tra queste macerie?” ha scritto insieme agli altri sugli striscioni e sui cartelli. Dopo che i ragazzi sono stati trasformati a forza in formidabili oggetti del consumo, è sopportabile la svendita di una intera generazione? Oppure è la festa di santa Lucia. Da bambino in casa sua era più importante del Natale, e chissà che proprio dalla santa protettrice degli occhi non gli sia venuta quella voglia ostinata e dannata di guardare, di vedere, a ogni costo. La stessa voglia della ragazza che è al suo fianco da una sera di luglio, quando a un concerto lo ha sentito parlare del mandolino, lo strumento assurdo che lui studia e del quale si è innamorato quasi quanto di lei, talmente bella con i suoi lucidi capelli neri, le gonne troppo corte e le borse troppo grandi.

Ma un gesto ha bisogno di spiegazioni? Un gesto come quello, pensa il ragazzo addentando il cioccolato che ha appena offerto alla ragazza, è una specie di voto. Chi fa un voto dà convegno a se stesso per un tempo o un luogo lontani, e il rischio è di non tenere fede all’appuntamento. E non perché il gesto sia insensato – si fanno azioni ben più dementi – ma perché un attimo prima di arrivare alla meta si comincia a smaniare, a essere ansiosi, e si vorrebbe solo correre a casa, o da un’altra qualsiasi parte. E’ questo il difficile difficile: non venire meno a una promessa con se stessi fatta per dare espressione alla grandezza di un momento. Ci si può impegnare a contare le foglie di un albero, per esempio, o le corde di tutti i violini di un’orchestra per un anno, per testimoniare un conforto, un amore, un’aspirazione. Pare che un tale abbia giurato di incatenare assieme due montagne e si racconta che la catena sia rimasta penzoloni per secoli, come monumento della sua follia, o della sua poesia, del suo segreto coraggio.

“Oddio” dice la ragazza infilando le gambe e i piedi perfetti dentro il sacco a pelo e lanciando al ragazzo uno degli sguardi che lo fanno ammutolire di piacere, “ti sei mai accorto che anche nel nome Gelm…”

Il ragazzo le chiude la bocca con una mano.

“No, stanotte quel nome lo dimentichiamo.”

Gli occhi della ragazza brillano sopra le dita del ragazzo. Lui gliele passa delicatamente sulle labbra, su una guancia.

“Ma se ce lo scordiamo” obbietta la ragazza “come giustifichiamo di essere qui?”

“A chi giustifichiamo?” dice lui. “A noi o agli altri?”

La ragazza lo guarda seria.

Recita, lo fa spesso: “Un giorno, invero assai lontano per voi (ma per noi no), voi pure, poveri diavoli assassini e magnacci dovrete inevitabilmente ritornare al paradiso. E là noi vi spiegheremo perché la vostra guerra, alla fine, in sostanza e verità, non poteva essere stata mai, pure quella, nient’altro che un gioco.”

Conosce decine di poesie a memoria, sembra che assorba le parole insieme all’aria. “E’ Elsa Morante” aggiunge, “Il mondo salvato dai ragazzini”.

“Ecco, appunto” dice lui.

“Hai portato il mandolino?” dice lei. “Suoni qualcosa?”

“Eh no” ride lui, “anche quello no. Te lo immagini? Sonata per mandolino e bifora, con bacio.”

“E il bacio, l’hai portato?” ride lei.

Si baciano le labbra che profumano di cioccolato e pizzicano di peperoncino, poi lui infila a sua volta le gambe, un po’ corte, poco perfette, dentro il sacco a pelo. Appoggiando la schiena alla parete il ragazzo stappa il vino novello, lo versa nei bicchieri, brindano. La luna, discreta, toglie il disturbo. Nella stanza adesso è buio.

“Sai cosa pensavo?” dice lui.

E’ tentato di dirle del voto, dell’impegno con se stessi, ma guardando il viso della ragazza, dolce e fermo, i suoi occhi che brillano, si risponde subito che lei lo sa già. Quella ricerca di un più d’attenzione, quel volere accorgersi della vita anche nelle sue manifestazioni in apparenza più irrilevanti, facce anonime tra la folla, un’ombra sul muro, l’orlo di una nuvola, delle rondini in volo, un ombrello smarrito, una musica che va a vuoto, l’ha in comune con lei, anzi, forse è cresciuto da quando c’è lei. Come fanno quei versi della Szymborska? “Ti ringrazio, cuore mio: non ciondoli, ti dai da fare senza lusinghe, senza premio, per innata diligenza”.

“Cosa pensavi?” lo sollecita la ragazza.

E lui, rapido, trovando un diversivo che gli suona immediatamente bene: “Che questa notte sarà il regno della tua L”.

Lei sorride, si stringe a lui affondando la testa nella sua spalla.

“Parlo sul serio…” Il ragazzo mette le dita sotto il mento della ragazza e la costringe ad alzare gli occhi. “Dai, forza, raccontami quando ti è venuta questa mania della L.”

“Vuoi saperlo davvero?”

“E me lo domandi?”

La ragazza si gira su un fianco, punta un gomito contro il muro e appoggia la testa su una mano.

“Ti avverto” dice fissando il ragazzo. I suoi occhi adesso sembrano due fiamme. “Potrebbe essere molto noioso. Prometti che non ti addormenti.”

“No, non prometto proprio niente” si ribella lui.

Lei lo osserva sorpresa.

“Faccio di più” continua. “Sintonizza le orecchie. Ci sei?”

La ragazza annuisce.

“C’è un amore” dice il ragazzo, “chiamiamolo A, che è una finzione, un alibi per una quantità di comportamenti grotteschi, al fondo dei quali c’è solo la passione per il proprio io. Non nego che A abbia una serie di effetti positivi, dico solo che assomiglia più a una malattia, e in questo ho il sostegno dei maggiori pensatori di tutti i tempi.”

La ragazza finge di russare e il ragazzo finge di svegliarla facendole il solletico.

“Poi c’è un altro amore” prosegue il ragazzo, mentre la ragazza lo ascolta di nuovo seria. “Chiamiamolo B. Tra A e B ci sono delle somiglianze, degli intrecci, ma resta una differenza: A si risolve tutto nell’appagamento di ognuno dei due, e dura soltanto fino a quando dura questo appagamento. In fondo A è solo una delle tante forme dello scambio borghese: compro un titolo di stato ed esigo un rendimento. Be’, io questa cosa orrenda non la voglio, non per noi. E sapere della tua L per me è B.”

La ragazza si distende sulla schiena, fissa il soffitto color notte e comincia a raccontare.

“Non so quando e da dove mi sia venuta la mania. Da bambina, credo. Ti pare che avrei potuto studiare qualcosa di diverso dalla Linguistica? La L di luna, di leone, di La Le Li Lo Lu, a me non sembrava una vera consonante, e infatti a suo modo non lo è: è una liquida, una mezza consonante, o una mezza vocale, simile in questo alla Lambda greca e alla Lamed fenicia ed ebraica. Secondo Court de Gébelin, che era un grammatico fantasioso, la L aveva nell’origine la figura di un’ala, o di un braccio ripiegato. Era persuaso che da queste figure fossero venuti i nomi, che così fossero state dipinte tutte le idee e fosse nata la scrittura…  Dalla L, in latino,  ala, latus, fluo…”

La ragazza si stringe al ragazzo. Ha il naso freddo, e il corpo caldo.

“E poi la L” continua “assomiglia più di tante altre alle parole che iniziano con lei… a partire da Lei…  Prendi lavagna. La L in stampatello maiuscolo non sembra la lavagna vista di profilo di certe favole illustrate?”

Il ragazzo mette le dita a forma di L, le guarda, e sulla lavagna immaginaria scrive BBBBB.

“In cinese” va avanti la ragazza “la L sembra una folla di matti in un supermercato.  E la Lamed ebraica è una lettera grandiosa, che si innalza sopra le altre dalla sua posizione in mezzo all’alfabeto. Lamàd significa studiare, imparare, fare esperienza. Limèd è insegnare, istruire, abituare. Naturalmente, sono due flessioni della stessa radice lmd. Per questo la Lamed è la lettera più alta: perché suggerisce che il vero talento dell’uomo sta in queste due capacità, di imparare e di insegnare. La Torah inizia con la lettera Bet e finisce con la lettera Lamed. E’ anche l’iniziale della parola Lev, cuore, ed è come se dicesse che la vera sapienza è quella del cuore.”

La ragazza sospira, il ragazzo le passa le dita tra i lucidi capelli neri.

“E poi?” chiede.

La ragazza riprende: “Rimbaud ha scritto una poesia dedicata alle vocali, la conosci? A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu. Vocali,io dirò un giorno le vostre nascite latenti:A, nero corsetto villoso di mosche splendentiche ronzano intorno a crudeli fetori,golfi d’ombra; E, candori di vapori e tende,lance di fieri ghiacciai, bianchi re… Forse erano le lettere del suo abbecedario… A me però sono sempre piaciute di più le consonanti. Sai da dove viene la parola?”

“Da dove?” chiede il ragazzo senza smettere di affondare le dita nei capelli della ragazza.

“Da consonans, che significa letteralmente ‘suona con’ o ‘suona insieme’. Si pensava che una consonante non potesse ‘suonare da sola’, ma solamente con una vocale vicina, come ad esempio nel caso del latino. Però è una concezione imprecisa, perché esistono lingue con delle ‘sonanti’ che stanno in fine di sillaba pur essendo delle consonanti, come nello sloveno Trst, Trieste. Nell’alfabeto fonetico internazionale le sonanti sono indicate con un puntino sotto il simbolo della consonante corrispondente… Sei stanco?” chiede la ragazza.

“Nemmeno un po’…” dice il ragazzo immergendo le mani nel sacco a pelo.

“A me piace pensare che le consonanti” continua la ragazza lasciandosi accarezzare le gambe “sono il vero scheletro delle parole, racchiudono il loro senso profondo. E vorrei poter arrivare a un’etimologia diversa, ricca di corrispondenze universali, sorella della poesia, che riscopra il linguaggio nell’unità del suo contenuto e della sua forma…  Mi ascolti?” chiede ancora.

“Oh sì” sussurra il ragazzo abbracciando la ragazza e poi guardandola dritto negli occhi. “E ho una domanda per te.”

“Quale?”

“Tra poco è Natale. Ma cosa sarebbe il Natale senza la L?”

La ragazza ride arruffando i capelli già arruffati del ragazzo.

“Sono scemo, vero?” dice lui.

“Sarebbe natae, un po’ alla veneta” dice la ragazza, “o natae, alla latina, chi l’avrebbe immaginato… Ecco, lo vedi? Togli la L e qualcosa subito cambia… Natae… E se nella capanna di Betlemme invece di un bambino fossero nate due gemelle,  che hanno due L?”

Il ragazzo bacia la ragazza sulla bocca.

“Sono scema, vero?” dice lei.

“Siamo rimasti in pochi a dubitare di noi stessi… Questo è Ennio Flaiano” dice lui.

C’è movimento adesso nel sacco a pelo, e non c’è bisogno che gli scrittori raccontino proprio tutto.

Accadrà domani, o forse è già accaduto, e continuerà ad accadere nei secoli dei secoli. Un gesto piccolo, silenzioso, intimo, l’occupazione di una stanza invece che di un monumento, al cospetto di se stessi invece che di una platea. Un gesto anche banale, al di là delle intenzioni, delle aspirazioni, delle promesse solenni e dei sublimi istanti di immortalità, e con un epilogo banalmente eterno. Comunque un gesto, che forse ci dice, un po’ in sottrazione come la L di Natale, qualcosa che a volte non sappiamo più: e cioè che non sono le grandi imprese, i grandi sogni che spostano le montagne, ma sono i sogni avventati.

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laura bosio

*Laura Bosio, nata a Vercelli, vive e lavora a Milano come consulente editoriale. Ha pubblicato: I dimenticati (Feltrinelli 1993, Premio Bagutta Opera prima), Annunciazione (Mondadori 1997; nuova edizione Longanesi 2008), Le ali ai piedi (Mondadori 2002), Teresina. Storie di un’anima (Mondadori 2004), Le stagioni dell’acqua (Longanesi 2007, Finalista Premio Strega), Le notti sembravano di luna (Longanesi 2011), D’amore e di ragione: Donne e spiritualità (I libri del Festival della Mente, Laterza 2012). Nel 1997 ha collaborato al soggetto e alla sceneggiatura del film Le acrobate di Silvio Soldini.

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