Inside/Out/Speciali

Villa Panza a Varese

villa_01

di Antonio Devicienti

In una domenica d’incipiente ottobre entro ancora una volta, con entusiasmo ed emozione, negli spazi di Villa Menafoglio Litta Panza a Varese che per me tornano sempre ad essere un viaggio del pensiero e dei sensi. Immersi nel tema ricorrente della luce ci si muove tra portefinestre affacciate sul parco e sul borgo, mobili di legno scuro intagliato ed opere d’arte contemporanea in dialogo costante con l’ambiente e con le facoltà percettive dei visitatori.

Non ho mai avuto l’occasione d’incontrare personalmente il Conte Giuseppe Panza di Biumo, il mecenate degli artisti le cui opere sono ospitate nella Villa e altrove nel mondo; tuttavia rimane sempre forte l’impressione di riconoscerne la presenza in molti luoghi della Casa varesina dove raccolse la collezione d’arte; è come se la sua mente non sapesse allontanarsi dalla bellezza che intorno a sé ha raccolto in vita, complice anche il fatto che il visitatore ha il privilegio di muoversi dentro stanze che sono state abitate ed amate dal Conte e dalla sua famiglia e non semplicisticamente adibite ad imbalsamato museo.

Motivo della visita sono, stavolta, le installazioni video di Bill Viola. Si percorre la bellissima, luminosa scala di pietra (ce ne sono molte simili nei bei palazzi lombardi non offesi da certe discutibili ristrutturazioni) e si accede alle stanze dal parquet di listelli finemente interconnessi tra di loro che rispondono ai passi delle persone con un suono antico di legno vivo, caldo.

Si materializzano sugli schermi al plasma, inquadrati come da cornici che paiono di scuro mogano, figure umane a varcare la barriera d’acqua che incessantemente scorre dall’alto verso il basso, creature stupefatte che sembrano traversare il confine dalla morte alla vita e dalla vita alla morte, oppure dallo ieri all’oggi e dall’oggi allo ieri (Three women, 2008 e The innocents, 2007). Emozionante pittura eseguita con la modernissima tecnica della ripresa-video, dipinti in incessante movimento e che pretendono pazienza ed attesa, contemplazione e silenzio – silenzio: ad esso appartengono anche i suoni che talvolta si dipartono dai diffusori-audio, i passi dei visitatori che si muovono tra le stanze, le parole sussurrate a voce bassissima, la penombra.

 Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro

bussare con le nocche che sbiancano per entrare o chiamare

come i pazzi che cullano le pietre bisbigliando loro: amore

scrive Antonella Anedda in una lirica dedicata all’artista (devo al suo stupendo LA VITA DEI DETTAGLI l’impulso a venire a visitare le installazioni di Bill Viola; nel libro c’è un intero capitolo di altissima poesia dedicato all’artista americano; i versi citati si leggono poi, leggermente modificati, nell’ultima silloge della poetessa sarda).

Transito verso la seconda stanza: eccola la quercia secolare nei dintorni di Los Angeles, sorella di quella del Parco di Villa Panza, imperiale, proiettata sullo schermo a tutta parete in un video dalla durata di un’ora in cui veniamo immersi, contemplanti, nel farsi dell’alba che, con inattesa sorpresa, ha un suo lato di buio come recita anche il titolo dell’opera The darker side of the dawn (2005). Bisogna rimanere ed attendere, secondo dopo secondo, sorprendendo minime variazioni, forse una folata di vento tra le fronde, forse una virata minima della luce, capire quanta superficialità alberga nella nostra rielaborazione delle percezioni, quanto spreco nel nostro non soffermarci ad apprezzare ogni atomo di luce e di buio che ci vivonoattorno; e l’attesa è anche un predisporsi alla sorpresa di quello che sta per accadere, un rimuovere abitudini ed idées reçues. L’attesa è un esercizio della mente affinché si soffermi essa in uno spazio-tempo da cui è stata bandita la fretta e sospesa, finalmente, la misurazione del tempo per fini mercantili. La memoria rivà a quando la mente seguiva i gesti dei monaci nel film IL GRANDE SILENZIO di Philip Gröning o a certe rarefazioni della musica di Jan Garbarek o alle reiterazioni nel canto di Nusrat Fateh Ali Khan che obbligano a rompere abitudini percettive determinate dalla fretta, quindi superficiali e antiumane, per (ri)trovare la capacità di osservazione ed ascolto – ed anche la pura gratuità dell’avvertire lo scorrere il tempo.

Nelle stanze dedicate a Bill Viola si esperisce il necessario vuoto e la necessaria, appunto, gratuità del sostare, dell’attendere, del pensare, del lasciarsi emozionare (spesso fino alle lacrime).

Il trittico Poem B (The guest house, 2006)è intriso d’un dolore forsennato che non dà tregua, il volto della donna in incessante primo piano nel video al centro piange il suicidio di una persona cara o la perdita d’un figlio mai nato o l’arrivo irrimediabile del cancro nel suo corpo? Certamente ricorda cortili, le onde dell’oceano, volti, giardini notturni, corse nel bosco, strade di città, tutte immagini queste che si materializzano sui due schermi a lato; i nostri sguardi si muovono ad abbracciare il trittico, intessono relazioni sempre cangianti ad ogni nuova visione dell’opera, ché la lettura che ne possiamo fare è plurivoca, inedita ogni qual volta gli schermi si riaccendono.

Image

Adesso occorre attraversare l’intero piano nobile; mi affido alla cadenza di mobili antichi e dipinti monocromi che guarda lo sfilare delle grandi finestre affacciate sul Cortile d’Onore e sul Parco per raggiungere altre stanze; ma non bisogna rimanere fermi davanti alle opere, occorre spostarsi lentamente rispetto ad ognuna di esse, concentrare lo sguardo per cogliere le variazioni di luce e di colore, andare e ritornare, sorprendere oscillazioni luministiche che vengono influenzate anche dal tempo atmosferico e dalla stagione – il Conte amava parlare dei colori del cielo cangianti a seconda delle latitudini e degli stati d’animo che quei colori sanno suscitare. Lo immagino passeggiare in questo lungo ambiente e memorizzare i vortici di luce estivi e le severe distese luminose invernali, lo immagino soffermarsi alla finestra e guardare il parco innevato o autunnale e la corona alpina intorno a Varese. Mi piace pensarlo con un libro tra le mani, edizione preziosa in carta color avorio tagliata a mano, La ciotola del pellegrino, Philippe Jaccottet che medita su Giorgio Morandi.

Le stanze sono anch’esse cadenza di mobili, camini in pietra lavorata, opere d’arte contemporanea; nella loro remota solitudine le statue africane e precolombiane in piedi su cassapanche e tavoli mettono in crisi il concetto di tempo lineare, creano un cronotopo all’interno del quale Varese accoglie in sé una discesa nei primordi dell’umano in connessione con la matericità e con lo scavo di molte opere del XX secolo appese alle pareti: Phil Sims, David Simpson, Ruth Ann Fredenthal, Ford Beckman, Ettore Spalletti lavorano e riflettono sul colore, sul gesso, sulla pennellata, sull’abrasione, sul graffio, sul passaggio di spatola e, come i legni, le piume, le pietre delle statue, ne fanno anche richiamo e riflessione sui temi della vita e della morte, del perdurare e dello svanire, del percepire e dell’immaginare. Quasi vedo di nuovo il Conte muoversi in questi ambienti e la sua mente immergersi nelle riflessioni suscitate dagli oggetti e dalle opere, lo vedo rimemorare i colloqui con quegli artisti-e-amici (mentre lavoravano sporca la tuta e sporche le mani di gessi e vernici? La sera a cena e dopocena sui divani del Salone Impero? La mattina dopo colazione nelle radiose, dolci ore che l’autunno varesino sa offrire?)

Poi si entra nel mondo di Dan Flavin, di Robert Irwin e di James Turrell: straordinaria l’inaspettata poeticità dei neon, stranianti freddi tubi luminosi negli ambienti disumani delle nostre città, qui modulati in forme e lucicolori che aprono ad un viaggio della percezione e della mente: il corpo s’immerge nelle albe, nei tramonti, nei riverberi sanguigni, nelle fluorescenze blu, nei notturni, nell’elegia che i tubi luminosi creano lungo il Varese Corridor e nelle stanze che su di esso si aprono. La mente adulta s’accorge di star compiendo un pellegrinaggio nelle diverse dimensioni della luce che si trova ad attraversare, la mente bambina gioca e si diverte con gli strani effetti che la luce provoca nel campo visivo e, spesso, sui vestiti e sui corpi di chi in quelle stanze entra. Violento e straniante il neon acceso alla pompa di benzina cui ci fermiamo di notte, stupratore il neon dell’insegna luminosa piantata nella pietra antica e tenera dei nostri centri storici, freddo il neon acceso tutta la notte nel corridoio dell’ospedale: qui nulla di tutto questo, qui la luce di Tiziano e di Giovanni Bellini creata dai colori ad olio s’è fatta luce elettrica e fluorescente, ma altrettanto poetica ed umana, calda e spirituale.

Irwin ha realizzato nel Varese portal room tre accessi ad un ambiente nel quale la finestra, varco della mente, si apre sul parco ed è in realtà direzione dello sguardo verso il quadro che le stagioni e le ore della giornata dipingono continuamente cangianti. Traverso l’occhio di Irwin spalancato sulla luce di Varese ho visto il biancore della neve e degli alberi spogliati dall’inverno, il gelo di gennaio condensandosi contro l’orizzonte e contro il cielo del tardo pomeriggio; in altra occasione ricordo l’irrompere della primavera, l’azzurrità del cielo capace di spingersi fin sulle pareti bianchissime dell’ambiente. La presenza dei laghi, anche quando non direttamente visibili, si riverbera nel bel cielo subalpino, accrescendone la trasparente luminosità che l’artista nordamericano ha ben colto ed esaltato.

Al Varese window room si arriva invece sfiorando un lungo muro che però non è un muro, ma un impalpabile velario (Varese scrim) che riflette e rimanda ombre, luci, filacci di buio…..

Il varco aperto nella parete di fondo della stanza conduce anch’esso la mente verso l’esterno, incontro al ciclo stagionale.

 Image

E c’è l’altro genio dell’arte ambientale, James Turrell, il lettore raffinato del mito platonico della caverna, il progettista del diuturno lavoro al Roden Crater in Arizona che si svolge dal 1974 e con il consistente finanziamento iniziale del Conte Panza.

Alla fine del Varese corridor, in alto tra parete di fondo e soffitto, si apre una lunetta (lo Sky window I), anch’essa capace di inquadrare il cielo e di creare una sorta di continuazione nell’atmosfera diurna o nello stellato notturno del corridoio stesso. Questa parte della Villa (i cosiddetti Rustici) fu letteralmente consegnata agli artisti affinché, liberi nelle proprie scelte, realizzassero i progetti di cui la nostra mente ora gioisce.

Meravigliante la stanza, lo Sky space I, altissima e bianchissima, col tetto spalancato sulla volta celeste: a me ricorda le cisterne imbiancate a calce del Salento, dal cui fondo si vede bene l’azzurro, ma essa è anche un parallelepipedo di luce e di bianco tra le case vicinissime di Ostuni (la Città Bianca) o di Tunisi o di Lindos; è pure un osservatorio astronomico come devono averne costruiti gli abitanti delle Cicladi prima della catastrofe; è un chiostro spogliato di ogni accessorio e decorazione, concepito soltanto per contemplare la luce (e il buio: immaginiamola di notte – e la volta stellata); (ed immaginiamola in una giornata nuvolosa o piovosa, il grigio variante delle nubi, l’acqua che scorre raccolta poi nelle canaline di scolo). Anche il silenzio si fa spazio, prezioso silenzio che accoglie il pensiero.

 E di nuovo stanze per Bill Viola: nella penombra da cripta, preparato dall’attesa dolorosa di due donne ai lati, un Cristo giovane e sconvolgentemente bianchissimo che emerge lentissimo dall’acqua contenuta nel suo sepolcro, ma per non risorgere (Emergence, 2002), controcanto al dipinto di Masolino da Panicale ad Empoli.

Nell’ambiente successivo il filo d’acqua purissima in primo piano sui due schermi accostati scorre sulle mani che ritualmente compiono l’atto sacro dell’abluzione (Ablutions, 2005), così come avviene fin dalla nostra preistoria e, adesso, nelle nostre frettolose, distratte mattine prima di uscire di casa: lavare le mani ha perduto la sacralità del gesto che consiste, invece, nel ricevere il dono dell’acqua e nel lasciarsene bagnare, dunque permeare, per purificare così il corpo come la mente.

ImageDiscendo ora verso la Scuderia grande e la Scuderia piccola, poi verso l’Orangerie, tre ambienti bellissimi nella bianca nudità monacale delle pareti e nella disciplina rigorosa dei pavimenti lastricati: i tre spazi sono infatti pronti ad accogliere opere ed installazioni; anche qui scorrono quest’oggi a ritmo incessante le video-installazioni di Bill Viola, tra le quali, dirompente nella sua ardita concezione, il trittico con le riprese di un parto, di una forma umana che si muove immersa nell’acqua e di una lentissima agonia. Onnipresenza dell’acqua nell’arte del videoartista nordamericano, scorrere e muoversi incessante dell’elemento liquido che spesso diventa anche materia-luce, richiamo verso la vita, passaggio nella morte, liquido amniotico, mare instancabilmente mosso. È il Nantes Triptych (1992), coraggiosa riflessione sulla nascita e sul rimosso da parte della nostra contemporaneità: la malattia e la morte.

In questi medesimi spazi ho visto in un freddissimo, innevato giorno d’inizio gennaio di pochi anni fa una scelta di dipinti morandiani (c’erano le nature morte degli anni Sessanta, quelle scatole d’un bianco miracoloso nella sua concreta essenza di pura luce e quei corpi dei lumi a petrolio di un blu ch’è il solo nel XX secolo capace di eguagliare i blu dei cieli di Cosmé Tura); in una recente primavera vi ho ammirato le delicatissime sculture che Christiane Löhr costruisce con semi, fili d’erba e peli d’animale da lei raccolti nei boschi: su grandi cubi candidissimi c’erano quelle sculture che potrebbero stare anche sul palmo della mano e che richiamano templi dell’Asia estrema, cupole, riproduzioni minuscole di intere foreste, quasi fossero concrezioni di insiemi frattali; sacchetti di semi o sottilissime trecce d’erba e di pelo animale erano sospese con aghi alle pareti, mentre nella Scuderia piccola pazientissimi intrecci di crini di cavallo univano una parete all’altra, superando e sospendendosi in una distanza apparentemente invalicabile.

Christiane Löhr ha conosciuto e frequentato il Conte e, come la stragrande maggioranza degli artisti presenti qui con le loro opere, ha concepito realizzazioni apposta per gli spazi di Villa Panza; ecco uno dei motivi per cui amo questo luogo: Giuseppe Panza di Biumo offriva uno spazio dentro il quale si generavano opere d’arte, in costante dialogo con l’interno e con l’esterno – e con la città.

Accanto alle Scuderie la stanza di Maria Nordman è il luogo in cui l’occhio vede, stupito, sorgere la luce: si entra nell’ambiente completamente buio e si aspetta. Nell’oscurità densa di attesa ed anche di timore, intrisa d’enigmaticità, nella musica del silenzio, si profila l’alba, la luce filtra attraverso due fessure e si rivela lentissimamente alla rètina stupefatta: alba del mondo ed alba della visione, ogni volta rinascita alla luce. Oppure è ancora il mito della caverna a stimolare riflessioni e progetti, assieme al fatto che spesso l’opera d’arte contemporanea è anche uno spazio che accoglie dentro di sè il corpo e la mente dell’osservatore senza la necessità di artifici coloristici e rappresentativi per fingere la tridimensionalità.

Devo ora prendere congedo da Villa Menafoglio Litta Panza mentre il pomeriggio d’ottobre si squaderna, dolcissimo, sui muri chiari e sui coppi della Castellanza di Biumo; lascio echeggiare nella memoria il sax di Charles Lloyd (potrebbe essere Dream weaver) e mi piace, sì mi piace immaginare Lloyd e Billy Higgins improvvisare melodie in una delle stanze, magari quella che si apre sulla lunga sequenza dei carpini, colma degli strumenti che si sono trascinati dietro per dar vita a musiche che cantano la luce e il soffiare del vento, gli incontri tra Oriente ed Occidente e la sacralità del silenzio e mi tornano alla mente il terrazzo-corte con le sculture di Giacometti che vidi alla Fondazione Maeght di Vence in un agosto assolatissimo, il giardino mediterraneo all’Ospedale dei Cavalieri di Rodi e un grande mosaico di Bellerofonte sulla parete, l’hortus conclusus di palme e mattoni dorati a San Giovanni degli Eremiti a Palermo, una vetrata affacciata sul Canal Grande nel Palazzo Venier de’ Leoni ed una scultura di Brancusi nella stanza bianchissima….. Luoghi del pensiero, luoghi di bellezza.

________________________________________________

Antonio Devicienti, di origine salentina, è insegnante di tedesco in un minuscolo Liceo sulla sponda lombarda del Lago Maggiore; di tanto in tanto pubblica, grazie alla gentile ospitalità di Fernanda Ferraresso, note di lettura sul blog CARTESENSIBILI; altre sue note di lettura sono presenti sui siti LIETOCOLLE  e LA VITA FELICE; nel numero di agosto 2012 della rivista POETI E POESIA gli è stato pubblicato un intervento sull’ultima raccolta poetica di Camillo Pennati; esistono anche suoi tentativi di scrittura poetica sempre in CARTESENSIBILI e nella rivista online http://www.zibaldoni.it; del 2011 è la sua prima silloge dal titolo lombardo-salentino LINEA BORBONICA (LietoColle).

Image

Annunci

3 thoughts on “Villa Panza a Varese

  1. Bella, Antonio, questa tua avventura tanto intensamente sensoriale – e tanto piena di sapere dissimulato – attraverso opere d’arte così affascinanti e attraverso i reticoli di suggestioni che esse intrecciano con la tua memoria.

  2. Grazie, carissimo Marco, per l’apprezzamento; grazie per la sensibilità con cui hai voluto cogliere le tramature dello scritto: è gratificante constatare di essere letti con attenzione in un tempo in cui tendono a prevalere narcisismo ed egocentrismo; colgo l’occasione per porgere a te e a tutto il gruppo di SAMGHA i miei migliori auguri di un 2013 ricco di suggestioni e di stimoli alla scrittura (il mio post è profondamente debitore al clima di ricerca, curiosità, apertura inter- e pluridisciplinare che si respira in questo bello spazio).

  3. Pingback: da Samgha | Via Lepsius

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...