Poesia

La poesia di Mauro Sambi (con antologia di testi)

Mauro_Sambidi Bruno Nacci

Ogni poeta ambisce   a una sua pur provvisoria genealogia. Mauro Sambi consapevolmente invoca Montale (quello dei Mottetti?), ma potrebbe anche fare sottovoce i nomi di Auden e di Shakespeare e Donne (ottimamente tradotti, e la traduzione fa parte integrante del suo corpus poetico) e Zanzotto, da cui forse ha appreso l’arte e il piacere di adottare la forma del sonetto per riorientarla quasi completamente, ma in fondo, a differenza di Zanzotto, credendoci ancora, fino al calco virtuosistico (Tornami a vagheggiar: oh mai vagasti; I suoi capelli abitati dal vento). Nel bel saggio che precede la raccolta complessiva dei suoi versi, L’alloro di Pound, Gabriella Musetti scrive: “A volte il fraseggio si fa piano e quasi colloquiale, a volte la lingua si inarca in un andamento più solenne, come ripercorrendo le immagini del mito, di un mistero pagano”. Parole che si applicano facilmente a tutta la produzione di Sambi, che ama mischiare i registri non meno dei temi (anche se prevale quello d’amore, non in chiave intimista però), con una particolare attenzione ai rimandi interni, che non sono solo di tipo metrico (l’amato endecasillabo, ma anche il settenario, o la rinuncia esplicita a uno schema metrico fisso) o prosodico (rime, rime interne, allitterazioni, assonanze), e penso alle citazioni occulte, ai passaggi da una letteratura all’altra, di cui le traduzioni sono solo la spia, il segno di una complessa e profonda tessitura culturale. Non per questo la sua poesia (Sambi appartiene certo ai “poeti laureati”, come del resto anche l’artefice di questo emistichio e infelice slogan di un secolo) è contratta in uno sperimentalismo linguistico che ripudia gli amanti di quello che Ungaretti chiamava “il canto italiano”, anzi sembra sollecitarli, invitarli a ripercorrere sentieri che nel frastorno di tempi sembrano dimenticati, come il recupero di un passato o di una terra che per lui, come per noi, sa di remoto e di radici ancora operanti. Sambi è un poeta molto attento a calibrare il tono di ciò che dice, a correggerlo nel momento stesso in cui si accorge di avventurarsi a una  quota pericolosa, sbilanciandosi verso l’alto o verso il basso, sia nel rammemorare struggente che sfiorarando il patetico, e si legga in questo senso il frequente ricorso all’avverbio modale, che interviene  al fine di puntualizzare, certo, ma anche come ricorso a un’andatura prosastica, come se cercasse un terreno più solido (senza rinunciare al funambolismo linguistico non privo di sottintesi, arrivando a spezzare l’avverbio in enjambement: “…senza metro/di paragone coll’intorno, altera/ di un’alterigia difensiva e fiera-/mente incerta”). A disagio nel presente, il poeta (frequentatore delle “zone attigue al disastro”) si aggira volentieri nel passato o in un futuro anticipato e osservato quasi con il distacco di chi volesse rifugiarvisi come in un porto sicuro, e una parte di questa inquietudine è certamente data dal nesso corpo/anima, che in lui si traduce in una fisicità della parola, delle situazioni, delle sfumature dei sentimenti, come nella delicatissima Stratford-upon-Avon, III, dove il ricordo di Shakespeare e della sua ambiguità sessuale, si mescola all’insofferenza per le facili attenzioni puritane e psicologistiche, spostando la riflessione sul legame Montaigne-La Boétie, e concludendo in modo alto: “L’assenza spinge a dire al confine/del corpo l’ansia per l’anima affine”. Non un modo per sublimare, ma una forma di comprensione purificata, librata nel regno metafisico del pensiero e della poesia che, in un poeta come lui, sa  assecondare la realtà senza concederle troppo.

ANTOLOGIA

da: Diario d’inverno, 2008 (pubblicato in proprio)

Warwickshire, Oxfordshire

L’autobus scivola nella campagna

stillante un pulviscolo d’acquerugiola

così sottile che quasi non bagna

i vetri; ogni sguardo grato è un indugio

tra le glorie del verde. Qui ti chiamo

al tuo futuro e presagisco che ogni

refolo può staccarti dal ramo

condiviso; il tuo irrequieto bisogno

di cose concrete non consola

la mia inquietudine crescente; pesi

gli accenti per eludere la sola

risposta che vorrei. Tra pochi mesi

la tua scelta scoppierà (e sarà vano

il presagio) come una bomba a mano.

Oxford, II

University College. La tua icona

luminosa (gli occhi chiari intonati

alla camicia celeste) depone

sui rilievi dolcemente inarcati

dell’ingresso una traccia inconfondibile:

schiudi le labbra in un mezzo sorriso

cauto, ironico, come l’inudibile

pensiero che balugina sul viso

offerto al ritrattista improvvisato.

La tua cifra sembra essere il distacco

unito a un che di affabile, il pacato

colloquio che non paventa lo scacco

dell’emozione, non apertamente.

Ma dentro agli occhi l’enigma è evidente.

Oxford, III

I grifoni tra le guglie e le creste

di St Mary; le maschere mutevoli

nei fregi di Magdalen; la foresta

sul portale di Merton, col benevolo

unicorno accostato al maggiorente

genuflesso – scolpiti nella pietra,

immobili, raccontano un pungente

paradosso alla ragione che arretra

confusa: la metamorfosi colta

nell’atto del suo farsi e congelata

per sempre nel sasso, la vita tolta

alla vita a salvarne la durata…

Sarà così di te in questa scrittura

chiusa, di te che spezzi ogni armatura?

 

da: Scene di contorno a una lamentazione, 2008-2011 (inedito)

Il presente

Curiosamente da un po’ di tempo

se faccio cose che ti riguardano

la temperatura all’improvviso

si abbassa: nevica o talvolta gela.

Anche oggi, portando a rilegare

i vecchi versi di un commiato protratto

e irreversibile, il cielo da più giorni

livido ha ceduto di colpo sfarinando.

Penso che poveramente posso averti

accanto, facendo cose per te,

intorno a te, giocando di memoria

o d’anticipo, mancando quasi sempre

il presente. Così il Tempo si oppone

perfino a questo niente – arma trappole

di gelo, tende agguati di gelo al piede

perché scivoli, al cuore perché perda

prima della meta anche la direzione.

 

Calicanto

Quando si giunge al culmine del gelo

lise ormai o cancellate le tinte

che fanno dell’autunno la stagione

migliore, mite e sontuosa nel declino

e prima, molto prima che le prime

gemme suggeriscano il putiferio irresistibile

il dolore

della primavera, e solo il calicanto

sollecita intenso immateriale

nel fioco del colore, nel fondo del profumo

l’altro aprirsi tra brina e neve, tra notte e

buio, allora quel fiore è come

qualche tua riga qualche tua

parola di quando in quando.

 

Erma di Giano

Nella ridda di doppi che colluttano

mortalmente in me, nella collisione

dolente di codici che è la brutta

stella delle mie insonnie di passione

c’è, alla radice, la vita già tutta

lasciata alle spalle, ogni decisione

sciupata, ogni via d’uscita distrutta

e, aggirandomi spettralmente in zone

attigue al disastro, l’irresistibile

richiamo del futuro, la dolce esca

sull’amo della speranza, la luce

ambigua e setosa, suddivisibile

all’infinito, dell’amore, fresca

ferita e balsamo, Creazione in nuce…

*

Come la rondine in volo sulla piscina

fra l’Ossero e il mare in un brivido di bora

calibra al millimetro la parabola

che l’avvicina all’acqua necessaria

ma fatale a una specie terrestre incapace

per suo destino evolutivo di nuotare

così al tuo azzurro mi abbevero io: lambendoti

specchiandomi per attimi puntuali e via

in alto per timore di annegare

nel profondo – un sorso solo deve bastare.

 

Requiem per due pini

il progressivo annientamento e scempio

della vita secondo natura

Sebald, Gli emigrati

a M. B.

Per i due pini prossimi alla posta

prodighi di profumo e ombra – un presagio

di mare tra asfalto e marmo, una sosta

di pace per lo sguardo nel contagio

ubiquitario del cemento – non

c’è stato scampo: sono stati fatti

a pezzi, sentinelle di anni, con

seghe e asce, in pochi istanti, disfatti

“perché sporcano”. Sporcano anche i nidi

benedetti di becchi protesi, i

figli piccoli che crescono: il “sì” di

ogni vita è disordine – così

vuole la vita. E noi? Siamo convinti

di un ordine di tombe e fiori finti?

Da: L’alloro di Pound, Altre lettere italiane, 2009.

La finestra 

La norma è il buio, ma – che questo accada:

nell’umida compattezza del muro,

una finestra dalla grata rada

e obliqua, una disfatta dell’oscuro,

– ed oltre il varco un vigore di pura

luce – luce inattesa sulle giade

del giardino, sulla docile cura

dell’ape messa alla dalia, su strade

di polline e profumo – è questo il dono,

il miracolo minimo, precario.

Luce che levi nel balzo il gemmato

unicorno, e sul torbido acquario

di carpe accendi ninfee, fendi il lato

dell’ombra, non concederle perdono.

 
Il gatto
Il gatto mollemente sdraiato

sul prato ben rasato dei vicini a primavera

non ha preoccupazioni di cuore o di carriera,

resta immobile ad attendere la sera

– trascurando l’agguato, approntato

per contegno, così, di tanto in tanto,

–vibrando una rapida zampata–

al volo zigzagante di qualche divagante farfalla.

L’invidia mattutina del suo stato

gonfia nella corsa a perdifiato

verso la stazione –oh, l’imperdibile

diretto delle otto e ventiquattro…

Dorme conforme la sua legge, dorme o scatta;

non deve farsene – gatto – una ragione,

non misura il perimetro della sua prigione.

L’appena intuita illusione

Settembre in città annida come sempre

tenaci nostalgie: quando un profondo

azzurro arioso affina la memoria,

e morde il desiderio di un gabbiano

librato sulle vie, o affiora uno scoglio

(un tuffo, l’ultimo) – e poi si china

il capo al rombo grave dei motori.

Spiando con qualche apprensione il tramonto,

ci si arrende alla prosa impercettibile

del maglione da mettere la sera,

duole l’appena intuita illusione

di libertà.

Adesso è tempo di scelte difficili.

E sgomenta scoprire che talvolta

è vano avere nelle vene il mare

quando la vita presenta un reclamo.

Anniversario

A Sounio di lucente primavera

Colonne piene di cielo, la brezza

Densa d’erbe in alto sulla scogliera,

Altri ori che la memoria accarezza:

Tutto a segnare un principio. Sarà

Poi favola ai figli, l’album sfogliato

Pensosamente a carpire l’età

Ch’è fonte e destino, lo smisurato

Mistero dell’origine. Mia cara,

Nel passato che sa farsi speranza

È un segno: che la vita non è avara,

Che c’è uno spazio aperto all’esultanza.

Fu un tranquillo ritorno tra gli ulivi,

Con quell’idea di noi – uniti e vivi.

___________________________________________________

*Mauro Sambi nasce a Pola (Croazia) nel 1968, dove frequenta le scuole italiane locali fino alla maturità scientifica. Nel 1987 si trasferisce a Padova per conseguire la laurea (1993) e il dottorato (1997) in chimica. È professore straordinario di chimica generale e inorganica dell’Ateneo patavino. Vive con la moglie Maria Luisa e i figli Elia e Giulio in provincia di Padova. In ambito letterario, nel 1985 gli viene attribuito il terzo premio nella sezione giovani del Premio “Comisso” di Treviso (da una giuria presieduta da Andrea Zanzotto). Nel 1998 vince il primo premio ex aequo al Concorso nazionale biennale di poesia “Città di San Vito al Tagliamento” (in giuria: Andrea Zanzotto, Nico Naldini, Silvio Ramat, Amedeo Giacomini, Elvio Guagnini) con la silloge “Di molte quinte vuote”, pubblicata nell’Antologia dei vincitori (L. M. Bortolani – A. Garlini – M. Sambi,  Di molte il limite l’umiltade, Campanotto, Pasian di Prato, 1998). Sue poesie sono state pubblicate sulla rivista culturale «La Battana» (Fiume), sul mensile torinese «Il foglio» e in alcune antologie edite in Italia e in Croazia. All’inizio del 2010 è uscito il suo primo volume monografico, “L’alloro di Pound – Poesie 1994-2009” (EDIT, Fiume, con prefazione di Gabriella Musetti), finalista alla III edizione del Premio Nazionale “Lamerica”, accanto a Maria Luisa Spaziani e Gabriella Tonon. Nel dicembre 2011 si è classificato al II posto alla 51esima edizione del Premio “Leone di Muggia” con la silloge inedita “Scene di contorno a una lamentazione”.  Collabora al blog letterario Cartesensibili  dove cura la rubrica “Voci Oltrenordest”, una serie di profili di poeti della Comunità Nazionale Italiana dell’Istria e del Quarnero.

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