Interviste/Racconti

Tre domande all’autore con racconto inedito: Giacomo Battiato, un regista in prosa

Giancarlo Consonni

Giancarlo Consonni

a cura di Bruno Nacci

1) Non è molto consueto che un regista scriva romanzi (i copioni come sappiamo non sono romanzi), puoi spiegare se tra la tua attività letteraria e quella cinematografica c’è una priorità o una complementarità di qualche genere?

Dico sempre che la scrittura dei romanzi è la mia libertà e la mia verità. Nel senso che sono soltanto l’emozione e il pensiero a guidare il mio lavoro di scrittore e che rispondo soltanto all’emozione e al pensiero che mi hanno provocato a scrivere quella determinata storia. Sono totalmente libero del peso insopportabile del denaro che condiziona l’attività cinematografica ad ogni respiro. Sono libero di raccontare le storie che voglio e come voglio, sono io, con tutti i miei limiti certo ma assolutamente autentico. La scrittura è un lavoro solitario, un lavoro al buio dove si cerca di illuminare e dare vita alle ombre. L’attività cinematografica è corale, collettiva, agita alla luce del sole e dei riflettori. E’, nel mio caso, la professione che mi sono ritrovato a fare e che ho cercato di esercitare con la massima onestà intellettuale possibile. L’esercizio di questa professione mi permette una assoluta libertà quando mi metto a scrivere, ma condiziona anche e molto il mio tempo e dunque limita, in rapporto al tempo, questa libertà. Purtroppo abbiamo una vita sola.  Detto in due parole: i film mi vengono commissionati e mi danno da vivere, i romanzi no. Ma è la scrittura dei romanzi che ha l’assoluta priorità nel mio cuore, se posso usare questa espressione. Tutto il cinema risponde, anche negli esempi migliori, a una domanda del mercato. In moltissimi casi succede ovviamente anche con l’attività letteraria ma non nel mio. Quando sono scrittore, io cerco lo spazio per scavare, in tutta libertà, con la mia pala di becchino. I becchini, come dice Margaret Atwood, similmente agli scrittori, sono padroni di una tecnica, hanno a che fare con il dolore e sovente dissotterrano i morti. Una complementarità tra i due mondi, nel mio caso, è forse quella dell’occhio. Quando scrivo un romanzo, io non solo penso e guardo i miei personaggi e i loro gesti, io li vedo. Per tre volte, nella mia carriera, ho trasportato dei romanzi in cinema: “Colomba” di Prosper Mérimée, “Martin Eden” di Jack London e “La vita scritta da me medesimo” di Benvenuto Cellini. Di nessuno di questi tre film mi vergogno, li ricordo con piacere. Ho cercato di creare un ponte tra i due mondi. Ammesso che io non abbia fatto del male a quei tre bei libri, in generale credo che quando un romanzo di valore è “riscritto” in un film il rischio della delusione, se non dello stupro, è altissimo. Mi pare che fosse Hemingway a consigliare agli scrittori, nel caso venissero loro richiesti i diritti per trasporre in film un romanzo: “Prendi i soldi e scappa!”. Sì, è possibile che dei romanzi mediocri diventino dei buoni film mentre è impossibile per i capolavori della letteratura.

2) Un grande maestro diceva che il cinema o è muto o non è cinema, indicando con questo la preminenza assoluta dell’immagine. La letteratura si esprime mediante la parola. Quali sono le principali differenze che trovi tra i due mezzi espressivi a contatto con la realtà odierna?

L’affermazione che il cinema è immagine mentre la letteratura è pensiero pare ovvia ma è densa di significati. Gli spettatori, anche appena usciti da una proiezione che li ha impressionati, non ricordano i dialoghi, non ricordano le parole, ricordano le immagini. La trama, la vita, l’azione dei personaggi vivono attraverso le immagini. Di questo è fatto un film. E’ la sua forza e il suo limite. E’ l’occhio dello spettatore ad essere investito e il poveretto non ha tempo per fermarsi e riflettere sulle parole sentite. In più, il cinema soffre di una barriera naturalistica: un volto inquadrato è solo quel volto, quel volto preciso, solo quello, con quello sguardo e quel colore di occhi. Può emozionare o lasciare indifferenti ma lo spettatore in ogni caso non può che subirlo. Non solo, poiché quel volto si muove e agisce perde di mistero, il mistero che ha per esempio un volto in un dipinto di Leonardo o di Bacon. Quando invece un lettore legge la descrizione di un volto in un romanzo è lui, il lettore, a dare luce e colore a quel volto. Il rapporto tra scrittore e lettore è molto più profondo, scrittore e lettore sono uniti nelle loro due solitudini e nello stesso tempo sono nudi nello stesso letto e condividono lo stesso sogno in maniera intimissima. E’ certo incontestabile che la maggiore facilità di comunicazione dell’immagine e la sua universalità le diano una forza d’impatto popolare molto maggiore rispetto alla parola scritta. Già Manzoni parlava dei suoi soli 25 lettori. E’ difficile però che il potente impatto del cinema sia in grado di scavare negli animi come può la grande letteratura. Certo, dietro le immagini, la trama e l’azione ci può essere altissima qualità di significati e di pensiero.  Ma di tratta solo dei capolavori del cinema, rari, non ci vuole un grande scaffale per contenerli. Vengo allo specifico della domanda sui due mezzi espressivi a contatto con la realtà contemporanea. Penso che ci siano, oggi, dei temi “duri”, “difficili” relativi alla politica e alla società che devono essere trattati e che dovrebbero raggiungere il maggior numero di persone possibile. In questo caso il potere dell’immagine non può essere superato da quello della parola scritta. Accenno al mio piccolo, alla mia esperienza recente: i miei due ultimi film trattano l’uno dei massacri in Bosnia, l’altro della spirale patologica del terrorismo e del destino dei giovani palestinesi. L’esperienza di questi film mi dice due cose. Innanzitutto, malgrado la difficoltà dei temi e malgrado il fatto che i film non avessero nulla di commerciale e non fossero certo dei blockbusters, utilizzando il cinema ho comunque raggiunto milioni di persone, dall’Europa all’America al Giappone che anche la migliore delle inchieste o il migliore dei romanzi su quegli stessi temi non avrebbe mai raggiunto. In secondo luogo, ho constatato che la “violenza” delle immagini relative a quei due temi dolorosi aveva un forte impatto emotivo su molti degli spettatori sollevando angosce, domande, dibattiti su quegli argomenti. Quando la potenza dell’immagine può avere una capacità di sensibilizzare superiore alle altre forme di comunicazione credo sia bene usarla.

3) Tu vivi da molto tempo a Parigi e giri i tuoi film qua e là per l’Europa con interpreti di varie nazionalità. Il cinema da questo punto di vista è un’arte nomade che esprime bene il cosmopolitismo. Questa prospettiva può essere trasfusa anche in letteratura o vale la vecchia raccomandazione di Balzac secondo cui bisogna scrivere solo del villaggio in cui si è nati?

I confini del villaggio geografico si sono molto allargati e anche confusi dai tempi di Balzac. No, penso che ci si possa permettere di uscire da quei confini e avventurarsi a scrivere anche di altri villaggi e di altre terre che la scrittura obbliga a conoscere e a decifrare. Trovo che sia una sfida molto affascinante. Si possono fare delle grandi scoperte e forse produrre romanzi inaspettati. Talvolta l’occhio dello straniero coglie aspetti che i nativi, nel loro provinciale guardarsi l’ombelico, non vedono. Occorre però umiltà, fatica e curiosità. Sono le virtù e i doveri dell’esploratore e del ricercatore la cui attività talvolta è assimilabile a quella del romanziere. Darwin, giovane studente di teologia, si imbarca e viaggia per cinque anni sulla nave di Sua Maestà Beagle e questo viaggio gli permette di rivoluzionare la nostra visione del mondo. Non sarebbe successo se fosse rimasto nei cortili della sua università a Cambridge. Mi piace quando la scrittura di un romanzo è un viaggio in terre sconosciute, un viaggio di illuminazione e di scoperta di “villaggi” ignoti. Certo, se invece si intende la raccomandazione di Balzac come riferita al ” villaggio interiore”, allora sì, da quello non si può uscire e i cittadini che lo popolano, i buoni e i cattivi, saranno sempre, e solo loro, i protagonisti del nostro raccontare.

Premessa dell’autore

Si tratta dei primi capitoli inediti di un nuovo romanzo che non ho finito, è in fase di scrittura. Da tempo volevo scrivere la biografia immaginaria di una donna in guerra contro la propria follia. Il la mi è stato dato dalla lettura di un saggio dello psichiatra tedesco Ernst Kretschmer in cui sostiene che le persone paranoiche hanno la tendenza, caratteriale e psicologica, a stringere rapporti strettissimi tra loro; l’ha chiamata “sensitiva pazzia di rapporto”. La mia protagonista, alla ricerca disperata di amore, non fa altro che costruire legami in cui si sommano lutti, illusioni e molta sofferenza. Il romanzo sarà un viaggio in questo inferno privato.

*****

Il caso Tina Baumann

di Giacomo Battiato*

Dormiamo tutti sopra dei vulcani…

Goethe

 1 

Nepalnews.com – 27 dicembre 2012

“Un elicottero inviato dalla Himalayan Rescue Association alla ricerca di due scalatori dispersi, approfittando di una pausa nelle condizioni di tempesta, ha individuato e recuperato il cadavere dell’alpinista italiano Elia Merz. Si trovava nel fondo di un crepaccio, a 7700 metri di altitudine. Sembra che la corda che lo legava alla sua compagna, la tedesca Tina Baumann, sia stata tagliata da un coltello. Elia Merz aveva il volto sfigurato. Nessuna traccia della donna che, con lui, aveva tentato la salita invernale alla cima del Lhotse attraverso la parete sud. Il datario dell’orologio fracassato dello scalatore indicherebbe il giorno e  l’ora della morte, il 21 dicembre, 6 giorni fa, alle 11 del mattino.” 

2

Secondo il volo di un corvo

Mentre il console onorario d’Italia a Kathmandu, il signor Ravi Bhakta Shrestha, rendeva ufficiale presso le autorità italiane la notizia d’agenzia nepalese, a circa 7000 chilometri di distanza in linea retta, secondo il volo di un corvo come dicono gli inglesi, un giudice d’istruzione del Tibunal de grande instance di Parigi inviava a Tina Baumann un mandato di comparizione. La donna, residente al numero 13 di rue Constance nel diciottesimo arrondissement, doveva essere interrogata come testimone informata sui fatti: nel suo appartamento era stato trovato il cadavere in avanzato stato di decomposizione di Jean Dacbert, trentasette anni, geologo. Si era sparato in bocca. Sulla pistola, una Unique R17 calibro 7,65, oltre alle impronte dell’apparente suicida erano state trovate anche quelle diTina Baumann. La morte risaliva a più di tre settimane prima.

3

Dal diario di Tina Baumann

Scrivo alla luce della lampada frontale. Il sole è precipitato dietro ai picchi, sprofondando nel Tibet. Con il buio, una bufera. Violentissima. Uno spirito malvagio mi accompagna e avvelena tutta la mia gioia. Soltanto lottando contro la montagna, soltanto infliggendomi sofferenza e paura a non finire, soltanto sospendendomi in questa zona bianca tra la vita e la morte, arrivo a toccare quella felicità pura e infantile che ho cercato per tutta la vita. E’ il solo mezzo che ho per ridare ordine alla forma distorta del mondo nella mia testa. Mi sono sempre chiesta perché, tra tutte le paure possibili in montagna, non ho mai avuto quella del freddo. Tutti gli scalatori che ho incontrato erano stupiti da come non lo temessi e lo sopportassi. Non potevo dire loro: sapete, voi descrivete l’inferno con il fuoco ma l’inferno è dove sei gelato, prigioniero in un blocco di ghiaccio: lì io sono stata. Il gelo non mi fa più paura e non può vincermi.

Fra tre mesi ho quarant’anni. Due uomini assediano la mia vita. Ho paura di loro. Elia, accanto a me, cerca invano di dormire. Ho bisogno di lui,dal momento in cui l’ho conosciuto. Eppure, a volte, ne provo ribrezzo. Quando lo guardo troppo da vicino, i dettagli della sua persona mi appaiono all’improvviso sfuggenti, inaffidabili, pericolosi. Mi succede con tutto, con gli esseri umani e con le cose. Con me. Vedo ovunque la deformità e la decomposizione… Sono sensazioni che mi avvolgono come la nebbia e mi ossessionano. Non posso letteralmente più respirare. Succede anche con certi fiori, se avvicini troppo il tuo occhio diventano mostruosi, divorati dal sole o avvizziti dall’umido della notte, ripugnanti, già avviati a marcire mentre ancora la natura li sta spingendo nei loro calami. Povero Elia. Lui mi ama, senza condizioni e senza rimpianti. Tanto. Troppo. Jean invece? Jean era attaccato a me con odio. Non rimpiango più nulla. E non mi guardo più indietro con spavento. E nemmeno con disgusto. Non verso più lacrime sopra la trama infinita e penosa dei ricordi e non li maledico. Ora però, come sta scritto nell’Odissea, non credo che Ulisse porterà a termine questo viaggio…

4 

Tina e Elia, ultimo atto…

La notte del 20 dicembre 2012, nella tenda di due metri per due squassata dal vento,immobili, fronte contro fronte, naso contro naso, ciglia contro ciglia, labbra contro labbra Tina e Elia si fissavano nel buio, respirando ognuno il fiato dell’altro. Erano rimasti così per qualche ora, nell’attesa che la furia del vento li strappasse dal ghiaccio insieme alla tenda e li gettasse lontano, nel vuoto, a fracassarsi contro le rocce. All’improvviso Elia, senza muoversi, le aveva gridato nella bocca: “Se non si rischia la vita che senso ha essere vivi!” Morte, freddo, pazzia: è questo il mondo dei grandi scalatori. Tina aveva sorriso. Aveva aperta la lampo dei pantaloni in thermalite di Elia, quanto bastava per infilare la mano destra, in cerca del suo sesso. Aveva trovato il taglio nella tuta termica. Tutto era gelo, fuori dalla tenda erano meno 19. Il sesso di Elia, lentamente, si era irrigidito. Stringendo quel pezzo di ghiaccio duro, gonfio di sangue, Tina era rimasta tra il sonno e la veglia, intrappolata in immagini del suo passato.
Il volto di suo padre dominava quelle memorie. Tina sentiva la sua barba che pungeva quando, da bambina, lo abbracciava. Vedeva il suo sorriso, con i denti di un bianco accecante, la notte in cui quel giovane uomo, Hadi, lo scalatore di mura, era stato fermato dai VoPos, sotto la facciata in rovina della Frauenkirche a Dresda. Tina aveva quattro anni. La madre, violinista, aveva un concerto chissà dove nel mondo; era lontana. Tutte le notti, il padre portava Tina con sé, la metteva seduta nell’erba, e la lasciava abbracciata alla sua scimmia di stoffa mentre lui scalava mura altissime, vuote, sul vuoto. Hadi, l’ingegnere egiziano, prediligeva la parete gigantesca della chiesa in rovina, testimonianza, in quel tempo, nella Dresda comunista, insieme a tante altre gigantesche splendide pareti in rovina, del male della guerra, del male di americani, inglesi e nazisti. A piedi nudi, il padre di Tina saliva, aggrappandosi alle sporgenze, saltando come un acrobata. Più in alto, ancora più in alto, alla luce dei proiettori che nella notte illuminavano quelle pareti di montagne fantasma. Lei lo guardava e era felice. “Il mio corpo era troppo piccolo per poter contenere una simile felicità!” dirà in seguito, raccontando delle notti della sua infanzia passate a guardare il padre scalare mura barocche in rovina, sempre più in alto, sempre più piccolo, sempre più grande per lei, “Mi sentivo come esplodere. Gli occhi mi si riempivano di lacrime, avevo il vestito zuppo di sudore, il cuore voleva uscire dal mio petto”.  

Arrivato in cima, appena percettibile, il padre salutava Tina, sbracciandosi. Lei si aspettava che si lanciasse nell’aria e volasse, planando da lei. Intorno a queste scalate notturne, la bambina aveva elaborato una mitologia complessa e popolosa dove ogni notte suo padre si trasformava in una creatura onnipotente, un gigante, un drago, una forza capace di vincere, per lei, la paura, la cattiveria e la notte. Poi, nemmeno due anni dopo, ecco il corridoio vuoto di casa: Tina correva avanti e indietro, sbattendo contro le pareti come un animale terrorizzato. Era il giorno del suo sesto compleanno, 15 marzo 1979. La madre, muta, non sapeva dirle perché il padre se n’era andato e non c’era più. Tina era rimasta sola in quella casa, con una madre semisconosciuta, dai denti lunghi, con gli occhi pallidi su un viso pallido, bella ma con una sempre invariata espressione fra la tristezza e l’ansiosa preoccupazione. E c’era un odore di cavolo, in quella casa, che avvelenava le narici. Il padre le aveva abbandonate. Era fuggito da loro. Era un dolore intollerabile che Tina cercava di vincere con il dolore delle proprie ossa e della carne che scagliava contro le pareti di quel corridoio. Da quel momento, Tina aveva odiato suo padre. Ma aveva continuato, per anni, a cercarlo. Nel dormiveglia di ghiaccio, afferrata a Elia, Tina si chiedeva se fosse vera o immaginaria la rappresentazione, vivida però davanti ai suoi occhi, del cadavere disseppellito del padre. Un corpo coperto di terra, massacrato da un’ascia, mangiato dai vermi. Tina era stata svegliata da un liquido caldo che si posava, a fiotti, sulle sue dita. Elia eiaculava. Questo segno di vita, questo calore le aveva permesso di addormentarsi. Intanto Elia, con labbra gelide, le sfiorava una guancia.

***

All’alba del 21 dicembre 2012, un leggero chiarore disegnava appena, nel nero, la cima del Lhotse. La tempesta li aveva graziati, scomparendo come se una mano gigantesca l’avesse strappata dal cielo che ora si annunciava terso. I ghiacci, duri come il marmo, erano propizi all’ascesa. Sorridevano, Tina e Elia, assaporavano la conquista. Erano pronti all’attacco degli 8516 metri, in invernale. Quasi un record. Avevano agganciato i ramponi, infilato nello zaino una bottiglia d’ossigeno con maschera e regolatore anche se aspiravano a raggiungere la cima senza doverlo usare. Si erano legati l’uno all’altra e, afferrate ciascuno due piccozze da ghiaccio, erano partiti. Avevano visto nascere il sole con un colpo di luce così improvviso e violento che era sembrato accompagnarsi a uno sconvolgente fragore. Dopo quattro ore di lenta ma regolare ascesa, aggirato un crepaccio, Tina e Elia avevano oltrepassato i 7500. Avanzavano in uno spazio immaginario, tra paesaggi desolati e inesorabili dove il bianco e il blu erano assoluti. Come due condannati, venuti da un altro mondo. Eppure, nelle loro gambe, nei polmoni, nei cuori, nel loro cervello c’era un’energia che non era spiegabile e la paura era vinta dalla fatica e l’angoscia era vinta da una specie di ubriacatura di onnipotenza che li accecava. Passo dopo passo, la loro esperienza di felicità era generata dallo sforzo per la spinta dolorosa verso l’alto. Sotto i loro pesantissimi zaini, pur soffrendo del debito di ossigeno via via più penoso, Tina e Elia erano dei bambini divini. Improvvisa, l’onnipotenza dei venti e del sole si scatena contro quei due nani che arrancano sui ghiacci.  Prima è soltanto un vento leggero che soffia a ondate, lunghe,sollevando impalpabili nuvole di neve, fastidioso per gli scalatori ma sopportabile. Dopo pochi minuti quel vento tace all’improvviso e si ritira, come spaventato da un ordine soprannaturale. Tina e Elia fanno altri venti passi tranquilli, in una atmosfera di vetro. Poi, ecco: è una saracinesca di ferro che si innalza da dietro il picco, nera, ingigantendosi alla velocità della luce e nascondendo il cielo; non sembra fatta di nuvole, tanto la materia è compatta. E adesso sì, è violentissimo il vento che si getta lungo la spina del Lhotse contro di loro. Elia, di qualche metro avanti a Tina, si volta verso di lei e afferra la corda per reggerla. Le indica un’ansa nel ghiaccio, sulla sinistra, sopra di loro: è lì che bisogna cercare riparo. Tina gli fa un segno di assenso e si muove in quella direzione ma una forza di vento e neve la solleva in aria per poi scagliarla sul ghiaccio come, nella mitologia, facevano i giganti con gli umani, prendendoli con la punta delle dita e giocando con i loro corpi.

5 

Dalla relazione del pediatra Joachim Hubler dello Johannstadt Krankenhaus di Dresda.
9 dicembre 1979

“Alle ore 19 e 30, ho visitato la bambina Tina Baumann, 6 anni,residente nello Spezialkinderheim Frohe Zufunkt,Bergrtrasse 19 a Dœnschten. Mi è stata portata dall’infermiera dell’istituto, signorina Editha Wachter. La madre è assente per motivi di lavoro, il padre ha abbandonato la famiglia nove mesi fa. La bambina, con la quale è impossibile comunicare, presenta una forma grave di denutrizione. L’infermiera sostiene che, da alcuni giorni, Tina si rifiuta di parlare con gli insegnanti e con il personale dell’istituto e rifiuta altresì il cibo. Sembra che accetti solamente di mangiare limoni che divora con voracità. Accetta, per fortuna, anche di bere. Ho ordinato il ricovero immediato e la nutrizione forzata attraverso sonda naso-gastrica. Il rifiuto del cibo non sembra dipendere da cause organiche. E’, con ogni evidenza, legato a un disordine pervasivo di relazione, acuito dalla mancanza dei genitori. C’è il sospetto di una forma di disturbo autistico in atto”.

6

 La madre di Tina, Sybille Baumann

Allieva di Dimitri Tziganov al Conservatorio Pëtr Il’ič Čajkovskij di Mosca, era a quel tempo uno dei primi violini alla Dresden Philharmonic sotto la direzione di Kurt Masur. A ventinove anni era acclamata nel mondo, dovunque si esibisse con il suo ineguagliabile Giovanni Battista Guadagnini del 1772, rubato a Torino dai nazisti e in seguito trafugato a Mosca dall’armata rossa; Sybille l’aveva avuto in prestito dallo Stato sovietico, per i suoi risultati eccezionali, al tempo del diploma. Non le era mai stata richiesta la restituzione. Installata a Dresda, la sua città natale, le autorità della Repubblica Democratica Tedesca la lasciavano uscire dalla cortina di ferro per portare nel mondo l’orgoglio musicale della Germania Comunista; la figlia Tina era un ostaggio che l’avrebbe sempre fatta rientrare, togliendole ogni fantasia di fuga. Quando la signorina Wachter dello Spezialkinderheim Frohe Zukunft (Casa speciale per bambini “Gioioso Futuro”) le aveva dato per telefono la notizia del ricovero di Tina, Sybille era a Milano dove, sei giorni dopo, il 15 dicembre, tra due rappresentazioni del Don Carlos di Verdi dirette da Claudio Abbado, avrebbe suonato, al Teatro alla Scala, il 3° concerto in Si minore di Camille Saint-Saëns. Nella sua camera all’Hotel Duomo, Sybille aveva garantito alla signorina Wachter che avrebbe cercato di rientrare “il prima possibile”. L’impulso naturale di madre le suggeriva di farlo “immediatamente”, ma un’altra forza più grande la faceva decidere di non poter annullare una esecuzione di tale importanza. Prima il violino, poi la figlia. Riagganciato il ricevitore del telefono, si era buttata sul letto premendo le mani sugli occhi per arrestare un attacco di tachicardia; le succedeva sovente, nei momenti di ansia. Le capitava anche prima di entrare in scena, nelle grandi occasioni, ma il frenetico frullare d’ali nel petto si fermava sempre nel momento in cui, in sala, Sybille appoggiava il violino al mento. Ora, tra le esplosioni di colori che la pressione sugli occhi provocava, Sybille vedeva il volto della figlia nella sua spaventosa magrezza, con le iridi verdi da gatto nascoste sotto i ricci neri. Bella, orribile. L’amava, istintivamente, quando si ricordava di lei. E nello stesso tempo non poteva impedirsi, quando la pensava e ancor più quando la guardava, di vederla come la testimone dei suoi due errori più grandi: la scelta di uomo sbagliato con cui vivere la sua prima storia d’amore e la decisione di metterla al mondo. Sybille era balzata dal letto, aveva preso il violino, era
andata nel bagno e, aperta l’acqua della vasca per nascondere il suono di cui i vicini di stanza avrebbero potuto lamentarsi, aveva attaccato il primo movimento del 3° concerto di Saint-Saëns che si preparava a eseguire. Un attacco eseguito con disperazione, oltre le intenzioni del compositore, un grido d’aiuto lacrimoso ma che nello stesso tempo comunicava coraggio. La tachicardia si era subito arrestata. Sybille suonava fissando, senza vederlo, il fiotto di acqua che si precipitava dal rubinetto nella vasca. Il violino era la parte migliore del suo corpo. Sybille era imbevuta di musica fino a dentro le ossa ma era stata anche costruita come una vera comunista dalla Friende Deutsche Jugend, la Giovinezza Libera Tedesca, e la sua fotografia era appesa lungo la Via dei Migliori nella Scuola Speciale per la Musica di Dresda. Aveva sempre salutato i professori al loro ingresso in classe con Immerbereit!, sempre pronti!, che rispondeva al Seid Bereit!, siate pronti!,  degli insegnanti. Alla maturità, alla fine della 10ma classe, Sybille aveva nel suo Zeugnis, il bollettino con incisi il martello e il compasso, tutti 1 (ottimo) e A nello sport. Risultato che le aveva procurato la Distinzione con onore, la medaglia d’oro di Lessing. L’impegno matto e disperatissimo di Sybille aveva un solo scopo: il conservatorio di Mosca. Ideologia e politica non la interessavano così come non la interessavano i destini del mondo. Soltanto il violino. La musica. Lì, e solo lì, combatteva la sua battaglia come un samurai. Per essere la più brava. Nessun sacrificio la spaventava. Votava comunista con una convinzione distratta, aveva votato per Walter Ulbricht e per Willi Stoph. Quando le chiedevano, fuori dal suo paese, se si sentisse comunista, Sybille sorrideva e rispondeva di sentirsi una violinista della Germania comunista. Il mondo occidentale non la seduceva per i suoi soldi ma per la libertà di movimento. Libertà di movimento voleva dire per lei non dover imbavagliare le proprie parole. La vecchia Germania tagliata in due stava espiando e lei, nata nella parte più difficile e più infelice, faceva parte del meccanismo e delle conseguenze dell’espiazione. Ma era fortunata, molto fortunata. Questo pensava. Fortunata eppure con una figlia che voleva morire. Sybille, nella sua infanzia, aveva vissuto cose ben più tragiche che non l’abbandono di un padre o l’assenza della madre. Non poteva dimenticare quei giorni di febbraio quando era uscita dalle macerie del rifugio e aveva vagato attraverso onde di fumo, polvere e odore di carne bruciata. Le file di cadaveri di bambini. Pezzi di burattini bruciati. Sangue, terra, paura, fumo e grida: con cinque parole si sintetizzava l’infanzia di Sybille. Malgrado tutto questo,
Sybille amava la vita. Ma c’era Tina, sua figlia. Perché quella maledetta bambina voleva morire? Seduta sul bordo della vasca, Sybille aveva suonato tutto il movimento; alle ultime note, il Si e il Fa diesis, mentre l’acqua stava debordando, lei aveva deciso. Doveva salvare la figlia e riscattare la colpa di averla messa al mondo. Dopo il concerto sarebbe corsa da lei.

7

 La Bambola Piangente

Tina era rimasta sola in ospedale sette giorni, nutrita con la sonda naso-gastrica. Era il 16 dicembre quando sua madre era comparsa. Aveva per lei una bambola con due grandi occhi che potevano piangere. Era un oggetto ormai da collezione, fabbricato in Italia negli anni 50, ad Arona sul lago Maggiore, dalla ditta Ratti e Vallenzasca. Sybille l’aveva trovata, nuova, intatta, da un rigattiere in via della Spiga. La Bambola Piangente indossava un vestitino a scacchi bianchi e rossi e aveva le scarpine di vernice rossa. Avvicinandosi al letto della figlia, Sybille l’aveva ripetutamente chiamata per nome. Tina non aveva reagito, non si era nemmeno voltata per guardarla. Sybille le aveva allora messo la bambola davanti al viso e aveva premuto il pulsante sulla schiena: la bambola aveva emesso un lamento ripetuto e gli occhi blu avevano cominciato a gettare una pioggia di lacrime. Tina la osservava, sgomenta. Sybille aveva preso una mano della figlia e l’aveva guidata al fazzoletto nella tasca della sottana della bambola e con questo avevano, insieme, asciugato le lacrime. Infine, Tina aveva guardato la madre negli occhi e si era lasciata abbracciare. Sybille le aveva sussurrato all’orecchio, ripetutamente, che non l’avrebbe mai più lasciata. Con una imprevedibile semplicità era avvenuto il miracolo: Tina, sottovoce, aveva detto che le sarebbe piaciuto mangiare delle aringhe e delle patate bollite. Il professor Hubler non avrebbe voluto ancora dimettere Tina ma dopo tre giorni si era arreso alla volontà della madre e all’evidenza dei fatti: Tina aveva ripreso a comunicare e a mangiare. Sybille aveva portato Tina a casa e non si era mai staccata da lei. Per dieci giorni l’aveva nutrita, le aveva parlato, aveva giocato con lei e con la bambola a cui venivano, per ore, asciugate le lacrime. La mattina del 29 dicembre, Sybille aveva svegliato Tina prima dell’alba con un bicchiere di latte caldo e delle fette di pane biscottato spalmate di marmellata di mele cotogne. Le aveva detto: “Appena hai mangiato, vestiti, metti il cappotto e prendi la bambola.” “Dove andiamo?” “Facciamo una gita.” “Dove?” “E’ una sorpresa”. “Prendiamo il treno?” “Sì, il treno.” “Quanto stiamo via?” “Qualche giorno.” Faceva ancora buio quando erano uscite e i lampioni erano ancora accesi, Tina con la sua bambola piangente sottobraccio, Sybille con il violino e, in tasca, del cioccolato e un rotolo di biglietti da 400 Marchi della repubblica democratica. Non era il solo denaro che portava con sé. A Milano, prima di partire e rientrare all’interno della cortina di ferro, aveva nascosto tra due cartoni nel doppio fondo della custodia del suo violino un gran numero di banconote da 10.000 Lire italiane. Poiché il suo cachet per il concerto era ufficiale, i soldi guadagnati alla Scala di Milano dovevano essere trasferiti direttamente alla Banca della Germania comunista. I soldi che Sybille stava nascondendo nella custodia del violino erano stati invece raccolti con una colletta dai suoi colleghi musicisti. Un prestito che lei aveva voluto garantire per iscritto. Quando aveva ricevuto quei soldi e, guardandoli, aveva scorto il volto stampigliato sulla carta moneta, era rimasta senza parole: non soltanto conosceva l’originale di quel ritratto, ma ne era stata enormemente colpita la prima
volta che lo aveva visto alla National Gallery di Washington. Un anno prima aveva suonato in quella città, al Kennedy Center, con la National Symphony Orchestra diretta da Antal Dorati. Sulla carta moneta italiana c’era il “Ritratto d’Uomo” dipinto da Andrea del Castagno. Quel volto l’aveva talmente colpita che ne aveva comperato una riproduzione, in forma di cartolina. La portava sempre con sé, come fosse la fotografia di un innamorato. Ora, quell’innamorato veniva da lei in forma di denaro per aiutarla a salvare la figlia. Il volto ritratto era forte, sprezzante e malinconico. Un volto, così lo vedeva lei, capace di proteggere e di aggredire. Non assomigliava all’uomo di cui Sybille aveva creduto di innamorarsi, sprovveduta com’era al tempo del Conservatorio di Mosca, no, non assomigliava per nulla a quello studente di ingegneria egiziano che scalava i muri a piedi nudi e con
cui aveva fatto una figlia. Non assomigliava davvero a quel giovane uomo che l’aveva lasciata; gli mancavano lo sguardo pericoloso e la bocca carnosa del ritratto fiorentino. La notte prima della partenza, chiusa nella stanza dell’albergo, munita di colla, cartone, aghi e filo, Sybille aveva sistemato meticolosamente le banconote nel nascondiglio, una bella somma che stava ancora lì, nascosta nella custodia del violino, preziosissimo ma invendibile. Sarebbe morta, Sybille, e forse avrebbe anche lasciato morire la figlia piuttosto che perdere il suo violino. Raggiunta la Hauptbanhof, Sybille e Tina erano salite sulla carrozza verde con i finestrini filettati di beige e il tetto color capriolo. Era il treno D 1479, Dresda-Budapest, della Deutsche Reichsbahn. Tina era eccitata e spaventata: “Fino a dove arriviamo?” “Fino a dove ci piace arrivare.” Strette l’una all’altra, avevano fatto piangere la bambola per commuovere i passeggeri accanto a loro. Poi avevano riempito un quaderno di disegni e Sybille, per la prima volta nella vita, aveva raccontato a Tina una favola. Sybille si era resa conto di non conoscere le favole, a lei non le avevano mai raccontate, non c’erano favole per i bambini sopravvissuti di Dresda. C’era però una fiaba che Sybille aveva incontrato sullo spartito musicale e che era in grado di raccontarle. La faticosa narrazione aveva preso tre ore buone del viaggio. Tina aveva ascoltato, paziente, cercando di cacciare da sé l’immagine del padre perché lui sì, lui la incatenava con racconti fantastici. Tina aveva dunque ascoltato la fiaba il cui titolo Sybille glielo aveva detto in russo, Ljubov’ k trëm apel’sinam, dimenticandosi di tradurlo. Era una storia raccontata, diceva Sybille, attraverso quattro diversi modi di guardare: quello di chi vede, disperato, la tragedia del mondo, quello di chi guarda al mondo ridendo, quello di coloro che sono sempre delusi perché sognano il mondo che non c’è e infine quelli che hanno gli occhi piantati in teste vuote che non vedono nulla. Questa premessa aveva molto colpito Tina e aveva anche attirato l’attenzione dei passeggeri seduti vicino a loro nel vagone. Durante il percorso che era durato l’intera giornata, dal buio prima dell’alba al buio dopo il tramonto, si erano susseguiti diversi compagni di viaggio, passeggeri che si alternavano, salendo e scendendo dal treno alle fermate, alle stazioni di Ustì nad Laben, Praga, Brno, Breclav, Bratislava, Galanta, Szob. Il racconto, che aveva al suo centro un principe infelice, era proseguito nel vagone ristorante, una carrozza rossa con filettature arancio e oro della Mitropa, la società che gestiva il cibo e il sonno sui treni dell’Europa centrale. Madre e figlia avevano mangiato maiale con patate e crauti. Tina aveva lasciato la carne. Aveva chiesto un limone e l’aveva divorato, buccia e noccioli compresi. Sybille, che a ogni pasto si innervosiva nel timore che la figlia rifiutasse il cibo, continuava a parlarle del principe che non rideva mai, che voleva soltanto le storie tristi, le poesie tristi, i racconti tristi. Tina ascoltava. Non sapeva se la storia le piacesse davvero ma le piaceva sua madre che parlava con lei e ascoltava incantata la sua voce come se non l’avesse mai udita fino ad ora. Quando il giovane principe della fiaba aveva infine riso del capitombolo della fata Morgana vestita da vecchia che scalciava con le gambe all’aria nelle sue mutande. La fata, offesa, lo aveva maledetto: da quel momento, sarebbe stato ossessionato dall’amore per tre bellissime ragazze, imprigionate dentro a tre melarance. Dunque, per aver riso una sola volta, il giovane era passato dalla tristezza all’amore impossibile e dannato. Per riuscire a trovare pace, il principe avrebbe dovuto liberare queste ragazze. Era partito per cercarle. “Che cosa sono le melarance?” “Un frutto inventato, un po’ mela un po’ arancia. Profumato, dolce, succoso. Il migliore dei frutti immaginabili!” “Non esiste?” “Se lo pensi, esiste. Se lo assaggi, sei felice.” “Come faccio a assaggiare un pensiero?” Sybille non aveva risposto e aveva ripreso a raccontare. Tina si era persa. Ragazze nascoste dentro a un frutto, un frutto cha sta solo nel pensiero, ragazze che muoiono assetate, cuoche spaventose, anelli magici, gelosie di maschere, matrimoni promessi, matrimoni voluti e non voluti, una bella trasformata in ratto: il racconto non le piaceva, le sembrava oscuro, confuso e stonato. Le faceva paura come se contesse un senso della vita, confuso appunto e minaccioso. Più di tutto temeva di fare la stessa fine di una di quelle ragazze e finire prigioniera di un frutto immaginario. Senza respiro e senza vita, in attesa di uomo infelice che la salvasse.
Sybille, che non si accorgeva della noia inquieta della figlia, aveva anche cominciato a cantarle dei brani della fiaba musicata da Prokofiev; soltanto per questo motivo lei la conosceva. Voleva comunicare alla figlia, e ci metteva dell’impegno, che la musica abita nei sogni e può rendere gioiosi e che il riso può guarire. Temendo confusamente la natura del male che fin da allora minacciava l’equilibrio di Tina, cercava di farle capire come fosse possibile trasformarsi da ciò che si è in qualcosa che vorremmo essere, dunque da infelici a felici. Parlava da adulta,cercando goffamente di usare formule per bambini. Tina aveva smesso di ascoltarla, guardava la luce del giorno svanire, fuori dal finestrino, e si chiedeva perché la gita proposta dalla madre fosse così lunga. Lasciava, con un certo piacere, che una musica diversa da quella suggerita da Sybille entrasse nelle sue orecchie: lo strepito ritmato delle ruote, i colpi di martello delle bielle, gli sbuffi rabbiosi e i sibili del vapore di scarico dei cilindri motore nella camera a fumo della locomotiva nera. Questa sinfonia ferrosa l’aveva avvolta e assordata, cancellando il racconto noioso della madre.

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Giacomo Battiato 2013*Giacomo Battiato, nato a Verona, ha studiato letteratura alla Università Statale di Milano. Vive a Parigi. Alcuni tra i 19  film scritti e diretti per il cinema e la televisione: L’INFILTRÉ (The Lying Game) (2010/11). Interpretato da Jacques Gamblin, Mehdi Dehbi, Laurent Lucas, Salim Daw; “FIPA d’Argento” al Miglior Film e “Premio al Miglior Attore” (Mehdi Dehbi) al Festival Internazionale di Biarritz 2011. Nominato come “Best Drama” agli International Emmy Awards 2012.  RESOLUTION 819 (2008). Interpretato da Benoît Magimel, Karolina Gruszka, Hippolyte Girardot; Marco Aurelio d’Oro per il miglior film” al Festival Internazionale del Cinema di Roma (2008), “The Student’s Choice Award” all’Amnesty International’s Movies that Matter Festival, all’Aja (2009), “Gran Premio Europeo del Senato Francese” (2009). Premio François Chalais al Miglior Film e Migliore Regia” (2009).  KAROL (parte 1a e 2a) (2004/2006). Interpretato da Piotr Adamczyk, Malgosia Bela, Matt Craven, Michele Placido;“Efebo d’Oro” 2006.  ENTRUSTED (Il Segreto di Thomas) – (2002/2003), dal romanzo di Loup Durand, interpretato da Klaus Maria Brandauer, Giovanna Mezzogiorno e Thomas Sangster che ha vinto il premio del “Migliore Attore” al Festival di Montecarlo 2003 IL GIOVANE CASANOVA (2001). Interpretato da Stefano Accorsi, Thierry Lhermitte, Katja Flint, Cristiana Capotondi, Barbara Schultz.; Fipa d’Argento” per la migliore mini-serie al Festival Internazionale di Biarritz 2002.  PIOVRA 8 e 9 (gli anni ’50). (1997/98); “Premio della Stampa Internazionale” e “Ninfa d’Oro per la migliore fiction” al Festival Internazionale di Montecarlo 1998.  CRONACA DI UN AMORE VIOLATO (1995). Interpretato da Isabella Ferrari, Roberto Zibetti, Marisa Paredes; Festival Internazionale del Cinema di Berlino; Festival di Mosca; Festival di Stoccolma; “The World Film Festival” di Montréal. – UNA VITA SCELLERATA (1989/90). Interpretato da Wadeck Stanczak, Max Von Sydow, Ben Kingsley; “Efebo d’Oro” 1991.  IL CUGINO AMERICANO. (Blood Ties) (1985). Interpretato da Brad Davis e Vincent Spano. Premio per il “Miglior film televisivo” alla 43ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia; Nomination ACE Award per il migliore attore (Vincent Spano).  COLOMBA. Dal romanzo di P. Merimée (1981).  Interpretato da Anne Canovas, Alain Cuny, Elisabetta Pozzi, Umberto Orsini; “Premio Flaiano per la Migliore Sceneggiatura”.  MARTIN EDEN.  Dal romanzo di Jack London. (1978) Interpretato da Christopher Connelly, Capucine e Vittorio Mezzogiorno.

Giacomo Battiato ha realizzato diversi programmi culturali tra i quali:

– Expressionismus (Gran Premio del Mifed nel 1975) – Un Ritratto di Pierre Boulez – Un film sul Design Italiano per il Museum of Modern Art di New York – Nel 1993 ha ricevuto il “Prix Unesco” al Festival Internazionale del film d’Arte a Parigi per un documentario sui mosaici in San Marco a Venezia. Ha messo in scena  Opere Liriche in Italia e in Germania. Ha tenuto il corso di Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha diretto film pubblicitari vincendo numerosi premi internazionali tra cui l’“One Show Gold Award” dell’Art Directors Club di New York, l’“Andy Award of Excellence” dall’Advertising club di New York e il “Leone d’Oro” al 20mo Festival internazionale del film pubblicitario a Cannes. Il suo primo romanzo Fuori dal cielo, pubblicato dall’Editore Marsilio, ha vinto il “Premio Domenico Rea” nel 1996; nello stesso anno è stato finalista al “Premio Stresa per la Narrativa”; nel 1997 è stato premiato al “Festival del Primo Romanzo”; L’amore nel palmo della mano (2000) è stato pubblicato da Mondadori;  Il terzo romanzo, 39 colpi di pugnale (2010) è pubblicato da Gaffi Editore.

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