Poesia/Recensioni

Il mondo sonoro delle volpi di Stefano Guglielmin

Cop in TIFdi Cristina Annino

L’importanza di un libro – e la dimostrazione che certa poesia non è fuggitiva – a mio avviso risiede anche nel constatare come ciascun elemento proposto dalla stesura non possa considerarsi solo descrittivo e quindi scindibile dal contesto e criticamente legittimato. Tale approccio al testo, valido per la maggior parte di raccolte poetiche, qui, a mio avviso, avrebbe lo sgradevole senso di un’autopsia. Vocabolo forte, ma in linea col linguaggio decisamente corporale di questo libro. Intendo dire che se estrapoliamo o facciamo emergere un elemento espressivo sugli altri, contraddiciamo inevitabilmente il principio di compattezza creata dall’autore, interpretiamo cioè la sua scrittura in maniera tradizionale. Sappiamo, del resto, quanto sia necessario, auspicabile,  insopprimibile l’intervento anche “di taglio” del lettore sulla pagina, intervento per affinità intellettuale o di semplice gusto, ecc, ma come dire: a volte l’adorazione della reliquia può allontanarci dal santo. Inoltre, con giudizio magari non condivisibile, penso che più si considerano in maniera delimitata le funzioni espressive di un testo, di un certo testo ovviamente, più ne vien fuori una dilatazione di senso fondata sul controllo dei vari elementi del discorso. Nel caso di questo libro, il controllo mira a mantenere la totalità di una complessa e variata esperienza esistenziale dove, qualunque prelievo contraddirebbe la struttura.

Una poesia simile può dunque nascere, a mio avviso, da un trasferimento del procedere creativo alla totalità; mi spiego con una metafora: è come se Guglielmin prendesse fisicamente in mano una sua capacità di poiesis e la capovolgesse  cominciando a lavorarci dai piedi fino ad arrivare alla testa. Ciò presuppone un’abitudine o conoscenza profonda del fare poesia, dell’essere capace di salvare una bellezza comunque comunicativa nella maniera più impervia possibile, oltre al poter disporre di un notevole dominio di categorie sceniche e scientifiche. Resta il fatto che assistiamo a un capovolgimento che impedisce quel che dicevo sopra, giacché la quadratura della costruzione di quello che mi piace definire un lunghissimo poema, non permette fughe di calore estetico, di analisi cioè parziali. Semmai sarà da mettere in rilievo la natura collettiva della sua poesia. Scrive Alain Finkielkraut: “Non è la storia che è ragionevole, o magari razionale, è la ragione che è storica”. Questo, a mio avviso, è ciò che l’autore vuole comunicarci.

La sua soggettività  ha infatti la straordinaria destrezza di scorrere sotto i fatti narrati, con un procedimento costantemente corale, pertanto storico, anche se il poeta parla in prima persona, o di situazioni minime. Inoltre Guglielmin toglie, a ogni parola, la doppiezza di significante e significato; perciò queste poesie assumono un loro ritmo massiccio e conseguentemente dissonante. Alcuni sostantivi si verbalizzano ma con disinvoltura, senza intenzione retorica. Leggendo il libro potremmo pensare a certe composizioni medievali, o ai grandi poemi del Rinascimento, dove il ritmo poetico, da folto, diventa improvvisamente quieto. Anche nel libro di Guglielmin ci sono queste pause, definibili come variazioni musicali che alleggeriscono appunto il discorso, aprono dei sipari – Poesie londinesi, per esempio – utili per farci avvicinare più facilmente alla difficoltà dei testi. Direi che in queste aperture, slarghi o diversità di segno tra l’una e l’altra partitura sonora, egli introduca un linguaggio più tradizionale e una polifonia diversa. Del resto la lingua è un campo di mosse, di strategie, di atti di parola; ed essi possono considerarsi momenti di riposo parlato, prima che il poeta torni alla sua conflittualità dodecafonica, alla sua musica cioè reale, ma senza solennità né strappi, in maniera del tutto fluida.

La conflittualità invece costituisce il  vero discorso del libro, in ogni articolazione. Ma conflittualità, non guerra. Guglielmin non si accanisce contro il muro cieco delle idiozie contemporanee, su cui finirebbe con lo spezzarsi; la sua insistenza è la sua forza ferma di denuncia. Egli registra fatti di ordinaria amministrazione o personali che poi diventano verità collettiva e di conseguenza etiche giacché non li desidera come alibi per una fuga estetica da una scrittura tradizionale, né c’è il narcisismo di sentirsi libero perché comprende. Neppure fa intravedere il riparo di una personale amministrazione dell’io. Non scaglia addosso a niente nessuna virtù. Proprio questa dichiarata assenza di Virtù, che non sarebbe distante da un’idea di contrappasso – espressa e consumata in tanta letteratura – conferisce al suo libro il grande merito della sola coscienza corale. Tale comprensione dell’umano dentro di sé, stravolgendo inoltre in musicato (non musicabile) ogni singolo segno linguistico, dà origine a una speciale, o nuova, arte della parola.

E questa dissonanza da subito manifesta la propria credibilità allorché incontriamo, in apertura di libro, i Canti dell’amore coniugale. Neppure un sentimento così privato viene raccontato in piena libertà, dando un nome ai sentimenti del suo io singolo, a noi nascosto; ne esce invece un automatismo dell’istinto, come se fosse la materia a parlare, prima che l’anima. Guglielmin rimane padrone quanto schiavo di ciò che conosce: anche nel corpo c’è infatti coscienza irriducibile del reale.

Egli quindi non è portatore di rivolta, bensì di coscienza, quindi è uomo storico, non amministratore di filosofie, ma soltanto“sapiente”. La sapienza non ha altra virtù che se stessa,  non prevede. E la fine, avvertita nella sonorità e nella scrittura di ogni pagina, non è dunque futuribile. Potrebbe, l’autore, avanzare ipotesi, correndo il rischio di perdere la “limitatezza” che è propria del pensiero collettivo. Ma Guglielmin, ripeto, non trasforma mai, in questo libro, la propria coscienza nell’azzardo di una previsione personale. Chiude così la quadratura del cerchio: egli non è superiore neppure alla propria verità e questo, a mio avviso, lo salva anche da qualsiasi atonica complicità col romanticismo.

Stefano Guglielmin, Le volpi gridano in giardino, Piateda (SO), CFR Edizioni, 2013.

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35 thoughts on “Il mondo sonoro delle volpi di Stefano Guglielmin

  1. Un dire così non-convenzionalmente “critico” non può che ampliare la curiosità di leggere il libro di Guglielmin, con le volpi e le grida in giardino, titolo che mi ha da subito preso. Grazie, saluti. Giampaolo

  2. cara Annino, anche il tuo testo chiude il cerchio di questa lettura davvero diagonale, che centra, e c’entra – ecco, la curiosità è ancora più aperta! di nuovo il “commentatore” di sopra :)

  3. Ho letto questa bellissima recensione di Cristina, invece del libro ho letto stralci riproposti in rete proprio da Stefano. Devo dire comunque che, conoscendo un certo tipo di poesia di Stefano, e conoscendo bene la visione di Cristina, riesco comunque a condividere e ad essere solleticato dalle parole di quest’ultima, e mi trovo concorde nell’analisi e nella personale espressione dell’autrice nell’approccio critico che dona vitalità alla materia analitica. Più che un’autopsia, difatti, qui si esalta la moralità della struttura compositiva globale del Guglielmin e una sorta di salvifica consapevolezza, che racchiude in un autore maturo come Stefano, la sapienza di una poesia che ingloba il mondo intero in chiave preponderante, pur riconoscendone la matrice elusiva che inevitabilmente porta a scindere, nell’esercizio poetico, la rappresentazione significante dalla verità che ciascuna intuizione svela nella sua primissima latenza, che poco a poco si dispiega tra i tralicci del pensiero. Quel che ne deriva è una lettura “elettrica”, cosa imprescindibile per un testo poetico, quello di avere nervo, collegamento fibroso tra immagine, dunque senso, suono e intuizione, perciò anche ragionamento. Devo dire che mi sono piaciute molto le poesie da “C’è bufera dentro la madre” dove alla fitta descrizione quasi impersonale si miscela bene una profonda riflessione filosofica. Con una penna sempre delicata, ormai definitivamente matura e consapevole del proprio percorso stilistico.
    Devo però provvedere a reperire l’intero libro, altrimenti corro il rischio di dire cavolate che Stefano non merita ;-)

    Complimenti ancora a entrambi, e davvero brava a Cristina, una recensione coi fiocchi!

    AbbracciBux

    • grazie Antonio. nel capitolo della bufera, il pensiero diventa corpo del nord est, con le sue contraddizioni. In altri capitoli, la filosofia diventa la cosa: l’amore e la finitezza, in “canti dell’amore coniugale”, la parola che prende posizione in “canti partigiani”. La tensione “elettrica”, come dice anche Cristina qui sotto, ottenuta lavorando sulla sintassi e sulle metafore, spesso materiche, è una mia caratteristica. ciò implica un tempo di lettura differente, un andare e tornare sul verso, per coglierne le stratificazioni.

  4. E invece Guglielmin merita questi tuoi pensieri che “elettricamente” piacciano anche a me; sono “aggiuntivi” pure per quel che mi riguarda, direi. Anzi lo sono, e grazie, Bux.

  5. Una lettura insieme inusuale – mette subito in guardia da modi ‘tradizionali’ di accostarsi alla poesia, a questa poesia – e veritiera, perché coglie l’intimo procedere e l’attenta orchestrazione di questa raccolta, quello che altrove, in relazione alle Poesie londinesi lette in rete, ho definito il suo ‘soffio plurale’, .

    • mi piace l’idea che la mia scrittura sia plurale: la allontana dal monolotismo, da quella coerenza (stilistica, tematica) che attraversa l’occidente e che si chiama ricerca dell’uno, della verticalità neoplatonica, del principio primo. il mio essere è plurale, come il corpo e ogni cosa che nasce.

  6. accidenti all’ostacolo perenne della distribuzione dell’editoria non commerciale!
    devo procurarmi il libro cui mi spingono l’allettante recensione di cristina annino, gli stralci letti qui sopra e un mio interesse privatissimo di “volpologo” curioso di sapere come, e perchè, le volpi gridino in luogo di gannire…

  7. Flavio Almerighi, ci chiede di postare il seguente commento

    «Sicuramente la recensione di Cristina Annino e la copertina stessa del libro, allettano a procurarselo e leggerlo. Ovviamente non avendo letto il libro non posso in questo momento che fidarmi del parere in forma di recensione da parte chi lo ha letto e riletto. Resto alquanto dubbioso su un punto, e questo va approfondito dall’autore più che dalla pur immensa autrice della recensione. Siamo sicuri che ridurre a uno il senso di ogni parola in poesia faccia poi bene alla poesia stessa?»

    • “ridurre a uno il senso di ogni parola”: fare impossibile, in effetti. Credo che Cristina si riferisca in particolare a “C’è bufera dentro la madre” dove lo spazio per l’immaginazione viene costretto ai minimi termini dal principio di realtà. L’effetto, tuttavia, è quello dell’aria compressa: la tensione aumenta, l’immaginazione spinge per esserci, per dire la propria.

  8. Complimenti a Cristina per l’analisi penetrante come suo solito, e a Stefano per i suoi versi robusti da ogni punto di vista a quanto pare. MI piace molto l’idea della totalità in poesia, l’occhio che abbraccia tutto senza ingaggiare ciechi duelli con l’ottusità del quotidiano, sicuramente nel caso di Guglielmin l’onnivora curiosità critica agisce in tal senso e dà linfa al lavoro di poeta in proprio. Ho letto qualche testo e ne ho assaggiato la profondità, la personalità filosofica come si è detto, e poi, come ancora Cristina sottolinea la visione “storica” d’insieme, pur partendo da una soggettività, una soggettività popolata. Poi il leitmotiv della conflittualità mi pare già possa rendere questo libro di notevole interesse, proliferante di intuizioni e dissidi interiori.
    Un carissimo saluto!
    Luigi

    • grazie Luigi per il commento. A proposito della storicità: chiaro che la poesia si gioca sul rapporta parola-lingua (parafrasando saussure). E’ lo scarto dalla norma che fa vivere la singolarità. Tuttavia, come dice Nancy, l’essere-in-comune ci fonda. Storicità dunque nel senso ontologico prima che sociologico.

  9. “rendere a uno il senso della parola” se ho ben capito, Flavio, ti riferisci all’uso significato-significante che, a mio modo di intendere e di vedere, fa Guglielmin. Se è così, posso rispondere che non pensavo principalmente a Bufera (dove inizia già questo modo di trattare la singola parola), anche e soprattutto in questi testi, ecco, Stefano compie un’azione disinvoltamente acrobatica. Rende intercambiabili i due volti della parola stessa, come in musica
    il battere e levare. Ma contemporaneamente. Ne viene fuori un effetto di doppio suono che, secondo me, dilata, arricchisce e, detto in maniera meno tradizionale, spara in più direzioni. Non so se sono convincente e, d’altronde, può essere un’osservazione critica non condivisibile.
    Grazie del tuo intervento interessante.

    • sì, non schiaccio significante e significato, ma li rendo intercambiabili, nel senso che ne amplifico le possibilità. Ogni parola suona ed è palpabile, per dirla diversamente (e parzialmente).

      Cristina mi piace anche perché cammina sempre su sentieri difficili, per i quali, quasi, non ci sono le parole per dirli.

  10. Sulla “ragion storica” in Stefano non ho mai avuto dubbi, né sul suo essere un poeta corale ed etico, nella sua origine vocativa; ho certo bisogno dei testi per entrare meglio nel discorso che fa Cristina sulla funzione pausativa degli stacchi come dodecafonici, e sullo strappo, ricuperato, tra senso e suono proprio riconiugandoli insieme: sono questioni grosse, e preziose, che hanno impegnato per anni non soltanto le avanguardie, che sono vicine a tutti i periodi di trapasso storico, ma tutta la vera poesia. E non c’è dubbio che Stefano Guglielmin deambula con noncurante libertà nel
    segno del poema, e delle sue polifonie anche discorsive, come il novecento ha lasciato aperto, in eredità. Meraviglioso che mi attira,il titolo, ed ora da procurarmi il libro.
    Grazie Stefano e grazie, Cristina.
    Maria Pia Quintavalla

  11. Quando un poeta commenta un altro poeta, e in questo caso si tratta di una poetessa “pericolosissima” dal fine ed elegante occhio volpino, vigile, a cui nulla sfugge, capace di sviscerare l’essenza delle cose, si leggono ragionamenti che ci affascinano sul serio e ci spingono a credere nella poesia per cercarne la totalità, il capovolgimento e la conflittualità in essa espresse. Cristina ci coinvolge e ci introduce ai versi di Guglielmin.
    Direbbe Dante, nella sua ennesima dichiarazione di ineffabilità, proprio quando ormai tutto il poema è stato scritto, che è irrealizzabile e pur realizzabile in poesia far la quadratura del cerchio, mediante l’ineffabilità manifestata dalle parole e dalla loro musicalità. Quest’ultima, evocata fin dal titolo della silloge, sta a noi cercarla per gustare la potenzialità lirica di Guglielmin che, come ha affermato Annino, “presuppone un’abitudine o conoscenza profonda del fare poesia”. Grazie a Cristina e a presto a Stefano che leggerò con piacere.

  12. Dopo così numerosi ed interessantissimi commenti mi limito a porgere i miei complimenti a Cristina Annino (a dir poco magistrale il suo intervento e ne approfitto per esprimere la mia ammirazione anche per la sua poesia) e i migliori auguri per questo nuovo libro di Stefano Guglielmin, sicuramente da meditare e da centellinare.

  13. Il link ai testi mi ha convinto a lasciare due righe anche io, per quanto il paragrafo d’apertura del testo di Annino non lasci dubbi al riguardo: non si ha bisogno di estrarre un testo da un libro per invogliare il potenziale lettore alla lettura. Però il lettore essendo sempre Tommaso ha bisogno di toccare con mano, anche se il Redentore Annino gli dice in faccia certe verità (il testo la reliquia il poeta il santo, il critico allora l’Evangelista? Chissà cosa ne fu di San Tommaso dopo i fatti evangelici, andrò a studiarmi la voce di Wikipedia). Così sono andato a leggere su Rebstein.

    Ebbene non sono stato deluso. I testi che ho letto in rete possiedono la forza di un discorso, si leggono molto bene a voce alta, sono come un canto. Come fa notare Annino questo libro ha respiro. Noto che mancano parole lunghe e/o astratte (la parola lunga magari appare “cavedagne” “bombolette” ma mai astratta), indizio che Guglielmin sa di cosa parla, e anche credo ha fiducia che il libro per come è scritto attrarrà il lettore e il lettore poi trarrà le proprie conclusioni. In altre parole non crede di dover giustificare la scrittura o venirci incontro. Mancanza di retorica.

    Un lettore che è anche poeta chiaramente è un lettore che capisce e in questa recensione di Annino Guglielmin trova un vena d’oro d’intelligenza. Ci incoraggia ad andare a leggere e una volta che sono andato a leggere m’è venuta voglia di rileggere, anche questo un ottimo segno di testi di valore. Perché mi abbiano ricordato certo Montale non so, forse oggigiorno menzionare Montale è di cattivo gusto? certo non la maniera di Montale però forse la stessa ossessione per la scrittura, e quella immagine salvifica femminile. Per fortuna contemporanea!

    In ogni caso, grazie a chi ha scritto, a chi ha editato e pubblicato questo libro, a chi ne ha parlato qui con grande sicurezza. Il libro ce lo procureremo, va da sé. Grazie a chi s’è disposto ad uno scambio di idee qui. Tutti esempi di quando la rete (la Poesia in rete in questo caso) da il meglio di sé: quando ci impedisce di dimenticare che nella lingua che vive in questo modo c’è libertà, e quindi gran parte della speranza che rimane.

    • grazie! Su Montale: è il mio autore preferito, specie quello degli Ossi e delle Occasioni: amo il suo modo di usare i suoni, usando la sordina, e la sua filosofia in cui l’equivalenza di essere e nulla non irretisce, bensì sprona a cercare una collocazione nel framezzo: in varco, credo, non può essere oltrepassato, ma è la
      casa di ogni mortale. E da lì, la parola poetica umilmente suona

  14. Ringrazio Antonio Vevicienti.
    Peitro Roversi,grazie per la serietà nel cercare i testi Guglielmin

    prima del commento. Preciso che la “reliquia e il santo” intendeva essere un paragone estremo e di
    condensata ironia (ma come esprimerla, sen la si intuisce?) “Anche” la prosa, -diciamo critica o diciamo semplicente la mia, oppure almeno in questo caso- ha un suo ritmo che mal sopporta prolungamenti divulgativi. Aprire uno spazio tra parole per inserirne altre avrebbe allentato il concetto, dissestandolo emotivamente. Inoltre la fisicità del paragone, anche se “smodata”, rendeva il tono elevato, quasi positivisticamente liturgico dell’intera composizione poetica di Guglielmin. Quindi
    doppiamente, a mio avviso, incisivo e provocatorio. Come infatti per te è stato:-)
    Grazie veramente per l’attento intervento.

  15. i testi “di” di Guglielmin, ovviamente. Non sono riuscita a comporre bene la risposta, lasciando spazio dove non doveva esserci. Chiedo scusa.

  16. Certo è sorprendente, anche, di Cristina, la capacità critica, di saggista, direi di analista degli scritti altrui. Lei cosi compresa, compatta; strong, dentro al suo ” nodo” creativo.
    La recensione, brava, al lavoro di Stefano Guglielmin dimostra grande competenza, agilità, chiarezza. Trasmette voglia di conoscere, approfondire questa raccolta di poesie, cosa che non ho ancora fatto, ma farò presto.

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