Poesia/Saggi

Ritirare il soggetto. Poetica da una poesia in Sebastiano Aglieco

Foto di Ferdinando Scianna

Foto di Ferdinando Scianna

di Paolo Donini*

I

I poeti hanno sempre cura di lasciare tra le pagine l’indizio lampante della loro poetica, in quella coniugazione che distingue e raccorda poesia e poema nelle accezioni con cui li identifica Paul Celan ne Il meridiano. Se la poesia è il corpus testuale del lavorio scrittorio, il poema è il nucleo attorno a cui quel corpus ruota e si equilibra in una figura di coesione, per quanto deflagrata e avviata nello sperdimento, ed è quindi naturale che il poema in quanto perno della poesia si debba ricercare nella poesia stessa, primariamente ed elettivamente rispetto a eventuali scritti teorici o programmatiche dichiarazioni. La poesia s’accorpa al poema e contiene dispiegata in sé la poetica. Ovvero la poetica, emanazione razionale del poema, si coglie nel suo complesso entro la voce stessa della poesia tenuta insieme dal poema e si declina in quei testi fondativi in cui il poeta sviluppa in un meta-dettato il suo atteggiamento intorno e sul suo stesso enunciare. La meta-enunciazione affidata a un testo eletto è la poetica colta nell’atto poetante del suo stesso dichiararsi. Non c’è altro linguaggio critico che possa più fedelmente interpretarla.

Ed è puntuale come leggendo i poeti (dal Dante di “I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto” al Montale di “Non chiederci la parola …”), la meta-enunciazione rappresenti una stazione pressoché obbligata nel corpus scrittorio della poesia. Quindi quella ‘stazione’ dovrà essere sondata, perché contiene arrotolato in sé il DNA della poesia, nella cui elica è infilato come fattore integrato alla poesia stessa il progetto identitario del poeta, sia inteso con quello che Seymour Chatman chiama ‘autore implicito’: proiezione interna che evolve il soggetto liberandolo nella pura datità che coordina la voce; sia inteso, secondo l’altra categoria dello stesso Chatman, come ‘autore reale’: mano che materialmente scrive e serbatoio biografico vivente, recettore sensibile che rifornisce della sua verità il nome. Così è anche nell’opera di Sebastiano Aglieco.

II

Scrivo nel lampo che il fiore imprime in me
preceduto dal respiro e dalla calligrafia.
Allora è il vento che mi respira, fratello,
incredulo di un ascolto che a tratti mi governa.
Non c’è più tempo per l’armamentario di
me e della mia vita.

Questa poesia da Giornata, la prima raccolta pienamente accreditata da Aglieco, fissa le biffe indicative del suo dire poetico in quel rimbalzo tra io-soggetto ed io-oggetto che esprime il metodo della scrittura entro il suo compiuto movimento poematico. In quel transitare da soggettività a oggettività la poesia di Aglieco fonda il suo dire in chiave di autenticazione rivelatoria, mentre sarà nei ritorni dall’oggettività del verbo alla diatriba interna di pensiero e ripensamento, analisi e progetto, che restituirà in una cifra minore quanto necessaria la sua coordinata umana, che in questo poeta ‘sotterrato’ e palpitante  sa sorprendentemente pronunciare con gli enigmi anche i nomi propri della biografia. Quella di Aglieco è una tra le poche voci in grado di risolvere senza contrasto le posture di una dizione sapiente ed enigmatica in continuità con i rovelli ragionati della vita quotidiana, immettendo l’arteria ctonia dell’esistenza direttamente nel tessuto geografico e sociale della Storia. Ma questo percorso è già arrotolato e riposto nel paniere intrecciato fra io (scrivo) e me (in me, mi respira, di me etc.)

Scrivo nel lampo – che il fiore imprime in me …

Comprendere la poetica di Aglieco significa cogliere appieno cosa accade nel sobbalzo di quella cesura dell’endecasillabo fra lampo e  che. Il dato più semplice – in realtà cruciale – è il passaggio di testimone predicativo da un soggetto (io) all’altro (il fiore) con la conseguente trasformazione del primo soggetto (io) in oggetto (me). Se (io) scrivo nel lampo che il fiore imprime in (me), allora (io) nell’atto stesso in cui scrivo (ovvero nel lampo in cui scrivo), vado già derogandomi a quel fiore che a sua volta imprime in me (oggetto) il lampo stesso in cui (io) scrivo: si tratta di un vero e proprio cortocircuito. Si tratta dell’innesco rivoluzionante di una miccia che accende la scrittura come atto volitivo (io scrivo – nel lampo) e ne provoca l’incendio, il cui esito è l’incenerimento del soggetto (io), l’apparizione del suo sostituto derogato (il fiore) e la mera sostituzione dell’atto volitivo (io scrivo) con una nuova transitività appoggiata dal servizio reso al soggetto secondo: il fiore che imprime, dove? In me: divenuto, da soggetto (io), supporto di una rinnovata transitività (me): io, che scrivo nel lampo, mi faccio mero supporto della transitività che ho innescato e accolgo il lampo che il fiore (soggetto secondo) imprime in me (supporto al transitivo). Quest’azione è fondativa di una poetica il cui fulcro è l’ammainarsi del soggetto al varcare di quella transitività che autentica di sé il dire poetico: io non scrivo me ma ciò che un soggetto secondo (il fiore) imprime in me (mero supporto): io sono dunque:

preceduto dal respiro e dalla calligrafia

Il soggetto primo, che con la sua azione volitiva apre all’innesco della nuova transitività, va a collocarsi in coda al lampo, in cui agisce, al fiore, a cui porge il supporto, al respiro stesso che lo anima, alla calligrafia che attesta tutto questo. Il soggetto, nell’atto poetico designato da Aglieco, è essenziale (sono in effetti io che scrivo) purché ultimo: preceduto. Illuminante qui è l’etimo di precedere:  dal latino praecedere, prae (avanti) e cedere, che sta per ritirarsi.  Il soggetto è preceduto non solo nel senso corrente per cui respiro e calligrafia gli camminano davanti annunciandolo (prae) ma anche e soprattutto nel senso etimologico, secondo cui respiro e calligrafia all’apparire del soggetto lo hanno  ritirato (prae-ceduto) per dar voce al soggetto secondo.

L’atto di quel ritirare il soggetto al suo affacciarsi designa la figura dell’offerta, apre al dono, alla poesia come dono. Il soggetto (io) che offre-dona appare (nell’atto volitivo essenziale all’innesco della scrittura) e subito (nel lampo) si ritrae proprio per la sublime gratuità della sua offerta, praeceduto (ritirato) dal respiro e dalla calligrafia;  altrove, a confermare la totalità dell’esproprio lo stesso Aglieco scrive due spogli versi bellissimi, dove il ritirarsi del soggetto scopre l’essenza del residuale corpo scrittorio come dono abban-donato:

Io non voglio niente,
di tutto questo non voglio niente

Respiro e calligrafia dunque non affermano affatto il soggetto bensì lo ritirano e soltanto:

Allora è il vento che mi respira, fratello,
incredulo di un ascolto che a tratti mi governa.

Ora, imboccata e percorsa la via espropriante della nuova transitività, il soggetto che ha innescato l’evento scrittorio accendendolo (nel lampo) e ritirandosi grazie al  prae-cedere, ha accesso alla  più avventurosa trasformazione predicativa, dove al soggetto secondo (il fiore che imprime) si coordina un soggetto terzo, il vento, che addirittura, come il fiato in uno strumento musicale, ‘respira’ fraternamente il soggetto primo, derogato a una pura e risonante transitività. Il soggetto primo io declinato al me è divenuto la membrana di risonanza della dizione poetica. La sponda su cui rimbalzando si fa udibile il suono stesso della voce poetante. Aglieco insiste con un lucido lirismo su questo tratto determinante. Il soggetto primo – ovvero io con tutto il mio sostrato vitale e biografico – è tanto necessario all’innesco poetico quanto il fiammifero alla lucente corsia della miccia che fila verso la deflagrazione, ma – appunto – io – fiammifero – non coincide con l’esplosione che sovverte e rischiara. Semmai, nella corsa repentina della scintilla che sovverte il mondo rinnovandolo nel nome:

Non c’è più tempo per l’armamentario di
me e della mia vita.

Dove si nota in particolare nel termine armamentario, a chiusura di questa poesia dinamitarda, comparire l’umile sorriso agro di chi ha buttato ogni narciso nel fuoco, per coglierne il nuovo fiorire in pura combustione.

capizzi1982

Capizzi 1982, di Ferdinando Scianna

III

A fronte di una poetica radicata nel soggetto e nello studio molecolare dei suoi anfratti  (come in tanta parte della poesia contemporanea), Aglieco lancia così a fondamento della sua poesia una concettualità che pronuncia da subito l’incendio doloso dell’io, oltre la cui vampa di cenere comparirà il mondo. Ma a motivo e figura di questa scelta il poeta dissemina nella sua opera una coerenza che dimostra il suo aggirarsi entro una precisa determinazione di pensiero, in continuità con l’opzione iniziale neo-transitiva. In Giornata, quindi nella successiva raccolta Dolore della casa e in Nella storia – poema per una terra, si può rintracciare e seguire questa coerenza declinata nella ricchezza matura e compiuta di una poesia che solo per concisione e chiarezza fissiamo qui ai vocaboli di un necessariamente selettivo ‘lemmario minimo di Sebastiano Aglieco’ che andiamo di seguito a suggerire. La prima parola che vogliamo eleggere dall’opera di Aglieco, sia per la sua occorrenza nei testi sia per la sua significatività poematica è la parola Altro con il correlato declinarsi della terza persona Voi che in un allontanamento ulteriore diverrà LoroAltro è il mondo a cui il poeta si rivolge:

Il coro del mondo non ti ascolterà

ed è il quid che anima e riscuote una preoccupazione conoscitiva e partecipativa che sta alla radice del fervore composto ma cocente della poesia di Aglieco:

A voi, poeti, “fratelli”, offro una porta
chiusa

Questa preoccupazione emerge con chiarezza irripetuta in una poesia afflitta di Dolore della casa, dalla sezione Fondazione, precisamente in questi versi:

.. Nessuno vede l’altro, nessuno può restituirci la sua
dignità. Voleva essere nell’altro e invece vide solo la sua
orma.

Se andiamo a correlare questi versi al meta-enunciato Scrivo nel lampo … ci accorgiamo che il rovesciamento di prospettiva è radicale. Là, nel meta-enunciato, la deroga dalla soggettività alla transitività realizza il supermento della posizione auto-centrica dell’io e acconsente alla comparsa del mondo, oltre l’armamentario di me.

Qui invece Nessuno vede l’altro.

E ancora:

Io sono una parte
qualcosa mi dice che mi appartengo solo in parte

Dove le necessità identitarie della condivisione e dell’incontro si saldano a un accredito cosmologico e vitale. Ma se è vero che la grande poesia opera all’interno di una perseguita  costellazione di senso, in essa non sono in gioco contraddizioni o cronologie bensì soltanto motivi e figure che ricorrendo e attraversandosi, come i biodi di un cesto, intessono la coesione del corpo poematico. Dunque al felice realizzarsi del dire poetico in quanto derogato dalla soggettività e così accreditato, si intreccia la ricerca di condivisione e la preoccupata constatazione dell’alterità irraggiungibile, l’agguato che tende al soggetto la trappola del suo calco indistinguibile nell’orma dell’altro. A questa preoccupazione, con la declinazione al Loro si correla il tema inconciliato della ricerca di comunità e dell’invasiva inimicizia del mondo umano:

Il coro del mondo non ti ascolterà

e infine:

Ma occorre imparare che
sono quello che non credono e non perdonano

La preoccupata complanarità di soggetto e nuova transitività viene risolta da Aglieco con il lemma Casa che prima di farsi eponimo nella raccolta Dolore della casa si presenta nella sezione Nella casa fragile di Giornata dove la casa (fragile, leggera, con un’ombra) ammanta nella sua connotazione un topos locativo che ha valenza mentale, memoriale, sensibile, affidata a una movenza d’esilio sullo sfondo di un remoto bagliore nativo di patria-parola, d’isola e ricordo. A completare questa figura che nella casa-nomade enuclea il soggetto e la sua lucente debacle verso l’altro, leggiamo un ulteriore verso-cortocircuito:

Sulla soglia della casa ti perderai

Là dove l’io deve ritrovarsi, è allora che si perde, ed è questo perdersi (finalmente) il suo ri-trovarsi facendosi altro. Ma se il tratto enigmatico-emblematico è in questi luoghi dell’opera di Aglieco dominante, altrove andrà a declinarsi nella parola propria della biografica, dove il lemma cardine è la parola Sicilia corredata da Promessa e collettivamente ricondivisa con Storia.

Non voglio più scrivere poesie

scrive Sebastiano con un altro dei suoi versi nudi. Il ‘non volere scrivere’ emerge nel tratto poematico di questo poeta come un richiamo alla vita che è e deve restare, prima/attorno/oltre la scrittura. Nella poesia di Aglieco guizza a tratti un indeluso appello all’azione. Una chiara fiducia che si sostiene su un irriducibile cognizione dell’intattezza, i cui lemmi sono le parole Bambini e Fragola.

Una fragola rode la morte, solo una fragola

Dalla pagina spoglia, luminosa ma per lo più bianconera, parca di esultanze, della poesia di Aglieco, la parola Fragola giunge all’occhio prima ancora che alla decodifica semantica, e afferma con innocenza visiva che la più semplice, elementare forma di bellezza insiste intatta, tanto che la parola non può tematizzarla in metafore ma si limita  a trasportarla qual è dalla natura al testo: è letteralmente una fragola, non simbolo o metafora, ma semplice e fruttuosa carne di cespuglio nei mattini d’estate, a rodere la morte. Questa fiducia in una improvvisa e ritrovata elementarità della parola (e della vita) sfocia in Aglieco dall’affluente biografico immesso nella sua opera dalla sua attività professionale, di maestro elementare, mestiere fraterno al lavoro del poeta, avendo esso a che fare con l’inizialità della parola, della scrittura e con l’infanzia.  (Si ricorda per inciso che un altro grande siciliano, Gesualdo Bufalino, alla domanda come liberare la Sicilia dalla criminalità rispose che non serviva l’esercito, occorrevano maestri elementari.) E il maestro, il poeta Sebastiano Aglieco sa bene come un’istanza di salvezza possa giungere solo da una fragola letterale, da quell’elementare isola di salvezza enucleata dal perimetro di un’aula, un luogo esente in cui la mente e i corpi sono appena disposti a ricevere:

Ma i bambini, i bambini in un aula dove
un mondo è possibile

e si noti che il perimetro dell’aula in Aglieco dilata la zona dell’infanzia e sfiorando un fanciullino pascoliano assimilato a una più fascinosa deità di gioventù pagana, la consegna a beneficio della vita intera:

I bambini che siamo stati ritornano nell’ora tarda

L’azione si correla così all’intattezza a cui non smette di alludere la Promessa istituendo l’oscillazione tra patria ed espatrio, natività ed esilio, quando assumeranno i nomi propri della Sicilia, del Nord, e di nuovo del fazzoletto di sangue della nascita, di quel:

angolo di mondo
che era tutto il mondo
il cui tratto vagante e portatile fluttua efficacemente attorno e fin dentro al lemma Casa, ed il cui sostrato ancorante sarà il:

… reliquiario di Sicilia
dove niente cambia

E qui si ritrova l’elemento connettivo misterioso, quasi animalesco, che fa di questo poeta disancorato e a suo modo ramingo, abitante provvisorio di litorali siculi quanto di nebbie e periferie lombarde, allo stesso tempo un intellettuale solidamente radicato e, se pur libero e affacciato a un mondo anche topograficamente vasto, rimasto pervaso dai dissidi della sua terra, irradiato interiormente dalla sua luminosità lata e insostenibile. Da questa terra-simbolo è necessario:

Partire  – ma sarà:  col malfidato nel cuore

dato che questo partire, abbandono d’ogni madre, si rivela inquinato d’amarezza e non bastevole, alla conoscenza né all’esistenza, e perciò richiede alla poesia di volgersi e volgersi ancora, gli occhi stretti a fessura verso una luce bassa, a una visione cara e funesta: il supplizio di questo autore. In questi luoghi poetici Aglieco sa rinnovare solo tradendolo l’antico patto siglato sulle spiagge native ne L’ultimo capodanno, in Giornata:

Dimentica quella promessa, quella promessa
nell’unico ricordo. E saremo in pace.

Il patto a che la vita risolva tutte le promesse rompendole, nel paradosso dell’abbandono, riuscito e impossibile, affiliato a una radice mozzata e irrecidibile:

… il tempo è
costruito sulla luce, sulle ferite della gente, non
muta niente.

A questo transito costitutivo e pendolare (tra io e me, patria ed esilio, fedeltà e superamento, liberazione e perdita, condivisione e inimicizia, nome proprio e nome Nessuno, nascita e Storia), la poesia fornisce il tratto congiunturale, cicatriziale, essendo la voce poetica infine l’unico sedimento del tormentato accadere, il segmento che addentella la perdita e il ritrovato nome. Nella poesia, grazie al cortocircuito lirico, le frontalità oppositive si ribaltano, si annullano, e l’abbaglio lancinante di una Luce oriunda si smorza in un corollario di lacrime asciutte, iridi che lasciano  intravedere  via via nient’altro che una riga letterale, un ‘tracciato’ aspro e fecondo come un solco, aperto all’inversione del dolore che trasforma la smorfia d’una maschera d’agrume illuminandola di una scabra Pace:

… Tu ferivi la luce, un
tempo, con righe contratte sul viso
cancelleremo queste espressioni, vedrai
ricominceremo da un semplice
tracciato, ricordando.

____________________________________

*Paolo Donini è nato nel 1962 a Pavullo (Modena) dove vive. Ha pubblicato poesie e saggi sulle riviste “La Mosca di Milano”, “Anterem”, “La Clessidra”, “Vernice”, “Tracce”. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta Incipitaria (Genesi Editrice, Torino), e L’ablazione, La Vita Felice 2010.

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4 thoughts on “Ritirare il soggetto. Poetica da una poesia in Sebastiano Aglieco

  1. Pingback: Un testo di Paolo Donini sulla mia poetica | Compitu re vivi

  2. raramente si legge tanta lucidità argomentativa messa in forma da una voce umile come quella di Paolo Donini. E Sebastiano Aglieco è in perfetta sintonia riguardo alla messa-a-lato dell’io, per far passare, nelle parole, la biografia e l’apertura storica.
    Per quanto riguarda il rapporto poesia-poema, ragiona in simile stampo Heidegger ne “In cammino verso il linguaggio” quando parla del “luogo del poema”, che sempre si sottrae per consentire al mondo di esserci in quella precisa declinazione.
    un saluto!

  3. Si, Stefano, forse si incontrano due umiltà, prima che due screitture; o due umiltà nella scrittura… Grazie. Chiaramente aspetto il tuo libro. Sebastiano

    • Ringrazio Stefano per il suo commento e Samgha per l’ospitalità al testo: a proposito di umiltà ricordo Agotha Kristof che in Ieri annota: per scrivere bisogna essere niente. Il che vale anche per leggere e scrivere su altri. Umiltà quindi? o forse metodo, “fantasia di avvicinamento”, il grazie centrale va a Sebastiano Aglieco per la sua poesia,
      un caro saluto
      Paolo Donini

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