Saggi/Travelogue

L’impero globale di Kublai Khan

Roof

Fig. 1

di Stefano Gulizia

Una delle caratteristiche a prima vista emblematiche di Niccolò e Maffeo Polo, rispettivamente padre e zio del più celebre Marco, mercante e memorialista, sembra essere stata la velocità—una prontezza di carovane arse e furibonde che sfidavano i deserti per ricongiungersi alle finestre adornate e cesellate intorno al Rialto, agli stampatori e barattieri di Campo San Fantin, e ai cicalamenti di ogni buon sotoportego affollato di prostitute, luci umide e tremolanti, odori di polenta e marinai croati. La dimensione continentale delle piste della seta, nella sua inospitale durezza, si rivela sempre più come una specie di inganno perché in Cina, almeno nell’opinione del Papa che guardava riflessi nello specchio del Mediterraneo i paesi del domani, bisognava anche arrivarci come se si sbarcasse dal mare. Così i Polo veneziani, di ritorno da una visita alla capitale del Khan intorno al 1265, riportarono al soglio pontificio le prime lettere che richiedevano l’ingresso nell’impero di decine di missionari cristiani. Nel giro di due generazioni, in una fretta di schiene e mani, o nel pudore di balconi e orchidee sospesi sopra vasti altipiani, il Testamento antico e nuovo penetrò, in traduzione, fin nei recessi della Mongolia.

Francescani come Giovanni da Monte Corvino e Odorico da Pordenone abbandonarono querce e faggeti per diventare cittadini di una società tanto multietnica da scricchiolare sotto il peso della propria diversità culturale. Uno di questi nuovi dignitari, morto all’inizio del Trecento, divenne vescovo del Quanzhou, un distretto dell’attuale regione del Fujian; un altro suo emulo, di fede islamica, ebbe simili riconoscimenti, come se dopo tanto girovagare fosse giusto, oppure un dovere, che la loro lapide contenesse l’onore di un’improbabile epigrafe in arabo o latino.

Oggi i reperti delle loro tombe, insieme ad altri oggetti di vita quotidiana, raffigurazioni di sincretismo religioso, e numerosi esempi di perizia decorativa sia tessile che pittorica, sono stati riuniti nella collezione del Metropolitan Museum di New York, che non cessa di stupire per la sua espansione cronologica e geografica, in confronto a molte altre istituzioni mondiali. Due anni fa, nel 2011, due mostre specifiche cercarono di portare nuova luce su questa imponente sezione del museo cittadino: una parte meno frequentata, avara di turisti anche nei giorni di festa. La prima si intotlava The World of Khubilai Khan: Chinese Art in the Yuan Dynasty, e comprendeva una sezione di spettacolare interesse sugli scambi tra l’impero cinese e i paesi stranieri; la seconda, The Yuan Revolution: Art and Dynastic Change, malgrado il titolo ambizioso, aveva lo scopo più tradizionale di delineare un percorso all’interno delle raccolte permanenti di Manhattan per documentare gli sviluppi artistici della Cina sotto il dominio mongolo e nei primi anni della dinastia Ming.

Belt

Fig. 2

Ma se la fibbia di giada con il falco predatore [Fig. 2] è un’immagine di gusto spiccatamente “ellenistico” e i fiori di loto ricamati su alcune mantelle da viaggio—un motivo tipico del regno Tianli, del primo Trecento, chiamato manchijiao—riportano al tipo di ‘cineserie’ imitate in Europa ai tempi di Van Gogh, la poderosa terracotta smaltata del dragone, di 187 × 124 cm, pensata come ornamento apotropaico di un soffitto (ma anche funzionale allo scolo dell’acqua piovana) [Fig. 1], i modelli lignei di abitazioni domestiche e di teatri di corte posti al centro di elaborati corredi funerari, o i gruppi marmorei dedicati ad ufficiali militari incutono un rispetto silente e annichilito che ha più a che fare con le categorie del monumentale, del mastodontico o, semplicemente, dell’imperiale.

Quello che questi manufatti ci chiedono di fare è di considerare la Cina di fine Duecento e inizio Trecento come un immenso melting pot multirazziale, dove l’accesso portuale dall’Oceano Indiano crea una società porosa molto simile a quella del Mediterraneo studiata da Fernand Braudel e dalla scuola delle Annales francesi negli anni ’70, Persino le catene dell’Himalaya si rivelano un crinale di sperimentazioni e prestiti culturali invece che la barriera naturale fissata da una giogaia inaccessibile e tremenda. La difficile armonia tra popoli diversi, e le loro religioni, risponde a un principio al tempo stesso ideale e pragmatico, affine alla descrizione dei benefici dei vari climi data da Lucrezio nel De rerum natura, quando afferma che «l’aria differente porta a un riequilibrio dei corpi» (varius concinnat id aer, 6.1118).

In questo contesto si comprendono meglio alcuni specifici documenti in mostra a Manhattan, come la stele marmorea con scene influenzate dall’eresia nestoriana, o il bassorilievo in granito proveniente da un tempio di Shiva della regione del Quanzhou con la leggenda di Gajaranya Kshetra, un famoso elefante di tradizione Hindu. La dinastia Yuan permutò con zelo costante molteplici tratti del Daoismo e Buddismo di matrice tibetana. Percorrendo le installazioni murarie del tempo dell’imperatore Kublai Khan, destano molta impressione i dipinti su rotolo di vari luohan o arhat, ossia apprendisti che hanno raggiunto un livello intermedio di perfezione ascetica e a cui sono state dischiuse comunque le porte del nirvana, dell’illuminazione spirituale—rappresentazioni non sempre improntate a serenità, ma spesso deferenziali, e qualche volta umoristiche, come nel caso del mendicante che, intento nella meditazione, non si accorge che il vento gli ha scoperto il ventre flaccido.

Cosmological mandala

Fig. 3

Un vertice sublime di questi rapporti tra l’impero cinese e la cultura indo-himalayana si tocca con un arazzo cosmologico (tecnicamente una mandala, un diagramma celeste), di circa 84 cm quadrati, che raffigura il mitologico Monte Meru, simbolo di purezza, visto come una piramide rovesciata sopra un labirinto di fiori di loto. In sostanza, una versione esoterica del Purgatorio occidentale e un documento straordinario non solo dell’assiduo network tra i monasteri del Tibet e la corte mongola ma anche di quelle fonti islamiche che il medievista spagnolo Miguel Asín Palacios aveva collegato alla Divina Commedia di Dante [Fig. 3].

PillowTheater

Fig. 4

La parte forse più toccante della sezione cinese del Metropolitan Museum, anzi un vero e proprio museo nel museo, riguarda il teatro. Moltissimi sono gli esempi di modellini e di palcoscenici, uno addirittura inserito in un cuscino prezioso [Fig. 4], e le terracotte di attori che sembrano sorprendentemente simili alle metope dei templi greci, con la loro vivacità comica da farsa paesana e per l’uso di rudimentali strumenti musicali. L’idea di teatro che pervade la dinastia Yuan ha un notevole raggio d’azione e di penetrazione sociale, dal dramma di palazzo al cabaret seriale di piazza, il cui canovaccio, definito hó-t‘aò, prevede un’alternanza tra voce femminili e maschili.

Fin dal 1960 si conoscevano repliche tombali di teatranti e figurine da varietà, come quella dell’attore “fischiante”, ma la massiccia documentazione di New York risulta uno snodo fondamentale, in cui è possibile, nello spirito della metodologia post-processuale capeggiata dal professor Ian Hodder di Stanford, porsi domande di archeologia che vanno al di là dei confini nazionalistici o di puri interessi di conservazione, arrivando a inquadrare temi etici di convivenza e tolleranza all’interno di quel vasto territorio culturalmente ‘alluvionale’ che era, a un certo punto, la Cina.

Quando, nel 1954, il grande sinologo Joseph Needham avviò la pubblicazione del suo capolavoro, Science and Civilisation in China, la tradizione storiografia era dominata dalla sociologia weberiana, le cui ricerche cercavano di stabilire un nesso tra l’etica protestante e la nascita del capitalismo. Needham, che insisteva sull’equivalenza strutturale dei due mondi all’epoca dei primi contatti tra Europa e Asia, incontrò sarcasmo e diffidenza; ma molto dello spirito marcopoliano, che lo portò a interessarsi degli scambi reali tra scienziati e mercanti, è stato oggi rivendicato in un’atmosfera intellettuale differente: aperta a studi di cultura materiale, abituata dagli antropologi a guardare oltre il mondo continentale (specialmente verso il Pacifico) per spiegare fenomeni ideologici di lunga durata, e tollerante nei confronti di un modello di crescita economica alternativo all’economia classica. Decorazioni e arazzi cosmologici contengono questi elementi solo in embrione, come in una camera oscura, ma di certo denotano un interesse per la Cina assai più ampio di quel che era disposto a concedere Thomas Malthus nel suo Saggio sul principio della popolazione.

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One thought on “L’impero globale di Kublai Khan

  1. Grazie a te, Stefano e a tutti coloro che intervengono con articoli così stimolanti ed aperti sul mondo, facendo di SAMGHA un luogo d’incontro e di scambio d’idee senza pregiudizi: qui in Italia ne abbiamo disperato bisogno.

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