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Una favolosa fragilità: Isabelle de Borchgrave al Museo Fortuny

L’abbraccio di Siegmund e Sieglindedi Marco Faini

Esiste a Venezia uno scrigno avvolto di perenne penombra, eppure trionfante di colore e glorioso di sfrenati arabeschi. Dietro Canal Grande, Campo san Beneto s’impicciolisce oppresso dalla mole gotica di palazzo Pesaro come uno zanni di commedia inchina sghembo il suo burbanzoso e iracondo padrone. Quel trionfo di ogive, colonnine tortili, leoni ròsi dalla salsedine fu scelto quale nido ideale dall’ingegno falòtico di Mariano Fortuny. Mariano Fortuny y Madrazo, per l’esattezza. Nato nel 1871 a Granada, fu artista nel senso pieno del termine: pittore, scultore, fotografo e architetto. Molti lo conoscono come l’amico di Gabriele D’Annunzio e di Richard Wagner (e proprio in questo periodo una mostra celebra il legame tra i due), come colui che progettò il rinnovando teatro di Bayreuth. Ancora il modello ligneo si offre al visitatore, perfettamente integro, adagiato nella prima di due stanzette affrescate dall’artista con motivi floreali, incrostate di macchie di colore e penetrate d’odore d’acquaragia, come se da poco il bizzarro abitatore fosse uscito intabarrato a inseguire un’ansa di canale, un angolo di fondamenta, una voluta di capitello da trasformare in motivo fantastico per i suoi tessuti.

Giunto da pochi anni a Venezia Mariano cominciò infatti ad interessarsi di moda, ideando una collezione di abiti ispirati alla Grecia classica che ottenne straordinario successo, spargendo i suoi incanti tra le piumate, trasognate mantidi belle-époque: tra loro, Isadora Duncan. Impiantò dunque Mariano un piccolo stabilimento ancora visibile sulla Giudecca: un edificio basso di mattoni che, accanto al Molino Stucky, sembra un bimbo che si stringe a un padre premuroso e protettivo. Tra quelle mura si forgiò la sua fortuna: qui prese a produrre i suoi rinomati tessuti. La scelta delle fantasie, ispirate al Rinascimento italiano, al Settecento veneziano ma anche a suggestioni esotiche, riformulate secondo i dettami del gusto contemporaneo, e i particolari colori ottenuti applicando antiche tecniche, conferivano alle sue stoffe un fascino unico e antico, come di augusti panni dogali, eppure armoniosamente vivificati da infiorescenze liberty.

Da quando ho scoperto i recessi di Palazzo Fortuny mi piace indugiarvi, lo sguardo che, traverso i vetri piombati delle ampie finestre, erra in tralice tra la selva delle altane e il pozzo pieno di muschio del cortile. Vi ho visto tante mostre – tra le ultime una che esibiva una impressionante schiera di maschere mortuarie, cerea galleria lombrosiana oppressivamente scandita dalla cimiteriale risacca, dal funereo borborigmo proveniente dalla porta d’acqua del palazzo. Ma, tra tutte, una esposizione mi è rimasta nel ricordo: Un mondo di carta. Isabelle de Borchgrave incontra Mariano Fortuny, cosí si intitolava quest’esibizione di un lustro fa. Ora la rassegna, dopo numerosi viaggi, ha fatto ritorno a Bruxelles, presso l’atelier dell’artista, dove, ancora per un paio di settimane, sarà visitabile.

Ecco che da un ben guardato ripostiglio della memoria mi si riaffaccia ora il ricordo di questa fragile raccolta di abiti, accessori, trompe-l’œil realizzati interamente in carta. Con essa, riaffiora prepotente la lussureggiante visione di parati color d’acquamarina e di corallo, di specchiere d’oro, di velluti, del formicolante barbaglio di Wunderkammer degli oggetti che affollano le stanze e le sale che ospitarono il laboratorio dell’artista spagnolo. Modelli in gesso e lampade bronzee, lampadari a motivi orientali specchiantisi sul pavimento di coccio veneziano, teschi animali, oggetti d’avorio, dipinti enigmatici, fotografie traboccano dalle vetrinette, gravano su le pareti, opprimono i soffitti. Abnorme boudoir tardo-decadente e liberty, ampolla distillante i piaceri di uno sfrenato estetismo, il palazzo è però anche il severo antro di un artefice laborioso e monacale, e un apocalittico teatro della memoria.

In questa atmosfera assieme greve e vaporosa ho assistito alla fantasmatica sfilata dei modelli della Borchgrave o, se si vuole, la loro mistica conversazione con lo spirito materiato di Fortuny. Una conversazione tanto coinvolgente e rarefatta da zittire, come incauti spettatori di un esoterico mistero ellenico, i capolavori di maestri contemporanei ospitati nel Palazzo e che altrove avrebbero a buon diritto braveggiato (ammutolivano cosí le opere di Lucio Fontana, Piero Manzoni, Mark Rothko, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso).

Museo Fortuny

Ma quale meraviglia, se il poliedrico Mariano ha fascinato il polimorfo spirito di Isabelle de Borchgrave, attratta dalla pittura, dalla ceramica e dai tessuti? Quale sorpresa se la tassonomia impazzita di Palazzo Fortuny ha accolto nel suo grembo un’artista che ha preso le mosse dall’alta moda, con la gestazione di una linea di capi, accessori e gioielli eloquentemente chiamata La Tour de Babelle, a sottolineare la natìa vocazione alla mescolanza e all’ibridazione? Ma poi ecco che Isabelle approda nel 1998 ad una nuova fase della propria carriera, scoprendo la carta. In quell’anno allestisce una mostra dal titolo Papiers à la Mode che si arricchisce negli anni venendo ripetuta a Parigi ed Anversa. Parigi, Anversa, Lione, Venezia ed ora Bruxelles: certo questa mostra che ha attraversato le capitali della moderna arte tipografica porta la carta inscritta nel proprio destino.

Papiers à la Mode si proponeva di realizzare particolari abiti: ciò che è stato possibile vedere l’anno scorso a Washington in una mostra intitolata Prêt-à-Papier: The Exquisite Art of Isabelle de Borchgrave. Diverso, e infinitamente piú impegnativo, è però rendere un mondo intero, la tonalità spirituale di un’epoca, come l’artista ha tentato con i suoi omaggi alla Firenze dei Medici o ai Ballets russes di Diaghilev. E, mirabilmente, con il mondo fin-de-siècle di Mariano Fortuny. Ricamo, linea senza volume, cromatismo squillante, dorature, bizantinismo: un unico, intemporale alveo figurativo accoglie Fortuny e Isabelle de Borchgrave e, con loro, il piú riposto nucleo memoriale e simbolico di Venezia. Una smisurata distanza li separa dalle allucinate, oscure, polverose, tarmate, consunte, ossessive gallerie del palazzo veneziano che domina emblematicamente una memorabile scena di Fondamenta degli incurabili di Iosif Brodskij. E, assieme, quanto lontano appare dal mondo di Fortuny e Borchgrave lo spettro di una Venezia crepuscolare, tana d’elezione del mostro monocolo D’Annunzio nel Notturno.

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Al contrario, leggo, nella presentazione dell’artista sul suo sito, parole come «Dorures, perles, soie, velours», marca di un mondo in cui «Dansants, ces personnages de papiers et de fils de fer nous jouent une musique toute de couleur»; e mi pare di cogliere, in questo mondo smaterializzato, leggero, calviniano la cifra di questa artista. Ricordo l’esibizione snodarsi per i tre piani di Palazzo Fortuny seguendo un percorso che conduceva progressivamente ad una dimensione onirica e visionaria. In questo cammino neoplatonico il piano terra squadernava la concretezza della creazione artistica, fingendo l’atelier della Borchgrave con i disegni, lo stillare dei colori, i pennelli e gli strumenti ingrommati di vernice e colla. Proseguiva poi nella fantasmagoria del primo piano, attraverso l’esibizione di capi ispirati alle opere di Fortuny, mischiati ad autentici lavori dello spagnolo. La teurgia prevedeva qui non solo l’evocazione di Mariano, ma la sua negromantica apparizione attraverso trompe-l’œil che lo raffiguravano al lavoro nel suo studio. L’ultimo stadio dell’ascensione – al secondo piano -, rivelava, come un’apparizione in somniis, un meraviglioso padiglione orientale, lavorato con stupefacente perizia con ricami a traforo e arricchito da stole, tappeti e abiti di seducenti principesse esotiche, patente omaggio alla secolare attrazione di Venezia verso l’Oriente e le sue favolose suggestioni.

I filosofi del Rinascimento pensavano che la storia dell’uomo fosse attraversata da un unico, antichissimo insegnamento che, mutando forme, si manteneva, nel suo nucleo, invariato: una prisca o pia philosophia che carsicamente emerge nel dipanarsi delle vicende storiche. Se torno ora con la mente a quell’esibizione di molti anni fa, mi pare che Isabelle de Borchgrave abbia compreso e svelato qualcosa di simile: un’intuizione che, liberandosi dalla gravezza dei corpi e della materia, si deposita nelle forme, nel contorno, nel colore e passa dall’età bizantina, al tardo gotico, all’Art nouveau giungendo fino a noi, fragrante e misteriosa, abbagliandoci con immutata lucentezza.

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2 thoughts on “Una favolosa fragilità: Isabelle de Borchgrave al Museo Fortuny

  1. Non sono del tutto d’accordo con l’intervento precedente: ci si lascia invece sedurre e condurre dall’eleganza e dalle interconnessioni che emergono nell’intero post, un luogo di Venezia regala un itinerario stratificato nello spazio e nel tempo. Aggiungerei poi che molto ha anche a che fare con le connotazioni attribuibili al verbo “perdersi”; in questo caso, almeno per me, è un accettare di perdersi nelle molte suggestioni che materiano il post esattamente come il non-turista o l’anti-turista dovrebbe saper perdersi a Venezia: seguendo intuizioni, inclinazioni, letture, suoni, odori, per uscire dalla città lagunare trasformato ed arricchito.

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