Poesia/Recensioni

La poesia di Maria De Lorenzo (con antologia di testi)

di Bruno Nacci

Ophelia (Millais)

Ophelia (Millais)

La poesia di Maria De Lorenzo attraversa, con discrezione e fermezza, gli ultimi quarant’anni di storia letteraria italiana, e appartiene certamente a quel filone laterale che, con consapevolezza, si tiene lontano dalle correnti, per non dire dalle mode, soprattutto quelle imperanti negli anni settanta e ottanta. Niente a che vedere con la marginalità, più o meno coltivata come una professione di fede a sua volta redditizia, ma con la fedeltà a un’idea di poesia vissuta quasi come un impegno civile (di civiltà) come fu per altre poetesse più o meno contemporanee (tra le altre: Helle Busacca e Fernanda Romagnoli). Questo non vuol dire che in lei non si avvertano forti le influenze della poesia alta del tempo della sua formazione, come Ungaretti, da cui prende il gusto del verso breve e spezzato, scarno fino a rasentare il silenzio, come intuì all’inizio, e giustamente, Angelo Maria Ripellino, in una direzione “meridionalesca e umanistica” secondo la definizione di Marzio Pieri. Ma al fondo di una vocazione gnomica, dove lo scoglio a cui si appiglia (l’Utopia) viene ribadito contro ogni tentazione di scoramento, c’è pure una inclinazione, verrebbe da dire segreta tanto è usata con parsimonia, al catalogo, alla somma dei reperti visivi, dove il piacere dell’elencazione, dello sguardo avido di realtà, sopravviene con uno slancio immediato e con effetti di coinvolgimento emotivo rari e penetranti. Penso a Fiori d’arancio e la bella stagione, ma anche la conturbante Parola d’amore, in cui il gusto dell’accumulo in funzione lirico-narrativa di Ripellino, non a caso uno dei suoi primi lettori, emerge in tutta la sua innocente e dolente avidità, e sono i suoi momenti migliori. Avrebbe potuto forse osare di più, penso a certi scatti tra la metafora e una sensibilità in cerca dell’immagine, poi trovata, come nei due bellissimi versi: “Amore che sarà del tempo speso/ad aggiustarti addosso come un guanto?”, in cui il sentimento privilegiato (l’amore), quello sublimato e rarefatto di tanti cantari e canzonieri, all’improvviso diventa un gesto comune, quasi istintivo, immagine quanto mai femminile a cui la domesticità dona una grazia imprevedibile (giusta l’affettuosa e acuta osservazione di Borsellino del legame strettissimo in lei tra la parola e l’immagine). L’elenco, l’irrinunciabile severità, la stessa parsimonia metaforica, la brevità come scelta che impone il controllo lessicale non meno di quello più genericamente espressivo e che non di rado si affida ai concetti, sembra abbiano a che fare con quella che, a prima vista, può sembrare una semplice bizzarria: la mancanza di punti fermi. Questo rifiuto di porre un limite, sia pure solo grafico, rivela forse un bisogno che il verso e il pensiero lascino intravedere altro da sé, che il respiro esali lentamente, sprofondi nel bianco della pagina e non s’impoverisca in un’argomentazione. Sarebbe poi da indagare la persistenza del mito di Ofelia, più quella di Millais che di Shakespeare, con il suo lascito di metamorfosi erborea, ctonia (la lezione ovidiana), di trapasso mortale inteso come riassorbimento, sfacimento negli elementi primigeni. Poetessa antimoderna, refrattaria a barattare la ricerca per la scheda nel casellario degli storici, ha guadagnato fino all’ultimo una sua costanza, non di rado aspra, nel rivendicare l’esigenza di uno sguardo severo, lucido e disincantato: “Se nelle vene non avessi il sangue/di Bruno e Campanella”, scrive in una delle sue ultime poesie, che conclude “muovo sassi per far qualche scintilla/e non perdere il vizio delle stelle”.

Da In bilico, con prefazione di Angelo Maria Ripellino, Roma, Carucci, 1974

 Miele

1
Prima che il miele
si converta in fiele
lo estrarrò
in piccoli favi
e con molta cautela
perché ogni goccia
ritorni nettare
nel suo fiore

2
Il mio cercare
non è che il rotolarsi
del seme
all’alito dell’aria
*
Sapienza

1
Esala
il tuo profumo
anche
se non sai perché
nemmeno quelli
che annusano
sanno

2
Il ragno
fila
la morbida tela
anche fra i rami
polverosi e storti
e tu ancora indugi
sulla soglia
col tuo bagaglio
di iridate parole
*
Favo

Ape
miele
anima
Il più
del tuo vivere
in volo
*
Fuoco sotto la cenere

1
In un cespuglio di ginestre
ho nascosto pensieri arditi
I brandelli delle ferite
sui rovi delle scarpate

2
Testimone
di un grande segreto
fuggo
e come una nuvola
mischio le carte
per rifare il garbuglio
della mia felicità
*
Intesa

Il molle bruco
si arrotola
sulla foglia
tremula
e la divora
*
Oltre la siepe

1
Se dal ramo
osi staccare
il frutto maturo
o dallo stelo
cogliere
il fiore
sbocciato
ti attiri addosso
un vespaio

2
Con una fitta
gragnuola
di colpi
mi piove addosso
in mille pezzi
il paradiso

3
La dimora del crimine
è sempre il paradiso
*
Cromatismi

1
La pietra
cede
il colore
al muschio
che la riveste

2
Anche il cardo
si fa il suo colore
e l’ortica
la sua lucentezza

3
I miei colori
sono attaccati
agli abiti
che smetto
quando il tessuto
non è più nuovo
E subito
torno a cercarli
*
Se

1
Se la luna
si affaccia
la trascinerò
fin qui
per il solito stornello
della sera

2
Comporrò
senza fretta
Se la luna
è apparsa all’improvviso
e nel cuore
ho avvertito un sussulto
includerò nel mio canto
tutto il tempo
e il desiderio
dell’attesa
*
Io

Io sono
l’opera più bella
del mio istinto
di conservazione
Il prodotto
pulito
della grande lima
del mondo.
*

da Ofelia e altri nomi, disegni di Giacomo Porzano e postfazione di Massimo Riposati, Roma, Carte segrete, 1980.

Rimani ancora un poco
a dondolare
tra i vacillanti rami
con la veste trapunta
di ortiche
e sarai bella
dove nessuno potrà vederti
*
Ofelia
Margherita
Milena
Cristina
vite acerbe
con midollino tenero
da succhiare nel guscio
nutrimento adatto
alle imprese virili
Poi
tutte
giù
nella vecchia discarica
del Mondo
*
La tua femminilità
si è ricoperta
di ruta e rosmarino
Nel ruscello
col suo velo la veste
ha crivellato il fiore
della tua carne
per pappataci
e uccelli di palude
*

da Diario d’utopia, con un saggio introduttivo di Marzio Pieri, Roma, Empiria, 1999.

Sono uscita fuori dalle mura
correndo dietro alle parole in fuga
Sui sogni inciampo
e resto un po’ acquattata
sotto gli spari delle sentinelle
Poi mi rialzo e riprendo la strada
parola per parola
*
Rompe il bozzolo tutta seta d’oro
la trepida farfalla
per segnalare un fiore
Nel vuoto caracollano le stelle
per denotare i moti universali
Solo io resto chiusa e annichilita
dentro un grumo di tacite parole
*
Anche alla Luna ho chiesto
come sei?
Come te –mi ha risposto-
Mostro una faccia
e tutto il resto è oscuro
*
E plasmandomi donna
con pazienza infinita
dentro mi incalza un sosia
di crudeltà inaudita
*
Se scavare saprai
sotto ogni città
ritroverai sepolto
un vecchio dio
*
Fiori d’arancio e la bella stagione
a perdersi nell’angolo remoto
un tavolo per due nel ripostiglio
vetrinette con pupi e bamboline
e le loro vicende inenarrabili
l’orologio a cucù tempo in voliera
farfallette di carta colorata
appuntate qua e là sulle tendine
come giorni incrostati alle pareti
e del sole lassù vago terrore
Talora batte in picchiata sui vetri
il racconto sonoro del moscone
subito tacitato dal giornale
finché non ti sorprendi ad affissare
l’esilissimo raggio che trapela
dalle imposte socchiuse
sul dorso incustodito della mano
rivolo di sorgente peregrina
orlo smarrito di cima vespertina
seta sfuggita ad operoso baco
bava filata di fresca lumachina
pendula ragnatela delle sfere
improvviso apparir d’alta marea
nella ferma magia di un plenilunio
l’avvento della stella sulla greppia
lama lucente di morte assassina
*
Ecco santi e madonne scortecciati
dentro gli scranni della sacrestia
giacere nell’oblio
e angeli appoggiati accanto all’organo
con l’ali polverose e sforacchiate
sotto laceri addobbi a bocca chiusa
tralucere le trombe del giudizio
e stanchi pellegrini
immobili sostare
senza più alcuna stella che li guidi
o roccia da cui spilli acqua sorgiva
*

da Madre cometa, con prefazione di Franco Ferrucci, Firenze, Polistampa, 2005.

Ora la madre ha cerulee pupille
nel suo letto di morte
Io da carboni ardenti
le vidi tramutare
in scaglie di diamanti
come le rose dei begli orecchini
che prima delle grandi ceromonie
usava strofinare con il fiato
e un pizzichino di bicarbonato
*
Da un profondo sonno d’oblio
riemerge la madre regina
e ritrova il suo mondo bambino
del suo latte ancora affamato
Si sciolgono i neri capelli
sul bianco cuscino
e filastrocche e improperi e canzoni
dalla sua bocca tornano a fluire
come note portate dal vento
Lo schioccar delle dita le accompagna
Il seno a un tratto s’apre
e il ventre si scopre
occulta dimora a mostrare
l’inesausta fonte della bella stagione
il sacrario prezioso del perduto suo re
*
Chi può dubitare
che l’amore
non sia una strana voglia
di candore?
*

da La tenue vita, postfazione di Nino Borsellino, Roma, Fermenti, 2012.

Neppure il lepisma

Vorrei riprodurre
le attrattive del mondo
senza trascurare neppure il lepisma
che al buio si annida tra le polveri
soave nutrimento per la sua veste argentata
*
I pensieri sciamano
e tutti pungono
come api morenti
per succhiarne il vero
Io continuo a cercare le parole
per spalmare di minio
il fuggevole assalto
della mia verità
Parola d’amore
Prati fossi giardini e scarpatelle
campi boschi fontanelle e stalle
scuole ospedali androni asili casolari
cisterne scantinati collegi sacrestie confessionali
cantine magazzini e luna park
guardiole orfanotrofi refettori
con l’odore di brodo incenso e muffa
i luoghi deputati (e altri no?)
di quell’ardore speciale di tipo patriarcale
“ci metto anch’io una mano”
“anch’io ti aiuto a spingere”
“così lievita il pane”
“facciamo quattro salti sul divano”
Per i piccoli amore è un passamano
Braccia mani culetti e inviolati buchetti
bocche e vulvette e lente mutandine
tutto si agita in grandi gonfiamenti
sì che insieme a merende e merendine
all’unisono pulsano i cuori di quei vecchi
E’ un mescolio di parole leccose
di scompigli sussurri aggiustamenti
impudenza e tremore
imbarazzo e stupore
assalti e ritirate
trappole e inganni e rozze seduzioni
Pedofilia dice uno (e volge gli occhi altrove)
è parola d’amore
*
Amore che sarà del tempo speso
ad aggiustarti addosso come un guanto?
Sostienimi aiutami a finire tra le tue braccia
Le mie mani continuano a plasmarti
Tu vagavi nell’aria senza forma
Ho raccolto i tuoi pezzi e ti ho composto
bello nel tuo sorriso e ineguagliabile
*
Viaggiai a lungo al lume del sapere
ma da lontano una luce più forte
mi abbagliava
Senza saperlo mi trovai già in cielo
*
Fu un ballo in maschera
con occhi per guardare
e bocca per baciare

_______________________________

delomariMaria De Lorenzo (1921-2013) è nata ed è vissuta a Roma, dove si è laureata in lettere. Ha lavorato all’Enciclopedia Universale dell’Arte, ha tradotto dal russo opere di narrativa e La mia vita nell’arte di Stanislavskij (1963). Ha pubblicato sei  raccolte di poesia: In bilico, con introduzione di Angelo Maria Ripellino (Carucci, 1974); Ofelia e altri nomi, con disegni originali di Giacomo Porzano e postfazione di Dario Puccini (Carte segrete, 1980); Diaria d’Utopia, con un saggio introduttivo di Marzio Pieri (Empiria, 1999, premio Minturnae 2002); Reliquario d’amore, prefazione di Luciana Stegagno Picchio (Scheiwiller, 2002); Madre cometa, prefazione di Franco Ferrucci (Polistampa, 2005); La tenue vita, postfazione di Nino Borsellino (Fermenti, 2012). In tirature limitate sono usciti quattordici Madrigali d’Utopia (1996), a cura di Miriam Bellucci Tassi con una nota di Pietro Carriglio, e Gliommero (1998), con quindici acquarelli di Nino Tricarico.

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