Interviste/Poesia/Saggi

Tre domande a Enrico Fenzi sulla nuova edizione del “De vulgari eloquentia”

di Teresa Caligiure

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“De vulgari eloquentia” di Dante Alighieri, a cura di Enrico Fenzi, Salerno Editrice, 2012.

Interrotto al secondo libro e composto probabilmente tra la fine del 1302 e i primi mesi del 1305, il De vulgari eloquentia è una delle opere fondamentali della maturità di Dante. Enrico Fenzi ha da poco curato una nuova edizione commentata del trattato latino, corredata  di traduzione, per la Salerno Editrice. Il curatore propone importanti varianti riguardo all’edizione critica di riferimento, esaminando con ricca esemplificazione alcune articolate questioni filologiche relative al testo di un autore, Dante Alighieri, del quale non possediamo alcun autografo. Nel profondo e puntuale commento Fenzi sviscera, in maniera affascinante, il dispiegarsi del pensiero dantesco, esplicitandone la visione ghibellina e imperiale, strettamente legata all’analisi linguistico-geografica del volgare. A Fenzi spetta, inoltre, il merito di aver dimostrato come nel trattato la diagnosi linguistica spalanchi le porte alla diagnosi politica, evidenziando la funzione sociale e  civile della lingua  concepita da Dante, in modo innovativo, durante la fondante esperienza dell’esilio.

La preziosa edizione curata da Enrico Fenzi, con la collaborazione di Luciano Formisano e Francesco Montuori, uscita nel novembre 2012, inaugura la serie dei volumi previsti dalla Necod, acronimo che sta per «Nuova edizione commentata delle opere di Dante», promossa dal Centro Pio Rajna e coordinata da Enrico Malato, in vista delle celebrazioni per il settimo centenario della morte di Dante (1321-2021). Arricchiscono il volume una pregiata “Nota su La geografia di Dante” di Francesco Bruni, le due serie di testi franco-provenzali e italiani, che riportano integralmente i documenti poetici citati e a volte discussi da Dante nell’opera, e un’appendice con il volgarizzamento del trattato di Giovan Giorgio Trissino, che nel 1529 cura la prima edizione a stampa del De vulgari eloquentia.

1.Quali i nuovi apporti dell’edizione, e quali i criteri filologici adottati?

Cominciamo dai criteri filologici seguiti, avvertendo prima di tutto che l’edizione del Dve da me curata presenta un testo sottoposto a revisione critica, ma non è un’edizione critica, esclusa dai criteri direttivi della NECOD che non prevede apparati. In ogni caso proprio su questo piano l’edizione presenta qualche carattere di novità, staccandosi in vari casi  dalle scelte operate da Pier Vincenzo Mengaldo (ed eventualmente da altri prima di lui, a cominciare da Rajna) nella sua edizione critica (Padova, Antenore, 1968: vd. poi l’ed. annotata, nel tomo II° delle Opere minori di Dante, Milano-Napoli, Ricciardi, 1979), sin qui insuperata e impostasi come edizione di riferimento in luogo di quella a cura di Aristide Marigo del 1938 (Firenze, La Monnier). Al proposito va brevissimamente ricordato che il testo del De vulgari eloquentia si deve fondare su  tre manoscritti: quello di Grenoble, Bibl. Civique n. 580 (G), sul quale il Corbinelli basò l’edizione della princeps, Parigi, Giovanni Corbon,1577; quello di Milano, Biblioteca Trivulziana n.1088 (T), sul quale il Trissino condusse la sua traduzione, stampata nel 1529 da Tolomeo Ianiculo; quello di Berlino, Staatsbibliothek zu Berlin Preußischer Kulturbesitz, Lat. folio 437, (B), scoperto da Ludwig Bertalot nel 1917 e posto alla base della sua edizione critica dello stesso anno (Friedrichsdorf, Prostat, 1917, e poi Genève, Olschki, 1920).

I rapporti tra i manoscritti sono stati stabiliti dallo stesso Bertalot e in sèguito sono stati confermati senza possibilità di dubbio da Mengaldo: da un archetipo comune già afflitto da varie omissioni ed errori dipendono da una parte B, in genere più corretto, e dall’altra GT, indipendenti tra loro ma strettamente imparentati perché dipendenti da un antigrafo comune. Ai fini dell’edizione, gli studiosi hanno quindi dovuto sanare ove e come possibile  i guasti comuni e, questione importante e delicata, scegliere nei numerosi casi in cui B e gli altri due manoscritti si contrappongono con lezioni ugualmente ammissibili, ove al 50% di probabilità di B si contrappone l’altro 50% di GT. L’ultimo editore critico, Mengaldo, ha deciso di affidarsi in modo sistematico al più corretto B, scartandone la lezione «solo quando la presunzione d’errore a suo carico sia particolarmente consistente, e beninteso accogliendola tutte le volte che le varianti indifferenti resistono come tali all’analisi» (Introd., pp. CXII-CXIII). Insomma, il testo di Mengaldo, corretto con l’aiuto degli altri due manoscritti solo là dove fosse indispensabile, è il testo di B, molto più di quanto lo fosse nelle edizioni precedenti e segnatamente in quella del medesimo Bertalot. Tale scelta, va sùbito detto, continua ad apparire di per sé tanto legittima quanto opportuna. Non resta esclusa, tuttavia, la possibilità di qualche aggiustamento o si dica di un equilibrio leggermente diverso.  Al proposito va ricordato che Rajna ha ripetutamente manifestato forti sospetti su B dovuti non già ai suoi errori ma piuttosto a lezioni  che potrebbero celare un insidioso intervento correttorio del copista o di chi per lui, e tutti i suoi interventi dopo la scoperta del codice portano evidenti i segni di questa sua diffidenza, sino all’impegnativo saggio del ’30, Approcci per una nuova edizione del «De vulgari eloquentia» («Studi danteschi», XIV, 1930, pp. 5-78.), così come li portava l’ultima delle sue edizioni, quella allestita, senza apparato, per il Dante del ‘21. Ora, questa persistente diffidenza è dovuta anche a ragioni di ordine psicologico, visto che la scoperta del codice da parte dello studioso tedesco  comportava che si reimpostasse su altre basi il discorso critico al quale Rajna, basandosi sui soli codici G e T, aveva dedicato in passato tanto lavoro, approdato alla famosa edizione critica del 1896, seguita dall’importante minor dell’anno successivo (tra l’altro –cosa che Bertalot non manca malignamente di osservare- Rajna aveva svolto una fase di ricerca proprio nella biblioteca di Berlino), e di ciò è spia un acido scambio di battute tra i due. Non è su questo aspetto della questione, tuttavia, che occorre insistere. Piuttosto, importa che la questione posta da Rajna sia stata dopo di lui sostanzialmente negata:  ne rigettano i sospetti sia Marigo che Mengaldo, mentre, fiero difensore di B è stato in tempi più recenti Aldo Rossi, che è addirittura arrivato a pensare che la sezione finale del codice sia stata direttamente sorvegliata se non proprio scritta da Dante, e che l’intera opera sia stata studiata e postillata da Petrarca (Il codice “Bini” di Berlino e il De vulgari, e Descrizione di B, in Id., Da Dante a Leonardo. Un percorso di originali, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 1999, pp. 84-119 e 120-132). Ora, l’atteggiamento pregiudizialmente ostile di Rajna va sicuramente respinto, ma il problema da lui posto sembra tuttavia qua e là riemergere, come appare in un caso che ci si presenta immediatamente, all’inizio del trattato, ove per altro l’errore di B, che letteralmente rovescia il senso della frase, è evidente, sì che per quanto riguarda il testo non ci sono problemi.  In I 1, 2: GT oportet non probare; B oportet non solum probare, l’errore di B è abbastanza inquietante perché può mostrare l’intervento di un copista-correttore che intende con solum integrare il passo con qualcosa che riteneva necessario: «quia unamquamque doctrinam oportet non <solum> probare, sed suum aperire subiectum», mentre in verità ne stravolge inopportunamente il senso, dato che è proprio vero che qualsiasi dottrina non ha il compito di dimostrare l’esistenza del proprio oggetto e insomma dichiarare il proprio fondamento. Basti qui Conv., II  13  3: «ciascuna scienza si muove intorno al suo subietto, lo quale essa non muove, però che nulla scienza dimostra lo proprio subietto, ma suppone quello», rinviando almeno a Tommaso, In Post. Anal., I lect. 2 5; In Met., III 1 c 5 n. 4; Summa, I quaest. 1 art. 7.  A proposito di questo errore Rajna, nella recensione all’ed. di Bertalot, parlava di intrusione «fatta intenzionalmente», ed è difficile dargli torto: tutto fa credere, infatti, che qualcuno, leggendo il testo di Dante, non abbia avuto dubbi nel pensare che qualsiasi scienza deve dimostrare il proprio fondamento, e abbia integrato il testo con un solum che può insidiosamente presentarsi come concettualmente necessario.

Jean-Baptiste Carpeaux, Ugolino e i suoi figli

Jean-Baptiste Carpeaux, Ugolino e i suoi figli

Di qui, la presente edizione si caratterizza per la rinuncia a favorire pregiudizialmente la lezione di B, rifiutata, per esempio, in I 3, 1: obtentus contro B obtectus; I 4, 2 legitur contro B loquitur; I 6, 1  per verba contro B verbis; I 7, 4 gigantis contro B gigantis Nembroth, ecc. (rimando in ogni caso alladiffusa Nota al testo ove si discute di tutti questi casi).  Si è ritenuto di intervenire anche in vari altri casi sui quali si è esercitata l’attività congetturale di Rajna che emenda ottimamente un testo macchiato di molti errori ma che, secondo gli usi del tempo, altrettanto spesso eccede rispetto alla pratica moderna di rispettare più che si può il testo tràdito. Alcuni di questi emendamenti, poi, sono passati in giudicato e non se ne è data più avvertenza, sì che, per esempio, si può credere che in I 13, 4, là dove Dante nomina i pochi eccellenti toscani, con lui, Guido Cavalcanti e Cino ci sia il Lapo del famoso incipit: Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io: ma Lapo è correzione di Rajna contro i manoscritti che concordi danno Lupum, da non mutare fin ch’è aperta, con Gorni, la intricata questione della alternanza nelle antiche testimonianze di Lapo Gianni, Lippo Pasci de’ Bardi e Lupo degli Uberti. Ancora, in I 14, 5, nell’esempio veronese, Rajna ha di fatto imposto magara là dove il mara del manoscritti si lascia meglio sciogliere con manara, come già aveva fatto il Trissino (direi improbaile il maia, ‘mangia’, imperativo, proposto da Bartoletti e accolto da Tavoni nella sua edizione, Milano, Mondadori, 2011). In II 6, 6, l’elenco dei poeti che hanno usato un «gradum constructionis excellentissimum» è stato rimaneggiato da Rajna secondo criteri sia cronologici che di affinità che paiono estranei a Dante, e tutti hanno poi tacitamente seguito Rajna mentre a me non è sembrato il caso di alterare l’ordine dato dai manoscritti. Infine (altro caso piuttosto rilevante e accettato dagli editori successivi), è stato Rajna nell’edizione del ’21 a introdurre il nome di Guido Guinizzelli in II 12, 6, accanto a quelli di Guido Ghislieri e Fabruzzo Bolognese, attribuendogli così la paternità della canzone Di fermo sofferire della quale solo il tardo ms. Vat. Lat. 3124 conserva due stanze attribuite a un tal Simone Rinieri da Firenze, che, a dire degli esperti, non hanno proprio nulla di guinizzelliano. Tutti questi non sono che esempi trascelti da un elenco di interventi più ampio, ma bastino tuttavia a mostrare le due principali linee seguite nel restituire il testo: una maggior selezione critica delle lezioni di B, non più accettate in modo aprioristico, e una maggiore fedeltà ai manoscritti dinanzi a una serie di interventi congetturali di Rajna passivamente riprodotti di edizione in edizione.

2.In che modo  la geografia linguistica riflette la concezione politica dell’autore?

William Blake, Il vortice delle anime

William Blake, Il vortice delle anime

La geografia linguistica, della quale Dante è lo scopritore, non solo intrattiene rapporti assai stretti con la concezione politica dell’autore, ma propriamente contribuisce in modo determinante a darle forma. Per semplicità potremmo cominciare col dire che non è il Dante cittadino fiorentino ma il Dante esiliato, cacciato dal nido e peregrinante tra la sua Toscana e l’Italia del nord, a doversi confrontare da sùbito con l’italianissima ‘questione della lingua’, assumendosi la responsabilità di dichiarare in quale lingua egli stia scrivendo e perché. Quello che sarebbe stato superfluo al tempo della Vita nova, che pure dà la sua risposta, anche se su tutt’altro piano, diventa ora, nel 1303, urgente per chi vuole scrivere il Convivio: perché il volgare e non il latino? E quale volgare? Il De vulgari eloquentia, quasi una costola staccatasi dal trattato volgare, interverrà in corso d’opera a  definire la natura trascendente e per ciò stesso istituzionale e legittimante di quel volgare, con uno sforzo teorico teso a riscattare l’intelligenza empirica sin lì dispiegata nelle bellissime pagine del primo libro del Convivio. Proprio qui, infatti, Dante articola su più livelli il proprio discorso che muove dalla difficoltà e dalla sconvenienza di commentare in latino testi volgari; passa per la scelta tutta laica di andare in cerca e di giovare a un pubblico nuovo di non professionisti delle lettere, come «principi, baroni, cavalieri e molt’altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non litterati» (Conv. I 9, 5), e approda alla definitiva messa fuori gioco del latino attraverso un’idea del linguaggio quale elemento fondante della società umana in tutte le sue espressioni, perché è proprio e solo il linguaggio a fare dell’uomo, con Aristotele, un «compagnevole animale» (Conv. IV 4, 1). E come il primo libro del Convivio splendidamente spiega, e come il De vulgari eloquentia riprenderà, è la lingua materna e naturale che assicura questa funzione primaria e lega gli uomini in comunità civile: non certo il latino, lingua ‘grammaticale’ e artificiale creata in un secondo tempo e che solo pochi, a prezzo di studio e fatica, possono imparare. In tal modo, l’iniziale elogio del latino approda a un risultato affatto contrario, e tutto il problema del suo rapporto con il volgare è superato d’un balzo, diventando secondario e addirittura irrilevante entro la grande prospettiva sociale e civile che Dante assume come propria. Ed ecco finalmente il punto: l’esilio apre a Dante una grande prospettiva che da linguistica si fa politica, nel senso che la ‘questione della lingua’ è il varco attraverso il quale Dante  passa dal guelfismo municipale della giovinezza fiorentina alla visione ghibellina e imperiale della sua maturità italiana. Detto nella maniera più semplice possibile: la verifica dei volgari parlati considerati regione per regione nelle loro varietà esalta per contrasto la natura ‘illustre’ e anti-municipale del volgare che caratterizzava i prodotti più alti della lirica italiana, da quella dei siciliani (che per altro leggeva già nella forma toscanizzata) a quella dei bolognesi e infine a quella dei toscani da lui stesso capeggiati. Tale natura comune identifica dunque ai suoi occhi tanto una lingua italiana-quella del , ben distinta dalla provenzale d’oc e dal francese  d’oil– quanto una corrispondente e unitaria identità italiana che, nelle condizioni date, non può certo aspirare alla diretta, puntuale unità politica, ma può almeno cominciare a darle senso e concretezza proiettandola sullo sfondo comprensivo dell’idea imperiale.

L’esperienza dell’esilio –va ripetuto- è stata fondamentale, come proclama il passo famoso del De vulgari eloquentia, I 6,3, nel quale l’esilio è ormai contemplato come destino, e addirittura si rovescia precisamente nella condizione dolorosa ma privilegiata che di là dai miseri confini municipali permette di contemplare dall’alto, sub specie linguistica, popoli e nazioni:

Ma io, che ho per patria il mondo come i pesci hanno il mare, benché abbia bevuto nell’Arno prima di mettere i denti e ami Firenze a tal punto da patire ingiustamente l’esilio proprio per averla amata, regolerò la bilancia del giudizio più sulla ragione che sul sentimento. Certo, per la mia felicità e per la soddisfazione delle mie esigenze personali non esiste in terra luogo più bello di Firenze, ma sfogliando più e più volte i volumi dei poeti e degli altri scrittori che descrivono il mondo sia nell’insieme sia nelle sue singole parti, e analizzando dentro di me le varie localizzazioni delle regioni del mondo e la loro posizione rispetto ai due poli e al circolo equatoriale, ho verificato e posso ribadire che ci sono molte regioni e città più nobili e più belle della Toscana e di Firenze, di cui sono nativo e cittadino, e che ci sono vari popoli e genti che utilizzano una lingua più piacevole e più utile di quella degli italiani].

Nel De vulgari eloquentia I 12, 3-5, subito dopo aver citato con onore le canzoni Ancor che l’aigua per lo foco lassi e Amor, che lungiamente m’hai menato di Guido delle Colonne come esemplari del volgare illustre di Sicilia, Dante scarta all’improvviso dalla linea maestra del discorso, e introduce questa eloquente, e famosa, digressione che è opportuno citare per intero:

Ma questa fama della terra di Trinacria, se consideriamo con attenzione a quale conclusione ci porta, sembra sopravvivere solo quale marchio d’infamia per i principi italiani, superbi non al modo degli eroi ma a quello dei plebei. In verità quei grandi e illustri signori, l’imperatore Federico e il suo bennato figlio Manfredi, hanno mostrato tutta la nobiltà e rettitudine del loro animo, e finché la fortuna l’ha permesso si sono comportati da veri uomini, rifiutando con spregio di comportarsi da bestie. Proprio per questo chi aveva nobiltà di cuore e abbondanza di doni divini si è sforzato di tenersi a stretto contatto con la maestà di così grandi signori, sì che a quel tempo tutto quello che i migliori degli Italiani producevano nasceva alla corte di quei grandi re. E poiché la Sicilia era la sede regale, è avvenuto che quello che i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si chiamasse ‘siciliano’: cosa che tutti noi accettiamo e che i posteri non potranno mutare. Racà, racà! Cosa suona, ora, la tromba dell’ultimo Federico? Cosa la campana di guerra del secondo Carlo? Cosa i corni dei potenti marchesi Giovanni e Azzo? Cosa i flauti degli altri magnati? Niente altro che: «Assassini, venite a noi! Bugiardi, venite a noi! Servi dell’avidità, venite a noi!»

Doré

Gustave Doré, Gerione

Il giudizio sul siciliano illustre e su Federico II e Manfredi e, di più, il nesso di consustanzialità che Dante coglie tra quel volgare e quella curia nella quale si scopre che il volgare illustre, una volta definito come tale,  aveva trovato il proprio adeguato ubi consistam politico e sociale (si vada a Dve I 18), è frutto dell’allargamento e, propriamente, dello sfondamento prospettico testimoniato con tanta forza dal precedente capitolo sesto.  Aggiungendo che la natura politica del De vulgari eloquentia è contenuta per intero in questo gesto di inaudita novità e coraggio che fa dell’esilio un acquisto per sempre. Al proposito, si è giustamente detto e scritto di una concezione dantesca che si sta aprendo all’idea dell’impero, superando gli stretti confini, seppur a suo tempo nutritivi, del repubblicanesimo brunettiano. Il passaggio dallo scrutinio linguistico all’esaltazione degli imperatori Svevi è netto e conseguente. La rinomanza dei poeti siciliani, dice Dante, non vale per sé, ma va riportata alla fama della Sicilia tutt’intera e, concretamente, alla fama di un suo memorabile e concluso momento di splendore politico e culturale che ha affascinato e al quale hanno collaborato tutti gli Italiani migliori. Il richiamo a tale grandezza, nel presente, serve soprattutto quale termine di confronto che smaschera la miserabile volgarità dei prìncipi italiani, tra i quali vanno compresi gli stranieri che regnano in Italia, cioè, come dice Conv. IV 6, 20: «voi che le verghe de’ reggimenti d’Italia prese avete». Tale mossa è in effetti eclatante, quale prima e compiuta testimonianza di un Dante ghibellino che con premeditata violenza sovverte la linea portante del guelfismo fiorentino e osa l’elogio più alto, attribuendo agli «illustres heroes Fredericus Cesar et benegenitus eius Manfredus» quell’’eroismo’ che i principi italiani non hanno. Per il concetto basta, infatti, volgersi a Tommaso, In Eth., vii lect. 1 1298, commentando Aristotele, Eth. Nic., vii 1 1145a 18-22: Dice dunque [Aristotele] che alla bestialità efficacemente s’oppone quella virtù che oltrepassa la comune misura umana e può essere detta eroica o divina. E infatti i gentili definivano come eroiche le anime dei morti più insigni, che dicevano addirittura essere stati assunti tra le divinità. Ma non solo ‘eroi’, e dunque proiettati in una dimensione più che umana, «heroica seu divina», dato «ch’elli son quasi dei», per dirla con Le dolci rime 114: essi sono anche ‘illustri’, sì che della natura divina essi hanno anche la capacità di ‘illuminare’ le realtà inferiori, secondo l’accezione che più avanti, in Dve I 17, 2 sarà applicata al volgare. Infine, con le parole di Dante, tali principi «humana secuti sunt, brutalia dedignantes», finendo così per stringere in un sol nodo ‘umanità’ e ‘divinità’, e riportandoci a Tommaso che nel paragrafo che immediatamente segue le parole sopra citate continua affermando che l’uomo può corrompersi e precipitare al livello delle bestie, oppure esaltare le proprie capacità razionali sì da raggiungere un grado di perfezione quasi a somiglianza delle sostanze angeliche, e questa è chiamata virtù divina, superiore a quella umana e comune (ma naturalmente è inevitabile citare almeno  Inf. XXVI 118-20: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza»). Dante, insomma, coltiva l’immagine di una curia che era stata capace di calamitare i migliori ingegni d’Italia e di raccogliergli entro una prospettiva politica e culturale unificante, sì che gli excellentes Latinorum avevano trovato alla corte sveva l’occasione unica e irripetibile per esaltare le loro qualità. E avrà dunque anche pensato alla grande politica di incremento degli studi messa in opera da Federico II, con la fondazione, tra l’altro, della Università di Napoli.

Botticelli

Sandro Botticelli, Il Paradiso

Per quanto rapido, il percorso che porta alla ‘svolta ghibellina’ di Dante è dunque chiaro e irreversibile, e nel corso del De vulgari eloquentia supera altre verifiche e trova altre conferme. L’intero scrutinio delle varianti regionali del volgare è ormai ancorato allo schema federiciano, e il volgare medesimo del quale si va in cerca ne porta in sé il marchio indelebile, come la parte finale del paragrafo solennemente dichiara: E poiché la Sicilia era la sede regale, è avvenuto che quello che i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si chiamasse ‘siciliano’: cosa che tutti noi accettiamo e che i posteri non potranno mutare. Non si tratta di un omaggio a una scuola poetica –non solo questo-, ma piuttosto dell’individuazione di un momento fondativo che continuerà ad agire in profondità per tutta l’opera e presiederà alla definizione stessa di ‘volgare illustre’. Il quale volgare è l’unum linguistico-culturale (si veda il decisivo capitolo 16 del primo libro) che adeguatamente corrisponde all’unum politico, e che da questa stessa connessione ricava la connotazione d’eccellenza che ne fa, né più né meno, la lingua elitaria del potere. In altri termini Dante mette qui a fuoco una concezione della lingua che non si potrebbe meglio definire che ‘ghibellina’, perché fondata su una idealità di tipo ghibellino a tal punto dura verso l’empiria del municipalismo guelfo da mostrare che è stata l’evidenza della diagnosi linguistica a spalancare le porte alla diagnosi politica, che Dante da questo momento in poi non farà che approfondire. Di lì nasce lo schema più volte ripetuto che vede l’effettuale divaricazione tra il linguaggio ‘illustre’ dei poeti e il linguaggio parlato nelle varie regioni; di lì deriva la forza indirettamente ma intrinsecamente politica con la quale diventa possibile respingere la dialettalità fiorentina; di lì, a chiudere il cerchio, muove la finale definizione del volgare illustre come ‘aulico’ e ‘curiale’,  cioè consustanziale  a una curia, sia essa realmente esistente, come in Germania (Dve I 18, 5: «ut curia regis Alamannie»), oppure ideale ma storicamente attestata come in Italia. Senza dire, poi, che tutto il discorso sui magnalia, nel secondo libro, difficilmente lo si potrà scompagnare da quella fondazione d’eccellenza –ripeto- che proprio all’inizio dell’esame delle parlate italiane impone una volta per tutte le proprie misure.

3. Qual è il messaggio implicito nel riproporre nel XXI° secolo un’opera come il De vulgari eloquentia?

Si tratta di una domanda che coinvolge non solo il De vulgari eloquentia, ma anche la Commedia, e non solo Dante ma anche Petrarca e Boccaccio, e insomma tutto il nostro passato, culturale e artistico. Si possono perciò dare con molta facilità risposte più o meno complesse, ma tutte prevedibili, e tutte a rischio di finire in retoriche affermazioni circa la necessità di conoscere il passato per conoscere il presente, e così via. In questo caso vorrei dunque evitare di rispondere, precisando che non ci sono particolari ‘messaggi’ che si sovrappongano alle cose così come sono (semmai, spero che esse siano adeguatamente rispecchiate da ciò che ne ho detto): chi prova un rispetto di sé tale da trovarle interessanti e belle cercherà di saperle o anche solo di averne una nozione sufficiente, mentre nessun edificante discorsetto potrà mai convincere gli altri a farlo. Insomma, è il tipico caso in cui si può ributtare la palla, e invocare con convinzione il precetto delfico: Nosce te ipsum.

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EnricoFenziEnrico Fenzi, nato nel 1939 a Bardolino (Verona), si è laureato in Letteratura italiana a Genova con una tesi sui Triumphi di Petrarca. Docente nella stessa Università, ha continuato a studiare Petrarca pubblicando l’edizione commentata del Secretum (1992),  del Canzoniere e dei Triumphi (1993), del De ignorantia (1999) e un’antologia del De remediis (2009); una parte dei propri lavori è raccolta nel volume Saggi petrarcheschi (2003: un secondo volume è già materialmente pronto), mentre un profilo complessivo su Petrarca è stato pubblicato nel 2008 presso la casa editrice il Mulino. Del 2012, infine, è l’edizione delle postille di Petrarca a Livio, nel volume Reliquiarum servator, pubblicato dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente sta lavorando sul Bucolicum carmen, e dirige la rivista annuale “Petrarchesca”. In parallelo e per l’iniziale impulso del proprio maestro, Vincenzo Pernicone, ha pure continuato a occuparsi di Dante attraverso numerosi saggi soprattutto sulle Rime, sul Convivio e con letture di singoli canti della Commedia: recentemente ha pubblicato un’edizione ampiamente commentata del De vulgari eloquentia (2012) nel quadro dell’edizione di tutto Dante per la casa editrice Salerno (NECOD). E’ anche autore del volume La canzone d’amore di Guido Cavalcanti  e i suoi antichi commenti (1999), e di saggi sul Libro de buen amor di Juan Ruiz, su Bernat Metge, Boccaccio, Sannazzaro, Tasso,  la poesia giovanile di Foscolo, Carducci, Verga e Biamonti.

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One thought on “Tre domande a Enrico Fenzi sulla nuova edizione del “De vulgari eloquentia”

  1. Tre domande importanti, tre risposte complesse: un nuovo punto d’approdo testuale nella ricostruzione del De Vulgari Eloquentia si trasforma in un’occasione non solo per valutare attentamente le scelte dantesche in relazione al pensiero di Dante uomo, ma anche in un momento di riflessione generale sul senso della memoria dell’antico. Il nesso conoscenza-rispetto di sé, esegesi del sempreverde nosce te ipsum, non può che essere la migliore conclusione possibile.

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