Interviste/Racconti

Tre domande all’autore con racconto inedito: Mia Lecomte, “Abitando”.

Maurizio Galimberti, Monzambano, 2003

Maurizio Galimberti, Monzambano, 2003

a cura di Alessandro Polcri

Quando e perché hai cominciato a scrivere racconti e come intendi la forma del racconto?

Non appena ho imparato a scrivere, da piccola, ci sono state subito le mie prime poesiole – in forma di filastrocca rigorosamente in rima – e i miei primi raccontini. Entrambi illustrati da disegni coloratissimi e canzoncine, chiacchiere e intermezzi, commenti che mi facevo da sola, ad alta voce, improvvisavo tra me e me mentre aggiungevo dettagli a quello che stavo tracciando sul foglio. Il tutto si svolgeva nella camera-studio di mio padre, sul letto o per terra, mentre lui scriveva davvero poesie in francese alla sua scrivania, e ogni tanto mi chiedeva di parlare più piano. Lo stavo imitando, ovviamente, e anche i 45 giri del mio giradischi, che suggerivano con il suono di un campanellino di girare la pagina.

Quando, dopo pochi anni, lasciammo Milano per la Svizzera, il teatro delle mie ispirazioni si fece più ameno. Alla camera da letto sostituii la darsena sul lago, un pontile di legno da cui la vista spaziava sui blu e i verdi del golfo. Mi ci installavo con una piccola macchina da scrivere e un registratore portatili. Premetto che sono nata nel 66, l’anno dei “Brasil” di Sergio Mendes, e che proprio la Bossa Nova, in tutte le sue declinazioni jazzistiche, sempre grazie a mio padre è stata la colonna sonora della mia infanzia. Le nuove bellezze naturali avevano creato una sorta di cortocircuito nel mio immaginario di bambina cittadina, e ne era risultata quella personale Guanabara elvetica, esaltata dalle note di Antonio Carlos Jobim, João Gilberto o Baden Powell. Scrivevo raccontini assurdi e comici, una vena che mi apparterrebbe molto se non l’avessi nel tempo soffocata con più cupi intellettualismi, prevedibilmente influenzati dalle letture di turno. Una volta ospitammo da noi in campagna Alberto Moravia, portato da un amico fotografo dei miei zii. L’avevo letto a scuola e quando, a tavola, lo sentii parlare rimasi delusissima dalla sgradevolezza della sua voce, che mi ricordava quella del vecchietto del far west dei cartoni animati. Niente di più lontano dalle armoniche melanconie che uscivano dal mio registratore carioca, che avevo ormai identificato con il piacere di vivere raccontando. Con la libertà e i suoi orizzonti.

Ancora, dopo qualche anno, al liceo producevo su commissione lettere d’amore e condoglianze, e avevo fondato insieme a un paio di amici una giornaletto satirico mensile: ci scrivevo raccontini con insegnanti e alunni come vittime-protagonisti, e a volte costruivo dei veri e propri fotoromanzi, immortalando di nascosto i malcapitati e facendo dire loro per fumetti le cose più inverosimili. Le copie del giornaletto andavano a ruba, e incassai anche una bella soddisfazione: avevo inviato una lettera anonima a un giornale locale, per protestare contro una delibera del preside, nel mio pezzo schernito con i soliti meccanismi “narrativi”. Una mattina si spalancò la porta della classe, lui entrò furibondo e, rivolgendosi a “chi sa”, minacciò di non ammetterlo alla maturità se avesse continuato con “questi toni irriverenti”. Ero stata scoperta, il che dimostrava che le mie stupidaggini venivano abitualmente lette, erano riconoscibili, e colpivano nel segno. Insomma un trionfo a tutto tondo, il mio piccolo Pulitzer. Accenno a questo vecchissimo episodio per ribadire ancora una volta che scrivere per me è sempre stato l’unico varco d’accesso a una qualche garanzia di libertà. Sotto le mie vesti di ragazzina di buona famiglia educata e rispettosa, ha sempre covato un’insofferenza anarchica e l’allergia profonda verso ogni tipo di istituzione e di potere costituito. L’unico strumento in mio possesso per essere davvero me stessa non perdendo di vista le cose più importanti e, nello stesso tempo, per uscire anche da me, è stato la scrittura. Quella poetica, come una necessità direi quasi “fisiologica”, da espletare di nascosto, ricordandomi di razzolare la terra per ricoprire bene la buca dietro le spalle; quella narrativa, come un divertimento, un gioco da condividere goduriosamente con altri in ogni sua forma. E in quest’ottica c’è stata, ad esempio, anche tutta una fase di produzione erotica. Del tutto velleitaria e fantastica, considerata la mia modesta esperienza personale, ma a detta del pubblico maschile che mi leggeva – fratelli, cugini, amici, e poi fidanzati e mariti – efficace. Tanto che a un certo punto pensai di proseguire il genere con uno pseudonimo, per divertimento ma anche per recuperare un po’ del tempo-guadagno disperso con la presunta letteratura. Contemporaneamente, secondo una logica consequenziale prettamente “biologica”, ho continuato anche a scrivere racconti per bambini…

Senti che c’è un rapporto tra la scrittura di racconti e di poesie, oppure sono per te due generi separati?

Come ho raccontato fin qua, sono stati a lungo due generi separati, attraverso cui esprimevo in maniera diversa un’identica necessità, un anelito fortissimo di libertà, ma anche verso una rassicurante idea di perfezione. Mi sono sentita spesso in colpa, nella vita, per il posto che la mia scrittura in tutte le sue manifestazioni ha sempre occupato. Nei momenti più intensi – di dolore o gioia – scattava per me un meccanismo perverso che mi metteva improvvisamente al di fuori. “Questo me lo devo ricordare”, mi dicevo, archiviando gesti, parole, sentimenti, con la consapevolezza che presto sarebbero stati utilizzati per altro. Per chi mi viveva accanto quello che stava accadendo era tutto, ma per me si sarebbe trasformato presto in un laboratorio di soluzioni interscambiabili e sempre perfettibili, nell’incessante allestimento di un’ipotesi di assoluto. Mi sentivo in colpa, e poi con il tempo credo di aver capito che si tratta solo di una banale strategia di difesa, un mio modo di mettermi al riparo dai bagliori accecanti della vita in tutto il suo splendore assassino, e me ne sono fatta una ragione. Non nutro di conseguenza grandi aspettative sul risultato di tanta fragilità, è un processo troppo intimo e personale per ambire a riconoscimenti di sorta, ma mi interessa seguirlo nelle varie incarnazioni, capire dove mi porta, o meglio, dove stiamo andando insieme, a braccetto per il poco tempo a nostra disposizione. E ho notato così che i modi del racconto e della poesia, che in principio svolgevano diligentemente la loro funzione distinta, si sono progressivamente avvicinati. Purtroppo con gli anni la pura capacità di raccontare si è andata prosciugando, raggrumando in  tracce narrative nate da un’idea piuttosto che da una storia, sintesi, come la poesia, di un’immagine tutta verbale. Ho provato a contrastare questa tendenza registrando certe cose in viva voce, in quanto la capacità e il piacere di raccontare per raccontare – storie ai miei figli, peripezie e retroscena esistenziali ad amici e conoscenti – rimanevano oralmente intatti. Ma non ha funzionato. Dunque ora mi trovo vittima, in poesia e prosa, di un’uguale risultanza stereofonica, monocroma e prevedibile, e sto cominciando doppiamente ad annoiarmi. Per fortuna esistono anche il teatro, il canto, la fotografia… Una via di fuga si riesce sempre a trovare.

Come è strutturato e quali tematiche affronta il libro di racconti a cui stai lavorando?

Questo racconto è parte di una raccolta in lavorazione intitolata “Cronache da un’impossibilità”, che si apre con un verso del poeta danese Søren Ulrik Thomsen: “…Perché la vita è solo una piccola parte di tutto ciò che esiste”. Dopo le risposte autoreferenziali alle prime due domande, titolo ed epigrafe dovrebbero essere facili indizi di un contenuto quasi scontato. 

****

ABITANDO

di Mia Lecomte

Questo indirizzo ha la mia età

 diamoci da fare, incolliamo un francobollo

Bei Dao

È tutto forma, soltanto, un recipiente vuoto. Ho sempre scelto in base alla forma, perché è tutto lì, nei contorni, ai margini, nell’eco del recipiente sapientemente percosso. Mi ricordo che quando era viva mia madre veniva molta gente a casa nostra. Sbagliavano tutti, sempre. Rovinavano le serate con la loro rozzezza, il loro pressapochismo. La cravatta che stonava con la fodera della poltrona, la pettinatura che faceva a pugni con il quadro di cui a metà impediva la vista. Le parole non allineate, fuori serie. Il tempo scandiva il suo ritmo, tan, tan, un ritmo diverso a seconda dell’illuminazione, del numero di persone presenti, della stagione. Ma nessuno era in grado di sentirlo e voci e gesti si succedevano a casaccio, accavallandosi, spalancando baratri. E violentavano brutali le proporzioni: quella cavallona accanto a un esile tavolino veneziano, il quasi nano che, in punta di piedi, scorreva i volumi della libreria di noce, schiacciato dall’autorità di legno pieno e pergamena. Povero me, come maneggiavano le mie cose, e camminavano grevi sul pavimento a mosaico, di cotto e vetro, barcollavano sui tacchi, in giardino, semisepolti nell’erba umida.

Quando morì mia madre cominciai a reagire. Prima sapevo che lei ci avrebbe sofferto. Ma poi non me ne importò più di nessuno. Non ricevevo ma ero ancora invitato, per pietà credo. E così mi ribellai. Dio che soddisfazione! Fermi, fermi – tutti mi guardavano allibiti, con i bicchieri a mezz’aria – Lei, sì lei là in fondo, con quella caviglie così grosse, la prossima volta si metta una gonna più lunga, e non stia in piedi che peggiora la situazione ed è sgradevolissimo a vedersi. Si alzi, ho detto si alzi! Non vede che striminzito com’è scompare in quella poltrona di cuoio? Faccia sedere la signora con le caviglie grosse, l’insieme perlomeno avrà una sua ragione d’essere: i piedi a cipolla della poltrona, il cuoio grasso, e la signorona con il suo piedistallo. Lei, piuttosto, si metta dritto accanto a quel vaso, quello per un fiore solo. Su, su, non se ne stia imbambolato a guardarmi. E voi, dico a voi, se volete conversare non rimanete intruppati, cercate di creare un disegno. Lì, un po’ di sbieco qua… Cosa stavate dicendo!? Cercate perlomeno di armonizzare i toni, tutto può essere detto, ma siate consapevoli delle parole. Non sono sputi infetti da scagliare nel vuoto, a casaccio, arrotondatele, assaporatele, e poi accompagnatele. Non adesso, al momento giusto, è solo questione di tempi, è tutta questione di tempi. Idiota!

Non me lo perdonarono: avevo schiaffeggiato il padrone di casa ma gli stava così bene… cioc… un rumore pieno, corposo su quelle guanciotte lisce, i capelli con la brillantina. Tornai a casa. Da solo riuscivo, tutto era perfetto. Mi sedevo leggero all’estremità del divano, per non sgualcire i cuscini, e mi guardavo intorno: le cose si corteggiavano, si abbracciavano, si prolungavano le une nelle altre. Sfumavano insieme, suonavano insieme, profumavano insieme… Licenziai anche la donna di servizio che in trent’anni non aveva ancora capito come riordinare, e ogni volta mi toccava la fatica estenuante di riaccordare tutto. Finalmente fui totalmente solo. Ma poi andò sempre peggio: non riuscivo più a lavorare, non guadagnavo niente. Pensai di partire. Avrei abitato da un’altra parte, ovunque, e sarei stato libero. Il primo treno l’ho scelto a occhi chiusi, letteralmente. Chiusi gli occhi, ho puntato il dito in una direzione cieca, li ho riaperti e ho seguito l’indicazione. Avevo provveduto a munirmi di un biglietto chilometrico. Mi rimaneva tutto il tempo per decidere, me la potevo prendere comoda. E non sono più sceso. Sempre in viaggio sono più tranquillo. Abitando in maniera transeunte luoghi che non hanno nessuna implicazione con me, da nessuna parte del mio vivere, riesco a schivare le offese, a contenere le lacerazioni. Per questo sono partito, continuo a partire. Gli scontri, i conflitti, ci sono ancora, ma avvengono in un teatro aperto, un continuo altrove. E poi c’è sempre la possibilità di scendere, di interrompere il tragitto. Il corso della propria vita, per sceglierne un altro. Velocemente e senza conseguenze di sorta. Con l’indispensabile in un contenitore anonimo, l’essenziale di me sempre con me. Se, per qualunque ragione, la situazione si fa insostenibile, mi limito a cambiare treno. E si ricomincia.

Quando salgo in un vagone, entro in uno scompartimento, la prima cosa che faccio è studiare le facce dei viaggiatori. E decido, per quanto mi è consentito, dove sedermi. Non sempre mi aggiudico la prima scelta, mi devo accontentare della seconda, della terza, o addirittura oltre. A volte rimango in piedi, se riesco nei paraggi di chi ho individuato. Prima di prendere posto cerco di sistemare al meglio: raddrizzo le valige sospese, spesso scaricandole e ricaricandole con una logica cromo-proporzionale esatta, appendo cappotti, giacche e pullover agli appositi ganci, impilo riviste e giornali, chiudo le borse a mano e le accosto ai braccioli, vuoto i cestini e tutti i contenitori utilizzati a questo scopo e, se non sono sigillati, apro un po’ i finestrini. A volte il mio raggio d’azione si estende per diversi metri, supera pareti e porte scorrevoli, barriere. È una fatica non indifferente, ed effimera. Ad ogni fermata, ogni volta che si scompagina l’armonia del gruppo, di insieme, scende e sale qualcuno, si assesta e capisce quel che faccio, qual è il mio ruolo, allora è necessario intervenire da capo, raddrizzare drasticamente la sterzata nel caos. Per non parlare di quando a salire sono dei bambini. I bambini per me sono sempre stati un doloroso ossimoro, il tenero coagulo di pensieri e sentimenti contrastanti. Se da un lato infatti, salvo rarissime eccezioni, li trovo inconsapevoli portatori di un delicato equilibrio creolo, una bellezza indefinita destinata a squagliarsi ai primi calori della pubertà, dall’altro tutto quello che dicono, e soprattutto fanno, è estremo, abnorme, imprevedibile. Se si limitassero a sporcare, e spaccare, come i cuccioli delle altre specie, non sarebbe così grave, ma loro sporcano, spaccano, sconvolgono con una crudeltà deliberata, nel programmatico intento di allestire il deserto ai piedi della propria futura cavalcata negli anni. La sento questa determinazione, questo piano d’attacco generazionale, e mi annienta, sono già sconfitto. E poi la quantità di orpelli che fa la sua comparsa con loro, li accompagna, addosso o nelle borse delle loro mamme, ammennicoli, aggeggi e strumenti di tutti i generi, che dovrebbero seguirli nella crescita, e invece si ammucchiano pesantemente – di plastica, colorati, orrendi – sulle vite già cariche degli altri, gli adulti.

Ho passato buona parte della mia vita a buttare, liberare e liberarmi. Vuotare spazi che tutti si ostinavano sconsiderati a riempire. Tutti, la gente povera, che gode della paccottiglia kitsch in cui moltiplica le proprie ambizioni inappagate; e quella ricca, che trasforma in paccottiglia kitsch anche le più raffinate bellezze, che perdono la propria anima nel labirinto delle peggiori, o forse soltanto più rozze, intenzioni. Il silenzio che lasciano dietro di sé gli oggetti eliminati, la frescura nel posto silenzioso che smettono di occupare, è invece quanto di più riposante si possa godere in questo mondo. Il silenzio, la frescura. Il vuoto. Se continuo a partire, e ripartire, è forse per seguire davvero, adesso che posso, il gioco di questa comunicazione di vasi, il succedersi di pieni e vuoti nei luoghi sempre nuovi che abito, rinnovati a marea. L’ho trovato lisciando la fodera di una poltroncina di velluto arancione, una poltroncina con delle bruciature irrimediabili, forse di sigaretta, per cui purtroppo non potevo fare nulla. Infilato tra due sedili, quel bigliettino rosa pallido era un azzardo tonale, sentimentale, nell’omogeneità delle sedute più ordinarie. Non sono curioso, la curiosità riserva sempre cattive sorprese, folate di scompiglio nella prevedibilità esteticamente rassicurante delle giornate che desidero, ma in questo biglietto abbandonato c’è qualcosa di personale, è riservato a me, come se mi stesse aspettando. L’ho spiegato lentamente, l’ho lisciato tenendolo sulle ginocchia, e ho cominciato a leggere. Niente di particolare, una prevedibile, sdolcinata confessione adolescenziale, vergata con una scrittura tonda, i puntini sostituiti con piccole sfere irregolari, l’inchiostro turchese. Breve, in calce un nome qualunque, senza volto, una data senza rilevanza. Non sono certo il destinatario dichiarato dell’amore mio caramelloso che si affaccia ad ogni riga, sormontato da un cuoricino sghembo. Non posso essere io, per mille motivi. Troppo tardi per quest’ardore ingenuo, tardi come è sempre stato. Non mi sono mai lasciato andare alla follia di un sentimento con tante conseguenze imprevedibili per la bellezza sempre dimostrabile del creato. Eppure mi sento coinvolto, c’è qualcosa di indubitabilmente mio nel foglio che tengo tra le mani, che non mi decido a piegare e rimettere con ordine dove l’ho trovato, ad appallottolare e gettare nel cestino che poi vuoterò. Mi è in qualche modo famigliare. L’ha scritto quella fidanzatina che non ho mai avuto, sciocchina, con i pantaloni attillati e il lucidalabbra, che la notte chiude il suo diario con il lucchetto. Mia figlia, che non ho mai avuto, che mi preoccupa per la sua ingenuità ma bisogna essere indulgenti, è tanto giovane; la mia unica figlia, frutto di una relazione importante, che ha dato tutto il senso alla mia vita, che malgrado le apparenze assomiglia tanto a me e lei, insieme. L’ha scritto mia madre, in quell’età in cui ancora non ci conoscevamo, prima di essere mia madre, mentre ancora imparava inconsapevolmente a diventarlo. Con quel biglietto, il mio biglietto.

E di colpo mi viene in mente una calza smagliata che per giorni e giorni mi ha creato disagio. Fasciava la gamba di una donna dall’età incerta che dormiva riversa, bocconi, in uno scompartimento oscurato. Si vedevano solo i lunghi capelli arruffati, un nodo di vestiti a strati, e la gamba che fuoriusciva dalle stoffe e puntava indecente verso la porta socchiusa, da cui mi ero fermato a spiare. Era una calza spessa e quella smagliatura si allargava complice verso l’alto, si squarciava progressivamente seguendo l’aumento della circonferenza della coscia. Perché non hanno ancora inventato un materiale per le calze che non si smagli, santo Dio, è così difficile, perché le calze delle donne, da secoli, si vanno smagliando, e sempre nei momenti meno opportuni?! L’avevo osservata dormire, gli occhi fissi alla sua gamba distesa, a quel fiume che si apriva verso l’estuario, che improvvisamente, contro la mia volontà più radicata, immaginavo di attraversare, guadare, risalire. Non potevo fare nulla, ero paralizzato accanto alla porta del suo scompartimento, nel corso delle sue acque, a perdersi. Se fossi stato l’uomo che credevo di essere l’avrei svegliata, le avrei fatto notare la calza, avrei posto rimedio a quello sberleffo, quell’azzardo, e tutto sarebbe rientrato serenamente nella normalità più composta. Ma non riuscivo che a guardarla, e a seguire la traccia lungo la sua gamba, la breccia che aveva aperto per me. Per fortuna mancava poco alla stazione successiva e con uno sforzo sovraumano sono riuscito a scuotermi, e a gettarmi giù dal treno. Sul marciapiede subito ho ripreso fiato, normalizzato il battito del cuore; nel tempo me ne sono fatta una ragione, e piano piano mi sono dimenticato di tutto. Fino ad ora. Il biglietto che tengo fra le dita, che devo decidermi a lasciare, riparando altrove, mi scopre la carne con la stessa intensità, penetra, ugualmente anonimo. L’ha scritto quella. Con il volto affondato tra i cuscini, nel suo sonno indifferente. La mia fidanzatina, mia unica figlia, mia giovane madre. Quella donna. La vita che, abitando accortamente, ho saputo risparmiarmi. Il disordine, lei.

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foto Carlo Accerboni

foto Carlo Accerboni

Mia Lecomte è nata nel 1966 e attualmente vive a Roma. Poeta, autrice per l’infanzia e di teatro, tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: le raccolte poetiche Autobiografie non vissute (Manni 2004),  Terra di risulta (La Vita Felice 2009) e Intanto il tempo (La Vita Felice 2012); e i libri per bambini Come un pesce nel diluvio (Sinnos 2008) e L’Altracittà (Sinnos 2010).  Membro onorario dell’Associazione francese “Confluences poétiques”, le sue poesie sono state pubblicate all’estero e in Italia in riviste e raccolte antologiche tra cui Confluences poétiques (n.2 – n.3, Mercure de France 2007-2008) e Italian poets in translation (John Cabot – Un.of Delaware 2008). Nel 2012, a Toronto, presso Guernica Editions, è uscita la sua silloge antologica bilingue For the Maintenance of Landscape. È ideatrice e membro della Compagnia Internazionale delle poete, un gruppo teatrale composto da poete straniere e italo straniere, che metta in scena spettacoli incentrati sulla contaminazione poetica di lingue/culture e linguaggi artistici diversi (http://www.compagniadellapoete.com/). Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della comparatistica, e in particolare della letteratura della migrazione: è curatrice delle antologie Ai confini dei verso. Poesia della migrazione in italiano (Le Lettere 2006), Sempre ai confini del verso. Dispatri poetici in italiano (Éditions Chemins de tr@verse 2011) e con Luigi Bonaffini A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy (Legas 2011), e tiene numerose conferenze sull’argomento in Italia e all’estero.  È redattrice del semestrale  di poesia comparata «Semicerchio» e di alcune riviste letterarie online, fra cui il trimestrale di letteratura della migrazione “El Ghibli”. Collabora all’edizione italiana de «Le Monde Diplomatique».

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One thought on “Tre domande all’autore con racconto inedito: Mia Lecomte, “Abitando”.

  1. ottima narrazione, anche se in qualche passaggio l’ho sentita più femminile che maschile e m’ha leggermente stonato col sesso del protagonista. bello il gioco di *evasi* comunicanti il cui la fuga verso l’ordine e l’armonia si confonde con la schiavitù del rituale. qualche filosofo deve aver detto (e se non l’ha detto lo dico io) che la vita è la congiunzione carnale di caos e caso, quindi l’unica relazione importante della nostra esistenza potrebbe essere quella descritta dalla seconda legge della termodinamica: “in un sistema isolato, l’entropia può solo aumentare”. ergo, quando l’individuo è un sistema isolato, qualsiasi sforzo di sconfiggere l’entropia è vano. per contro, se l’individuo si apre all’esterno (azzeccatissima l’idea della smagliatura d’un collant contenitivo) e una quantità di calore, energia e massa può fluire verso e dall’esterno, l’entropia del sistema può anche scendere.
    ciò, tuttavia è in antitesi fisica con l’assunto formale del protagonista. ok, ok, non c’entra molto con lo sviluppo gradevolmente ironico del racconto, ma questo è ciò che ho pensato mentre scambiavo di posto la “o” con la “s”.
    : )
    resta il senso, il silenzio e il vuoto, ad aleggiare su ciò che crediamo di essere.
    e invece siamo scimmie nude, appese a un r’amo…
    : )
    (occhio, refuso: “quella caviglie”; poi, non so, “in me ne sono fatta una ragione”, sentirei maschile il soggetto e maschile “fatto”, ma vedi tu)

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