Interviste/Racconti

Quattro domande all’autore con racconto inedito: Gian Ruggero Manzoni “Alle tre del pomeriggio”.

a cura di Alessandro Polcri

© Gian Ruggero Manzoni

© Gian Ruggero Manzoni

1. Quali sono le fortune o le sfortune della forma racconto ora in Italia? Che valore ha il racconto oggi nel nostro paese?

Le fortune sono date dal poter accedere alla scrittura di un racconto con maggiore facilità dello scrivere un romanzo. Il racconto, di solito, sviluppa nelle brevità, quindi, i più, possono accedere a tale genere. Le sfortune sono dovute alla mancanza, che, nell’oggi, va via via sempre più a incistarsi nel tessuto letterario, di originalità, tensione, tenuta che, anche la prosa breve, dovrebbe possedere. Spesso mi trovo a leggere racconti di una banalità unica, noiosi, scontati, spacciati per chissà quali capolavori borgesiani. Ciò implica, di seguito, anche un disamore, da parte del lettore, nei confronti di tale genere. Infine anche il “riassunto” di una storia deve pur avere un prologo, uno sviluppo e un epilogo, altrimenti il tutto rimane sospeso, spesso relegato in dimensioni autoreferenziali minimaliste oppure fin troppo introspettive o, come si suol dire, psicologiche, che infine poco interessano a chi poi fruisce. Del resto il racconto è “un romanzo breve”, perciò che si agisca di conseguenza. In Italia si leggono, solitamente, i racconti dei grandi classici, meno quelli dei giovani autori, oppure, anche, di autori già affermati, ma pur deboli. E se un racconto è “debole” cosa resta?

2. C’è una tua poesia da Nell’abbraccio dell’io (1998) che dice:

Lo scopo progressivo dell’agire
non è quello di risolvere i misteri;
facciamo per fare
ben consci che ne andremo sempre a scoprire
d’indecifrabili e di nuovi.

La tua ricerca artistica è evidentemente l’esempio di un agire assai ricco e complesso. Tu sei un letterato (parola che uso nel senso più vasto e inclusivo del termine) e un artista completo perché riesci a muoverti agilmente e con risultati significativi tra pittura, incisione, scultura, ma anche tra scritture di vario tipo (poesia, romanzo, racconto, traduzione, saggistica  –inclusa la direzione di collane di narrativa e di riviste– e critica d’arte).  E allora ti domando se negli anni hai ripensato al valore e al senso ultimo dell’agire artistico e se, per te, è ancora tutto “fatto per fare”?

“Facciamo per fare” è una mia parola d’ordine, un chiamarmi, sempre, all’agire… all’azione artistica. Il dramma, che poi è anche il dramma esistenziale dell’uomo, è il mai giungere a una meta ben precisa. L’arte, la scrittura, apre continue porte, e così all’infinito, come poi succede in ambito scientifico. La forza dell’artista, dello scrittore, del poeta sta nel dare continuità a questa ricerca pur già nella consapevolezza che infine nulla resterà di certo, di duraturo, di miliare, di eterno, all’infuori che non ci si parametri col divino, il quale, essendo già di suo perenne e assoluto, può riflettere nella tua creazione tali componenti, seppur, sempre, immagini riportate, non immagini definitive. Ecco, se indirizzi il tuo fare verso l’elevazione dell’assoluto puoi avere speranze di chiudere nella mano, almeno per un attimo, la verità del tuo essere e del tuo vivere nell’opera. Altro non rimane, almeno per me, se non il solito dibattersi di noi, poveri uomini. È la ricerca di assoluto e dell’assoluto che può spezzare il circolo vizioso dell’autoreferenzialità.

3. Quali sono i personaggi che più catturano la tua attenzione e quali sono le dinamiche che prediligi nelle trame dei tuoi racconti?

Amo i personaggi estremi, chi ha vissuto fino in fondo un’idealità o una fede, anche se aberrante; poi amo gli “ultimi”, i dimenticati, gli appartati; quindi amo descrivere i “maestri”, che non sempre sono i grandi acculturati, i grandi eruditi, le “grandi menti”, anzi, che spesso invece si incarnano nei più semplici, nei più sentimentalmente e umanamente fragili, negli indifesi. Procedo in maniera ondulatoria fra chi, superbamente, sfida l’assoluto, Dio, l’opera, per poi crollare, e chi, invece, con umiltà, “sente” tale assoluto, tenta di vivere in esso, lo venera, lo indica come risultanza e realizzazione di vita, lo fa suo. Mi affascinano i demoni e i santi… non ho vie di mezzo.

4. Che rapporto intercorre tra i tuoi romanzi e i tuoi racconti?

© Gian Ruggero Manzoni

© Gian Ruggero Manzoni

Affronto gli uni e gli altri con lo stesso respiro e lo stesso spirito. Come ho detto sopra mi applico con metodo e scrupolo sia che affronti la prosa breve o lunga. Il racconto è, per me, una sorta di poesia dilatata in prosa, mentre, il romanzo, è un poema dilatato anch’esso in prosa. Io vengo dalla poesia e la mia poesia ha sempre raccontato oppure ha filosofato, lo stesso lo riverso nella mia prosa o nelle mie tele. La metafora domina, il simbolo si mostra, la parabola avvolge, il dirmi come sono con sincerità dilaga, sfruttando infiniti altri personaggi, non sentendomi, quindi, un unico, ma un molteplice. Penso che il sapere condensare in sé tutta l’umanità sia la virtù massima che possa possedere uno scrittore o un artista in genere. Cioè l’essere tutti, lo stare attento a tutti e a tutto, l’entrare in tutti. La bellezza e la grandezza del fare arte ti consente questo. Io, infine, sono tutti i personaggi che racconto, che narro, quando la narrazione è nascita, vita e morte, cioè esistenza in toto di chi la pratica. Il mio Io è un Noi. Agisco creativamente come vivo, e vivo, a seguito della mia creatività. Non avrei altro mezzo per sentirmi nato, vivente e prossimamente morto se non possedessi l’arte. Perché l’arte, se rivolta a un assoluto, e lo ripeto, riesce, infine, a dare risposte anche alla morte.

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ALLE TRE DEL POMERIGGIO

di Gian Ruggero Manzoni*

© Gian Ruggero Manzoni

© Gian Ruggero Manzoni

Desso Maria Dessi, ormai ottantenne, abitava in una stanzetta sita in Campo Morto, a Venezia. Patrizio decaduto, “barnabotto”, per l’esattezza, così, nella Repubblica di S. Marco, venivano chiamati i nobili senza più un quattrino e una posizione, si era speso un capitale nel tentativo di ricreare in una camera buia la luce. Sebbene figlio del ’700, egli era rimasto fedele alle teorie elaborate nell’antichità, riguardanti la luminosità. In tal modo inseguiva il sapere dei Pitagorici, che propendevano per l’ipotesi di una emissione di un ‘fuoco’ il quale, uscente dagli occhi, sarebbe dovuto andare a raggiungere gli oggetti, determinandone la forma e il colore. Oppure studiava le esperienze degli Atomisti, da Democrito a Leucippo di Mileto, a Epicuro, fino a Lucrezio, che professavano una dottrina di tipo opposto, infatti, per quelli, dal corpo luminoso o illuminato, si sarebbero dovute distaccare scorze, effigi, simulacri più o meno materiali, vere e proprie copie dell’oggetto stesso, che, viaggiando nell’etere senza consumarsi, avrebbero raggiunto la pupilla dell’occhio osservatore, dove, nel suo cavo, poi avrebbero dato luogo alla sensazione visiva. Ma anche il dire di Platone nel Timeo lo affascinava, una commistione delle precedenti ipotesi, cioè il sostenere la visione come l’incontro della ‘fiamma’ visiva del soggetto con la ‘fiamma’ fisica visuale esterna; oppure gli picchiava in testa, al pari di un martello su di un incudine, quella famosa massima di Aristotele con la quale, il filosofo di Stagira, affermava, non senza creare ai suoi tempi stupore, che la luce era un’entità immateriale, di natura meccanica, da identificarsi con l’effetto prodotto dal ‘fuoco’ nel mezzo diafano interposto tra l’oggetto e la pupilla.

Minato nell’animo da sì tali mirabolanti considerazioni, il Dessi, per anni, aveva ospitato, nel palazzo in Canal Grande di sua proprietà e, ovviamente, del tutto spesati, il fior fiore dei migliori scienziati d’Europa, dottori, insigni accademici, raccontastorie, alchimisti, astrologi e maghi con tanto di diplomi e attestati vari, per poi, svanita buona parte del patrimonio finanziario, infine affidarsi, o, meglio, ripiegare su ciarlatani di passaggio, avventurieri, megere e espedientisti, i quali, con scaltrezza, gli succhiarono gli ultimissimi ducati, da ridurlo in miseria nera e, come maliardo e praticone, segnato dal Consiglio dei Dieci; e gli era andata bene, perché, per molto meno, l’Inquisizione, ancora attiva, ti mandava ai patibolo o ai Piombi. Il nostro ‘ricercatore’ perdette, in tal modo, ogni diritto pubblico e ogni privilegio di casta, riducendosi a vivere, non più giovane, affidandosi alla gentilezza di un qualche vecchio compagno d’arme o tentando la fortuna al gioco, fino al giorno in cui una prostituta ingualdrappita e scarazzata, ma dal borsello gonfio, conosciuta nell’ambiente come la Morina del Bèpi, accontentandosi delle sue mai dimenticate galanterie e dei suoi modi raffinati, non lo accolse in casa propria, appunto in Campo Morto, quale cavaliere di accompagnamento e simil cicisbeo, vantandosene con le amiche baldracche e invecchiando a lui assieme, che, negli anni a venire, vederli a passeggio per i sestieri di S. Barnaba, luogo frequentato da bari, accoltellatori, ladri, gaglioffi e feccia delle fecce, parevano incarnevalati dal come, volgarmente e grottescamente, si agghindavano, con tanto di parrucche, nei, contronei posticci e ceraso ben rosso sulle gote e sulle labbra, ormai, per ambedue, rugose appendici che, a mala pena, riuscivano a ricoprire bocche maleodoranti e prive di denti.

© Gian Ruggero Manzoni

© Gian Ruggero Manzoni

Come dicevo, il Desso Maria non aveva però abbandonato le sue ricerche e, una volta tornato a casa, unabitazione di cinque stanze su due piani, si barricava nella cameretta assegnatagli dalla Morina e lì, chiuse le imposte, inchiodati gli scuri, serrate le tende di pesante panno e sigillata ogni minima fessura con la cera, si dava “…all’inseguir la luce”, come egli ampollosamente sosteneva davanti alla corte dei miracolati basso popolani di sua conoscenza. Invero, il Dessi, aveva concentrato i suoi sforzi nel voler creare luce con il fiato, forte della convinzione, non del tutto errata, che muovendo l’aria con altrettanta aria riscaldata, in questo caso quella contenuta nei suoi polmoni, dall’agitazione e dallo sfregamento del ‘pulviscolo etereo’, faville e bolle di chiarore dovessero per un fattore fisico apparire, così da investire l’occhio e anche gli oggetti tenuti nell’oscurità. Perciò si era fatto costruire, pagati dalla Morina, un grande imbuto di rame, lungo un metro e mezzo, che teneva appoggiato su di un cavalletto, nel quale, come un mantice, soffiava, mentre, vigorosamente, con due panni lo andava a frizionare velocemente, per mantenere il metallo caldo, quindi una gabbia, quasi una piccola voliera, da lui detta “…la prigione degli dei”, in cui, all’interno di essa, una volta investita dal suo fiato, le ‘luminazioni’ sarebbero dovute apparire, mentre, dietro a questa, aveva posto un piatto, sempre di rame, del diametro di quasi un metro, con al centro incastonato un quarzo prismatico, atto a riflettere e perciò a ritrasferire nella gabbietta il ‘pulviscolo’ che forma la luce, fuoriuscito, causa il soffio, dalla piccola e medesima prigione stessa. Naturalmente era arrivato a progettare questi mirabolanti apparecchi dopo anni e anni di calcoli, osservazioni e dialoghi svolti con quei ‘sapienti’ nella sua lunga vita incontrati. Ma la luce non appariva che l’anziano nobile, nello spingere e rispingere con gli stanchi polmoni, venne un giorno colpito da sincope, crollando a terra miseramente. La Morina, non vedendolo scendere per il pranzo, si precipitò nella camera del Desso Maria e, resasi conto dello stato di salute di quello, richiamò gente, fino a riuscire a adagiarlo sul letto in attesa del cerusico, il quale, giunto e visitato il vecchio, sentenziò che al patrizio restavano ben poche ore di vita.

© Gian Ruggero Manzoni

© Gian Ruggero Manzoni

Vegliato da Occhiostorto di Pellestrina, dalla Longona dei Frari, da Toni Spada Corta, da Franceschino il Biscazziere, da Vincenzo Mano di Falco e dalla Carlina Tette da Biroccio, il Dessi rantolava e si contorceva in stato di delirio. La Morina, oppressa dall’oscurità che ancora regnava nella stanza, in preda a smania e a vapori claustrofobici, strappò le tende, aiutata da Daniele la Scrofola, schiodò gli scuri e spalancò, infine, vetri e imposte, respirando a pieno petto, gettando da basso imbuto, gabbietta e piatto, i quali, sulla riva, si schiantarono fragorosamente, nonché maledicendo le manie di quel pazzo con cui, per fin troppo, aveva diviso il tetto. Fu allora che un raggio di luce accecante, come se un velo si fosse all’improvviso squarciato, entrò nel lugubre ambiente; il sole cocente delle tre dopo il mezzogiorno era proprio posizionato di fronte a quella finestra. Di scatto e folgorato il Desso Maria aprì gli occhi, in pieno volto schiaffeggiato da sì tale fulgido bagliore, quindi, non rendendosi conto di ciò che stava accadendo, sospirò queste parole: “La vecchiaia non è un tiranno che proibisce i piaceri esclusivi della giovinezza. Finalmente ci sono riuscito. Ecco… ecco la luce da me tanto inseguita. Non si deve giudicare il merito di un uomo dalle sue qualità, ma dall’uso che ne sa fare”. Soffiata aria verso la fonte luminosa, per tre o quattro volte ancora, sorridendo, reclinò il capo e esalò l’ultimo respiro, che nessuno dei presenti aveva inteso il significato di quel suo fare e di quel suo dire, solo la Morina aveva compreso, così, avvicinatasi al compagno, lo baciò sulle guance e lo accarezzò, disponendo che gli apparecchi di ricerca di Desso, ormai ridotti a tocchi, venissero sepolti al suo fianco, quali fedeli compagni per l’eternità, o per chissà quale altra vita, o per quale altra utopia.

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FOTO GIAN RUGGERO MANZONI*Gian Ruggero Manzoni è nato a San Lorenzo di Lugo, in provincia di Ravenna, nel 1957, dove tuttora risiede. Pittore, teorico d’arte, poeta, narratore, performer ha pubblicato, fra le tante, con case editrici come Feltrinelli, Il Saggiatore, Scheiwiller, Sansoni, Stamperia dell’arancio, Diabasis, Moretti & Vitali, Matthes & Seitz Verlag (in Germania e per i paesi di lingua tedesca), Crocetti, Emede (in Argentina e per i paesi di lingua spagnola) ed ha al suo attivo numerose personali e collettive di pittura tenutesi in Italia e all’estero. Ha lavorato a fianco di artisti come Paladino, Cucchi, Polke, Ontani, Pench, Fioroni, Lupertz, Ceccobelli, Knap, Arcangelo, Immendorff, Mondino, Baselitz (col quale, in Germania,  ha tenuto due seminari di pittura nel 1985 e nel 1989), Galliani, Cerone, Kiefer e altri non meno importanti. La sua formazione quale pittore è avvenuta, in Italia, a fianco degli esponenti della “Transavanguardia”, in Germania, a Monaco di Baviera e a Berlino, negli ambienti del neoespressionismo e della neofigurazione tedeschi, in Inghilterra e USA vicino ai graffitisti e fumettisti della “Generazione X”. Nel 1984 e nel 1986 ha partecipato ai lavori della Biennale di Venezia, nelle due edizioni dirette da Maurizio Calvesi e Marisa Vescovo, per “Arte allo specchio” e per “Arte e Scienza”. Ha diretto la rivista di arte e letteratura Origini e ora dirige la rivista di arte, letteratura e idee ALI.

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2 thoughts on “Quattro domande all’autore con racconto inedito: Gian Ruggero Manzoni “Alle tre del pomeriggio”.

  1. piaciuto. specialmente la figura della morina nel finale, quando prima, oppressa dall’oscurità, spalanca la finestra e getta di sotto qualsiasi oggetto capace di proiettare ombra e intercettare aria e luce, e poi – unica al mondo – comprende il significato del dire e del fare di desso. ecco, dunque che siamo tutti depositari di *conoscenze* umane che valgono tanto quanto il sapere dei pitagorici o dei filosofi/scienziati tutti. nel bacio e nella carezza finale, l’ex-prostituta condensa in sé il sapere di tutta l’umanità… e chissà quale altra utopia.
    : ))
    ché d’altro canto, se è vero – com’è vero – che l’incomunicabilità muove il mondo, è evidente che “inseguir la luce” non può che essere una battaglia persa, visto che viaggia a circa trecentomila chilometri al secondo.
    : )

  2. Bella metafora del fare e del dire di chi fa dell’arte un percorso ontologico di consapevolezza, ma anche dell’amore come percorso parallelo di comprensione. Esprime appieno il concetto del fare arte espresso da Gian Ruggero, nell’intervista che gli hai fatto.

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