Poesia/Saggi

Congetturare su un testo assente: il caso dell’ “Orazione in laude delle cortigiane” di Antonio Brocardo

Editio princeps delle rime di Antonio Brocardo. Venezia, 1538.

Editio princeps delle rime di Antonio Brocardo. Venezia, 1538.

di Antonello Fabio Caterino*

La bibliografia – minima – che ho indicato in nota ha una particolarità: ogni testo citato è disponibile online. Chi scrive spera che il lettore possa seguire l’evolversi del discorso, cliccando man mano sui link (abbreviati e normalizzati tramite sistema Tinyurl), aprendo nuove schede, in modo che la lettura di ciò che è nuovo possa essere quasi sinottica alle fonti antiche digitalizzate. In questo modo un browser diventa una sorta di “ruota dei libri” (simile all’idea descritta da Agostino Ramelli ne Le diverse et artificiose machine), divenendo degno erede di una nobile tradizione.

Antonio Brocardo visse nella prima metà del XVI secolo, morendo prematuramente nel 1531, all’età di circa trent’anni. La sua fu una vita breve ma intensa[1]: partecipò al dibattito retorico di quegli anni (assumendo posizioni assai critiche nei confronti della retorica trecentesca), intrattenne rapporti con i grandi eruditi del tempo, entrò in forte polemica con Aretino e non risparmiò qualche amarezza all’arbiter vulgarium elegantiarum Bembo, ispirò Bernardo Tasso, suo grande amico, ad abbracciare nuove sensibilità classiciste, amò la cortigiana Marietta Mirtilla (alla quale scrisse tre epistole); si dedicò alla stesura di testi in furbesco e di un manuale per la composizione nella stessa lingua zerga[2], fu autore di sonetti, madrigali, strambotti, capitoli ed altri componimenti in volgare, ben testimoniati dalla tradizione a stampa e manoscritta; scrisse probabilmente un sorta di vocabolario volgare, fu autore di molte glosse di commento all’opera di Petrarca, da allievo di Gabriele Trifone. Persino la sua morte fu oggetto di controversie: Pietro Aretino si vantò di averlo ucciso con versi particolarmente mordaci, scritti perchè il giovane poeta avrebbe provocatoriamente mancato di riconoscere l’autorità del Bembo[3]. Brocardo purtroppo morì prima di poter mettere ordine alle sue rime, prima, probabilmente, di poter realizzare – e dare senso –  in toto a ciò che aveva in mente e dal punto di vista retorico e poetico in genere. Bisogna dunque sfruttare al massimo le testimonianze indirette, specialmente contemporanee. Brocardo è spesso ricordato nei Dialoghi di Sperone Speroni[4], teorico ed erudito tra i più raffinati del Cinquecento.

I dialoghi di Sperone Speroni.

I dialoghi di Sperone Speroni.

All’interno del Dialogo d’amore di Sperone Speroni si fa riferimento ad una certa Orazione in laude delle cortigiane, che Brocardo avrebbe scritto e di cui, però, non è rimasta traccia alcuna: «I dì passati ho veduta una orazion del Brocardo fatta in laude delle cortigiane». Ed è un vero peccato, perchè leggere la sua prosa avrebbe potuto darci non poche delucidazioni concrete sul suo modo di intendere la retorica (anche se possediamo le sue lettere, in un’orazione è molto più chiara la tèkne), esplicitato sempre dallo Speroni nel Dialogo della retorica, in cui Brocardo è decisamente protagonista (si pensi che un pensiero espresso da Brocardo sull’uso dei termini stranieri è addirittura citato in una riflessione di Leopardi[5]).
Sorge spontanea una domanda: di fronte ad un caso simile come dovrebbe comportarsi lo studioso? Di fronte ad un quadro biografico così evanescente, e per giunta incompleto, data la breve vita del poeta e la difficoltà di reperire informazioni oggettive (chi sostiene posizioni forti solitamente è ricordato come eroe o sciagurato, e così avvenne per il Brocardo), è possibile limitarsi ad accennare alla perdita, citando magari il titolo dell’opera, senza neppure chiedersi in che modo si sarebbe articolata con le altre produzioni brocardiane[6], in seno al suo modus operandi letterario? La filologia riscostruisce il testo, ed in questo caso il testo è completamente assente. Eppure il dialogo speroniano ci tramanda il soggetto di tale orazione:

Fra l’altre cose, poiché egli ha mostro esser proprio alla donna il viver di vita cortigiana e chiunque vive altramente violar la natura, che a questo fine la generò, egli prova in qual modo li costumi cortigianeschi (se quelli bene istimiamo) son via e scala alla cognizione della natura e al cielo; che così, come la cortigiana per diverse cagioni suole amar molti e diversi, questo perchè egli l’ama senz’altro – quello perchè egli è ricco e gentile, tale per esser bello, e tale ancora perchè egli è pieno di ogni virtù – ed a ciascun di costoro a luogo e tempo, secondo il grado e condizione, va compartendo i favori, sguardi, risa e parole, e tutto quello che per diletto del vulgo fu a lei dato dalla natura nel generarla, dando ella con bon giudizio il buon del core ad uno solo, e compiacendosi e trasformandosi in colui solo. Così il cielo naturalmente a diverse cose fa di sé a qual più, ed a qual meno, secondo che alla loro specie e mestieri, alle quai cose quantunque siano comuni questi elementi, ed altrettanto a proporzione ne godano gli augelli, i pesci, e gli altri animali,quanto noi uomini ne godiamo; nulla di meno fra tutti loro dal creator d’ogni cosa l’uomo solo fu eletto, nel quale imprimendo un’immagine di divinità, egli a sé stesso oltre ad ognaltro l’assimigliasse.

L’impostazione dell’opera lascia pensare ad un artificio retorico, ad una pura esercitazione intellettuale, ed è ciò che viene replicato proprio poco dopo all’interno dello stesso dialogo:

Ma il Brocardo per l’amore, che egli portava ad alcuna tale, o per meglio mostrare il fior del suo ingegno, non per giustizia tolse a favorir causa sì disonesta.

Eppure bisogna tener presente che, all’interno di un’altra opera speroniana – il Dialogo della retorica, –  Brocardo affermava:

Certo questa è colpa dei padri toscani, li quali non curando le cose gravi che che alle dottrine pertengono, solamente delle amorose con novellette e con rime si dilettatono di parlare.

Dunque, per quanto l’opera potesse essere stravagante e provocatoria, in linea di coerenza con quanto Brocardo sostiene all’interno degli altri dialoghi speroniani, le argomentazioni addotte sarebbero dovute essere solide e ben ordinate, con fare sicuro e grave e scelte lessicali consone, staccandosi dal modus operandi amoroso ortodosso per il tempo. E da ciò che si evince dal Dialogo d’amore questa ipotesi diviene sempre più veritiera: Brocardo assume una posizione e la difende, calandola via via nelle varie situazioni (possiamo supporre, con un ricco ventaglio di esempi e citazioni). Ed anche se il testo fosse stato un puro esercizio intellettuale, stando al soggetto il metodo utilizzato sembra comunque compatibile con i criteri oratori. La vicinanza al mondo delle cortigiane e l’amore per Mirtilla, la conoscenza e l’uso del furbesco, le polemiche, la presenze di elementi beffardi e canzonatori nei suoi versi di certo collocano Brocardo all’interno di un Cinquecento capriccioso ed irregolare[7]. Eppure le riflessioni teoriche tradite dalle testimonianze contemporanee lascerebbero pensare piuttosto ad un Brocardo restauratore. Infatti il Brocardo ricordato nei Dialoghi di Sperone Speroni si muove con agilità tra le argomentazioni storiche e retoriche, dimostrando non solo una gran conoscenza di autori ed argomenti, ma anche di saper individuare errori e problemi del suo tempo e dei secoli immediatamente precedenti, tenendo sempre presente la lezione classica antica. Nella prefazione del primo libro degli Amori, poi, Bernardo Tasso lo ringrazia per avergli dato la forza di intraprendere un nuovo percorso classicista figlio di un rinnovato rapporto proprio con l’antichità classica[8].

La ruota dei libri di Agostino Ramelli.

La ruota dei libri di Agostino Ramelli.

La figura che ne esce fuori è fortemente contraddittoria: da una parte – come testimoniano la maggior parte dei suoi componimenti – Brocardo sarebbe un valido rimatore del tempo suo, conscio di tutte le possibilità che il petrarchismo aveva da offrirgli. Dall’altra furbesco, polemiche, critiche (tutt’altro che immotivate) a secoli di retorica che, se non fosse morto così giovane, probabilmente lo avrebbero portato a mettere in pratica i suoi malcontenti.
Ed è proprio, a mio avviso, in questa complessa (e apparente) antinomia che si colloca l’Orazione in laude delle cortigiane, espressione perfetta della costante instabilità di ogni classicismo maturo, che ha alle spalle altri classicismi, che col passare del tempo diventano un tutt’uno con il canone cui vogliono rifarsi; classicismo maturo che sceglie sempre in itinere i modelli – più o meno conosciuti –  coi quali decide di relazionarsi.
Sembra superfluo, forse inutile, forzare a tutti i costi il personaggio per riuscire ad armonizzare perfettamente tutte queste tendenze, temendo le varie decostruzioni fatte a posteriori, visto che è proprio di una fase matura, in procinto di dar vita a nuove correnti, passare per momenti di incertezze e contraddizioni.Ecco perchè l’antinomia, per quanto forte possa essere, in certi casi va considerata sempre apparente: forse Brocardo non riesce ancora a proporre una soluzione unitaria a tutti i problemi che solleva, ma dà per lo meno la possibilità ad altri di farlo tramite il suo proprio esempio.


[1]    D. Vitaliani, Antonio Brocardo: una vittima del Bembismo, Rovigo, Papolo-Granconato, 1902 (disponibile alla consultazione elettronica: http://tinyurl.com/cv3fwh9).

[2]    Mi riferisco al Nuovo modo de intendere la lingua zerga, la cui ricostruzione filologica è tutt’altro che scontata. Rinvio a A. F. Caterino, Antonio Brocardo, Nuovo modo de intendere la lingua zerga, scheda TLIOn, http://tinyurl.com/bn6g57j, nonché all’opera stessa, http://tinyurl.com/bvfc8wa.

[3]    La polemica Brocardo-Aretino è principalmente testimoniata all’interno delle epistole dell’Aretino, nonché da un piccolo ciclo poetico di Niccolò Franco. Cfr. A. F. Caterino, Il ricordo di Alcippo (Antonio Brocardo) tra le rime di Niccolò Franco, Banca dati “Nuovo Rinascimento”, 2012 (http://tinyurl.com/ckww2ot).

[4]    I dialoghi speroniani cui faccio riferimento sono disponibili al link http://tinyurl.com/clmhcpa. La punteggiatura è di chi scrive.

[5]    Cfr. G. Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, 23 Ottobre 1823 ( http://tinyurl.com/c86rjfx), in cui cita l’edizione speroniana del 1596 (http://tinyurl.com/crspb5b).

[6]    Vedi C. Mutini, Antonio Brocardo, voce DBI (http://tinyurl.com/cvbao8n) e lo stesso Vitaliani,  pp. 36-7.

[7]    Fondamentale, per delineare tale categoria, il saggio di P. Procaccioli, Cinquecento capriccioso e irregolare. Dei lettori di Luciano e di Erasmo; di Aretino e Doni; di altri peregrini ingegni, in «Cinquecento capriccioso e irregolare. Eresie letterarie nell’italia del classicismo», Manziana (Roma), Vecchiarelli, 1999 (disponibile online in “Nuovo Rinascimento”: http://tinyurl.com/c769ecr).

[8]    Cfr. B. Tasso, Rime I, prefazione (http://tinyurl.com/cjmhp5j).

___________________________

s200_antonello_fabio.caterino*Antonello Fabio Caterino (San Giovanni Rotondo, 10/12/1988) è attualmente dottorando di ricerca presso la Scuola Dottorale Internazionale di Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Laureato alla Sapienza, con due tesi (triennale e specialistica) riguardanti la tradizione poetica umanistica e rinascimentale, ha scritto contributi su Antonio Brocardo, argomento del suo progetto dottorale, e Tito Vespasiano Strozzi.  I suoi campi di interesse includono la storia intellettuale rinascimentale, la filologia umanistica e le digital humanities, con particolare riferimento al rapporto tra ricostruzione del testo e nuove tecnologie, come dimostrato dal progetto «Filologia – Risorse informatiche» (http://tinyurl.com/ch84t7a), da lui ideato e curato.

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One thought on “Congetturare su un testo assente: il caso dell’ “Orazione in laude delle cortigiane” di Antonio Brocardo

  1. Articolo di Antonello Fabio Caterino estremamente interessante.
    Anzitutto per il soggetto della ricerca: un autore, Antonio Brocardo, per varie ragioni al centro dell’attenzione dei letterati del suo tempo, ma scomparso troppo presto per poterne situare in un quadro chiaro e coerente il pensiero e la produzione.
    Di non minore interesse è la ‘contraddizione’, non filologicamente sistemabile, della sua ”Orazione in laude delle cortigiane” che non ci è pervenuta. Se avessimo quest’opera, potremmo giudicare meglio anche quanto detto al riguardo nel “Dialogo di Amore” dello Speroni.
    Altrettanto interessanti la questione della lingua zerga e la modalità tecnologicamente aggiornata e, almeno per me, nuova, adottata da Caterino per consentire al lettore di visualizzare, ‘in diretta’, le fonti antiche citate.
    A.M.

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