Poesia/Recensioni

La fioritura delle forme in Vincenzo Di Maro

di Sebastiano Aglieco

20090718164631

Parto da un ragionamento di Paolo Donini – poeta e critico – in un suo testo inedito: «I poeti hanno sempre cura di lasciare tra le pagine l’indizio lampante della loro poetica. Se la poesia è il corpus testuale del lavorio scrittorio, il poema è il nucleo attorno a cui quel corpus ruota e si equilibra  (…) ed è quindi naturale che il poema in quanto perno della poesia si debba ricercare nella poesia stessa. (…). La poesia s’accorpa al poema e contiene dispiegata in sé la poetica». Se ne deduce che la poesia, pur ancorata a un quid – riconoscibile ma non indagabile – si alimenta prima di tutto di una distopia visionaria, una specie di esoscheletro distaccabile e permeato di una materia in divenire. È una premessa razionale, ma a mio avviso necessaria, per dire che la poesia di Di Maro va apprezzata per strati paralleli di comprensione in quanto espone problemi connessi al metatesto (pensiero), alla sua esplicazione (la parola) e al suo humus di provenienza, i suoi scarti esperenziali (il corpo). Se partiamo dal tema corpo, risulta ancora utile un passaggio di Donini: «Il vedere è percettivamente certo, il nominare ne consegue come impresa del riconoscimento»Il corpo è quindi l’esperienza del mondo, dello sguardo che, riflettendosi nel mondo, lo flette verso le sue potenzialità e nello stesso tempo si fa permeare dei suoi fallimenti. È esperienza del parlare di sé, delle proprie pulsioni a riconoscersi e a sconoscersi nell’altro da sé (il mondo): “la mia carne e la vostra”, con tutto quello che ne consegue. È mondo puro: la fioritura delle forme in una terra a Sud in cui lo sbocciare è associato allo sfiorire, a un rigoglioso quanto effimero splendore. Al desiderio della gioia di essere pienamente, “nel regno della metamorfosi”. È quindi, questo corpo, pienezza e possibilità, ma anche occasione mancata e malinconia del perduto, del già stato.

Certo, mimo l’eclissi e il desiderio
di ogni divenire se spalanco
il mio inverno senza neve (p. 28).

Questa parola è, in seconda istanza, parola, e cioè contenitore consapevole della storia delle forme: la poesia che ci ha preceduti e che ancora vive tra di noi, signora ben vestita di tutto l’armamentario della retorica, gonfia di  compiutezza –  spesso altezzosa –  ma probabilmente invasata di melanconica, di  un abito più umile aperto al possibile. Forse persino desiderosa del suo stesso sacrificio, tema centrale nella seconda pubblicazione di Di Maro, “La fine dell’opera”. L’aspetto di parola  è connesso quindi, al tema delle letture e delle citazioni, del colloquio con i poeti, con ciò che essi hanno inventato e saputo dire, in funzione, spesso, di una teatralizzazione delle forme, e cioè di una loro cannibalizzazione, attraverso una poetica che incosciamente, «tenta di riunire quel che oggi è più che mai disgiunto». Si veda, per esempio, l’uso raffinato degli  strumenti retorici classici: l’enjambement, la chiusure formale degli enunciati, segnali di un desiderio di voler agire all’interno di costrutti storici, evidentemente non del tutto risolti nel seno della contemporaneità, o utilizzati come le ultime schegge di un sistema valoriale da lungo tempo in decadenza. È una poesia che sembra non sopportare le porte troppo spalancate, l’andare a capo per abitudine, ma, piuttosto, per chiusura del suono, per completamento del senso. Parola è anche dire ed essere detti, (le poesie nelle quali sono abbastanza certo d’aver parlato a mio nome –  dice l’autore – differiscono da quelle in cui più probabilmente sono stato parlato) tema dei più abusati questo, eppure ancora oggi dei più suggestivi, qui sviluppato in rapporto agli esiti incontrollabili della tradizione  ma necessario nella riflessione di Di Maro in quanto, come si diceva prima, parola è, soprattutto, la sua storia.

E la storia qui ha a che fare con gli abusi di un post simbolismo di maniera, in nome di un ritorno alla suggestione dell’immagine piena (simbolica) – oggetto testuale, il simbolo, in grado di arginare la dispersione testuale messa tenacemente in atto dalle sperimentazioni terroristiche degli anni sessanta. – Di Maro allora, mette in campo alcuni meccanismi di conservazione in funzione rafforzativa: per esempio l’utilizzo di lemmi rari, (sciaguattio, serendipità, rivolo, reseca, specolo); soprattuto un’accentuata aggettivazione (settembre mattutino, edera odorosa, pulviscolare incertezza, zelante balbettio…) Il suo lavoro si costruisce insomma, entro le maglie di una metacognizione cosciente del fatto che la parola non coincide col Naturale. Il Naturale è, cioè, la vita tutta che ha bisogno di tornare alla sua consistenza di absentia: «null’altro c’è di vero, in quel che vedi,/ tranne il giorno dell’erba,/ il cardo, il velo»Allora il testo è tutto costellato di questo Naturale indefinibile, ambiguamente destrutturabile se non altro nel gioco di specchi che ogni vero testo mette in campo. La parola è in grado di cogliere la mancanza dell’essere restituendo al canto, alla voce, l’illusione di una pienezza. Ma è anche parola resa a una memoria non pacificata, canto funebre che nulla può smuovere ma solo attestare la sostanziale immanenza dell’essere, tema esplicitamente dichiarato in un’altra raccolta di Di Maro, Diario di Orfeo, in cui il canto si fa rievocazione, riesumazione. “Le cose esistono solo in quanto ricordate”. Questo aspetto di pensiero riguarda proprio la dichiarazione di una sostanziale immanenza della realtà, dentro cui la parola poetica radica il suo sguardo bifronte vòlto al destino della scomparsa e al richiamo del ritorno. È “parola resa/cieca a designare”, eppure fiamma che “rinfocola un pensiero”: demone meridionale intriso del più pericoloso dei mali meridionali: trovare la propria vocazione nella materia bruciante della metamorfosi, di un  pensiero reiterato e pur sempre non pago. ♦

Vincenzo Di Maro, La costanza dell’inseguito, Nuova Editrice Magenta, 2008.

***

Vincenzo Di Maro

 da La costanza dell’inseguito 

Che voce assente propone dismisure,
recita conte sgranate lungo i giorni?
Ghiandaia la mattina a becco aperto
Smarrisce in volo il seme che la nutre.
Scòstati, vieni via dal davanzale,
quello che costruiranno è roba antica.
Tieni la fronte tra due palmi verdi,
stupisciti alle nocche ormai fiorite.
È un brillare di stelle fra i tuoi nei.
Saranno i fiumi azzurri delle vene
crisalidi sopite sottopelle.

*
Qui ritornano i lupi. Quando s’oscura il tempo
e lo comprendi, potrai vederli ancora
ed esser visto, un’impronta vicina
un albero, una pietra.
Qui in cima l’orizzonte
sarà quest’espansione tra la luce
e il respiro. Solleverai la fronte
a questa nuda altana:
nulla ne ridiscese, tutto fu già temuto.
Sai aggiungere quest’acqua al pane di ieri
e allegare i ricordi con la paglia.

Adesso affiori, prima d’invecchiare
la parola esiliata in fondo al sangue,
occhi negli occhi, là dove è mondo teso,
il fiato arreso al fiato.

*
In verità di sonno mi saprai attraversato
– la girandola o il pozzo nient’altro che corolle
nel fitto del discorso in fondo al corpo –
conoscerai lo sperpero secondo il metro esatto
delle maree e delle fioriture:
questo il piede di lune, i dattili del grano,
le voci ricomposte dal silenzio nel fiato.
Non ti otterrò, se anche ignoro il momento
quando sarò la pietra e il numero nell’acqua
e tu la chiara vampa in cui m’avvento.

*
Schiena che accosti all’ombra sul sedile
ti riferisca questo: questo moto perpetuo, il valico
che inghiotte, attraversando il tempo il dio costante
franto in persona, in climi, istanti, rotte.
Questo volevo dirti, spesso taccio
Il verbo che ci è specolo di treno; sei accanto
al finestrino, guardi indietro
senz’occhi per il più completo abbraccio.
Ecco il moto perpetuo disvelato,
oggi rimango qui, ieri lo stesso.

*
Da un respiro profondo non si torna:
durano così gli anni perdonati, muta carne
che muta, è il mutar carne
che il tempo ci richiede per sapersi.
Alludevano a questo le gerarchie degli angeli
nel ricomporre uno strumento incerto,
stupefatta misura alla caduta.

*
Anche tu l’assapori, come l’ora, quest’aria
che mai ferma placa il fiato; più remota la senti
costanza d’inseguito. Ma ancora ti è fatica, a fine primavera:
è un lento rito su quest’Italia, in volo
enumerare grani illuminati
lungo un rosario a filo di campagne;
seppure cala sera su quel volto, dal tuo angolo
d’ombra, di ragna trascurata
e vi si imbeve assidua,
mai prevista del tutto.
Se ripiega, la sera, sul metallo dell’ala.

*
Niente esperienza d’angeli, Georg Trakl,
so che accanto a degli alberi in penombra
ha alcune chiese il cuore.
Può averti frequentato certo sonno
che a spire stringe il giorno, ti s’avviluppa al fiato
e il polso ti scandisce la rovina.
Nessun angelo, Trakl,
ma mano che sfarina nella stretta
l’ultimo avviso di dignità e bellezza,
la pianta della terra intrica i rami
e non sapresti ritrovarne i frutti.
So che in alcuni luoghi, accosto al sonno
le donne ritrovate sono una
discinta e bianca, che in penombra è luce:
farina al sole, l’amplesso che stringiamo,
l’ineffabile amplesso che ci stringe.

*
Cosa sai della terra che mi accoglie
– chiedevo, intanto il bimbo
attraversava il sogno
come un frullio di pioggia lungo i vetri
reca un odore e salpa, barca ignota
sul fiume germinato tra le braccia –
Neanche sai immaginarlo,
senza ricordi eredi chi non muore
se fin dal primo giorno ha pronunciato
un addio dalle labbra illuminate.
Qui do me stesso alla luce di una riva,
depongo un uovo antico, già di carne
una fiducia orfana nel clima
nel lievito benigno che è nell’aria.
Ovunque qui, come anche nei tuoi luoghi
ogni bellezza è debito di vita,
eluso amore, saldo disconosciuto.

*
“Sì, crollano gli imperi e in un sol giorno
la gloria si depone sotto un ciglio:
e così pari sono, quella città che all’infinito sperda
uno stellare riverbero dell’acqua
o l’altra la cui mappa riproduca
un astratto, angoscioso smarrimento”
– poi tacque un poco, ai margini del sonno –
“Quel che sempre contò fu accanto al muro l’erba
e il guardarvi nell’ombra meridiana
l’itinerario spento o potenziale
che un filo d’aria riprodusse in fuoco.”
“Può essere la strada – allora dissi –
Il suo senso obbligato, e questo l’uomo;
a tutto il suo sentire la ragione
non si accosta che a volte per ignoto.
È un illeggibile scompaginarsi al vento,
un mulinìo di terra, il bruciore devoto
del giallo che si irrora nello sguardo:
null’altro c’è di vero, in quel che vedi,
tranne il giorno dell’erba,
il cardo, il velo.”

*
Gli anni, certi profumi, la dolcezza dell’aria
in mezzo a certi alberi fondarono una chiesa;
priva d’altare, senza letture sacre,
nulla tranne pulviscolo, la mia carne e la vostra.
È un paese sommerso la ruga sopra il volto.
Questo solo ho da dire, che di nuovo è maggio:
che l’erba intona un cantico odoroso
e il crepuscolo vibra fra chiarissima carne,
per sempre perso tutto quel che è perso.

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2 thoughts on “La fioritura delle forme in Vincenzo Di Maro

  1. Pingback: Vincenzo Di Maro: su Samgha | Compitu re vivi

  2. Ringrazio il critico Sebastiano Aglieco per l’acutezza che mostra, anche in queste righe, inaspettate a un lustro dalla pubblicazione del mio primo libro: partendo dalla dissoluzione, dallo sfinimento delle forme, l’obiettivo personale è ora senz’altro quello di raggiungere, ritornare a un “corpo” collettivo, un’oggettivazione della parola-simbolo, a una ricomposizione ambiziosa – forse troppo – del “mondo”. Ma il mio pensiero non può certo sovrapporsi, in questa sede, senza sfigurare per vaghezza e parzialità, alle sue autorevoli riflessioni.

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