Interviste/Racconti

Tre domande all’autore con racconti inediti: Antonio Del Giudice, entomologo della quotidianità

a cura di Bruno Nacci

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1. Con il primo romanzo, La Pasqua bassa, ambientato durante la seconda guerra mondiale, hai ottenuto un notevole successo di critica, ma adesso sembri avviato verso il racconto e la stretta contemporaneità. E’ un ripensamento o il riemergere della tua professione di giornalista che prende il sopravvento? In altre parole pensi che la forma breve, con tutto quello che comporta, sia più adatta a raccontare la nostra realtà o è solo una scelta personale?

Credo che il racconto breve sia un modo efficace per raccontare la realtà cogliendone i lati più interessanti. La scelta mi consente anche di mettere a frutto la capacità di sintesi che, nella mia vita da giornalista, è stato un punto di arrivo. La Pasqua bassa  è stato un racconto lungo più che un romanzo. In questo momento mi convince l’idea di esprimermi con fotogrammi, particolari zoomati al volo, pennellate rapide. Mi diverte molto scrivere e mi piace vedere un risultato rapido: questa è la ragione vera che dà continuità alla mia storia di giornalista. Se una particolare situazione offre uno spunto alla mia fantasia, ho bisogno di renderla subito visiva. Se sia una scelta definitiva non lo so. Magari dai racconti mi torna la voglia di scrivere un altro romanzo. Ma sarà breve anche quello. Garantisco.

2. Tu viene da una stagione di impegno politico che teorizzava questo impegno anche in letteratura. C’è qualcosa che salveresti di questa visione sociologica del lavoro letterario?

No, onestamente no. La letteratura deve poter raccontare la vita, nelle anime e nei corpi, senza pagare dazio alle ideologie o alle convinzioni politiche. La letteratura non può essere politicamente corretta perchè non è questo il suo compito. L’amore, la gioia, le sofferenze, la carne e il sangue non si possono maneggiare per sostenere una tesi. I pochi grandi scrittori che contano hanno avuto il coraggio di scrivere quello che vedevano e provavano, senza pregiudizi e persino senza giudizi.

3. Per rimanere nell’ambito dei rapporti tra giornalismo e letteratura, che nel novecento ha prodotto autori di prima grandezza, soprattutto ma non solo negli USA, cosa pensi del giornalismo di oggi, e non parlo del solo fatto linguistico, in relazione alla pagina narrativa?

I giornalisti capaci di raccontare hanno consentito di masticare letteratura anche ai lettori che non frequentavano abitualmente libri. Gli inviati di guerra si chiamavano, per esempio, Hemingway o Parise. I giornali avevano un ruolo determinante nel creare un linguaggio e nel diffondere una lingua letteraria. Oggi, salvo casi rari, c’è un clima di banalizzazione e di leggerezza inconsapevole. La prima colpa fu della televisione, ma la decadenza è arrivata con Internet. Internet, infatti, è un utilissimo strumento di lavoro, un servizievole archivista, è un monitor sempre aperto sul mondo. L’uso di Internet ha creato sì nuovi linguaggi di comunicazione, ma ha peggiorato di molto la lingua della letteratura, dando via libera agli analfabeti di domani.

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ARTICOLI SPORTIVI

di Antonio Del Giudice

La tuta porta il nome della ditta. La ragazza che la indossa è piccola e formosa. E’ fasciata come un manichino ma lei ha il viso di una ragazzetta scafata. Il suo compito all’ingresso è di smistare i clienti secondo le loro esigenze. Ha per tutti una risposta semplice e precisa. Abbigliamento per palestra al padiglione A. Attrezzatura da montagna al padiglione B. Pesca sportiva e varie al padiglione C. Il ragazzo ha un’aria sicura e un occhio furbetto. Statura regolare, smilzo, i jeans con la cintura a mezza chiappa e il cavallo alle ginocchia. Cappellino con visiera marcato New York. Scarpe da ginnastica con lacci volanti. Giaccone all’ultima moda. Vistoso orecchino a un lobo, percing a trafiggere la parte inferiore. Sul bus non lo noteresti, tanto è uguale a tutti gli altri ragazzi. Non vuole nulla di preciso, si vede che è addobbato di tutto punto. La ragazza è attratta dal bell’imbusto con l’orecchino. Lui la salta senza filarsela e si avvia al padiglione A. Conosce il posto. Un signore che ha scoperto la palestra a 60 anni chiede alla ragazza formosa dove può attrezzarsi per la sua nuova vita. Il medico gli ha detto che la mattina farebbe bene a fare un’oretta di fitness, un po’ di tapis-roulant, un po’ di cyclette, qualche peso, un po’ di addominali. Lui lo ripete alla ragazza in modo da avere le migliori indicazioni del caso. Spiega che complessivamente sta bene, non si sente così vecchio, ma certo una vita seduto dietro una scrivania… La ragazza chiama un giovanotto spigliato e disponibile che si prende in carico il signore che ha bisogno di un’ora di palestra. Con la sua guida troverà tutto quel che gli serve. Si accomodi al padiglione A.

Una signora bella e attraente aspetta il suo turno, aspetta che la ragazza fasciata consegni il pensionato al ragazzo spigliato. La ragazza la nota e scatta con sollecitudine. La signora attraente è fasciata a sua volta in un tubino antracite, con generoso spacco laterale. E’ alta e monta su un tacco decisamente sobrio. Occhiali da sole ampi e coprenti anche oggi che il cielo è antracite come il suo vestito. E’ bionda, il colore dei suoi occhi ci resterà ignoto. La signora bionda ha bisogno di uno zaino per sua figlia. Uno zaino non grande né piccolo, di quelli adatti al tempo libero. Sua figlia lo vuole nero, a lei piacerebbe rosa, ma si sa che i figli di oggi sono tutti un pochino punk, dice alla ragazza. Fascia di prezzo? Il prezzo non è un problema. Gli zaini li trova al padiglione B. La signora con gli occhiali da sole ringrazia con un cenno del capo e si avvia al padiglione B.  C’è in attesa una ragazza grassa, avrà 15 anni più o meno. Cerca una tuta della sua misura per fare jogging. Racconta alla ragazza minuta e formosa perchè è qui. Ha provato in altri negozi, ma pare che l’abbigliamento sia solo roba per anoressiche. Il medico di famiglia, che è anche esperto di medicina sportiva, l’ha mandata da un dietologo e le ha consigliato di correre sulla spiaggia almeno un’ora al giorno. Deve perdere 15 chili, uno per anno, ha scherzato il dottore. E’ alta 1,52 centimetri, dovrà scendere a 45 chili. La ragazza grassa non sa se ce la farà. Intanto cerca una tuta della sua attuale misura, perché a digiunare ha cominciato stamattina. Non dovrà superare le 800 calorie al giorno. Il latte scremato le fa schifo, forse andrà meglio con la tuta. Accomodati al padiglione A.  Lo hanno fermato mentre guadagnava l’uscita all’inglese. Ha l’aria un po’ sorpresa e un po’ strafottente. All’addetto che lo perquisisce non regala neanche uno sguardo. Sotto il giaccone alla moda ha indossato due magliette, New York come il cappellino che adesso porta di traverso. Il percing freme col labbro che si morde. Essere un ladro sembra cosa che non lo riguardi però. Ha rubato le due magliette, sfidando le telecamere interne al magazzino e senza darsi pensiero degli aggeggi antitaccheggio. La fuga è fallita senza clamori, niente sirene, niente suonerie. Se non hai pagato la maglietta, la porta non si apre.

Il ragazzo con i jeans a mezza chiappa adesso è al centro di un piccolo anfiteatro umano che gli si è raccolto attorno. Continua a mordersi il labbro con percing, ma non pare preoccupato. Consegna il documento al vigilante che l’ha preso in consegna, mentre l’improvvisato pubblico assiste in silenzio. Il corpo del reato viene messo in sicurezza per evitare che scompaia la prova. Arriva il direttore del centro. Si informa, chiede spiegazioni, prega il pubblico di sciogliere l’assembramento. Nessuno si muove. Il vigilante consegna il documento al direttore e gli bisbiglia qualcosa. Il direttore fa un impercettibile balzo in avanti per leggere meglio la carta di identità del ragazzo con l’orecchino. Il pubblico capisce che il direttore se la sarebbe volentieri evitata questa grana. Il ragazzo ha percepito lo scatto impercettibile e continua a non fare una piega. Il pubblico sussurra in coro. Diviso fra comprensione e sdegno, rimane unito nella curiosità. Il signore che ha scoperto la palestra a 60 anni si fa largo e si avvicina al ragazzo. Vorrebbe fare qualcosa, ma non sa che cosa. Pensa di pagare le magliette e di liberare il ragazzo dopo avergli fatto una ramanzina. Il direttore capisce al volo e spiega che non si può, un reato è una cosa seria. Il signore in pensione prova a fare il nonno e mima due ceffoni come punizione esemplare. Il direttore fa un cenno di diniego con la testa. Non si può. La ragazza grassa si avvicina e non sa neanche lei per quale ragione. Guarda il ragazzo con l’orecchino e pensa che, pur di essere magra come lui, vorrebbe essere al suo posto di ladro. Prova ad attirare l’attenzione del ragazzo per proporgli uno scambio di ruolo. Il ragazzo non la degna neanche di un’occhiata. La ragazza si gira di scatto e se ne va, indignata da tanta ingratitudine. Il ragazzo ladro non se ne accorge nemmeno.

Guarda la scena dalla seconda fila, la signora con gli occhialoni da sole anche oggi che il cielo è antracite. La signora bionda muove gli zigomi come se masticasse qualcosa, ma non è dato capire che cosa pensa. Gli occhiali fanno da impenetrabile schermo. La donna si avvicina e parlotta qualche istante con il direttore del magazzino. Lui fa di no con la testa, ma nessuno ha colto il contenuto della domanda. La donna estrae dalla borsa un documento e lo mostra. Il direttore si stringe nelle spalle, rammaricato di una circostanza che nessuno può conoscere. Il lampeggiante e la sgommata annunciano l’arrivo delle forze dell’ordine. Il clima si fa teso. La donna bionda si offre per trattare con i poliziotti. Quel ragazzo potrebbe essere suo figlio. Il pensionato non vuol essere da meno. Quel ragazzo potrebbe essere suo nipote. Si crea un clima di solidarietà col ragazzo ladro. C’è qualcosa di esagerato che il pubblico non gradisce. In fondo, due magliette non sono un omicidio. In un paese dove neanche gli assassini vanno in galera. In un paese dove i politici rubano a mani basse. In un paese dove comanda la mafia. Il povero ragazzo strafottente diventa la bandiera della libertà. Arriva un signore dal volto conosciuto che precede di un soffio gli agenti, ha un’aria spavalda. Il ragazzo urla un liberatorio “papà!”. Cambia il vento della folla, si alza un grido: “In galera tutti e due!”. Il signore dall’aria spavalda è il vice sindaco della città.

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POVERI CRISTI

Cammina su trampoli sconnessi e rischia ad ogni passo di cadere. Muove le braccia in sintonia alternata per mantenere il precario equilibrio. E’ un po’ più alto della media dei ragazzi della sua età. Ha una testa liscia come una palla di biliardo. E’ sempre assai pallido, è magro come un chiodo. Avrà trent’anni o poco più. Le sue gambe poliomielitiche sembrano avvitate male al bacino. Il ragazzo cammina senza aiuto di protesi né di bastoni. Tiene l’equilibrio mulinando le mani a palmo aperto. Veste un completo di tessuto jeans, pantaloni e giacca dalla quale sbuca il colletto azzurro di una polo. Il ragazzo sui trampoli chiede l’elemosina sempre allo stesso angolo della piccola città. Gli automobilisti lo conoscono e lo rispettano più di quanto non rispettino il rosso. Quando scatta il rosso, il ragazzo ci mette il suo tempo per scendere dal marciapiedi e guadagnare il centro strada. Si infila tra le automobili per chiedere il solito obolo. Pochi glielo rifiutano. Quasi tutti arrivano al semaforo già con la monetina in mano, tirano giù il cristallo del finestrino e gliel’allungano. Il ragazzo si muove come un acrobata in un circo. I passanti tengono il fiato sospeso per lui. Sta per scattare il verde, il ragazzo sui trampoli si muove verso il marciapiedi. La fila di automobili aspetta che sia al sicuro, poi riprende a sgommare. L’uomo avrà cinquant’anni. E’ seduto per terra con la schiena appoggiata al muro. Ha la barba lunga di qualche giorno, la testa coperta da uno zucchetto colorato tipo egiziano. Forse è egiziano, a ben guardarlo ha la pelle scura degli arabi. E’ di corporatura massiccia, l’altezza è falsata dalla posizione sdraiata contro il muro. Veste un maglione di lana a strisce colorate come lo zucchetto. Ha una scarpa sola, mezzo sfondata. Ha una gamba e mezza. Accanto gli giace una protesi dal ginocchio in giù, che finisce nell’altra scarpa mezzo sfondata. Allunga una grossa mano fino a toccare il ginocchio ai passanti, chiede qualcosa in tono lagnoso, riesce a mantenere il volto atteggiato al pianto. Ma più che piangere, emette un ringhio sottile. Incute la paura di uno che può saltarti addosso da un momento all’altro, anche se gli manca una gamba d’appoggio. Qualche passante si lascia sorprendere e gli lascia cadere in mano una monetina di qualche centesimo. Qualche altro fa un balzo laterale per sfuggire al ringhio lamentoso che suscita paura più che compassione. Non è raro che chi lo intraveda da lontano, freni lo slancio e con manovra improvvisa cambi marciapiede. Quando il passeggio scema, l’uomo dai colori egiziani si tira in piedi lungo il muro che lo regge, avvicina a sé la gamba vuota, infila il moncherino e si allontana appoggiandosi a una stampella. Si sposta all’angolo più a nord, dove il passeggio comincerà fra un po’.

Fuma una sigaretta rollata a mano. Il tabacco è grasso, il fumo è intenso. L’uomo che fuma avrà quarant’anni. E’ biondo come un tedesco, ha capelli rossicci e arruffati. Indossa una giacca blu di sartoria. La giacca è un tantino lisa ai polsi e al collo. I pantaloni sono di fustagno color marrone. Ai piedi un paio di scarponi da montagna, la tomaia lucida e carrarmato pulito di fresco. L’uomo è seduto per terra, schiena poggiata allo stipite del mercato rionale. Le gambe incrociate reggono un libro scritto in caratteri cirillici. Sarà Cecov, sarà Tolstoj, sarà qualsiasi cosa scritta in russo. Accanto al carrarmato c’è una coppola a disegni scozzesi, foderata di sete color vinaccia. Nella coppola c’è qualche spicciolo lasciato cadere dai passanti. L’uomo non si cura molto dei suoi affari, sembra più interessato alla lettura. Ogni tanto leva gli occhi azzurri per accompagnare un cenno del capo di ringraziamento. Non fa un gesto più del dovuto. Sembra un fachiro che risparmia l’aria da espirare. Ha l’aspetto tranquillo e soddisfatto. Un cane bastardo ai suoi piedi, un cane più spelacchiato di quello di san Rocco. Non sembra male in arnese. Non si capisce perchè abbia scelto di fare il mendicante. Perchè lui l’ha scelto, questo è evidente. Basta osservare il disinteresse che dedica alla coppola del tesoro, non la guarda proprio. Può sembrare un nobile decaduto, costretto a mendicare ma incapace di farlo. Non cerca di commuovere nessuno. Lui è lì, un’ora dopo l’apertura del negozio, per volatilizzarsi quando il mercato chiude. Nessuno l’ha mai colto nel momento in cui si alza per andare via. Quando se ne è andato, si sente soltanto l’odore forte del tabacco delle cicche lasciate sul marciapiedi. E’ curva come le streghe delle favole. E’ coperta da un vestito nero che le scende a campana fino ai piedi. Un gilet smanicato e stinto le copre le spalle. Non ha nessuna età. Ha il naso a patata e i capelli grigi che spuntano dal fazzoletto che le copre la testa. Babbucce ai piedi nudi. Un viso non comune che giureresti di aver visto da qualche parte, senza il corpo deforme. Piegata in due com’è, non riesce a guardarti negli occhi neanche con una torsione del capo. Condannata a guardare per terra dalla sua deformazione, allunga la ciotola per l’elemosina quando sente rumore di passi. Emette un suono gutturale tutte le volte che una monetina tintinna nella ciotola. Forse è un grazie o forse no. Non ha un punto fisso per il suo lavoro come gli altri mendicanti. La trovi in posti diversi della città. E per lunghi periodi non la trovi da nessuna parte.

Tutte le mattine, allo stesso angolo davanti alle poste centrali, si materializza una famigliola di lavoratori della strada. Sono tre o quattro, fra madre, padre e figli a turno. Si somigliano tutti fra di loro, potrebbero essere fratelli, ma dai toni dell’uomo sui cinquanta si capisce che lui è il capofamiglia e gli altri gli sono sottomessi. Tutti vestiti decentemente, giacche di felpa unisex, gonna rossa la femmina, jeans sdruciti i maschi. Cappuccino e briosche per tutti, poi al duro lavoro, ai quattro angoli dell’isolato. Il vecchio si piazza con un vistoso cartello “ho fame”, un pezzo di cartone strappato a una scatola. Il giovane ha il suo, di cartello, “cerco lavoro”. In attesa di trovarlo, campa della compassione di qualcuno che ci crede. Per l’elemosina i giovani sono poco credibili. La donna issa il cartello, stesso cartone della stessa scatola, “ho due figli”. Quando c’è, il quarto della famigliola è un ragazzino che si aggrappa ai passanti, li strattona per la manica, allunga la mano a coppa senza pronunciare una parola. Forse è muto o ha avuto l’incarico di esserlo. In città non ci sono molti turisti, non c’è un granché da visitare. Le vittime dei poveri sono sempre le stesse. Come sempre le stesse sono le persone che abitualmente si muovono lungo l’asse corso Umberto-via Cavour, dove vive la City. Qui ci sono banche, bar, ristoranti, librerie, verdurai, venditori di intimo, di scarpe, di abbigliamento, tabaccherie, luoghi di intrattenimento. L’asse commerciale culmina nella stazione di treni e autobus, una stazione come tutte le altre, col popolo dei nullafacenti e dei border-line che tirano a sera. L’uomo dai trampoli sconnessi si trasferisce qui dopo il tramonto. Per reggersi meglio in piedi, si aggrappa a una colorata slot-machine che ingoia monetine.

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LA PROSSIMA FERMATA

Grande e grosso come un armadio, l’omone nero parla a telefono con voce forte e concitata. Pensa di essere solo nel deserto. Parla una lingua lontana, swaili forse. L’arabo dei marocchini non è così concitato. Avrà quarant’anni. L’omone nero occupa due posti nella fila di destra. Una sola poltroncina non basta a contenerlo. Siede a metà dell’autobus, accanto all’uscita, così può allungare le gambe senza impedimenti. Ha la barba di qualche giorno e i capelli rapati a zero. Un maglione dolcevita ne avvolge la muscolatura possente. Non è grasso, ha lo stomaco prominente dei bevitori di birra. E’ in posizione strategica, la mano poggiata sul pulsante che prenota la fermata successiva. Ad ogni riavvio, lui pigia e continua a urlare nel telefono. Prima o poi scenderà. Una signora ben vestita e fresca di toilette siede alla stessa altezza sulla fila di sinistra. Capelli brizzolati raccolti in un piccolo chignon, vestitino fintostilista alla moda, magra e chiara di carnagione. Più che chiara, diafana. La signora a intervalli regolari allunga di traverso uno sguardo di disapprovazione all’indirizzo dell’omone nero. Ogni tanto sembra pronta ad aiutarsi con un gesto di protesta. Gesto di protesta ripensato all’ultimo momento. La signora rivolge uno sguardo implorante ai compagni di viaggio, chiede aiuto per zittire l’uomo che urla al telefonino. L’appello cade nel vuoto, immancabilmente. La signora comincia a dare segni di insofferenza, si agita sulla poltroncina, si gira e si rigira. Stringe sempre di più la sua borsetta al seno. Decide di guardare fuori dal finestrino per il resto del viaggio. Un ragazzo disabile in sedia a rotelle è assicurato da una cintura al posto riservato alla categoria. Avrà vent’anni. In piedi gli sta accanto una donna che potrebbe essere sua madre. I due si somigliano. La donna è vestita un po’ alla buona, un po’ a casaccio, come se avesse infilato i primi indumenti che le sono capitati. Camicia bianca a righine rosse e giacca a quadri, gonna pieghettata color verde cupo, scarpe mezzo tacco senza più forma. La donna si guarda intorno con un certo imbarazzo. Asciuga la bava alla bocca al suo ragazzo e gli passa una mano amorevole sulla testa. Ha un’aria addolorata e rassegnata. I vicini di posto lanciano qualche sguardo incuriosito e si girano dall’altra parte. La donna fa un cenno abituale all’autista. L’autista capisce. Alla prossima fermata tirerà fuori lo scivolo per consentire alla donna di far scendere il suo ragazzo in carrozzella.

Il solito trambusto in fondo all’autobus. I soliti ragazzi che hanno marinato la scuola. Fanno baccano e scherzano felici. Solo le urla dell’omone nero coprono il casino che fanno. Sono tre, i ragazzi: due maschi e una femmina. Hanno meno di quindici anni, forse frequentano il primo anno delle superiori. I due maschi si competono la femmina in un duello a colpi di zaino. Lei si gode lo spettacolo. E’ bella, grandi occhi, capelli nerissimi, spallina del reggiseno che spunta dalla felpa a collo largo. I due ragazzi combattono e la guardano in tralice, per cogliere il punteggio del match sul tabellone del suo viso. Uno è rosso di capelli, occhiali da sole alla moda, felpa bianca zeppa di scritte in inglese. Ha un orecchino al lobo sinistro. L’altro è biondo, capelli lunghi, più alto del suo rivale, felpa blu. Ha un tatuaggio sul polso della mano destra. Tutti e due calzano scarpe da jogging senza stringhe. Tutti e due di buona famiglia, almeno a giudicare da come vestono. Un signore che avrà settant’anni guarda il terzetto con disapprovazione. E con invidia. Ha un cappotto grigio di lana. Calza una coppola con il paraorecchi. E’ munito di regolare ombrello. Il cielo è coperto. Non piove, ma potrebbe. Così bardato guarda i ragazzi in felpa con aria di disapprovazione. E con invidia. Ha ripiegato in mano il giornale locale che vorrebbe leggere. Lo spettacolo dei tre ragazzi per adesso è più interessante. Il giornale lo leggerà dopopranzo, prima della pennichella. Ogni tanto il signore di settant’anni scuote la testa, con aria di sufficienza. Ai suoi tempi certe cose non accadevano. I genitori avevano altra spessore, altra autorevolezza. L’orecchino, a quei tempi, era consentito solo ai carrettieri o agli invertiti. Il tatuaggio lo portavano solo gli avanzi di galera. Il signore osserva e disapprova. La ragazza, poi, in giro con due tipi di quel genere! Ai suoi tempi le ragazze andavano in chiesa, a scuola di ricamo e si cucivano il corredo con le proprie mani. Per fortuna i miei figli hanno sposato due brave ragazze. Che mondo!

Un giovane senegalese con le sue masserizie siede accanto ai ragazzi. Ha poggiato un sacco nel corridoio dell’autobus, un altro l’ha in grembo e occupa la vicina sedia che è vuota. Guarda lo spettacolo dei ragazzi. Il suo viso non mostra una piega. E’ scurissimo di pelle, ha capelli neri arruffati come la lana di una pecora. Avrà trent’anni. Ogni tanto guarda l’omone nero che urla al cellulare e forse coglie anche qualche  eco di quella lingua lontana. Sembrano senegalesi tutti e due, e forse lo sono. Il ragazzo scurissimo appare preoccupato e imbarazzato. Sa di non essere in regola, anche se ha l’abbonamento al 34. I due sacchi ingombrano e infastidiscono gli altri viaggiatori. Qualcuno lo guarda con occhio di rimprovero. Alla fermata della stazione salgono due uomini in divisa. Biglietti, prego. Il ragazzo senegalese con i due sacchi si stringe nelle spalle. Poi riconosce i controllori e riprende fiato. Mostra l’abbonamento, ma i due in divisa non stanno neanche a verificare. Conoscono il ragazzo, gli fanno cenno che va bene. L’omone nero finalmente smette di urlare, chiude il cellulare e si ricompone. La signora dai capelli brizzolati smette di agitarsi sulla sedia. Gli uomini in divisa controllano minuziosamente e sono gentili con tutti. Dal fondo dell’autobus arriva un brusio di disappunto. I due ragazzi di buona famiglia si ricompongono in attesa dei controllori in divisa. La ragazza mostra per prima il tagliando, con uno zelo inconsueto sul bus. Il ragazzo rosso e quello biondo farfugliano qualcosa. La multa è di 250 euro. Non hanno documenti, saranno accompagnati dai vigili urbani, favorire il numero di telefono dei genitori. Prego. Alla fermata i due scendo accompagnati dagli uomini in divisa. La ragazza li vede scendere, appare smarrita ma rimane al suo posto. Il 34 è pronto per ripartire. Dal centro dell’autobus si leva un grido disperato. “Al ladro, al ladro”. Le porte si sono richiuse. Il ladro è già lontano. La signora dai capelli brizzolati sta piangendo.

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IN CODA ALLE POSTE

L’anziana signora si guarda intorno alla ricerca della vittima designata. E’ piccola e magra, macilenta addirittura. Gira gli occhi a destra e a manca senza muovere la testa. Lo fa con la calma di chi non ha altro impegno per tirare a sera. Fissa un signore alto e fresco di barbiere, ma non lo prende in considerazione. Si sofferma per un attimo su una ragazza che sembra una suorina senza saio. Poi è la volta di un omino affannato e indaffarato, con suo cappello da baseball ben calato in testa. Nell’ufficio postale ci sono figure per tutti i gusti. La fila allo sportello è lunga e mugugnante. L’anziana signora si applica scientificamente nell’analisi antropologica dell’umanità che le scorre sotto gli occhi. Le potenziali vittime osservate fino a questo momento non la convincono: troppo frettolose o troppo indifferenti. Lei ha bisogno di individuare un soggetto che stia nell’ufficio postale per la sua stessa ragione: non avere altro da fare, se non tirare a sera. Non un pensionato perdigiorno che era lì per ritirare la raccomandata per il figlio. Non una badante che non conosce neanche la lingua patria. Neanche una donnetta piccola e macilenta come lei. Cerca una specie di suo contrario che le consenta di dare il meglio di sé. E’ appena entrata una ragazza che traina una vecchia cieca che cammina aggrappata alle sue spalle. Sono tutte e due spruzzate di pioggia, segno che le nuvole grigie del mattino hanno preso a fare il loro lavoro. L’alba era stata timidamente soleggiata, poi il cielo si era coperto a poco a poco. Adesso che è mezzogiorno la pioggia scroscia dolcemente. Sullo stipite della porta d’ingresso all’ufficio postale si è come materializzato il ragazzo egiziano che vende ombrelli. Ombrelli fragili e inconsistenti destinati a durare ventiquatt’ore. Costano due euro e neanche li valgono, ma il ragazzo egiziano ci campa con quei pochi spiccioli. La sua offerta ossessiva non ha una gran presa sul pubblico che, guadagnato l’ingresso, si mette al riparo. Al ragazzo egiziano va un po’ meglio con chi era stato sorpreso dalla pioggia mentre era in coda allo sportello e, uscendo, non sa come ripararsi.

La signora macilenta è sempre lì all’angolo che aspetta la sua preda. Ha scartato anche la ragazza con la signora cieca. Sta squadrando la suora senza saio, ma non sembra persuasa. Non le sembra persona disponibile ad ascoltarla, non ha una precisa espressione, a parte i capelli arruffati e un paio di occhiali di metallo passati di moda. Lei, la signora a caccia di vittime, non ha fretta, non ha nessuno che l’aspettassi a casa, non ha operazioni da fare in posta, ha tutto il tempo per scegliere il bersaglio adatto. Niente da fare alla coda per le raccomandate “inevase”, come c’è scritto sul cartello. Qualche metro più in là c’è lo sportello delle pensioni. Due sedie e un tavolinetto sghembo rendono più confortevole l’attesa. Seduta c’è una donna che può stare solo seduta, tanto è grassa. A dire il vero, bisogna spulciare con attenzione per cogliere tracce di femminilità. Il viso grinzoso e giallognolo sembra quello di un vecchio glabro. Gli occhi sono due fessurine intagliate in due polpette di grasso. Le spalle tonde e curve inglobano la persona in un blocco di carne senza forme. La sedia accanto è vuota. La signora magra si accomoda senza esitazione. Ha deciso che la sua vittima sarà la donna dal viso grinzoso e con gli occhi a fessura. Si è già seduta quando chiese il permesso di sedersi.

“Scusi è libera questa sedia?”.
“Sì, non lo vedi?” risponde la donna grassa con voce baritonale.
“C’è tanto da aspettare?”
“Sì, non lo vedi?” replica l’altra con lo stesso tono di voce.
“Da quando aspetti?”
“Sarà più di un’ora. E’ normale aspettare, non lo sai?”
“E non ti stanchi ad aspettare?”
“Sì, mi stanco, ma per fortuna ho trovato questa sedia…”
“E’ che tu sei troppo grassa, io non mi stanco mai…”
“Grassa io? Tu mi sembri uno scheletro, ma mangi qualche volta?”
La donna grassa cerca di tagliare la conversazione, girandosi alla ricerca di qualche altro interlocutore che la liberi dalla donna magra. Ma questa non ha nessuna intenzione di darsi per vinta.
“Io sono magra, è sono contenta di esserlo, ho la casa piccola, tu non entreresti neanche nel cesso di casa mia…”
“Ma a me del cesso di casa tua non mi importa nulla…”
“A me sì che mi importa. Nel mio cesso ci sono la tazza, il lavandino e il bidé attaccati l’uno all’altro. Io ci entro perchè sono magra…”
“E a me che importa? Io nel cesso di casa mia ci entro benissimo…”
“Sarà che nel cesso ci entri benissimo, ma lo sai che i grassi muoiono prima dei magri? Lo hanno detto anche in televisione…”
“Sono tutte palle dei medici per vendere medicine, e quelli come te ci credono…”
“Sì, tutte palle, non senti che respiro affannoso che hai? Non vedi che non riesci a stare in piedi?”
“Oh, ma chi ti conosce? Perchè non ti fai gli affari tuoi, che porti anche jella? Lasciami stare, che vuoi da me?”
“Dicevo così per dire, è difficile vivere soli alla nostra età, se non si sta bene in salute…”
“Ringraziando Dio, io sto bene e non vivo sola. Ho una figlia che vive con me e un figlio che è sposato e ho due nipoti. I miei figli mi aiutano molto…”

La donna magra diventa pensierosa, come se avesse perso un po’ delle sue certezze. Si guarda intorno. La sala si è riempita di pensionati che aspettano la paga e si riparano dalla pioggia. Il signore dal viso scavato e dai grandi baffi bianchi si appoggia al bastone per reggersi in piedi. la vecchia con il capo coperto da un velo nero ha una peluria setolosa che le incornicia la bocca. L’uomo tarchiato ha nelle narici due cannule che partono da un respiratore assicurato alla cintola. All’angolo è parcheggiata una vecchina in sedie a rotelle badata da una ragazza bionda dall’aria baltica. Una donna non vecchia si copre il capo per nascondere la calvizie da chemioterapia. Tutti disposti in cerchio, in attesa del proprio turno. Parlano di tutto, della crisi economica e del Grande fratello, degli extracomunitari e delle tasse, del papa e del tempo. Qualcuno parla con sussiego, qualcuno ride a bocca spalancata. La donna magra li osserva con curiosità. Si domanda come facciano a essere così tranquilli, ognuno col suo guaio. Se lei avesse il tubo nel naso o facesse la chemio… Allontana da sé con orrore l’ipotesi funesta. Mantiene salda la sua convinzione di persona sana che nulla ha che vedere con la malattia. Lei è magra, molto magra. I magri vivono di più, si ammalano meno, lo ha detto anche la televisione. Il gruppo di disgraziati, ad uno ad uno lascia l’ufficio postale, dopo aver ritirato la pensione. L’uomo con le cannule nel naso è accompagnato sottobraccio da una donna bionda che sembra sua moglie. La donna della chemio è attesa all’uscita da un ragazzo alto e ben messo che sembra suo figlio. L’uomo col bastone è atteso da un signore più giovane che gli somiglia abbastanza, potrebbe essere suo fratello. La vecchia in sedie a rotelle viene caricata in automobile dalla giovane badante e da un giovane ragazzo, forse suo nipote. La donna magra aspetta che la stanza sia vuota, poi esce anche lei. Fuori piove ancora, ma lei non spenderà due euro per l’ombrello che non li vale. E’ sola, non l’aspetta nessuno. Suo marito l’hanno seppellito tre giorni fa.

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ERODE FIGLIO DI SCIARRA

Erode si chiama proprio così. Vive in un paesino di 300 anime. E’ arrivato in città per il disbrigo di pratiche burocratiche. E’ arrivato con la sua Panda 4×4 che è il suo piccolo fuoristrada. Lo ha accompagnato il figlio di un vicino, un ragazzo di 15 anni che ogni tanto si guadagna qualche euro scortando Erode. Il ragazzo lo aspetta in automobile, mentre lui Erode fa la fila allo sportello della protezione civile. Deve rinnovare la patente che gli è scaduta. Ha con sé in una busta le ricevute dei bollettini pagati e il certificato del medico oculista. Allo sportello c’è un paesano che lo conosce e che lo chiama per nome. Il paesano chiede alla fila di aprirsi per far passare quel signore tozzo, rossiccio di carnagione, un cappellaccio di feltro nero ben calcato in testa, due occhi di fuoco, due mani grosse e callose. Lui ringrazia con un cenno del capo, senza mai togliersi il cappello.

L’impiegato guarda le carte e prepara il documento provvisorio che sostituirà la patente fino a conclusione della pratica. Erode, vista da falco, fissa la mano che scrive il documento. La mano ha scritto: rinnovo accordato per sei mesi. L’addetto gli allunga la carta. Erode rifiuta di ritirarla, è convinto che sia stato commesso un errore o un sopruso ai suoi danni. La legge dice che il rinnovo è di dieci anni, salvo che il patentato non abbia superato i 60 anni, che in quel caso il periodo si dimezza, diventa di cinque anni. Erode chiede spiegazioni. L’impiegato tergiversa. Lui sbotta: “Io ho 90 anni, e nessuno mi ha mai trattato così. Ho 90 anni, ho una vista 10 su 10, mi spettano 5 anni. Non sono mica un drogato o un alcolizzato. Voglio parlare con il capufficio.” L’impiegato lo accompagna dal capufficio: “C’è il signor Melazzini”. Il capufficio ci mette un po’ a capire, quel cognome non gli è nuovo. Appena vede spuntare la tesa del cappellaccio nero, scatta in piedi: “Ma è Erode…”.

Anastasio Santorini, il capufficio, sa bene chi è l’uomo che gli sta davanti. Suo nonno, dal quale ha preso nome e cognome, gli raccontava sempre la storia della famiglia Melazzini, vicini di casa in una cittadina dell’agro viterbese. Il padre di Erode era di Anagni e si chiamava Giacomo Sciarra, non in onore di san Giacomo, ma in omaggio a Giacomo Sciarra Colonna, l’uomo dello schiaffo a Bonifacio VIII. Ferroviere e socialista della prima ora, la domenica di Pasqua del 1925 era stato malmenato dagli squadristi, arrestato dalla polizia fascista e mandato al confino nelle terre malariche della Maremma toscana. Per stargli vicino, la moglie Clelia e il piccolo Erode si erano trasferiti nel paesino del Viterbese, dove abitava un vecchio zio contadino, fratello della mamma di Giacomo Sciarra. Sei anni di vita agra, che Erode non avrebbe più dimenticato. Quella domenica di Pasqua lui aveva sei anni, i fascisti che avevano picchiato suo padre li riconoscerebbe ancora oggi a uno a uno. Il capufficio Anastasio Santorini sa che non passerà una buona giornata. Si arma di pazienza, prova persino a sorridere. L’uomo che gli sta di fronte, come al solito, non si toglie neanche il cappello e sibila un saluto, sembra un cobra pronto al balzo. “Poche ciance, conosco i miei diritti e voi non mi fate fesso. Ho una salute di ferro, un udito assoluto e una vista perfetta. Voi non mi tratterete come un vecchio bavoso che non sta ritto in piedi. Voi mi rinnovate la patente per cinque anni o non se ne fa nulla. Non la voglio la vostra patente, i vostri sei mesi ve li infilate nelle chiappe… “. Il povero Santorini cerca le parole che non trova. “Allora ascoltami, mangiapane a tradimento. Io ho 90 anni e ho cominciato a lavorare che ne avevo sei, quando i fascisti si sono portati via mio padre. Ho sempre lavorato dall’alba al tramonto, domeniche, Natale e Pasqua compresi che a me delle madonne non imposta un fico secco. Mi chiamo Erode perchè mio padre mi ha insegnato che la religione è una truffa per poveracci. E io sono ben contento di chiamarmi Erode. Mio padre era socialista, io sono diventato comunista a sei anni, quando gli sgherri di Mussolini se lo sono portato via… Sono diventato comunista perchè socialista era stato anche lui il testone di Predappio. Nella vita sono rimasto comunista e morirò da comunista. Ogni tanto quell’altro fascista del prete ci prova a venirmi a parlare… Viene a trovarmi con una scusa qualunque, mi entra in casa e cerca di convincermi… Ma io coi preti non ci parlo neanche morto…”. Il capufficio è inchiodato alla sedia. Ogni tanto si  aggiusta il nodo della cravatta, si passa la mano sul riporto che gli copre la palla da biliardo che ha  in cima al collo. Incrocia le mani, incrocia i piedi, ha il sedere intorpidito, si sente seduto su un formicaio. Poi ha un guizzo che gli sembra geniale. “Porteremo il caso al Ministero… Nel frattempo…”. Erode taglia corto: “Nel frattempo, faccio quel che mi pare…”.

Lascia l’ufficio a petto in fuori e raggiunge la sua Panda 4×4 dove il ragazzetto l’aspetta. Monta al posto di guida e riprende la strada di casa. Guida tranquillo, anche se ha gli occhi di un toro infuriato. Tira qualche bestemmia ogni tanto. Si vede che è contrariato e che, questa volta, non può risolvere la faccenda a modo suo. Pensa che quel Santorini lo avrebbe preso a calci in culo, ma pensa anche che quell’impiegatuccio non conta un piffero. Vorrebbe avere tra le mani il ministro competente, quel sellerone che, senza conoscerlo, dovrà decidere se lui è buono o no di guidare l’automobile. Porteremo il caso al Ministero. Ma portatelo dove vi pare, il caso, io con la mia macchina ci faccio quel che mi pare. Ho preso la patente al militare e guido da più di settant’anni. Adesso c’è un parassita che mi dice se fra sei mesi non sono più buono a guidare. Il ministro… che poi sarà uno di questi ladri che oggi si mettono in politica per rubare… Io sono Erode, figlio di Giacomo Sciarra, a me non mi ha fatto paura neanche il Duce, e non mi fa paura neanche il papa! Il prete è lì, ma non sa che cosa fare. Erode è stato investito da un pirata che ha attraversava a folle velocità l’unico budello che taglia il paese in due. Usciva di casa per andare al solito bar, di fronte a casa sua. Lo aveva fatto per almeno due volte al giorno, negli ultimi cinquant’anni. Il bar di Gilda era il suo rifugio di uomo solo, vedovo da tempo e senza figli, dopo la morte di Otello, il suo ragazzo di 20 anni. Il bar era il luogo delle discussioni politiche, delle baruffe teologiche col prete, delle storie raccontate centinaia di volte, sempre le stesse. Cominciavano tutte dalla domenica di Pasqua del 1925. Il prete ha chiamato l’ambulanza che ci ha messo un po’ ad arrivare. Nell’attesa, Erode ha avuto il tempo di spiegare che non era morto e che voleva essere accompagnato a casa. In novant’anni, non era mai stato in un ospedale e non ci sarebbe andato neanche adesso. I suoi amici del bar lo hanno sollevato a forza di braccia e lo hanno riportato a casa. Adagiato sul letto, Erode non ha emesso un lamento. Ha visto il prete avvicinarsi, ma non lo ha maltrattato come fa di solito. Un solo avvertimento: “Io aspetto di morire, ma tu non provarci con le tue acque sante! Puoi stare in questa casa solo se mi porti rispetto. Io non sono battezzato, io voglio morire da comunista come sono vissuto. Tu sta tranquillo, non andrò all’inferno. Dio mi ha già punito abbastanza in questa vita. Se esiste, almeno alla fine sarà giusto con me!”. Il prete è un ragazzo cingalese, capitato in questo posto da qualche anno. Ha sostituito il vecchio don Giuseppe, che giocava a carte con Erode e si faceva qualche bicchiere con lui al bar. Il ragazzo cingalese ha capito che quel vecchio vuol morire a modo suo. E pensa che sia cristiano rispettare la sua scelta. Erode l’hanno seppellito ieri mattina. Sulla bara una vecchia bandiera socialista del 1918. Era la bandiera di suo padre. Il prete cingalese non benedice, piange.

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1265021530021021454Antonio Del Giudice è giornalista dal 1972. Pugliese di origine, ha vissuto in diverse città italiane.  E’ stato caporedattore e invito speciale di Repubblica, vicedirettore dell’Ora di Palermo, condirettore della Gazzetta di Mantova, direttore del Centro d’Abruzzo, consulente del Gruppo Espresso,  ha collaborato a varie testate ed agenzie di stampa, Panorama, Asca, le riviste di Giorgio Mondadori. Nel 2009 ha esordito nella narrativa col romanzo La Pasqua bassa che è stato recensito dai maggiori quotidiani italiani. E’ stato tra i vincitori nel 2009 del Premio Recanati Festival della Narrativa e del Premio Maiella.

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One thought on “Tre domande all’autore con racconti inediti: Antonio Del Giudice, entomologo della quotidianità

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