Poesia/Saggi

Il viaggio e la clessidra. La poesia di Giancarlo Majorino

di Elisabetta Cerigioni*

Orologio Astronomico Borghesi

Orologio Astronomico Borghesi

L’orologio di Majorino, quello che scatta e inarrestabile gira nelle pagine di Viaggio nella presenza del tempo, sembrava essersi fermato con la pubblicazione del poema nel 2008 (Milano, Mondadori) che, in qualche modo, ne assicurava il punto di arrivo. Di conseguenza, anche il viaggio attraverso le linee temporali che compongono la rete segreta dell’opera si credeva concluso; tuttavia già a due anni di distanza usciva il pamphlet dal titolo La dittatura dell’Ignoranza che nel recupero di motivi e nuclei di significato propri del poema indicava in maniera tutta scoperta la continuità con esso. Ugualmente si è avuta l’impressione di una ulteriore estensione di quel Viaggio, quando qualche mese fa, nel novembre 2012, l’autore e critico di Milano ha presentato quel libro che raddoppia ed eleva alla potenza l’idea di un attraversamento, ovvero Viaggio nel viaggio. (Anche per chi nel frattempo si fosse perso) [Milano, La vita felice, scritto con Barbara Pietroni], scorta preziosa per chi intende addentrarsi nel poema e bussola favorevole per chi si fosse smarrito là dentro, in quella selva-mondo e in quel «Paradiso nervoso» collocato in un indefinito futuro verso il quale tutto il poema è proteso. Dunque il tempo, vera e propria, nonché seducente ossessione per l’autore, non si è fissato entro i confini della prima opera: Majorino ha di nuovo scelto, per la terza volta – o quarta, a voler considerare l’antefatto del Prossimamente (Milano, Mondadori, 2004) -, di girare la clessidra. Ciò che è certo è che il Viaggio, affollatissimo, straripante quasi nei motivi, nei possibili modelli, ma anche nel numero dei personaggi, nonché nelle potenzialità di poesia e del linguaggio, e fuori misura poi nelle oltre quattrocento pagine, resta la storia di una giornata lunga quasi quarant’anni, perché quest’ultimo è il tempo grande impiegato dall’autore per la redazione del poema nel quale tuttavia ciò che si racconta, vale a dire l’avventura di un folto gruppo di persone, direbbe l’autore di «similidissimili» e di «singoli di molti», accade, alla maniera di Joyce, in un’unica, sospesa e ugualmente gremita, giornata qualunque. Ed è in quest’unica giornata che risiedono le diverse coordinate cronologiche del poema, perché la macchina del Viaggio si edifica prima di tutto su di una fitta rete di vettori temporali che si inseguono, ma si affiancano anche e si sovrappongono in una insistente, scardinata geometria di tangenze e perpendicolarità. Ad esempio la compresenza di più tracciati del tempo si fa vedere in quei versi nei quali Majorino scrive:

ormai sono anni, sono mesi che scrivo questa roba, intensità pura
Come mai m’era successo, credo di non sbagliarmi
Quasi mi sentissi alla vigilia di non so che cosa …
Io nella mia doppia vita che qui si unisce, scrivere vivere.

Dove la congiunzione di linee cronologiche coinvolge il tracciato di un tempo privato e insieme quello relativo al tempo della scrittura. L’origine dell’opera è così quella di un vasto sentimento del tempo che lascia in eredità al testo una matassa di linee cronologiche il cui rebus può essere spiegato solo ricostruendo, con l’ausilio di tracce e indizi disseminati dall’autore, le differenti linee temporali: quella autobiografica; poi un secondo vettore che promuove e accompagna la scrittura, nonché la costruzione del poema; quindi una terza cronologia che fa capo alla dimensione storica e sociale d’Italia; infine, il crono della finzione narrativa, relativo alla vicenda dei personaggi. In questa compresenza di ipotesi cronologiche si intravede una certa ottica esplosa di sapore cubista in grado di cogliere allora, contemporaneamente, più dimensioni, secondo una prospettiva insieme interna ed esterna al poema. E Majorino è davvero all’interno del suo mondo-poema, lo abita in quelle personalità riflessive del sé che sono i suoi alter-ego nell’opera, nella quale un’ulteriore folla di caratteri poi, un vero e proprio carnevale di comparse svolge la funzione corale e riempitiva di una scena e di una pagina allestite a teatro. A tutto questo si aggiunge l’estrema libertà del gesto poetico di Majorino, il quale continuamente mette alla prova il materiale linguistico: ecco infatti tutto quel campionario di spaziature, rime, versi e «rigo-versi», o ancora deformazioni e neologismi che pervadono lo spazio del Viaggio, insomma un vero e proprio tilt del significante che fa capo a quel «neostile» di cui parla l’autore, vale a dire quella «magnifica potenza della lingua che – afferma Majorino – ormai conosco a stramemoria». Si tratta di un’opera a tratti silente, ma che subito dopo deflagra nel tremendo vociare di una coralità quotidiana: in questo, Viaggio nella presenza del tempo è un libro che cambia continuamente, dove il «continua e cambia continua e cambia» è uno di quei motivi forti che sostengono l’epica majoriniana; così nel corso della lettura permane l’idea di una scrittura che scatena dal suo interno sempre nuove esplosioni, le quali finiscono per accrescerne la trama e che quasi quasi fanno pensare alle teorie fisiche e astronomiche dell’universo a bolle o a frattali; a strutture, dunque, potenzialmente infinite e illimitate nello spazio e nel tempo. Ma in questo potenziale sconfinato del reale, del gesto poetico e dello spazio poematico, l’autore non lascia mai che i suoi cinquanta personaggi finiscano alla deriva: al contrario, li trattiene e li tiene al sicuro nella sua opera-mondo, nella quale non vi è mai una vera e propria dispersione della materia. Piuttosto, ancora una volta, una grandiosa ed entusiasta manifestazione di libertà, perché infatti «la libertà del verso è dappertutto» e di entusiasmo è impossibile non parlare, quando si leggono versi e «rigo-versi» come ad esempio quelli che seguono:

Facciamo un libro insieme, nuovo, complessivo, due scale di lettura, e di tempo: tutto lui, coi testi compiuti o incompiuti, al loro posto, emergenti dai diari, dalle lettere, dal vissuto
Che idea!

mussolini personaggi similidissimili

Ma anche i personaggi, allo stesso modo del sistema linguistico e delle trame romanzesche, “sono stabili e fluttuano allo stesso tempo” e in loro risiedono il molteplice e l’astrazione, una componente di realtà e una seconda protesa verso l’altrove costituito dai territori della fantasia che sembrano manifestarsi solo per barlumi e filamenti; «muovermi nel tutto inventato – afferma l’autore – mi sembrerebbe troppo astratto. Ma non riuscirei a stare nel reale e basta». Sono due i personaggi che più di tutti gli altri restituiscono in immagine l’idea di questa duplice natura di realtà e fantasia del poema; si tratta di due «concetticona», un termine, ancora una volta di conio majoriniano, che si riferisce qui ai ruoli di Ariele e della Beatrice Nera, i quali in un’allusione tutta scoperta sono rispettivamente di matrice shakespeariana e dantesca. Ma la Beatrice di Majorino pur conservando il ruolo di salvatrice e di guida si fa vedere come creatura niente affatto celeste, bensì tutta terrena, corporea, per così dire materica; si tratta in effetti di una «strana Beatrice perché opera nell’Aldiquà non nell’Aldilà»:

faccia spinta in avanti la Bean
passa la soglia del bagno apre gli scuri
abbastanza contenta, parla, in un dì qualsiasi
cioè questo, entro il pianeta Terra

La «Dalia Nera» di Majorino risiede sì in un Paradiso, ma pur sempre un «Paradiso nervoso», assolutamente vero, entro cui questa Beatrice laica rimanda direttamente ai caratteri della poetica majoriniana, secondo  la quale dicibilità del mondo, di un universo che cambia attraverso moti ininterrotti, non può che tradurre una  visione immanente della realtà. Viceversa il personaggio aereo di Ariele è la figura più insolita del poema proprio perché dotato di una maggiore vaghezza e di un diverso grado di realtà: egli infatti possiede caratteristiche immaginose, basti pensare ad alcune delle formule con le quali Majorino lo definisce: «Ariele e o le sterminate distese della fantasia che lo compongono». E l’instancabile Ariele di Majorino fatto di infinita fantasia è proprio come l’Ariel di The Tempest e come quest’ultimo è il collaboratore infaticabile del personaggio principale (di Prospero come di tutti gli alter-ego majoriniani nel poema) ma anche aiuto regista dell’autore, di Shakespeare prima e Majorino poi.

Ariel, dalla Tempesta di ShakespeareA certificare la natura shakespeariana del personaggio esistono inoltre spie di carattere linguistico: ad esempio con l’autore inglese lo spirito dell’aria Ariel cavalca le «ricciute nuvole» (La Tempesta, I, 2) e similmente nei versi di Majorino Ariel diventa «orlo d’aria e ricci». La materia frammentata e mobilissima del Viaggio che è poi sempre e comunque quella della realtà, viene in ogni caso ricondotta ad un unicum di senso e per così dire all’ordine dalla dimensione vettoriale e cronologica del poema, quella di un tempo enorme e smisurato che sotto il segno di Proteo può assumere nell’opera valore di istante, ma anche di transito epocale, così che la voluminosa macchina del tempo di Majorino può spostarsi liberamente nel presente, nel passato, ma anche proiettarsi nel futuro. Il poema finisce per assumere l’aspetto di un vasto e complicatissimo dedalo percorribile lungo diverse, ma pur sempre esatte direzioni; un insolito labirinto quindi corredato da più accessi e uscite che conducono tutte, indistintamente, nella babele del tempo e della contemporaneità. Il libro incandescente di Majorino ripercorre la Storia del Paese dall’epoca fascista fino a quella proiezione futura che nel poema viene definita come «Paradiso nervoso» o, ancora, «utopia della felicità»; ma è alla contingenza che si offre ampio spazio, ovvero a questo tempo presente che disorienta gli individui. Proprio per questo quella del poema è la storia di un’era di avvelenati, di uomini intossicati da falsi modelli e sottomessi alla logica sempre uguale dei soprusi e degli strapoteri; è quella che Majorino ha voluto definire con il pamphlet «la dittatura dell’ignoranza» che rende gli uomini vuoti o, per dirla alla Eliot, degli «stuffed men». L’uomo di conseguenza, come un pupazzo impagliato, si trova imbottito solo di una dannosa cultura-segatura che tende al ribasso e sottostà all’unico imperante dominio che regge e governa ogni epoca, vale a dire quello del potere e del denaro. Eliot è sicuramente una delle molteplici letture che hanno preso residenza nell’opera di Majorino assieme a molte altre, tra le quali si lasciano cogliere i nomi di Kafka, Albert Speer, Pound, Hegel e ancora Dante e Shakespeare. È al drammaturgo inglese che più di tutti sembra guardare l’autore quando decide di raccontare il presente abitato da quegli Hollow men: «Non a caso Shak è intervenuto», scrive Majorino, accomunandolo al suo interprete per eccellenza, Jan Kott, ad offrire il necessario «soccorso magno» alla realtà del poema: la parola autorevole di Shakespeare e soprattutto la consequenzialità con cui si devono leggere le sue opere drammaturgiche, avvalorano la tesi majoriniana secondo cui la girandola della Storia si ripete costantemente, con le medesime peculiarità e con il medesimo funzionamento. Figure come Riccardo II, Enrico IV, ma anche Macbeth e Prospero, incarnano la tensione universale e, a questo punto, a-storica dell’uomo verso il sopruso ed il potere. La storia si ripete, dice Kott, proprio come nell’Enrico IV si ripetono le vicende dell’usurpazione già raccontate da Shakespeare nel Riccardo II ed è per questo che Giancarlo Majorino si serve dei drammi storici e delle commedie shakespeariane, perché attraversandoli riesce a spiegare come la dialettica denaro-potere sia da sempre la matrice dell’ordine (o meglio disordine) sociale. In Viaggio nella presenza del tempo infatti l’autore ricorre all’interpretazione kottiana:

«Nel Macbeth agisce lo stesso Grande Meccanismo del Riccardo III, con la differenza che forse qui è messo ancora più a nudo. La repressione della rivolta ha portato Macbeth molto vicino al trono. Potrebbe diventare re, quindi deve diventarlo. Uccide il sovrano legittimo. Poi deve uccidere i testimoni del delitto e coloro che lo sospettano. Poi i figli e gli amici di quanti ha ucciso prima. Infine deve uccidere tutti, perché sono tutti contro di lui.

Fate uscire degli altri cavalieri, e correr la campagna intorno; impiccate
Tutti coloro che parlan di paura. Qua la mia armatura!               (V, 3)

Alla fine viene ucciso lui stesso. Ha percorso da cima a fondo la grande scala della storia».

Majorino racconta del medesimo meccanismo, ovvero di come gli individui tutti tendano al successo e contemporaneamente siano uguali vittime di un potere che esiste già a priori e che trova nelle milizie massmediatiche il privilegiato mezzo di diffusione e contagio; ma se la ripetizione è la vera chiave di lettura della Storia, sia per Majorino che per il suo referente, è anche vero che a distinguerli è una differente valutazione del tempo futuro, e questo perché se con Shakespeare non vi è soluzione al dramma e non c’è possibilità per la Storia di rinnovarsi, al contrario nel poema resiste sempre una smisurata fiducia nella Storia che è prima di tutto un impegno a confidare nei similidissimili. Nel ‘libro totale’ dell’autore e ancora oltre nelle due opere successive, non occorre la presenza di una guida spirituale e non serve nessuna scorta giunta da alcun altrove, proprio come non vi è necessità di una Beatrice celeste che sia garante di salvezza. È nella realtà illimitata e restituita in figura dalla Beatrice Nera che Giancarlo Majorino fa risiedere tutte quelle virtù morali e di bellezza per le quali può parlare di una realtà come “Beatrice ininterrotta” e attraverso la quale si rivela l’ininterrotto discorso majoriniano, assieme filosofico e poetico. Dunque le opere che seguono il Viaggio stanno lì, già altro dal poema, ma ad esso ugualmente e geneticamente congiunte, proprio come in una tempesta solare, quando l’astro più luminoso produce forti e spettacolari emissioni di materia provenienti dalla sua corona.

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E. Cerigioni*Elisabetta Cerigioni nasce a Chiaravalle nel 1984, vive tra la provincia di Ancona e Urbino, dove sta conseguendo il dottorato in italianistica con una tesi su un poema inedito del Seicento: il Carlo V, overo Tunesi raquistata, del marchese Francesco Maria Santinelli. Si è laureata presso la stessa università “Carlo Bo” con una tesi di letteratura contemporanea dal titolo “Per un’ipotesi di lettura di Viaggio nella presenza del tempo, di Giancarlo Majorino”. Nella medesima occasione ha avuto modo di intervistare l’autore e la conversazione si trova oggi pubblicata in Carte Urbinati n. 2/3. Ha scritto saggi sulle categorie dello spazio e del tempo nel poema santinelliano, sulla poesia di Nino Pedretti e sulla scrittura di Franco Scataglini. Collabora con l’Associazione Artistica “Artemisia” di Falconara Marittima, per la quale ha partecipato alla redazione dei cataloghi d’arte; attualmente scrive nella rivista Il Falco letterario, occupandosi delle rubriche di letteratura e di poesia.

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