Saggi

La tecnica come strategia

2013HDV 16:9, duration: 9:23 min © 2013 Olafur Eliasson

© 2013 Olafur Eliasson

di Teresa Iaria*

L’arte contemporanea è specchio del suo tempo elastico e mobile, interconnessa ai nuovi modi di vivere e produrre. Non può che riflettere, interagire e suggerire questa visione. Stratificata e complessa, appare come un arcipelago di linguaggi privati che necessitano di un background storico sul campo per comprendere come nascono e in che lingua ci parlano le singole opere. La complessità del  sistema dell’arte contemporanea può essere osservata e vissuta con “uno sguardo-attraverso”, direbbe Wittgenstein,  con un “guardare dentro un filtro dall’ interno del filtro”[1]. Solo in questo modo ci si orienta riuscendo a cogliere tutte le infinite variazioni che ci appaiono. Gli artisti, costituenti attivi di questo sistema, in un moto perpetuo di anticipazioni e ripensamenti, interagiscono e rispondono con il loro operato ad una domanda di innovazione concettuale e stilistica. Per un artista la questione della tecnica ha a che fare con una “condizione della mente” che si svolgerà nella messa in opera del suo progetto. Nel suo operare l’elemento concettuale è strettamente connesso a quello operativo, per cui il medium scelto è un veicolo fondamentale per la messa in forma dell’opera. Rosalind Krauss  lo ribadisce in due suoi scritti, Reinventare il mediumL’arte nell’epoca postmediale[2] in cui il medium risulta un insieme di regole, una “matrice generativa” di convenzioni  derivate, ma non identiche, dalle condizioni materiali, uno spazio disciplinato di possibilità che si apre all’artista. La tecnica viene dunque concepita come virtualmente sempre già presente al pensiero. Potremmo dire che l’artista non sceglie solo un modo di procedere ma sceglie soprattutto una strategia d’azione. E questo perché ogni artista, che sia pittore, artista concettuale o che utilizzi sofisticate tecnologie, determina con il suo operato, uno spazio d’azione per cui reinventa e sperimenta una serie di regole e procedure per esplicare al meglio la sua idea. E’ chiaro che questo non esclude il fatto che l’artista può scegliere di essere totalmente indisciplinato ed imprevedibile, sovvertendo di volta in volta il suo proprio modo di procedere. Il concetto di strategia è centrale perché identifica l’artista con un giocatore ideale che dialoga con un linguaggio visivo codificato storicamente, quindi ha per analogia delle regole con cui “giocare” e una forma di libertà strategica che gli permette di interpretare, riformulare e in alcuni casi stravolgere canoni e configurazioni precostituite. Nelle sue procedure l’idea rimane il nucleo fondativo, non è importante stabilire quanto il medium influenzi il progetto o quanto un’idea stabilisce a priori come deve essere espressa. Nel percorso di ideazione l’intersezione è elastica e si ribalta continuamente. La questione del medium è centrale in tutta l’Avanguardia del XX secolo. Nuovi media si sono succeduti ad altri, presentandosi come rivoluzionari nella possibilità espressive e comunicative. Più di recente la rivoluzione tecnologica è quella che ha inciso di più nel nostro presente, e comprende soprattutto  l’incontro di due tecnologie nate negli stessi anni: i mass media e l’elaborazione di dati attraverso il computer.

Negli anni Novanta il concetto post-mediale si è rivelato una chiave di lettura interessante per leggere anche l’impatto culturale delle nuove tecnologie. In particolare l’uso del computer e del Web hanno ampliato le possibilità interattive degli utenti, e soprattutto degli artisti. Come afferma in Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo il filosofo francese Nicolas Bourriaud.  L’artista contemporaneo opera come un dee-jay o un programmatore che si appropria di oggetti culturali o di frammenti di essi e li rielabora, montandoli e includendoli in nuovi contesti. Se prima l’artista si appropriava degli oggetti reali con gli ormai arcinoti “readymade”, ora si appropria di “readyinformation”, copiando e incollando a suo piacimento, ricreando una nuova rete di  significati. Quindi oggi non ha più senso ribadire la specificità mediale, o chiedersi quanto  una nuova tecnologia può influire sul modo di pensare e sentire, tutto ormai è irriducibilmente “intermediale”.  Cioè all’interno di ogni singola opera emerge una stratificazione concettuale e tecnica che rimanda ad una intersezione a diversi medium. Un video che accoglie sequenze cinematografiche, un testo letterario che rimanda ad un opera d’arte che a sua volta rimanda ad un’opera cinematografica che rimanda ad un fatto di cronaca. Frammenti culturali e medium di diversi ambiti concorrono insieme alla percezione di un’unica grande opera polifonica diretta con abile maestria, libertà espressiva e compositiva da un artista indagatore, un errante che sceglie di narrare una delle tante storie possibili. In linea con il nostro ragionamento, prendiamo come esempio Peter Doig artista scozzese che utilizza un medium tradizionale come la pittura, e come molti artisti della sua generazione è influenzato indirettamente dalla tecnologia cioè la usa per prepararsi al lavoro, e Olafur Eliasson, invece che utilizza sofisticate tecnologie esaltandone criticamente le potenzialità.

Peter Doig Echo Lake 1998 Olio su tela Tate Collection

L’influenza della tecnologia, che per alcuni è esplicitata in una canalizzazione della sensibilità, è più evidente in quegli artisti che la utilizzano ostentandola. Anche se dovrebbe essere chiaro che ogni opera non è di per sé una filiazione tecnologica o solo un “effetto speciale” per intrattenere un lunapark visivo e cognitivo. È bene sottolineare che l’arte si spinge sempre oltre l’illusione: l’arte guarda sempre altrove!  Peter Doig, è essenzialmente un pittore di paesaggi, viaggiatore e acuto osservatore di situazioni che lo circondano legate alla natura, all’architettura o all’uomo.  Queste visioni alimentano la sua capacità di individuare correlazioni con la tradizione modernista e la cultura popolare, che l’artista miscela sapientemente modificando il suo stile, a volte legato ad una astrazione gestuale, al fauvismo, a volte al ‘minimalismo’ di una certa pittura contemporanea. Doig pur avvalendosi di un medium tradizionale, prepara il suo lavoro con  immagini fotografiche e riprese video. Le fotografie scattate anche con teleobiettivi sono il suo punto di partenza per catturare frammenti di realtà che diventano atmosfere per la sua memoria che soltanto la pratica della pittura trasformerà in immagini nostalgiche, surreali e inquietanti. L’uso della macchina fotografica o della telecamera permette all’ artista di catturare un evento o un frammento ravvicinato modificando il tempo e lo spazio di osservazione. La tecnologia alimenta la possibilità di approcciarsi al reale in modi differenti contribuendo a rendere più plastica e relativa la nostra percezione. Tanto più che all’interno della ricerca di uno stesso artista, oggi è sempre più presente l’oscillazione tra figurazione e astrazione, intese non come estremità in contraddizione, ma come “scale” di rappresentazione che l’artista, in questo caso con strategia cognitiva, sceglie per indagare il reale . Olafur Eliasson, invece, utilizzando le più svariate tecnologie ricostruisce artificialmente eventi naturali riflettendo e portando ai limiti la nostra possibilità di percezione, avvalendosi nel suo studio della collaborazione di un gran numero di assistenti e di esperti in varie discipline, di ingegneri, architetti, tecnici, informatici, artigiani specializzati. L’artista è interessato ai “fenomeni effimeri”, eventi limitati nello spazio e nel tempo, come lo stato naturale delle cose e ai suoi possibili cambiamenti, convinto che “La natura non esiste di per sé, ma coincide con il nostro modo di guardarla”.

Tra gli allestimenti più spettacolari ricordiamo The Weather project del 2003, in cui Eliasson ha ricostruito il sole, un sole composto da duecento lampadine monofrequenza, uno specchio e fumogeni delle discoteche, trasformando l’enorme Turbine Hall della Tate Modern in un luogo surreale. Ancora una volta si ha la conferma di quanto alla base di ogni opera d’arte ben riuscita vi sia un progetto efficace, un materiale elementare come la luce che in questo caso diventa riferimento e  rimando interno alla Tate, ex centrale elettrica. La luce è di nuovo protagonista in Your black horizon del 2005, un raggio ad altezza dell’ orizzonte percorre un cubo di 400 metri quadri. L’artista ha campionato la luce della laguna veneziana dalle 4 del mattino alle 10 della sera e ha trasferito i dati in un meccanismo di illuminazione, compattando la sequenza di alba-pomeriggio-tramonto-notte ed accelerando di qualche minuto le singole variazioni del tempo dell’intero ciclo della luce della laguna veneziana. Più intima, al di là della spettacolarità, è l’opera Your embodied garden 2013 , un video di 9:23 minuti che nasce da un viaggio fatto da Olafur Eliasson ai giardini dello studioso cinese di Suzhou, con lo scrittore Hu Fang, il gallerista Zhang Wei e il coreografo Steen Koerner.L’opera è molto interessante perché mostra in maniera esemplare, con grazia e semplicità, la “poetica” di Eliasson, e di rimando di ogni artista contemporaneo che vive embodied con il suo tempo complesso. Nel video un uomo mette in scena una lenta danza cercando di diventare tutt’uno con l’ambiente, si mimetizza e dialoga con la natura, ma nello stesso tempo prende coscienza riflettendosi in uno specchio. Il dispositivo, che riflette e fa riflettere sui limiti e le potenzialità del nostro percepire, è l’elemento tecnico aggiunto che amplifica la distanza che ci unisce e separa dal fenomeno. L’ opera  d’arte è dunque un’indagine che si interroga sullo  “Stream of consciouness” mettendo l’accento sul fatto che noi siamo processi che indagano processi.            [http://vimeo.com/62347195]

 


[1] Il guardare attraverso è una espressione di Wittgenstein ripresa da Emilio Garroni nel suo Estetica. Uno Sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992, pp.11-12.

[2] Rosalind Krauss, Reinventare il medium. Cinque saggi sull’arte oggi, Bruno Mondadori, Milano 2005 e L’arte nell’era Post-mediale Marcel Broodthaers, ad esempio, Postmedia Books, Milano 2005.

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Bibliografia

Emilio Garroni, Estetica. Uno Sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992

Rosalind Krauss, Reinventare il medium.Cinque saggi sull’arte oggi, Bruno Mondadori, Milano 2005

Ead., L’arte nell’era Post-mediale Marcel Broodthaers, ad esempio, Postmedia Books, Milano 2005

Nicolas BorriaudPostproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, Postmedia Books, Milano 2002

Id., L’estetica relazionale , Postmedia Books, Milano 2010

Id., The Radicant, Sternberg Press, Berlin 2009

Ignazio Licata La logica aperta della mente, Codice Edizioni, Torino 2008

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teressssa*Teresa Iaria vive tra Roma e Milano. Artista, è laureata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e in Filosofia con una tesi in Estetica, all’Università “La Sapienza” di Roma. Negli ultimi anni si interessa di fisica teorica, i suoi lavori sono stati pubblicati in prestigiose riviste come “Nature Physics” e “Plastik art & science” Univ-Paris1. È docente di Tecniche e Tecnologie della Pittura all’Accademia di Belle Arti Brera di Milano. Da sempre interessata all’intersezione dei linguaggi, dialoga con letterati, poeti e scienziati. È autrice di About the Anything Goes in Art in “Aesthetics in Present Future. The Arts and the Technological Horizon” Edited by Brunella Antomarini and Adam Berg, Lexington books New York 2013. E Regole e Fughe. Analogie, metafore e modelli nei processi creativi, Postmedia Books Milano 2013 (in press).

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5 thoughts on “La tecnica come strategia

  1. In ogni attività costruttiva dell’uomo soggetto –oggetto è un’entità dipolare inscindibile!
    (Detto questo, da parte mia, il resto è silenzio)

  2. Pingback: riflessi(one) | giolic

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