Mitteleuropa/Recensioni

Sándor Márai e il marinaio fantasma o dell’Ungheria perduta

di Marco Faini

 sindbadAll’alba di un giorno di maggio Sindbad si alza, tossisce, fuma, e fa toilette per recarsi in città. È ben determinato a procurarsi il denaro necessario a comprare una vestina per la figlioletta che deve sostenere gli esami. Lui, vecchio scrittore, gentiluomo e viveur prenderà il tram, si recherà alla mescita dell’Hotel Londra e scriverà un pezzo che gli verrà ben pagato dal giornale Libertà ungherese. Noi lettori abbiamo già capito che non porterà mai a casa quei soldi e la piccola Zsóka non avrà mai il suo vestitino; le bollette non pagate resteranno non pagate e a nulla varrà la millantata amicizia con un tale conosciuto alla maialatura Oltredanubio; e che i cavoli ripieni promessi per cena resteranno a freddarsi sul tavolo del misero alloggio. Inizia cosí l’immaginaria giornata di Gyula Krúdy, alias Sindbad, scrittore fondamentale della letteratura ungherese di primo Novecento, vero padre per lo stesso Márai. Un giorno nella sua vita. L’ultimo. L’alba del giorno successivo lo vede tornare a casa su un cocchio traballante, sorridere, mettersi a letto col volto «dignitoso e indifferente» che «solo in Oriente i gentiluomini sono capaci di avere […] quando qualcosa è finito».[1] In quella giornata è concentrata tutta la sua vita: ricordi, visioni, fantasmi, associazioni si estendono e con zampe di ragno tendono una tela che avvolge tutta l’Ungheria che piano piano scivola nel romanzo: sembra che tutti i cibi, tutte le taverne, tutte le montagne, i borghi, i caffè, gli scrittori, i vini, i monti, i fiumi, le insegne, le carrozze che uomo abbia visto, assaggiato, bevuto, palpato, visitato siano qui presenti, in una muta rassegna a salutare chi per ultimo è stato in grado di penetrarne il segreto. È, questo di Márai, uno struggente omaggio al maestro e un addio all’Ungheria: scritto nel 1940, ha visto il frantumarsi non solo dell’Impero austroungarico ma anche della Mitteleuropa. Krúdy era morto da sette anni: era nato nel 1878 da una famiglia di antica nobiltà. Pare che fosse solito scrivere fino a mezzogiorno. Quindi, indossato un abito scuro, si dedicava con encomiabile applicazione a dissipare il proprio patrimonio. Andava a giocare ai cavalli, pranzava al New York, incontrava donne, si batteva a duello. Riuscí egregiamente nel suo scopo, dilapidando tutti i suoi guadagni (cospicui, grazie alla sua eccezionale prolificità) e in perfetto accordo con i personaggi dei suoi romanzi morí solo e povero. Al suo funerale, marciavano verso il cimitero di Kenepes

scrittori camerieri, donne, fantini e redattori di riviste, in direzione del sepolcro d’onore offerto dal Municipio della capitale, che sarebbe stato l’ultimo possedimento in terra ungherese del proprietario fondiario di un tempo.[2]

 Krúdy era il dèmone dell’Ungheria, lo spirito che tutto aveva visto, tutto aveva conosciuto: aveva amato tutte le donne, assaggiato tutti i vini, mangiato lardo e acciughe in tutte le locande. Con il suo si celebrava il funerale della nazione della quale lui, di lontane origini italiane e discendente di una famiglia vicina al re Mattia Corvino, custodiva i segreti. L’Impero era crollato nel 1918 e lui l’anno dopo aveva scritto un romanzo intitolato Il giorno delle donne. Si immagini un impresario di pompe funebri che viene visitato da un dèmone, il Sogno, che è in fondo il suo doppio e lo porta, nell’arco di una dilatata e allucinata giornata, nei piú sordidi recessi di Budapest, nei bordelli, tra le prostitute e giovani infelici, nobili rovinati, donne assassine, giocatori, scrittorucoli e giornalisti. Il tempo si sgretola e deforma, i confini tra realtà e visione saltano, il rovescio spettrale e brulicante di vite deformi si arrampica su per le pagine facendo a brani ogni tentativo di trama. Allo stesso tempo, il ruolo della memoria, che prende per mano la narrazione inducendola a continui salti, il monologo interiore, i salti cronologici continui, l’accumulo di fatti e persone sgretolano il romanzo e lo fanno fluire in infiniti rivoli – spingendolo verso Proust e Joyce. Il Sindbad di Krúdy – e il Krúdy di Márai – ha vissuto in tutte le epoche, ha ora trecento anni, ora è un giovanetto di cento; va e viene dalla sua tomba, contratta la propria resurrezione, torna come un revenant: è morto ma vivissimo, ama e ricorda. Il «marinaio delle meraviglie risorto dalla morte» è un elfo, uno spirito boschivo che un giorno, durante il suo funerale «fermò il suo carro funebre e, dopo aver richiuso il coperchio della propria bara sullo spaventapasseri raccolto sul ciglio della strada che fino a quel momento era stato seduto in cassetta con addosso un cappello consunto di paglia e un frac verde, velocemente si infilò nel buco della chiave, si avvolse in un mantello fatto con la rugiada del giardino, si posò sul vetro della finestra».[3]

Il Krúdy storico aveva intinto per cinquantacinque anni la penna in un inchiostro viola per raccontare un sogno chiamato Ungheria «che forse lui era rimasto ormai l’unico a sognare in Ungheria».[4] Per cinquantacinque anni aveva sentito di essere un apolide: in ogni città, in ogni bettola aveva provato la sensazione di come sarebbe stato bello andarsene. Non aveva mai viaggiato al di fuori dei confini dell’Ungheria. Aveva però trovato infine una donna, dopo averne amate e tradite infinite, che aveva portato con sé «il profumo del focolare domestico».[5] Di piú, quella donna gli aveva destato una sensazione languida e pacata, quel genere di sensazioni che si provano in un giorno tiepido di primavera dopo un inverno infinito, «che forse la vita non è un’avventura cosí spaventosa e umiliante come l’uomo è costretto a ritenere nell’attimo dell’addio e della morte».[6]

Lo scrittore Krúdy accumula episodî, personaggi, parole, in un gaudente spreco che ha in spregio ogni regola economica, ogni previdente economia borghese, applicando ai suoi romanzi la stessa allegra dissipazione che fu per lui regola di vita inflessibile. Cosí, all’inizio della sua avventurosa giornata Sindbad potrebbe ben prendere un tram: ma poi vede una vettura a cavalli col postiglione e i sedili di cuoio: le sensazioni tattili del cuoio liscio, il profumo, il piacere del dondolamento hanno la meglio. Sebbene il tassametro segni già sedici pengő perché il vetturino ha condotto dei commercianti di piume a far bisboccia per un buon affare andato in porto, Sindbad non resiste. La carrozza restituisce un brandello di passato, quello che lui cerca con avidità e tristezza. Fin da ora ecco affacciarsi due temi: quello dello spreco consapevole – e del relativo disprezzo per il capitalismo – e la lussureggiante atmosfera sensoriale che pervade il romanzo. Gli operai sono uomini tristi che «corrono di qua e di là, con l’agitazione e l’astuzia dei predatori».[7] Al contrario, Sindbad vive in flusso di sensazioni che sono però l’unica esperienza degna di essere vissuta e conosciuta, e l’unica paradossalmente duratura: perché ci svelano la natura di ogni cosa, perché ci danno una conoscenza esatta, perché in esse si depositano sentimenti e ideali e credenze. Perché non esistono sensazioni che non siano veicolo di una cultura antica. Nell’orripilante mondo moderno in cui ogni cosa pare perdere la propria peculiarità, in cui non si sa piú valutare il giusto grado di pepatura di una fetta di lardo – né si riconosce il valore profondamente etico che pepare del lardo implica – è inevitabile che tutto vada a rotoli. Crolla un’ancestrale dimensione rituale che ormai solo in pochi luoghi di Budapest, per lo piú caffè e ristoranti, viene custodita da imprevedibili vestali, ora un cameriere, ora un fiaccheraio. In un passo a mio avviso esemplare Sindbad sorseggia il suo vino in un piccolo bicchiere di vetro spesso, gradevole al tatto, perfettamente adatto alla sua mano. Ecco, vi è qualcosa di perfetto in questa idea di adeguatezza delle cose, dei gesti, degli scopi, delle sensazioni: l’idea di un mondo ordinato che sta andando in frantumi. E solo si pensi alle riflessioni di Musil su sarti e barbieri nella Kakania. Il pranzo al London è esemplare dell’importanza della dimensione rituale e sensuosa del mondo di Krúdy:

il pranzo era una festa, una sacra rappresentazione della vita in tre atti, sul tavolo ungherese la minestra, la carne e il dolce si susseguivano con una ferrea coerenza, come se la moda, le concezioni dei nuovi tempi, l’attuale cambiamento delle abitudini alimentari non potessero rovesciare giammai l’ordinamento domestico dei tavoli da pranzo ungheresi.[8]

  budapestE, non per caso, proprio al London si incontrano i pochi superstiti della vecchia nazione che «per lo piú, si comportano come se il mondo non fosse uscito dai cardini, ribaltandoli».[9] Rendersi conto di questo aspetto cerimoniale significa recuperare, in una vertigine di dettaglio, tutta l’anima dell’Ungheria. Da una braciola di maiale si affacciano le immagini di feste tradizionali, di riti, di un sapere rustico e cordiale, di famiglie contadine, di case dal tetto di paglia, di giovani fanciulle che liete preparano le pietanza cinguettando d’amore: «il piatto stracolmo di cavoli e di salsicce di ogni tipo evocava la visione dell’abbondanza e della felicità, la lieta immagine delle dormite invernali sotto il piumino con il ventre gonfio, l’emblema di un’Ungheria spensierata, mite, che fa le fusa, alza il gomito, si attarda a tavola ed è amabile e affettuosa sia nel proprio intimo che nel comportamento esteriore».[10] Ecco, in questo accumulo di impressioni sensoriali sta la ricchezza di Krúdy e del suo mondo: perché nel loro apparente fluire sono ciò che perpetua quanto di piú duraturo vi sia, lo spirito stesso dell’Ungheria. Esse sono il vero tesoro, l’unica cosa degna di essere vissuta, accompagnate dalla dolce consapevolezza che tutto si dissolve e svanisce. Non a caso i sensibili polpastrelli di Sindbad riconoscono le banconote al tatto, ma poi ne fanno continuo e pervicace spreco. Accumulare un rispettabile strato di adipe sul ventre è il segno di un’esistenza sensata; e alla macellaia che gli rimprovera la sua magrezza, Sindbad fa notare che «è la vita che se ne va. […] L’abbiamo avuta per questo».[11] La vita se ne va, lascia involucri, fantasmi, scheletri. In qualche punto della città si conserva traccia di ciò che fu, dell’anima ungherese. Ad esempio, alle Terme, dove si mescolano Oriente e Occidente, le due anime di Budapest e dove, non a caso si trovano uomini nudi, muti, tristi solitari come cadaveri in una sala mortuaria, attori di un rito perduto. L’Ungheria è anche un tossico, un veleno che scorre sottopelle, qualcosa che induce una sorta di pazzia, una frenesia malinconica e saturnina; gentiluomini e scrittori ne sono le vittime privilegiate e Sindbad-Krúdy, scrittore-gentiluomo sconta la sua duplice colpa:

era nato gentiluomo e scrittore in un mondo che non aveva piú bisogno né di veri gentiluomini né di veri scrittori […] era un vero signore, ungherese e folle, nobile e austero, come è necessario e come si conviene di fronte alla lurida volontà del mondo.

 Era uno di quegli scrittori che portavano il bacillo del «veleno, di quel bacio malvagio dentro le vene, contemplando il paesaggio ungherese con sguardo vitreo ed ebbro, scandendo con la lingua impazzita e le labbra sempre piú fredde i giuramenti del Vecchio zingaro …»[12]

New_York_Caf_Elisabeth_Boulevard_1890_s_In un’allucinatoria sequenza al caffè Chicago, dove finalmente Sindbad, vegliato dal cameriere Ede, protettore della memoria letteraria ungherese, riesce a scrivere il suo articolo, compaiono in una rassegna fantasmatica gli scrittori scomparsi: tristi, adorabili scialacquatori dei beni e della vita. Báto il coinquilino dandy che aveva dato un party per festeggiare i suoi quarant’anni di disoccupazione. Zoltán, il poeta «che aveva organizzato la sua mancanza di quattrini […] come un’impresa monumentale».[13] E Dedi, Dezső Kosztolány, che scrive (ma che vertigine, Márai che immagina Krúdy che in una visione in un caffè vede Kozstolány che in quel caffè scrive dei suoi personaggi che scrivevano in un caffè, come nel romanzo Kornél Esti!). E poi Osvát che si era sparato un colpo al cuore; Pádi il tubercolotico accanito fumatore di sigaro; Géza Csáth il morfinomane; Gyula Juhász che si suicidò in manicomio pensando ai capelli biondi di Anna. Solo uno spettro manca. Ma dove, «dov’erano quei cavalieri delle nebbie e quei fantasmi, quegli spettrali viandanti dell’anima ungherese, quei misteriosi giocolieri dello spirito, fanciulli ed eroi, solitari e zingareschi, chiacchieroni e taciturni»?[14] Sono stati sostituiti da una genía di poeti gelosi della propria vita, della propria salute, del proprio benessere: praticanti dello sport che hanno sostituito all’economia della dissipazione della vecchia Ungheria la prudente e vile virtú accumulatrice del capitalismo filisteo. E non lo sanno che per gli scrittori le uniche cose salubri sono la letteratura e il caffè, la nicotina e l’acquavite di more. Che gli scrittori hanno il compito di badare alla propria anima, non al loro cuore e ai loro polmoni ché «piú questi si consumano, piú quelli fioriscono». Perché la letteratura «non coincide mai del tutto con la salute, ma anche con qualcos’altro, qualcosa di pericoloso e ostile alla vita».[15] Gli scrittori ungheresi sapevano far proprio al massimo grado, dandogli una voce ironica, disperata, talvolta placida come un largo fiume, quel nucleo ostile alla vita che costituisce il fondo piú riposto dell’anima ungherese, quel

 qualcosa, incantesimo e contagio, malattia nervosa e fervore, dignità e nobiltà, e il tutto componeva una pozione magica che bastava venisse sorseggiata per un paio di generazioni perché il marmocchio di un immigrato si svegliasse un bel giorno con quella tristezza negli occhi e apprendesse di essere vittima di un sortilegio: aveva bevuto la pesante acqua della tristezza segreta, ed era diventato ungherese. […] Qual era il senso di quell’impulso triste e selvaggio con cui uomini belli, sani e orgogliosi gettavano via, senza una vera ragione, carriera e onore, casa e amata, per scaraventare tutto ciò per cui valeva la pena di vivere nella morte, nella passione distruttiva, nell’avventura goffa e maldestra?[16]

 Questo segreto era tramandato da una voce che custodiva il segreto del popolo ungherese fragile e infelice. Una voce che il vento portava lungo il Danubio, tra le foreste della Transilvania, su per i Tatra gelati. Una voce che si univa alle infinite voci di uomini che si spararono una revolverata, di donne che appassirono in silenzio, di scrittori impazziti in un assordante concerto di spettri che ancora per un’ultima volta chiedono di tornare ad amare, a bere birra e mangiare timballo di patate:

Sindbad sentiva la voce, e ad un tratto gli parve di sentire tutte le voci dell’Ungheria scomparsa nell’abisso delle anime e del tempo. Sentiva il flusso del Danubio, percepiva il buon odore fresco e asprigno dell’acqua, il cinguettio dei fringuelli e dei merli tra i salici gialli delle isole danubiane, il fischio del treno quando la locomotiva a vapore passa di notte tra le distese e il silenzio della grande pianura ungherese, il fruscio degli abeti sui monti Tatra, il canto dolceamaro delle madri rutene dietro le finestre socchiuse di una casa dal tetto di paglia dipinta di azzurro, il tintinnio dei bicchieri nelle mescite di campagna, il rumore che producono i cocchieri quando fanno schioccare la punta della frusta […].[17]

E pensava, Sindbad: «Oh, vita […]. Vita frivola, santa e venuta a noia! Come sarebbe bello tornare in te!».[18] Libero finalmente di sorridere.

Sándor Márai, Sindbad torna a casa, A cura di Marinella D’Alessandro, Milano, Adelphi, 2013, pp. 194 («Biblioteca Adelphi» 604). € 18,00.


[1] Márai, Sindbad, p. 182.

[2] Ibidem, p. 182.

[3] G. Krúdy, Le avventure di Sinbad, Roma, Elliot, 2012, p. 83.

[4] Márai, Sindbad, p. 30.

[5] Ibidem, p. 28.

[6] Ibidem, p. 29.

[7] Ibidem, p. 36

[8] Ibidem, p. 145.

[9] Ibidem, p. 142.

[10] Ibidem, p. 156.

[11] Ibidem, p. 70.

[12] Ibidem, p. 45.

[13] Ibidem, p. 73.

[14] Ibidem, p. 83.

[15] Ibidem, p. 85.

[16] Ibidem, p. 104.

[17] Ibidem, p. 94.

[18] Krúdy, Le avventure di Sinbad, cit., p. 161.

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