Saggi

Il rito della distrazione. Appunti, 8 incipit e un intermezzo

 di Silvia Tripodi

529463_315184678609427_1830442298_nNello spazio avvenivano cose, lo spazio gettava fuori il soggetto, ne è saturo -avveniva/avviene- l’immagine ancora allo sguardo. Adesso non è il fatto né la narrazione è e né solo l’immagine è, non si costruisce alcun sincretismo, non si effettuano (i casi). La memoria può sminuzzarsi in particelle sempre più elementari, risalendo al fatto portentoso di una congiunzione dislocata, affranta.

Se questo è un inizio, allora finirò per scrivere qualcosa sugli inizi. Otto incipit. Non ho chiaro lo sviluppo di questo testo (scrivo testo e non articolo, né “pezzo”). Sto offrendo un servizio (un servigio) al lettore, nel senso (lo spero) di offrirgli un dono? (mettere in relazione l’emittente e il ricevente, attraverso questa superficie: i pixel avvengono, sono germogli, si avvincono agli occhi.) Non so che tipo di dono sono/sarò capace oggi di offrire, di recare e a chi. Si (s)fugga (d)alla autoreferenzialità; se inizia a non piacervi quello che leggete già da queste prime battute, siete liberi dedicarvi ad altro (è quest’ultimo un pensiero molto autoreferenziale, ma la sua natura, vi assicuro, è in realtà autopoietica, poiché non solo la cosa che sto scrivendo adesso prenderà una forma -una forma tra le possibili- ma più tardi essa sarà una cosa altra, e precisamente quella cosa che in quest’istante faccio/facciamo fatica a decifrare. Non sappiamo cosa, sappiamo poco. Che si resti dunque e restiamo, e aggiriamo questo disagio, che oltre ad essere mio (perché è chiaro che mi è difficile comporre linearmente la struttura di questa cosa; e sto nella vaghezza, più che in una soglia o in uno scarto, sto in un non-luogo, nell’evanescenza, nei pressi del grado zero? Forse, sì, proprio là) questo disagio, dicevo, è anche vostro, poiché se non sentite affine o conforme a voi quello che non è né un approccio, né un’introduzione, (è una modalità?) non sapendo con chiarezza cosa sia, ve ne state in attesa di leggere ulteriormente ed io di scriverne ancora. L’adozione di un paradigma ha quindi il carattere di una scelta, e tale scelta non è motivata da motivazioni esclusivamente razionali, ma è operata tramite la persuasione. [1] Ma non mi è possibile in questo stadio scegliere una forma compiuta per questa o quella cosa; in realtà vorrei del tutto sovvertire la logica della scelta, non persuadervi affatto, capacitarmi io anzitutto, ma ciò implicherebbe il cessare violento di questo atto, sistemicamente retrocedere fino al grado zero dell’intenzione (in questa  scala sistemica non vi sono ordini di importanza, piuttosto vi sono ordigni; disinneschiamo-li). Poiché vi è un’inemendabilità che vorrei scardinare, e anche ciò mi è possibile solo in parte, o per mezzo di una modalità che coincide a tratti con l’astrazione. L’idea di partenza era quella di proporre al lettore alcuni incipit di romanzi. L’idea era di scrivere una breve introduzione agli incipit e che questi avessero una cifra stilistica comune o un oggetto/soggetto testuale comune. Questa idea iniziale, già troppo vaga e debole e pigra, con il passare dei giorni mi ha lentamente abbandonata. L’idea è debole -ho pensato- e soprattutto: è inutile. Eppure, così come ci si ostina a trattenere nella memoria la forma del segno sulla sabbia che scompare a gradi cancellato dal moto della risacca (abbiamo visto in quel solco che svanisce acchiappato dall’onda qualcosa però di familiare, di indifeso, qualcosa da preservare) così nella mia mente (in modo incondizionato) è rimasto come il segno di quell’idea che da principio mi era parsa attraente, ma che poi non ho sviluppato, e che gradualmente è venuta a mancare, tornando al nulla da cui era venuta. Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo (…) il mondo dato in blocco, senza né un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita (…) Ogni volta l’inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare. [2] Se scrivere è anche un rito, un esercizio, una necessità, o se è tutte queste cose assieme a molte altre, ecco che dalla mia volontà, che dell’esercizio mi fa schiava, io dissento, per così dire, e nell’esilio dello scrivere ché pure è uno spazio bello, mi fanno visita alcune forme disturbanti: sono le interferenze, le chiamate telefoniche, le voci dei vicini di casa, le frasi della collega a lavoro, lo sguardo del passante, i rumori, le notizie del telegiornale, la musica, il noise, il dormiveglia, la noia, l’aion. E questo avviene sempre. Sempre.

Nella ricerca di una disposizione fisica e mentale, che (mi) metta nelle condizioni di trovare una motivazione, una ragione seppur minima per scrivere, e ancor prima una volontà per vivere (che non posso e non voglio far coincidere con la scrittura) (mi contraddico, sono coerente) (ecco ancora l’autoreferenzialità, ma anche l’autopoiesi insieme), poiché quando scrivo non vivo, mi assento e dissento con violenza dalla vita, la muoio la vita, e nel descriverla la ammorbo, così come essa ammorba me, descrivendomi nel tempo, dilatandomi fino allo spasimo il pensiero, sfinendomi, violando la quiete dell’assenza da me, presentandomi al cospetto (di chi?) del sogno forse, poiché il segno è quell’avvento che esplode nel sistema in percentuale vuoto, così come l’oralità esplode sonora; ne compiamo il riverbero, ne siamo cassa di risonanza, vivendo e cessando nell’assenza, dicendo; dicendone di quella vuotezza, parlandone poi, dopo, più tardi, in circostanze futuribili; e sempre i luoghi della narrazione, si conformano al bianco, ad uno spazio neutro, decifrabile solo attraverso alcuni segnali, alcuni avvisi o avvistamenti.
Non si smette di scrivere, dunque non smetto, continuo. Perché cerco un bene, e cercandolo quel piacere, quella ostinata volontà di esserci e ancora, ecco che ricompongo i segni, tutti i segni sfocati e le forme che riesco a trattenere, come uscita dal sogno torno alla veglia, o viceversa. Il vivente si ama senza limite nessuno, e non cessa mai di amarsi. Dunque non cessa mai di desiderarsi il bene e si desidera il bene senza limiti. Questo bene in sostanza non è altro che il piacere. Qualunque piacere ancorché grande, ancorché reale, ha limiti. Dunque nessun piacere possibile è proporzionato ed eguale alla misura dell’amore che il vivente porta a se stesso. Quindi nessun piacere può soddisfare il vivente. [3]
Ed è questo un dono, il piacere di un dono che faccio a me, un servigio che si sottrae alle mani, sfuggendo. La lettura è e sarà ancora quel vacuo e quel noto essere a noi conforme sotto forma di specchio; e che sia lo specchiarsi nel concavo e nel convesso, deformandosi, trascinando l’orbita dalla destra alla sinistra, dall’alto in basso o in altra direzione: sfuggendo. [] la distrazione da sé ha poco a che vedere con l’essere sbadati o disattenti, con un puro essere distratti. L’invito a non distrarsi implica infatti un’attenzione diversa, che impone di concentrarsi su quello che si sta facendo non solo come un prolungamento, in fondo scontato, di sé, ma anche come un’attenzione, di diverso genere che va agli altri, o anche a se stessi considerati come altri di cui si deve essere responsabili. [4]
Mi distraggo, anzi sfuggo, moltissimo. Faccio altro, si fa altro. Si abbandona l’occupazione, ci si occupa di altro; si guarda, ad esempio, un film. O si dorme.
Mangiando, dopo, si presta attenzione ai suoni che vengono dall’esterno, si impara a riconoscere i passi di qualche bestiola che rovista nel pattume. Si fa altro, e se non si abbandona definitivamente ciò che si stava facendo, ci si svuota il cranio smontandosi a pezzi, osservando una sequenza d’immagini.
È una pratica semplice, specie per chi è solito frequentare per molte ore la rete, attraccare in porti di varia natura. La distrazione è ponte tra due ottiche non altrimenti mediabili nell’uomo: la verità del nulla e la realtà delle cose. Come tale, essa concede all’uomo prigioniero di una persuasione paralizzante, momentanee illusioni di realtà, non sostituzioni fittizie di una ‘verità’ con un’altra.
Anche l’occupazione è una forma di riempimento del vuoto successivo all’ottenimento del piacere determinato, ma diversamente dalla meraviglia, essa non arresta temporaneamente la dinamica del desiderio ma tenta di adeguarvisi: l’occupazione rincorre il desiderio, è il tentativo di adeguare il ritmo della successione delle azioni che procurano piacere alla velocità e alla continuità del nascere dei desideri. Occupazione e meraviglia sono a loro volta storicamente determinate. L’occupazione che appartiene alla modernità consiste in una vita fittamente riempita di attività materiali che, per quanto varie, non fanno altro che imitare, come si è detto, la struttura della successione dei desideri, rischiando costantemente di far ripiombare il soggetto che le compie nel vuoto causato dalla loro cessazione. [5] Occupazione e meraviglia e volontà. Sta prendendo forma, alle 10:24 del 14/05/2103. Insomma, si continua, stamane, con la volontà di non tralasciare ulteriormente. In effetti soffermandomi su questa introduzione non faccio altro che rimandare lo sviluppo del testo (…) Abbandonare, ritornare.

Carl Andre, now now, 1967

Carl Andre, now now, 1967

15/05/2013. ore 12:25. Un sogno. Ho sognato le cimici. La prima immagine era una cimice: nera, piccola. La schiaccio. La seconda immagine era un’altra cimice, stavolta grande, molto grande, forte, molto nera. Non la schiaccio, non sono in grado di sopprimerla. Essa è minacciosa, pericolosa. Mi sveglio. Sviato il simbolo di una matrice nel sogno, ne ritrovo un altro, adesso, nella veglia. Il nero ancora è nella veglia, la macchia che si staglia; meno minacciosa, ma pur sempre incombente. Ritornando dunque, da uno stato all’altro delle rappresentazioni, sento che è rimasta una traccia. La traccia di qualcosa d’incompiuto, di alieno. Il simbolo di un simbolo, ed io non riesco in alcun modo a venirne a capo (…). Appare chiaro come l’idea degli incipit sia diventata ad un tratto funzionale al concetto della distrazione, e come si manifesti in forma di evento e come distrazione dalla superficie, dalla sua ovvietà, mettendo in relazione: la volontà di scrivere, la disponibilità del ricevente a leggere quanto scritto (volendo stabilire un’empatia con chi legge, sperando che chi legge non abbia voglia di sentirsi solo un fruitore, un individuo al quale si offre un servizio; piuttosto sia su un piano se non uguale, per lo meno parallelo, e ci si metta in relazione per interpolazioni, suggestioni, immedesimazioni, identificazioni, dimenticando anche perché si sta leggendo, allontanando da sé l’idea che dalla lettura si debba necessariamente trarre un profitto, un arricchimento del sé (si legga incondizionatamente, senza uno scopo, senza aspettarsi nulla, si ottimizzi il valore dei valori, quello slancio astratto, ludico anche, in assenza del quale si automatizzerebbe ogni gesto, anche questo).

In un tempo y e in uno spazio x, tale evento avviene, avverrà. Sarà un evento i cui orizzonti saranno sminuzzati, tagliuzzati: la modalità della ricomposizione sarà quella del collage, o della sovrapposizione per assemblaggi (un orizzonte che dal nero che lenisce, che placa, passa al grigio disturbante, attraverso una, due, forse tre, manomissioni. Siamo giunti all’inizio della seconda gradazione).
Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e la varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente. E per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. [6]

Esco, alle ore 15:04 del giorno 15/05/2013.
Sono rientrata alle ore 16:37 e di nuovo qui a contemplare lo scempio del bianco.
(al grigio, al grigio, dunque! Il prima possibile)
Nel mostrare questo passaggio, dal nero ai grigi (i bianchi sono nuclei amici, silenziosi e quieti, in apparenza; in realtà l’avanguardia del bianco avanza fino a battere a martellate questo vuoto che vuole il segno… Lo vuole dentro al bianco, non solo sul, ma più in fondo, oltre la superficie del/nel tempo, in un non spazio, in un posto intimo, in un angolo minutissimo e immenso che solo voi sapete, che è solo vostro e che pure è comune a tutti). Se andrete adesso, avrete già compiuto un’opera bella, incompiuta nell’incompiuto. E ancora. La distrazione da sé è l’ingresso dell’infinito nell’esistenza, perché essa rompe con ogni definizione: nessuna distrazione da sé sarebbe possibile se, per l’umano, davvero tutto fosse così come è, se tutto corrispondesse senza residui alla propria definizione. La distrazione da sé è lo sbriciolarsi faticoso della ripetitività in apparenza ineluttabile delle proprie faccende. Ingresso e rottura non sono un’apertura agli altri: sono, semmai, l’irruzione dell’impensato dentro il già pensato, il venire in luce della prossimità ad altri, non come un’esistenza buona, bensì come la condizione umana, la bontà dell’esistenza. L’ingresso dell’infinito nell’esistenza – presenza dell’Infinito nell’esistenza – presenza dell’Infinito in un atto finito – è la socialità stessa. [7] Mostrare la cosa. Mostrarne la forma. Vederne la forma. Sollecitare alla cosa, darle una forma, distruggerla, ricomporla. Al grigio, al muro, di spalle. E dando le spalle al bianco, percepirlo tutto. Nel segno. Il nero s’è sottratto, è rientrato strisciando, alle orbite.

8 incipit e un intermezzo

Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto.

William Gibson, Neuromancer

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 Io non sono né saggio né ignorante. Ho provato gioie. È troppo poco dire: sono vivo, e questa vita mi dà il pia­cere più grande. La morte, allora? Quando morirò (forse tra breve), conoscerò un piacere im­menso. Non parlo del pregustare la morte che è insulso e spesso sgradevole. Il soffrire abbrutisce. La grande ve­rità di cui sono sicuro è invece questa: provo nel vivere un piacere senza limiti e avrò nel morire una soddisfazione senza limiti. Ho vagato, sono passato da un posto al­l’altro. Stabile, ho abitato in una sola camera. Sono stato povero, poi più ricco, poi molto più povero. Da bambino, avevo grandi passioni, e tutto quel che desideravo, lo ottenevo. La mia infanzia è sparita, la mia giovinezza è sulle strade. Non importa: ciò che è stato, mi rende felice; ciò che è, mi piace; ciò che avviene, mi conviene. La mia esistenza è migliore di quella degli altri? Può darsi. Ho un tetto, molti non ce l’hanno. Non ho la lebbra, non sono cieco, vedo il mondo, fortuna immensa. Lo vedo, questo giorno fuori del quale non è niente. Chi potrebbe sottrarmelo? E spa­rendo questo giorno, io sparirò con lui, pen­siero, certezza che mi trasporta. Ho amato degli esseri, li ho perduti. Sono diventato pazzo quando questo colpo si è abbattuto su di me, perché è un inferno. Ma la mia follia è rimasta senza testimoni, il mio smarrimento non era manifesto, la mia sola intimità era folle. Talvolta, diventavo furioso. Mi si diceva: Perché siete così calmo? In realtà, bruciavo dalla testa ai piedi; di notte, cor­revo per le strade, urlavo; di giorno, lavo­ravo tranquillamente. Poco dopo, si scatenò la follia del mondo. Fui messo al muro come molti altri. Perché? Per niente. I fucili non spararono. Mi dissi: Dio, che fai? Smisi allora d’essere insen­sato. Il mondo esitò, poi riprese il suo equi­librio.

Maurice Blanchot, La folie du jour

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11 settembre, rue Toullier

Dunque, qui la gente viene per vivere, io direi piuttosto che si muore, qui. Sono uscito. Ho visto: ospedali. Ho visto un uomo vacillare e cadere. Gli si è raccolto attorno un capannello di gente, risparmiandomi il resto. Ho visto una donna incinta. Si spingeva a fatica lungo un alto muro caldo, talvolta cercando a tastoni, come per volersi convincere che c’era ancora. E dietro il muro? Guardai sulla mia piantina: Maison d’accounchement. Bene. La faranno sgravare – è normale. Più avanti, rue Saint-Jacques, un grande edificio con cupola. La carta indicava Val-de-grâce, Hôpital militaire. In realtà non mi occorreva saperlo, però non guasta. La strada cominciava a puzzare da ogni lato. Per quanto si poteva distinguere c’era odore di iodoformio, grasso di patate fritte, angoscia. Tutte le città puzzano in estate. Poi ho visto una singolare casa cieca, non segnata sulla pianta, ma sulla porta si intravvedeva ancora la scritta: Asyle de nuit. Accanto all’ingresso i prezzi. Li ho letti. Non era caro. E poi? Un bambino in una carrozzina ferma: era grasso, verdognolo e aveva sulla fronte, ben visibile, un’eruzione. Stava chiaramente cicatrizzandosi e non faceva male. Il bambino dormiva con la bocca aperta, respirava iodoformio, patate fritte, angoscia. Era così, e basta. L’essenziale era mantenersi in vita. Questo era l’essenziale.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte L. Brigge (unworkable)

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L’obiettivo è l’occhio di un avvoltoio in volo sopra una zona di cespugli, calcinacci e costruzioni incompiute alla periferia di una città messicana.
Una costruzione di cinque piani senza pareti né scale… gli accampati hanno-messo su delle abitazioni provvisorie… i piani sono collegati da scale a pioli… cani abbaiano, polli chiocciano, un ragazzo sul tetto fa un gesto di sega mentre l’obiettivo passa.
Avvicinandoci al suolo vediamo l’ombra delle nostre ali, cantine asciutte invase dai cardi, rugginose sbarre di ferro che sporgono come piante metalliche dal cemento, screpolato, una bottiglia rotta al sole, fumetti a colori sporchi di merda, un ragazzo indiano contro un muro con le ginocchia in su, che mangia un’arancia spruzzata di pepe rosso.
L’obiettivo fa uno zoom e oltrepassa un edificio di mattoni rossi tutto a balconate dove vivaci camicie da ruffiani porpora, gialle, rosa, sventolano come le bandiere di una fortezza medioevale. Su queste balconate vediamo fiori, cani, gatti, polli, un caprone legato, una scimmia, un’iguana. I vecinos si sporgono dalle balconate a scambiare chiacchiere, olio da cucina, kerosene e zucchero. È una vecchia scena di folklore recitata anno dopo anno da nuove comparse.

William Seward Burroughs, Ragazzi selvaggi

(shines forth)

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Interno senza mobili.

Luce grigiastra.

[…]

Clov (sguardo fisso, voce bianca). Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire. (Pausa). I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio. (Pausa). Non possono più punirmi. (Pausa). Me ne vado nella mia cucina, tre metri per tre metri, ad aspettare che mi faccia un fischio. (Pausa). Sono dimensioni ideali, mi appoggerò alla tavola, guarderò il muro, aspettando che mi faccia un fischio.

Samuel Beckett, Finale di Partita

(contrepoison) – https://plus.google.com/u/0/116733108516927216434/posts

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Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Ciò non era mai accaduto. K. aspettò ancora un po’, guardò dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonò. Subito qualcuno bussò e entrò un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa.

Franz KafkaIl processo

(I would prefer not to)

(cutting retort)

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La migliore cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento. Per esempio ecco un astuccio di cartone che contiene la mia bottiglia d’inchiostro. Bisognerebbe provare a dire come io la vedevo prima e come adesso la… Ebbene! È un parallelepipedo rettangolo che si distacca su- è idiota. Non c’è nulla da dirne. Ecco quel che si deve evitare, non bisogna mettere dello strano dove non c’è nulla. Credo sia questo il pericolo, quando si tiene un diario: si esagera tutto, si sta in agguato, si forza continuamente la verità. D’altra parte son certo che da un momento all’altro- sia a proposito di questo astuccio che di qualsiasi altro oggetto- io posso ritrovare l’impressione dell’altro ieri. Devo star sempre all’erta altrimenti essa mi scivolerà ancora di tra le dita. Non bisogna… ma notare accuratamente e con i maggiori particolari tutto ciò che succede.

Jean-Paul Sartre, La nausea

 (act of missing)

(What you see is what you see)

(one discrete thing following another)

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Una: Rinato?

Monos: Sì, bellissima, amatissima, Una, rinato. È questa la parola sul cui mistico significato ho così a lungo riflettuto, respingendo la spiegazione del clero, finché la morte stessa risolse per me il segreto.

Una: La morte!

Monos: Quanto stranamente, dolce Una, fai eco delle mie parole! Osservo anche una esitazione nei tuoi passi, una gioiosa inquietudine nei tuoi occhi. Sei confusa e oppressa dal mistero della Vita Eterna. Sì, era proprio della Morte che io parlavo, e quanto diversamente suona qui questa parola, che secondo gli antichi portava solo terrore nei cuori, guastando qualsiasi piacere.

Una: Ah! La Morte, lo spettro che sedeva in tutti i festini. Quante volte, Monos, ci siamo perduti in speculazioni sula sua natura! Come agisce misteriosamente da freno dell’umana felicità dicendole “Fino a tal segno e non più in là!” Quel nostro profondissimo reciproco amore, Monos mio, che bruciava nei nostri petti… come ci vantavamo inutilmente, sentendolo sbocciare felice per la prima volta, che la nostra gioia sarebbe divenuta più forte man mano che esso acquistava forza! Ahimè!… Man mano che si rafforza cresce nei nostri cuori anche la paura di quella triste ora che si affretterà a separarci per sempre! Il passare del tempo diventa penoso per l’amore. L’odio sarebbe stato in fondo più tollerabile.

Monos: Non parlare ora di questi argomenti dolorosi, cara Una…  Mia, mia per sempre!

 Una: Il ricordo di passati dolorosi non è forse una gioia presente? Ho molto da dire sulle cose che sono state. Soprattutto brucio ora dal desiderio di conoscere quello che è accaduto nel tuo passaggio attraverso l’oscura Valle dell’Ombra.

Monos: Quando mai la mia radiosa Una chiederà invano qualcosa al suo Monos? Ti racconterò tutto, minutamente… da quale punto vuoi che inizi il mio racconto soprannaturale?

Una: Da quale punto?

Monos: L’hai detto.

Edgar Allan Poe, Racconti di fantascienzaIl colloquio di Monos e Una


[1] Sul tema dell’adozione di un paradigma nelle opere di Wittgenstein si confronti G. Frongia,

Wittgenstein regole e sistema, Franco Angeli, Milano 1983.

[2] Italo Calvino – “Appendice” alle “Lezioni americane”, in Saggi, Mondadori

[3] Giacomo Leopardi, Zibaldone: 646-647]

[4]  Franco Riva su l’Io come distrazione di sé e nel rapporto con l’altro, nel sociale (riflessioni su Etica e Infinito di Emmanuel Lévinas)

[5] Andrea Malagamba, Il concetto di distrazione nello Zibaldone di Leopardi

[6] Giacomo Leopardi, Zibaldone

 [7] Ibidem, op. cit., (pp. 5-44).

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4 thoughts on “Il rito della distrazione. Appunti, 8 incipit e un intermezzo

  1. Pingback: Il rito della distrazione. Appunti, 8 incipit e un intermezzo | sonia lambertini

    • il commento precedente è dovuto ad uno stupido errore di digitazione e non si riferisce all’articolo, per questo chiedo venga cancellato.
      Porgo le mie scuse all’Autrice ed alla Redazione.

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