Poesia

Tra peltro e sagrato. Antologia inedita di Gilberto Sacerdoti

a cura di Teresa Caligiure

chagall_nozzeIl vigore poetico di Gilberto Sacerdoti risiede nell’autenticità del suo dire. Apparentemente semplice e arioso, il suo linguaggio vira su suoni aspri (come direbbe Dante) e termini-chiave mediterranei e terragni, che convocano un’antitesi fra cielo e terra. Una scrittura asindetica, quella dell’autore, tesa alla ricerca dell’immediatezza, attraverso i numerosi deittici, le interiezioni, le onomatopee, i punti di sospensione che troncano la parola, lasciando spazio al non detto. La struttura poetica è retta da strofe eterogenee, calembour anaforici, allitterazioni, poliptoti e termini composti. Il lettore è chiamato in causa direttamente dal “ tu” e dall’”io” di chi si mette in gioco e con ironia stempera la profondità degli interrogativi posti, osserva, medita, partendo da un “giro di vite”, di evidente matrice jamesiana, o semplicemente da un cuore (di tradizione sabiana), da un colombo che becca, dalla nostalgia per una stagione, e manifesta un ardente desiderio di andare oltre, pur nell’opacità e nell’insicurezza cui l’esistenza ci sottopone.

*******

Se il cerchio nel girare si ripete
in altro cerchio, e il raggio diminuisce,
la vita è molto simile a una vite
che quanto più s’avvita più sparisce.
E quando s’è avvitata fino in fondo
il Grande Pun, ha-ha-ha-ha, è morto.

                             ***
[Sul sagrato di una chiesa, in attesa degli sposi, il compare dello sposo ha scritto]
“M + D” dentro un cuore di riso

Ahi quale amaro
emblema, compare,
al loro amore
vuoi regalare!

Quando i colombi
che tieni a distanza
inizieranno
coi becchi la danza

chicco per chicco
smembrando pulsante
quel povero cuore
dei poveri amanti,

che auspici trarranno
amici e parenti
nel contemplare
i colombi frementi

che chicco per chicco
andranno smembrando
il povero cuore
dei poveri amanti?

Deh quell’amaro riso
tu, M, non guardare,
deh manda a fare in
tu, D, il tuo compare!

                             ***
Archettucci e colonnine

Così importanti, quei mattoni rosa,
quelle quadrettature losangate,
quegli archettucci, quelle colonnine?
Cos’è, senza Dugento non si vive?

O è solo che per caso sono qui,
e c’è tepore, è settembre, è l’una,
e il sole se scompare lascia un grigio
che fascia ciò che in me c’è da fasciare?

Ma no, ritorna e ri-riaccende il rosa,
e gli archi, e le colonne, e mi ripunge
un pathos-flash di osmosi giovanile
con quella roba lì, medievale.

                             ***
Contro il colombo

Perché, colombo, vuoi risegnalare
quell’iride sgargiante in gola, tu
che poi, all’atto, invece di cantare
non fai che deglutire, glu, glu e glu?

T’ascolto e ho una gran voglia di spennare
piuma per piuma il tuo sontuoso gozzo:
chissà che glabro come un avvoltoio
t’esca di gola qualcos’altro, ca…!

                             ***

Macro brilla e pulsa Nataraja,
danza al fragrore dei tamburi-cuore
che ad ogni passo pesta ed eseguisce,
che ad ogni passo pesta e poi perfora.

Danza pesta suona e la consuma,
la micro pergamena individuale,
ma al balzo dopo c’è una pelle nuova
da scrivere, percuotere e sgonfiare.

E io, tu, noi e tutti i noi del tutto
che è il suo tamburo-libro universale
siamo un fonema, un suono, un passo solo,
e non sapere nulla del totale
cui contribuiamo affascina e fa male.

                             ***
Peltro e argento*

Col sole di luglio e la bora
la pelle dell’acqua è una cotta
di scaglie e di schegge d’argento –
e se anche, schizzato il bagliore,
nel giro di un nanosecondo
l’argento si spegne nel peltro,
ah, il peltro dell’acqua si accende
di nuovo e rischizza l’argento.
Per quanto non sia pertinente
che all’acqua, il suo fulgido esempio,
per dieci minuti la testa
contesta il primato del peltro.

Un po’ di misticismo, ne ho bisogno,
qualcosa che trascenda il me terragno,
che renda più guardabile quel grugno
che vedo nello specchio del mio bagno!

Ma come, mio dio, come – come quando
bastava osmotizzarsi con il tempo
e cielo, sole, pioggia, nebbia e vento,
entrava tutto dentro di rimando?

Quand’era così strano, tanto, forte
e buono il fuori che se entrava dentro
io che ero io ero però anche altro,
non l’io chiuso in un grugno dentro un antro…

* La poesia  Peltro e argento è stata già pubblicata  in «Paragone Letteratura», 90-91-92 (2010), pp. 139-140. Gli altri componimenti sono inediti.

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Gilberto Sacerdoti è nato a Padova nel 1952. Vive fra Venezia e Roma, dove insegna Letteratura inglese all’università. Ha pubblicato tre libri di poesia: Fabbrica minima e minore (Pratiche 1978) con cui nel 1979 ha vinto il Premio Mondello per l’opera prima poetica; la sua seconda raccolta, Il fuoco, la paglia (Guanda 1988) è stata finalista al Premio Viareggio; la silloge Vendo vento (Einaudi 2001) ha vinto ad ex aequo il primo premio per la Poesia al Premio Nazionale Letterario Pisa. Ha tradotto e curato, fra gli altri, Henry James, Il carteggio Aspern, (Marsilio 1991), Stevie Smith, Il cinico bebè e altre poesie (Donzelli 1996), Seamus Heaney, Veder cose (Mondadori 1997), William Shakespeare, Poemetti (Garzanti 2000). Studioso del Cinque-Seicento, è autore inoltre di Nuovo cielo, nuova terra. La rivelazione copernicana di “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare (Il Mulino 1990) e Sacrificio e sovranità:  teologia e politica nell’Europa di Shakespeare e Bruno (Einaudi 2002). Attualmente si occupa de La tempesta di Shakespeare.

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4 thoughts on “Tra peltro e sagrato. Antologia inedita di Gilberto Sacerdoti

  1. Ci sai fare. Usi bene la penna. Sembra un pennello, ma è molto di più : è un fiume nelle tue mani. Ciao Francesco

  2. Enorme Sacerdoti! M’ha insegnato parecchio e gliene son grato, se l’autore dell’articolo è in contatto gli porti un abbraccio aggiungendo:

    Chi t’annusa Madre Selva, più t’annusa e meno è belva

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