Poesia/Recensioni

Uno stupore quieto di Mario Fresa

di Ivano Mugnaini

fresastuporeSi apre con una frase biblica il libro di Mario Fresa: La malattia è lunga, il medico ride. Questo esergo si colloca (e ci colloca) nel punto esatto in cui si incontrano l’ironia e la serietà, la pena e il gioco. Esattamente all’altezza del bivio in cui Fresa ci ha dato appuntamento per iniziare insieme il percorso che ci conduce a esplorare versi variegati, multiformi. La malattia probabilmente è la vita, l’esistere. Il medico di ottimo umore, con il portafogli gonfio e il cuore arido, è possibile che sia la sorte, il destino. O, più verosimilmente, l’ilare cerusico è l’avversario, colui che accompagna il cammino umano e lo ammorba con vane elucubrazioni, mentre il male fa il suo corso. Come era già accaduto nella sua rivisitazione degli epigrammi di Marziale, anche in questo libro, seppure con toni e strumenti formali differenti, Fresa esplora le miserie del mondo, le falsità, le menzogne, tutto ciò che lascia a bocca aperta provocando quello stupore mai del tutto spento, eternamente rinnovato da quel mistero tragico e buffo che ha nome uomo. L’impianto dei versi di questo libro è accurato e vasto, necessita spazio, allargandosi quasi su strutture narrative. Si estende per poter avvolgere e coinvolgere storie, situazioni, eventi. La favola è spesso amara, con una morale quasi fedriana. C’è, però, costante, un moderno e attualissimo incanto e disincanto. Quello stupore testimonia la lotta per manifestare, attraverso la parola, ciò che si è e ciò che non si è: la differenziazione, la ricerca delle coordinate dell’identità. La materia privilegiata con cui si plasma tale soggetto è la parola, intensa sia come espressione delle idee e degli stati d’animo che come manifestazione concreta, quasi tangibile, delle azioni e delle scelte. Parola come suono ma anche come gesto, come azione. Sarebbe interessante calcolare con metodo statistico quante volte in questo libro si fa riferimento al campo semantico del dire, del parlare, del raccontare, del chiedere, del rispondere. Al dialogo verbale, e a tutte le voci, intese sia come vocaboli che come suoni rilevabili, che a tale ambito attengono e sono correlate. Il numero che ne deriverebbe sarebbe di sicuro elevato; non si tratta però di semplice e casuale ricorrenza né tanto meno di ridondanza. Volta per volta il riferimento all’espressione ha un senso, un peso preciso, e, con una visione di più ampio respiro, è possibile rilevare un intento, un disegno di ampia, intensa suggestione. Il vero stupore, la meraviglia più grande, anche e soprattutto in quest’epoca in cui le immagini, anche quelle più truculente, ci sono state propinate a oltranza, il discrimine che rimane, la barriera tra senso e assurdo, tra bellezza e obbrobrio, è la parola. L’uso che se ne fa, il modo in cui la esprimiamo, lasciandoci esprimere da lei, attraverso lei.

Non è un caso allora che una delle descrizioni più acute che troviamo in apertura, nella lirica iniziale, sia quella di un personaggio che : “non parla quasi di niente. Nemmeno di politica. […] Perciò indirizza i suoi discorsi sul vago: tentenna,/ ridendo ottusamente, e alzando un poco, solo un poco/le sue misere spalle”. Un tipo alla Oblomov, forse l’emblema di un tempo che rinuncia alla lotta, lasciando che perfino il suo silenzio sia inespressiva bandiera di resa. Poco oltre Fresa lo liquida con un verso secco: “ha soltanto biascicato qualcosa, tra sé”. Altro avversario agguerrito, riconoscibile anche in questo caso tramite il suo modo di parlare, è quello che invece pensa di essere un vincente, il manager rampante, o comunque il prototipo dell’uomo che non deve chiedere mai: “la stolta superbia, o la superba stoltezza”, quella di fronte a cui necessita restare consapevoli che “ogni superbia è stolta, anche se non ogni stoltezza è superba”. Fresa ci offre con questo suo libro un ampio campionario di tipi e archetipi. Una rassegna di bipedi i quali, appena aprono bocca, mostrano una propria carta di identità ideale, collocandosi in gruppi di appartenenza e di ispirazione, secondo criteri di similarità e contrasto. Procede avanti e indietro tra osservazioni del mondo, visioni, ricordi e sogni, Fresa, e ad ogni incontro, con pathos dantesco, o con un’ironia degna di Marziale, resta stupito. Lo spettacolo umano, seguito in diretta, o rivisto nei fotogrammi della memoria, spiazza, lascia interdetti. La tentazione in qualche caso, come accade nei versi finali della lirica di pagina 21, è quella di dirsi che non può essere vero. Lasciare alla parola il compito di annullare se stessa e la verità che scaturisce dai racconti. Di fronte alla stupidità e alla violenza, sembra suggerirci Fresa, si è spinti a gridare “Ma no, che non è vero”. Come un’aspirazione alla metamorfosi del segno e del significato, una richiesta di palingenesi, o semplicemente la riscrittura completa della sceneggiatura.

La parola, quindi, come strumento, utensile, scalpello per cercare nuove forme e plasmare altri destini. Si intrecciano le esistenze nell’alveo di vicende incrociate, sovrapposte, rese fertili e ibride: “la mia cara Stefania/ (quella della siringa sempre pronta nella borsa)/ […] ha deciso di tenere degli appunti su di me”. Quasi una metanarrazione, l’oggetto si fa soggetto nell’atto di venire descritto. Un utensile però, di qualunque natura esso sia, è anche un’arma, in caso di scelta o di necessità. Il vicino che origliava viene soppresso tramite il medesimo scalpello che aveva ritratto i due corpi abbracciati. Tramite una definizione, una descrizione aspra e brusca: “l’enorme tanghero poco portato/ alla conversazione e ai bei modi”. Due mondi a confronto, due eserciti schierati uno contro l’altro. Con lo stupore eternamente rinnovato di una distanza incolmabile. La seconda sezione del libro ha per titolo “Titania”; e, forse per gioco, o in virtù di un paradosso, è quella che racchiude i versi più brevi e le liriche più corte. Ma la grandezza c’è, seppure nascosta tra le righe oppure all’interno, nel nocciolo di ogni sillaba, ogni accento. Proprio in questa sezione si trovano i versi da cui è tratto il titolo del libro e in cui, forse, è celata una delle possibili chiavi di interpretazione: “Questo corpo dissodato, quasi irreale/ che un tempo chiamavamo meraviglia/ e perfezione, adesso divenuto/ come un osceno guscio/ abbandonato, in un istante, con una fredda/ crudeltà, con uno strano/ stupore quieto”. Il lettore è chiamato a fornire la risposta fondamentale: individuare in cosa consisteva la meraviglia, e scoprire quale istante l’ha tramutata in un guscio osceno. Il dubbio è universale. Il tentativo di risolvere l’arcano passa, ineluttabilmente, per vie strette e buie, da attraversare di notte, da soli. L’evento magari è stato di per sé di poco conto, in apparenza. Il mondo è crollato con un rantolo piuttosto che con un fragore esplosivo, come suggeriscono versi famosi. Ma il risultato, Fresa ne è ben coscio e ce lo ricorda con attenta puntualità, è in ogni caso titanico. Altrettanto ostinata e tenace deve essere la lotta per ripercorrere la strada, partendo dal presente in direzione dei fonemi e dei fotogrammi che hanno reso tale l’involucro che ci avvolge e che avvolgiamo in noi stessi, quella “carne viscida dell’animale, ridicolo e solenne”. Anche se il realismo, quello aspro, quello del più cattivo, taglia corto: “nessuna lettera si è mai trovata. Consolatevi, miei cari, adesso”.

La sola via di uscita, o almeno la direttrice verso cui indirizzare le sillabe e le energie, rimane, in quest’ottica, quella di un destinatario ideale, un “tu” privilegiato, reale o immaginario: “Dopo tutto ho visto te, perfino in questa/ gonfia, buia discesa”. Una persona reale, ma, magari, anche la poesia, la bellezza, qualcosa che potrebbe salvarsi, salvandoci. Quel foglio “pregno di macchie, di messaggi nascosti”. L’arte, allora, è essa stessa azione, movimento costante: “sagomare i materiali con ostinata e dura precisione”. Il trucco, l’espediente, non c’è, se non nella presa d’atto che “nell’angolo accecante di questa luce di titanio,/ perfino i nostri nomi sono finiti, adesso, nella rete/ di un biancume formicolante, nel fragile/ attrito di un ricordo”. Nella sezione “Una violenta fedeltà” il discorso si fa racconto disteso, il verso diventa quasi paragrafo, capitolo breve di una storia mai conclusa. Anche qui ricordi, citazioni, rimandi a personaggi reali e letterari si intersecano e interagiscono creando mondi possibili. La sezione finale si intitola “Romanzi”. Termine di ampio spettro evocativo, tra letteratura, storia, geografia, dialogo amoroso, incontro, unione di destini. Parola, prima di tutto, ancora una volta essenziale: “il momento/ più difficile e più grave: riconoscere il nome”. Solo più oltre, molti versi dopo, Fresa esclama: “l’ho abbracciata all’improvviso”, e sussiste ancora l’incertezza, se sia donna o concetto, se sia un road movie o un documento filmato di un viaggio reale.

Questo libro contiene domande di portata assoluta, e riflessioni essenziali, proposte dall’autore con intensità ma mai con sfoggio, mai con roboante prosopopea. Fresa è attento alle sfumature, ai dettagli a cui è necessario fare riferimento per avere un quadro d’insieme. In questo suo libro, coerentemente, abbondano le sfumature, i toni che contengono più colori quasi carnalmente sovrapposti: “un triangolo azzurro, pieno di quasi niente”, oppure, poco più avanti, nella lirica di pagina 59, “c’è un panorama bruno, quasi azzurro”. L’arte del “quasi”, dunque: ben lungi dall’imprecisione e dall’approssimazione. Piuttosto, al contrario, un metodo, uno strumento accurato di ricerca per arrivare a comprendere, almeno per un istante, la sovrabbondanza espressiva di “uno stordente aprirsi di voci”.

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