Narrativa italiana/Racconti

Relax

di Emma Pretti

480188_475470895861497_801697456_nLa macchina è ferma in officina per  un guasto, ma prima di lasciargliela ho preteso l’auto sostitutiva. Sono stata fortunata, spesso non ne hanno a disposizione. Oggi questa macchina di servizio prende tutta la mia attenzione. E’ una Accord-Honda  1600 del 2000 – a detta del meccanico, ci facevano i rally. Probabilmente con una nuova dello stesso modello, li fanno ancora. Mentre la guido mi rendo conto che oramai è uno scassone grigio scuro con delle sospensioni fantastiche, tratta il tuo sedere magnificamente, infila certe pozze asciutte e piene di ghiaia e ne esce sciolta e morbida come fosse un overcraft. Silenziosissima, nonostante gli anni. Si concede soltanto un leggero ronfare del motore, sornione e ironico; le attribuisco un carattere disincantato e concreto. I suoi sedili in stoffa morbida a dir la verità non profumano, tutt’altro, sanno un po’ di rancido, come se il cane di casa ci avesse dormito sopra per un anno; un odore indefinibile e avvolgente, lo stesso miscuglio di aromi degli ambienti domestici poco areati. Con due ore libere prima di cena mi sono lasciata prendere dalla voglia di guidarla senza una meta precisa. Ho messo nel serbatoio un po’ di benzina, ho preso una strada qualsiasi e mi sono portata fuori dall’abitato. Siamo ai primi giorni di maggio e la giornata ha una rete lunga abbastanza per attaccarci qualche momento di svago prima che faccia buio. Mi piace guidare. Ascolto con attenzione il timbro dei motori, aggressivi o asmatici che siano. Limpidi o catarrosi. Li paragono sempre a qualcosa, a un carattere, a gente che conosco. In televisione seguo addirittura alcune trasmissioni che parlano di auto. Confesso però che un guasto mi metterebbe davvero in crisi e davanti al cofano aperto con la testa dentro al motore, non saprei descriverlo: – un meccanismo intestinale – me la caverei così. Per una donna però, linea e colore sono cose da discutere ampiamente, a più riprese e sotto ogni angolazione. In questo caso la carrozzeria è color fumo di Londra, sobrio distinto – sopra le fiancate e i volumi più sporgenti raccoglie riflessi azzurro madreperlacei;  non ha un graffio e le cromature lucentissime le conferiscono un allure di lusso, un’aria elegantona lungo questa vecchia provinciale a traffico agricolo, ormai più abituata alle ruote macinanti dei trattori che ai pneumatici lisci degli autoveicoli. Oltre a ciò mi piace pensare di essere brava nella guida, affronto le curve con grande precisione; non ne allargo mai una e quando succede è solo per pigrizia o stanchezza.

Sono uscita dall’area delle grandi concessionarie puntando verso la campagna – a velocità moderata supero una sfilza di grandi vetrate d’esposizione, insegne che si spintonano una con l’altra, un modesto centro commerciale, due rotonde che fanno gorgogliare il motore – e sono fuori. Cielo terso e profondo, risaie a specchio –  intorno il Piemonte spalancato. Non esiste campagna più piatta e uniforme che in questa precisa stagione risplenda così vitrea dentro un intreccio di cornici. Se Mondrian avesse pensato a una specchiera, probabilmente ne sarebbe uscito qualcosa di simile. Ma non ha avuto la fortuna di poterla ammirare. Se n’è rimasto in America e si è perso uno spettacolo. A mio parere non c’è angolo migliore in tutta la pianura Padana  – di questa stagione poi, quando le zanzare sono ancora poche. Sugli orli di terra che disegnano i quadrati e i rettangoli degli appezzamenti, le erbe già alte per l’abbondanza di piogge, ondeggiano e si piegano flessuose. Mi viene incontro un vento forte e deciso, forse una burrasca che si annuncia dai monti – una sfrangiata di nuvole viola sopra l’orizzonte – ancora troppo lontana per preoccuparmi, ma splendida da guardare mentre sorvola le montagne. Le più alte cime innevate sono grigie, meste per la lontananza. Il cielo gli pesa addosso e il tramonto, in parte velato, non le riscalda più. Sopra di me invece il parabrezza inquadra un cielo limpido e sereno, ancora più profondo e carico ora che la luce sgargiante lentamente lo abbandona. L’acqua increspata a tratti diventa scura e metallica. Vene d’argento l’attraversano e spariscono spezzate da un brivido veloce. Un paesaggio intenso, determinato a reggere il vento con la sua fissità. Le folate sorvolano l’acqua e la indispettiscono spingendola verso direzioni scomposte, mentre ritagliano laghi d’immobilità negli angoli accanto ai bordi.

Tengo a bada il piede sull’acceleratore, ma cerco di non muovermi come se fossi a dorso di mulo. Guido smoothly per avere il tempo di godermi i particolari di un paesaggio che sa di spazio, uno spazio raddoppiato dal riflesso di una specchiera distesa a terra e suggerito dalle nuvole che aprono  piani di cielo sempre più denso. Una visione unica, di cui mi innamoro metro dopo metro. Ognuno ha uno spicchio di terra,  paese o città legato al cuore, che non si strapperà via neanche con le tenaglie – e questo è il mio. Ci cammino dentro e non ho bisogno di pensare ad altro, mi basta quello che vedo: risaie e fossi in continuazione. Le risaie sono allagate e i fossi sprofondano in tappeti d’erba e non se ne vede il fondo. I trattori arrancano dentro il fango e poi ne escono in retromarcia. Le erbe irrequiete cambiano tonalità a seconda del fremito e s’intuisce che la natura vibra di un’ esuberanza carica di aspettative. Viaggio sopra una strada secondaria che taglia dritta e curva appena ogni tanto. Costeggio i campi e la loro superficie vetrosa, punteggiata da qualche presenza in lontananza: qui un cascinale, là una figura, una macchina agricola che devia e imbocca il sentiero sterrato. Progressivamente il paesaggio si spopola di presenze e attività umane, mostrandosi più leggero per una sorta di pulizia. La prospettiva possiede uno sfondato sorprendente. Devo far attenzione a calcolare bene i tempi del ritorno. Mi piace un sacco quello che vedo perché si mostra così provvisorio, non ci sono concetti da afferrare e trattenere, è tutta una luminosità passeggera; la luce cambia, cambia in fretta, è una lenza a cui basta afferrarsi. Avanti e avanti, finché l’acqua si trasformerà in oscurità traslucida e in alto ci saranno tracciati di stelle che vibrano mentre le spie del cruscotto con la loro luce chiassosa illumineranno l’abitacolo. La fantasia sarà impegnata a immaginare tutto il resto: gli uccelli d’acqua, ad esempio, come le folaghe, immerse nel sonno con le loro nidiate a ridosso delle sponde dei campi, nascoste da tendaggi di erbe reclinate sotto la luna; o gli aironi accovacciati tra i cespugli delle piccole macchie di arbusti. Chiazze opache nel buio, un buio terso e palpitante di riverberi, lumini sparsi, cori di ranocchi gracidanti felici come pochi al mondo di riempire l’aria con un canto intonato per le sfere celesti – Buio – che se anche non ci fosse nient’ altro si potrebbe esclamare:  Almeno c’è il buio –

Di fronte, nell’oscurità, a una distanza imprecisata, la barriera densa delle colline dove piccoli paesi si snodano in catenelle di bagliori interrotte e riprese da un versante all’altro. E la strada che si stende fino agli incroci disertati dal traffico e illuminati da grappoli di grossi fari ai vapori di mercurio che riversano sopra l’asfalto un chiarore aggressivo, capace di entrarti dagli occhi dentro la testa. Ma tutto questo deve ancora venire, ci vorrà una buona mezz’ora prima che il fondale cambi e il tramonto si estingua. Per ora la luce ambigua del crepuscolo è abbastanza ingannevole da sfiorare i contorni delle cose e impegnarsi nel tentativo di modificarle, seducendole con la proposta di immagine diversa, portando a galla l’ombra o la scintilla covata a lungo in segreto. Così il rudere di un cascinale acquista nuovo fascino dalla dissolvenza dei suoi tenebrosi e gotici anfratti, mentre il tracciato di una strada vicinale si fa evanescente suggerendo una forma di fantasmatica lievitazione verso la bruma leggera in cui si scioglie l’ultimo azzurro – e il vetro di una finestra lontana colpita dall’ultimo raggio di sole penetrato tra le nuvole, s’incendia e divampa prima di spegnersi sotto il colore di cenere calda. Nell’enigmatica lontananza della strada che diventa più sottile, in questo trasparire di colori e vaghe brezze, di abbandono senza pesantezza e riconciliazione con il mondo che si lascia alle spalle le cose accadute, trovo un relax senza precedenti, una misura di stanchezza e riposo del cuore priva di redini e di angoscia –  Quanto può durare un momento di pace?  Quanto ingenuamente pensiamo possa durare? – Destino dell’uomo è di dormire nella luce e restare sveglio nelle tenebre.

L’atmosfera è ormai ingorda di buio, e nell’imprecisione dei contorni compare di fronte una sagoma scura che interrompe, coprendolo, il punto di fuga del rettilineo. La sua voce è un boato che rimbalza nei quattro punti cardinali, per contrarsi in un sibilo di metallo. Pervade l’aria uno sgomento senza forma e nome, ma la minaccia risuona fisica e inevitabile. Un colpo di adrenalina mi arrossa le guance e mi procura più panico che altro:  braccia rigide e tese sul volante, gli occhi fissi in cerca di una via di scampo. Si avvicina velocemente occupando l’intera carreggiata con piglio intimidatorio e andatura aggressiva. La vecchia provinciale ha corsie ridotte, dove gli ultimi modelli di auto faticano a incrociarsi e i due sensi di marcia richiedono attenzione. Riconosco una grossa automobile scura dalle cromature arcigne e minacciose. Si sente padrona della strada e in grado di sbaragliare tutti i suoi occupanti – si tratti di ridurli in poltiglia con un urto o scagliarli fuori dalla carreggiata. Improvvisamente rivedo in lei la stessa inclinazione assassina dell’autocisterna  truce di Duel, nel film di Spielberg. La presenza mi inquieta, la sua velocità  elevata è preoccupante. Allo stupore segue lo smarrimento, mi butto tutta sulla destra, schiacciando con le ruote l’erba del fosso – per pochi centimetri non ci finisco dentro. A cento metri i due radiatori si  guardano dritti l’un l’altro. Rallentando le lascio tutta la strada possibile: è una Crysler massiccia e inarrestabile, una  PT Crusier blu notte dalle cromature rilucenti e sinistre. L’autovettura, che mi sfreccia accanto con ghigno ostile, sembra arrivare direttamente da Gotham City con a bordo uno degli ennesimi nemici di Batman. Mi affianca e mi sovrasta: alla giuda una volontà tetra e fiera che punta dritta con due pupille rosse come se gli occhi fossero colpiti dalla luce di un flash e porta all’occhiello un fiore di edera avvelenata – comunque un essere nefando che esaltato dalla sua stessa malvagità, si sta dirigendo verso il nascondiglio segreto scavato nelle profondità della terra: un padiglione sotterraneo dove progetta di mettere a punto la prossima arma micidiale da puntare verso l’umanità intera e minacciare il mondo per l’ennesima volta. La campagna è rimasta immobile per pochi attimi durante il suo passaggio – ogni essere vivente si è scansato o dato alla fuga – ali piccole e affannose o grandi e possenti hanno disertato il cielo – Tanto per cominciare ha ottenuto ciò che voleva: l’onore del terrore.

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