Narrativa italiana/Saggi

Perché la fiaba (con due testi dell’autore)

di Rosa Tiziana Bruno*

La fiaba ci salverà dai nuovi barbari (Tolkien)

Illustrazione di Francesca Reinero.

Illustrazione di Francesca Reinero.

La fantasia è il diritto di modificare la propria vita, un diritto per il quale ognuno di noi dovrebbe battersi. Tuttavia, essa viene spesso confusa con l’illusione e, per tale motivo, repressa e mortificata.  Eppure la fantasia è tutt’altro che illusione. È un’attività umana razionale, fondata sulla consapevolezza della realtà e sul rifiuto di divenirne prigionieri. Senza fantasia non potrebbe esistere il desiderio, ma soltanto la brama, ovvero quell’avidità incontenibile e smodata che ci costringe ad un’insoddisfazione perenne, rendendoci schiavi. Il luogo privilegiato dove la fantasia trova maggiore espressione è la fiaba, che non riguarda il possibile, ma il desiderabile. La fiaba è la creazione di un mondo in cui il desiderio riesce ad aprirsi un varco nell’aspro destino dell’esistenza[1], una miniera di creatività collettiva. Per tale ragione essa risulta affascinante ed attraente da sempre. Eppure, forse per il medesimo motivo, la fiaba ha subìto molti attacchi negli ultimi tre secoli, ovvero da quando è diventata letteratura. Attacchi che si sono rafforzati man mano che il sistema sociale ha sposato l’idea di una realtà naturale intoccabile, alla luce di un razionalismo sfrenato che impone di adeguarsi alla realtà così com’è.
La creatività è in apparenza scomoda: «Nella comoda artificialità della nostra vita, i nostri poteri creativi si sono atrofizzati», afferma Wendy Griswold.[2] Il racconto fiabesco rompe con ogni comodità poiché evidenzia la realtà senza censure, anche nei suoi aspetti peggiori e meno accettati dalla società. La fiaba, con la sua trama regolata da leggi minuziose, ci pone a contatto con la verità e proprio per questo ci consente di allontanarci da essa per riscoprirla e reinventarla, mostrandoci che è possibile ribaltare il nostro mondo interno, risvegliare il desiderio, ricrearlo e  soddisfarlo. Pensiamo  alla storia di Cenerentola, che ha fatto il giro del mondo nei suoi tremila anni di vita, proprio in quanto sintesi della capacità prodigiosa del desiderio. La protagonista vive intrappolata in un destino avverso, ma possiede il dono di saper desiderare ardentemente, vive il suo desiderio come magico abbandono, traendo da esso forza e idee.
In tutte le fiabe, inoltre, c’è sempre spazio per l’assurdo, ma ciascun personaggio, anche quello più bizzarro segue una sua logica. Infine, in ogni fiaba è racchiusa una chiave magica, ovvero la possibilità di essere liberi, attraverso il desiderio. Il desidero più antico e profondo è la sconfitta della Morte. Nelle fiabe vi sono un gran numero di esempi e forme diverse di tale desiderio. Esse sono un’ottima palestra per allenare il cervello e le emozioni, per comprendere meglio se stessi e il mondo.

Gli adulti e la fiaba
Un’idea molto diffusa è che la fiaba appartenga alla “Letteratura per l’infanzia”. In realtà la fiaba non è nata per i bambini, ma piace loro solamente per una questione di corrispondenza emotiva.[3] La trama fiabesca, infatti, non è un testo semplice, poiché richiede la comprensione di diversi livelli di significato riguardanti la storia, le qualità caratteriali dei personaggi e altro.
Del resto basti pensare alle sue origini per capire come essa non fosse destinata all’infanzia. La fiaba non è altro che il materiale grezzo delle leggende popolari incastonato in trame narrative articolate. Tali leggende erano ovviamente racconti per un pubblico adulto. A partire dall’Alto Medioevo, queste storie vennero trasmesse ai figli dei nobili mediante i racconti dei contadini a servizio nelle loro case, che descrivevano la vita della povera gente, le credenze, le paure, il modo di immaginare i re e i potenti. Sul finire del 1600 i nobili cominciarono a manipolare quei testi con la loro fantasia[4] e a pubblicarli. Fu allora che la fiaba popolare divenne letteratura creata dagli adulti per gli adulti.[5]
La letteratura fiabesca possiede una qualità che nessun’altra forma letteraria detiene, ovvero offre l’opportunità di indagare temi profondissimi con estrema leggerezza. Questo significa che riesce a farci scendere nel nostro inferno, ci aiuta a risalire, evitando di essere sopraffatti dall’angoscia  durante il viaggio narrativo. Gli adulti non hanno mai smesso di aver bisogno delle fiabe, per questo motivo frequentano i cinema e si abbandonano alla pubblicità, alimentatrice di sogni ingannatori. Tuttavia di questo bisogno non hanno sempre  piena consapevolezza.

I nuovi barbari
L’umanità ha realizzato una serie di progressi straordinari, inoltre ci vengono ancora promesse scoperte e novità assolutamente grandiose. Ma questo favoloso progresso avanza con un sottofondo di infelicità, di tristezza e di rabbia latente. Non a torto, la nostra è stata definita l’“epoca delle passioni tristi”. Un forte sentimento di insicurezza e di vulnerabilità accompagna l’esistere. Il futuro spaventa, invece di incuriosire. Le cose sconosciute hanno mille declinazioni: dalla paura dello straniero a quella del diverso, fino ad arrivare al timore delle proprie emozioni. Davanti alle cose mai affrontate si è generalmente disarmati. Ed ecco i nuovi barbari: gli insicuri cronici. Coloro che avanzano senza avanzare, in una condizione di timore rispetto alla vita.

2

Illustrazione di Marta Farina

Per quale motivo definirli barbari? Semplice, perché la paura paralizza la civiltà e la fuga diventa la reazione dominante. Si fugge a gambe levate dalla propria insicurezza. I moderni barbari si affidano ai consumi, soprattutto di tipo tecnologico, illudendosi di trovare in essi l’aiuto necessario per risolvere le difficoltà del percorso. Eppure la tecnologia e il mercato non possono medicare la sofferenza globale che ci investe. Non resta che sviluppare un meccanismo difensivo di chiusura per evitare il rischio, rintanandoci in noi stessi, nella paura. Succede che vengono fuori personalità sostanzialmente ansiose, che preferiscono non crescere, molto limitate nella loro capacità di far fronte al mondo. Non reggono neanche una minima frustrazione e schiantano. Oggi quasi nessuno accetta i limiti, perché ogni limite può essere superato comperando o consultando l’esperto che sa come risolverlo. I nuovi barbari diventano preda di questo meccanismo della ricerca ossessiva di sicurezza e diffondono la paura dello “sconosciuto”.
E in questo clima vengono educati i bambini, con tale contraddizione interna, con il sentimento della paura  e della perdita. Insicurezza, precarietà e paura: questa sembra essere la formula dominante della vita quotidiana. Paura di perdere quel che si possiede,  soldi, salute e affetti. La fiaba allora diventa un ponte prezioso che consente di passare dal conosciuto allo sconosciuto, senza angoscia, ma con curiosità, restando guardinghi, ovvero non completamente sconsiderati, ma senza farsi bloccare dal terrore. Collegare le sicurezze acquisite con l’ignoto. Questo “passaggio” è l’elemento trasversale delle fiabe che va la di là dei continenti e delle culture. Non a caso Gianbattista Basile conclude una delle novelle, nel suo Lo cunto de li cunti, con la massima: «Chi ‘ntroppeca, e non cade, avanza de cammino» (Chi inciampa e non cade avanza nel cammino). [6]
La fiaba è utile, dunque, anche a noi adulti, perché ci sgancia da meccanismi che rappresentano la rinuncia ad evolverci, a costruire altri pensieri. Dal conosciuto allo sconosciuto c’è di mezzo la foresta, le prove, però c’è anche la possibilità di trovare cose che prima non possedevamo.
Dentro la fiaba si snoda il sentimento della costruzione graduale di un percorso. I protagonisti fanno molta fatica: camminano sotto le tempeste, attraversano i mari, affrontano bestie feroci. Non stanno fermi a girarsi i pollici, conquistano ciò che desiderano. Nel nostro immaginario attuale la fatica è spesso collegata alla sofferenza. Ma è una connessione errata. La fatica produce endorfine e può risultare perfino piacevole, se spendiamo energia nelle cose in cui ci riconosciamo. L’ansia del risultato è un problema del nostro tempo, ed è proprio quest’ansia che trasforma la fatica in sofferenza, quando invece dovrebbe essere soprattutto orgoglio e slancio. La nostra società, soprattutto quella del Nord del mondo, ha dimenticato il vero senso della fatica,  che è una tappa indispensabile del percorso umano. Le fiabe, invece, ci raccontano che ad un certo punto bisogna svezzarsi e faticare e che questo può anche essere piacevole.[7]

Fiaba e magia
La magia che tutte le fiabe del mondo raccontano è quella del cambiamento. Cos’è un incantesimo se non una trasformazione radicale? Mentre accadono eventi di ogni genere, il protagonista si trasforma, diventa qualcos’altro e riesce poi a modificare il mondo esterno. Il nuovo, però, non è ben accetto nella società attuale che anzi mette in atto una perenne manovra difensiva nei suoi confronti. Il diffuso sentimento di insicurezza ci priva di molte esperienze. L’unico cambiamento vagamente accettato è quello di tipo omeostatico, ovvero trovarsi davanti ad un problema e riuscire a tornare indietro e ripristinare la situazione precedente. Ma se Cappuccetto Rosso fosse tornata a casa e non avesse incontrato il lupo, non avrebbe imparato niente. La fiaba è un paradigma dei passaggi evolutivi dell’essere umano. Se tutto funziona sempre e solo com’era, non si impara nulla, si vive nella stagnazione. Quando un equilibrio si spezza, quando una situazione diventa complessa, c’è l’occasione per cambiare.

Illustrazione di Daniela Giarratana

Illustrazione di Daniela Giarratana

La fiaba non ci illude che tutto vada bene subito, non è come la pubblicità. La differenza tra le immagini di cui siamo nutriti ogni giorno e l’immaginario che invece possiamo alimentare con la fiaba è enorme. Nella pubblicità le difficoltà sono già risolte, nella fiaba, invece, alla presentazione del problema segue il cammino verso la soluzione. All’inizio il protagonista vive un momento complesso, perdendo i suoi riferimenti,  ma non aspetta che il mondo gli porti a domicilio quel che gli piace, piuttosto si attiva per conquistarlo. Tutto questo insegna una differenza: lo scarto tra la disperazione e la speranza. Al protagonista tocca fare delle scelte. La casina illuminata o il buio della foresta? Per fortuna ci sono anche gli aiutanti e arrivano le risorse, ma anch’egli si considera in qualche modo capace: non sa se porterà a termine il compito, ma è capace di iniziarlo. E allora c’è il passaggio, tra la vecchia immagine di protagonista inadeguato e la nuova immagine di “capace di”.
Nelle fiabe succede che appena l’eroe si confronta con le sue paure, incontra gli alleati, dalla buona vecchina alla fata, così la storia insegna che nel momento in cui riusciamo a vedere i nostri limiti, vengono fuori delle possibilità risolutive. Ciò che può salvarci, dunque, non è fuori, ma dentro di noi. Ecco cos’è la magia presente nelle fiabe: la magia del cambiamento possibile.

Il finale delle fiabe
Le fiabe in realtà non possiedono un vero finale. Quello che comunemente viene chiamato “lieto fine” non è altro che un improvviso capovolgimento felice, che possiede un forte potere consolatorio. Ma tale capovolgimento avviene quasi miracolosamente e dunque, per tale ragione, contiene un monito: non si può contare sul suo ripetersi di frequente.Nessuna fiaba nega l’esistenza del dolore e del fallimento e, dunque, l’esito felice non rappresenta affatto una gioia evasiva. In buona parte delle fiabe addirittura il lieto fine viene ignorato. Però, anche in quel caso, ogni apparente sconfitta è l’espressione di una catarsi liberatoria, o addirittura, in alcuni casi, di un malinconico trionfo.

La fiaba mediatica
Cosa sta accadendo alla fiaba nel panorama attuale? Se la fiaba è cibo indispensabile per la formazione di ogni essere umano, allora vale la pena di prestarle attenzione.
La multimedialità e il proliferare di trasmissioni televisive, insieme alla diffusione della scrittura digitale, sono fenomeni che hanno influito sulla letteratura fiabesca. Le narrazioni si spostano sempre più su format audiovisivi e pertanto i testi letterari classici vengono modificati e adattati a questa nuova tipologia. Ai bambini, e solo ai bambini (perché gli adulti non sono ritenuti più i destinatari naturali della fiaba), vengono proposti racconti e storie privi della loro originale anima. I testi subiscono adattamenti che li mortificano trasformandoli in versioni spesso banalizzate, in film e fiction televisive. Il finale molte volte è completamente alterato, i fatti narrati vengono edulcorati attraverso l’eliminazione degli episodi più forti e significativi, il linguaggio semplificato enormemente, per cui si perde il senso profondo di parole ed espressioni.
Ma perdere il significato delle parole equivale a perdere interi concetti, pezzi di pensiero. Chi ha detto che ai bambini (ma anche agli adulti) bisogna proporre necessariamente concetti semplici? Perché correre? La velocità, propria dell’epoca in cui viviamo, che si ripercuote perfino sul nostro linguaggio e sulla nostra letteratura, dove ci condurrà? Riprendiamoci il nostro tempo. Il diritto alla lentezza e al desiderio sono fondamentali per essere felici, come insegna Cenerentola.

Filastrocca dell’autostima[8]

Sono questo, sono quello
sono sotto il mio cappello.
Spiritosa e vanitosa
guardo intorno senza posa,
per cercare di capire
se alla gente so piacere
Sono forse troppo bella?
Sì, lo so, sono una stella.
Ho deciso, non m’importa
se a qualcuno sembro storta.
Oggi sono molto occupata
a sentirmi una gran fata.

Mini fiaba  (Premio H. C. Andersen – Tweet da favola 2013)

Tenere per mano, ma non incatenare.
Chiedere, ma non obbligare.
Questo imparò Lara dal vento,
che tutto accarezza ma nulla imprigiona.

Bibliografia di riferimento

Tolkien J. R. R.  (1966), On Fairy-Stories in The Tolkien Reader, Ballantine Books, USA.
Barchilon J. (1975), Le conte merveilleux français de 1960 à 1790. Cent ans de ferie et de poésie  ignorées de l’histoire littéraire,  H. Champion, Paris.
Raymonde R. (1982), Le Conte de fées littéraire en France de la fin du XVII° à la fin du XVIII° siècle, Press universitaires de Nancy.
Bettelheim B.(1982), Il mondo incantato della fiaba, Feltrinelli, Milano.
Basile G. B. (1995), Lo cunto de li cunti, a cura di Michel Rak, Garzanti, Milano.
Blezza Picherle S. (1996), Leggere nella scuola materna, Editrice la Scuola, Brescia.
Griswold W. (1997), Sociologia della cultura, trad. M. Santoro, Il Mulino, Bologna.


[1] S. Blezza Picherle (1996), passim

[2] W. Griswold (1997), pag 57

[3] J. R. R. Tolkien (1947), passim

[4] Barchilon J. (1975), passim

[5] R. Raymonde (1982), passim

[6] G. B. Basile (1995), pag. 181.

[7] B. Bettelheim (1982), passim

[8] Testo parzialmente edito in Parole come stelle, di Rosa Tiziana Bruno, Ed. Mammeonline, 2013.

___________________________________

tiziana1*Rosa Tiziana Bruno è autrice di saggi sull’educazione e  libri fiabeschi. Membro dell’Italian Children Writer Association (ICWA – Associazione italiana scrittori per ragazzi), è specializzata nell’insegnamento dei Diritti Umani e si occupa dell’uso della fiaba nella didattica, soprattutto interculturale. Scrive in riviste pedagogiche e sulla testata Education 2.0 del gruppo Rizzoli. Organizza workshops di lettura e scrittura creativa per insegnanti, genitori e bambini. Alcuni dei suoi progetti sono citati nella rivista “L’educatore” (Fabbri Editore). Ha pubblicato in Italia e all’estero per Einaudi, LaMargherita, Mammeonline, Il Ciliegio, Alfasessanta, Aljibe, IGIglobal. Il suo esordio come scrittrice è avvenuto con un saggio sul ruolo dei libri di testo nell’educazione e le sue opere sono risultate finaliste in diversi premi letterari, da ultimo il Premio H. C. Andersen-Tweet da favola 2013.

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One thought on “Perché la fiaba (con due testi dell’autore)

  1. Interessante argomento e genere desueto ( purtroppo ) frequentato forse solo dal cinema.- Mi premeva indicare come la fiaba rappresenti anche il terreno per un’etica pragmatica e non astratta, dove invece il predominio della razionalità, tipico della nostra epoca, elabora concetti prevalentemente teorici e ideologici. Mentre la razionalità predica all’ essere i suoi elaborati, la fiaba lo immerge in un’atmosfera etica e lo rende soggetto agente. L’etica nella fiaba è l’ossigeno che respirano gli stessi personaggi, anche ricoprendo posizioni diverse e a volte opposte all’etica: la trama ricondurrà comunque ogni cosa alla logica soluzione.

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