Poesia

La misura ragionevole dell’imperfetto. Inediti di Cristina Annino

1-copia

Interno della casa di Cristina Annino con i quadri dipinti dal poeta. Foto di T. Caligiure

a cura di Teresa Caligiure

«Prima di tutto, la libertà. Libertà stilistica, naturalmente. Ma non solo, libertà concettuale». Con tali parole Elio Pagliarani delinea la poesia di Cristina Annino, notevole voce fuori dal coro del panorama contemporaneo.[1] L’esordio lirico di Annino risale al 1969 con la silloge Non me lo dire, non posso crederci (Tèchne), a questa seguono le pregevoli raccolte, L’udito cronico in Nuovi poeti italiani n.3, a cura di Walter Siti (Einaudi, 1984); Madrid (Corpo 10, 1987), Premio Russo Pozzale 1988; Gemello Carnivoro (I quaderni del circolo degli artisti, 2002); Casa d’Aquila (Levante, 2008) e Magnificat (poesie 1969-2009), a cura di Luca Benassi, con una bella introduzione di Stefano Guglielmin (Puntoacapo, 2009), corposa antologia che ripropone il lavoro poetico di quarant’anni, insieme a una silloge inedita che dà il titolo al volume. Di recente pubblicazione, per la collana I Giardini della Minerva a cura di Maurizio Cucchi, è la raccolta Chanson turca (LietoColle 2012).  A tale ricca produzione poetica si aggiungono il romanzo Boiter (1979) e numerosi racconti.

Cristina Annino svolge da un decennio anche l’attività di pittore e i suoi quadri sono esposti in diverse gallerie internazionali. Pur avendo intrattenuto stretti rapporti con il Gruppo ʼ70 e con altri poeti contemporanei, l’autore si distingue per autonomia e originalità interpretativa, proponendo un universo poetico di non immediata lettura, che pone un diaframma tra autore e lettore. Annino non anela l’attenzione di chi legge, piuttosto affida il suo messaggio all’energia poetica dei suoi componimenti mediante una sorta di spontanea ricerca comunicativa. Iconici in tal senso alcuni versi tratti da Madrid: «Per essere / poeti non si deve mica fare granché. Io lascio che le cose / vengano a me e tutto finalmente si somigli»[2].  Tuttavia Annino avverte: «ora / non c’è più somiglianza tra le cose, un / sipario mi cala sulle vene / ottiche». Le sue parole sono affidate a Koko, il gatto siamese la cui “voce” è presente nei versi dell’autore sin dagli anni Novanta,  felino dal ruolo consolatorio, a volte complice e preveggente, ora divenuto cieco.

Interno della casa del poeta. Foto di Teresa Caligiure

Interno della casa del poeta.
Foto di T. Caligiure

La cecità di Koko inaugura il ciclo di cinque componimenti, ironicamente intitolato Trasloco nella Repubblica Cieca, incentrato sul disorientamento di chi non vede più.  Privato della vista,  il gatto sembra aver raggiunto uno stadio di “larva”,  di invisibilità; rifiuta qualsiasi attività ludica, poiché nella sua nuova condizione di non vedente gli confonde ancor di più il mondo: le “cose” non rispondono più alla visione e al pensiero che egli ne aveva concepito quando vedeva; il legame associativo dipendente dal senso della vista si è frantumato. Ora il felino partecipa alla vita, inciampando fra le sue insicurezze, scontrandosi con gli oggetti. Ha inizio un nuovo itinerario nella buia realtà.
L’evocativo e antico tema della cecità rimanda ad un castigo ricevuto per l’inconsapevolezza del vivere e alle capacità divinatorie di chi è privato della vista. Edipo sceglie di accecarsi proprio quando davanti ai suoi occhi si materializzano i suoi misfatti e il suo destino, e comprende ciò che il cieco indovino Tiresia era stato capace di “vedere” prima di lui. In Cecità, Josè Saramago prefigura, in una città in cui tutti gli abitanti precipitano nel buio a causa del  “mal bianco” che priva della vista, l’abbandono al caos e alla malvagità. Così il gatto Koko, «strabico» come Mattia Pascal e ora cieco, è costretto a fare i conti con l’oscura esistenza.  Per conoscere l’origine del suo male il felino si rivolge  con una dolorosa ironia teatralmente filosofica che supera ogni cognizione scientifica a un medico. Non trova risposte. Il mito della caverna platonica non conduce a certezze o verità.  In un mondo dove non vi è più somiglianza tra le cose, avere le pupille offuscate[3] significa scontrarsi con l’inconoscibile. L’acqua che annebbia la vista, «parlava / con pupille dove  gocce / remavano dentro», è la metafora esistenziale di una realtà imperscrutabile, da esperire con difficoltà e in cui lo sguardo dell’umano si perde. Il vasto e periglioso mare sconvolge l’essere («lo strazia / la voce storione del suo branco / di pesci»). Certamente adesso Koko «vede meglio» di coloro che sono ottusamente sicuri della propria capacità di comprendere, tuttavia il poeta non può dire altro,  né  esiste una «scala per ascendere al cielo». Il dramma della cecità colloca l’animale nell’orizzonte della commedia umana e lo costringe a scontrarsi col buio, con l’indecifrabile. Nella poesia come nella pittura Annino combina tratti umani e bestiali: spesso nei ritratti il naso particolarmente arcuato e le umane fronti spaziose si fondono con lineamenti felini. La presenza animale, costante nell’opera di Annino, con una varietà e una policromia incessante, evoca una sacralità che s’innesta nell’umano macrocosmo.

Koko, gatto siamese dell'autore. Foto di Teresa Caligiure

Koko, gatto siamese dell’autore.
Foto di T. Caligiure

Nei componimenti non vi sono definizioni, né toni perentori, Annino non si abbandona all’introspezione,[4] la sua tensione drammatica e la sua riflessione sul mondo trovano espressione concreta in immagini che accelerano la sintassi, generando fenditure semantiche e accostamenti inusitati in un continuo avvicendarsi di spezzature. Come rileva Walter Siti in Annino «la tecnica dell’enjambement è talmente costante che si configura come negazione; nella negazione dell’ovvietà metrica e sintattica è già in nuce il rifiuto di ogni stereotipo percettivo». [5] Non vi sono, dunque, certezze cui possano corrispondere decifrazioni esatte del reale, il ritmo serrato, che si snoda da un verso all’altro senza tregua, né è la manifestazione.  Con positivo sarcasmo ci si affida all’ideabile, per cui gli interrogativi non esigono risposta e il poeta conclude: «L’apparenza è muta / sempre, Acha! disperde il mondo / in globalità; il buio almeno / lo rende ideabile».

 

Il mio gatto si chiama Koko*

Gli duole sempre la notte. A un
certo punto non la vuole più.
Entra dentro e dovunque sia
non si vede, ma
abbassa le sfere degli occhi a persiana
due clap di tegole anzi. Latra
suona danza geme, partorisce
la lava del buio sul
pavimento, quasi fosse una pelle
spirituale che non digerisce.

Questa vita
comunque nel mirino, fatta e finita, ché
la balistica non s’occupa di lei, né impronte
digitali lasciano
cordite nel talco. Neppure
un furto colossale potrebbe portarsela
via. Si sfalda dalle radici fino
al tetto per micro
terremoti diurni notturni, dando
elasticità al tempo di porcellana.
Questo
baby mirino nel mento
di lui che potrebbe fare miracoli
quando
guarda la notte com’un topo nel
vassoio freddo. Ma non le spara
mai col suo pomo d’Adamo.**

*Koko, gatto siamese dell’autore, sta per “Kao K’o-Kung” , nome ripreso da una serie romanzesca.
** Poesia tratta da Casa d’Aquila, Levante, 2008.

 

La Larva 

La nostalgia rotonda di non so che,
abbagliò me e Koko. Anulare quanto
un’ostia di sole cadde nella gola
di lui che diventò niente. In effetti, mai
è come si guarda. Per scherzo
lo chiamo Karma, ma
anche servo, ché mi tiene
quaggiù quanto vuole chi lo comanda.
Fatto sta che quando ritornò
pelle, tra noi riapparve
come nulla fosse, la stessa larva.

 

Trasloco nella Repubblica Cieca.

1
Allora fu come davanti
ci cascasse l’Alaska; mi
chiese a colpi d’ascia con le
vibrisse: niente più
musica, ecco, nemmeno
Siam*. Che ora non era
il salvadanaio stracotto di note
al vento come Puccini; falso vero; gli
dovevo questo poco dovere.  Parlava
con pupille dove gocce
remavano dentro. E io ancora
senza rispetto: “Capo Indiano, almeno!”
Macché.

2
Per chi rovescia
la tazza in terra, lo dico sul serio,
il buio gli lavora con le mani
la pasta degli occhi: è
oramai il respiro dell’acqua
e chi la contiene. Lo strazia
la voce storione del suo branco
di pesci.

3
Certo, vede meglio
cadere la Storia, la grigia venuta
di Cristo. Non trova
la scala, ritorna sui suoi
passi: “scusate, ma il mio
groviglio d’ubiquità o le forme
tempissimamente. Anche
strizzando luce nelle caverne,
come entrano in una valigia?”

4
È appena l’intera
Repubblica Cieca! Ecco, cos’è.
Col lato mancino di vita
strabico in quelle coste. Ma fa
capolino, vuole stare all’aperto,
dire il nome del nome, retrocedere
fino al mittente, avanti indietro.
Mi deve
la misura ragionevole
dell’imperfetto, dottore, che ora
non c’è somiglianza più tra le cose, un
sipario mi cala sulle vene
ottiche. Ombra e bagliore, e scoppiate
le mine in faccia!

5
Lo chiamerò Achab. “Trova
le scale e andiamo! ci aspetta
il camion, sotto” Quest’essere con
le braghe, magro, con quel
fuoco del viso immobile, piano
fronte; dico io “L’apparenza è muta
sempre, Acha! Disperde il mondo
in globalità; il buio almeno
lo rende ideabile”. Non risponde
ma scende. “Dobbiamo
remare senza! Dal niente
ti fa un’ Atlantide; mica è
poco! Seguiamo il fiuto e amen”.

*Siam è uno dei tanti soprannomi di Koko.

_________________

[1] Elio Pagliarani introduce con tali parole il volume di C. Annino, Gemello carnivoro,  I quaderni del circolo degli artisti, 2002,  p. 7.

[2] Versi citati da Maurizio Cucchi nella sua preziosa introduzione a C. Annino, Chanson Turca, LietoColle,  2012.

[3] La vista offuscata di Koko e l’immagine delle scale richiamano Montale e in particolar modo la lirica Ho sceso dandoti il braccio.

[4] Riflessioni approfondite da Eugenio Miccini nella postfazione a C. Annino, Gemello carnivoro,  cit., pp. 107-113.

[5] W. Siti, Cristina Annino, Chanson turca, LietoColle, 2012, all’interno della Rassegna della Poesia Italiana in «Nuovi argomenti », 60 (2012),  p. 197.

___________________________________________

cristina anninoCristina Annino, nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma. Si laurea in Lettere moderne a Firenze (dove svolgerà un brevissimo assistentato) con una tesi su César Vallejo. Scrive già nella prima infanzia, suscitando la stima dell’allora vecchissimo Corrado Govoni e di Giuseppe Ungaretti. A Firenze frequenta i caffè letterari Paszowski e il San Marco sede allora dei giovani avanguardisti del Gruppo 70, entrando in anni successivi in contatto con Franco Fortini, Giovanni Giudici, Guido Alamansi, Giovanni Raboni, Antonio Porta, Elio Pagliarani ed altri. Dal 1969 ad oggi pubblicherà 10 libri di poesie e un romanzo; attualmente si dedica anche alla pittura. Dopo Chanson Turca, edito nel 2012, nel giugno di quest’anno è stato ristampato il volume poetico Madrid per le edizioni  Stampa 2009 ed è uscita la silloge poetica inedita Poco prima di notte. Con un dipinto dell’autice per le Edizioni L’Arca Felice, 2013.  Di  prossima pubblicazione un volume di poesie e un romanzo.

Annunci

20 thoughts on “La misura ragionevole dell’imperfetto. Inediti di Cristina Annino

  1. Ho sempre pensato alla poesia di Cristina come ad un grande quadro in continuo movimento, un bagaglio liquido di colori e profumi, di immagini e scatole mezze aperte sul mondo. Un centro inquadrato ma allo stesso tempo mai stabile, partendo da un chiodo fisso fino a spaccare il muro delle certezze. Come queste sue ultime poesie, molto dense, con un crescendo finale importante, degno della produzione sempre significativa di Cristina, che spesso parte da un dettaglio reale, tramutando in un vortice parallelo la fatiscenza del sublime, colto tardi dall’occhio disabituato all’impostura del pensiero, che Cristina riesce bene ad anchilosare nella morfologia di questa scrittura dinamitarda, questi pensieri pirateschi, oserei dire. Pirateschi poiché con fare possessivo ti portano lentamente alla deriva, saccheggiandoti. Alla fine leggo Cristina da tempo, e Koko è sempre presente. Per chi legge Cristina Koko è una figura mitica, ma familiare, un supporto fondamentale come una virgola o un accento. Compagno di versi, metafora e assioma, cellula vivente di un nucleo poetico così autentico quale quello di Cristina. Solo mi dispiace che una sua infermità debba regalarci queste belle poesie, ma si sa, dai grandi dolori nascono sempre profondità nascoste. Un abbraccio a Cris e a Koko, e grazie per la proposta.

    Antonio Bux

  2. Annino io la leggo sempre, non mi delude mai, e nemmeno questa volta. Come apre mondi questo poeta io ancora non ne ho trovati, cerco cerco di tradirlo leggendo andando in cerca di poesia stampata e in rete ma no! debbo ogni volta ricomprarlo come il poeta stesso fa con Koko all’asta, accidenti! Pero’ sotto sotto gongolo della fortuna come vincere a una lotteria. E ora lasciamo le svenevolezze e andiamo nel dunque, perche’ la tecnica che c’e’ in questi testi merita una certa distaccata serieta’ professonal-critica (sia pure io essendo un lettore non professionale).

    Eppure, la prima cosa che debbo dire, e’ che come si fa a fare critica davanti alla tragedia della cecita’? Oppure, davanti all’immensita’ del mondo ora ideabile visto che non e’ piu’ apparente? Leggendo uno rimane schiacciato tra due enormita’, proprio come si rischia di fare se si pensa alle cose davvero troppo sul serio. E questo e’ allora il successo di questa lingua, che non ricrea, crea (chi se lo sarebbe immaginato questo passaggio da KO a KA? anzi no il primo indizio era nel Vaso siamese, in Chanson Turca) e io esamino leggo rileggo e concludo accidenti ma che strana rete neuronale deve avere per agire sulla mia (su quelle di molti) cosi’ potentemente e con apparente minimo sforzo e ogni volta cangiare rimanendo la stessa. Forse perche’ a volte e’ fatto usando la fanghiglia della lingua, o meglio quelle parti di lingua che tutti usiamo senza farci caso (come si dice in italiano la schiuma che galleggia a volte nel mare quando e’ sporco?), i detti, il colloquiale, e’ questo che immette la tragedia dritto al cuore di chi legge? e’ questo che rende familiare la enormita’ e ci fa sentire senza scampo? e poi comunque ci passa dentro anche tutto, Alaska Atlantide Praga (ahaha il poeta torna alle origini del Karlův Most in Madrid (1987) con questo gioco di parole Ceca/cieca
    eh?) Cristo etc. Ma soprattutto perche’ si parla di animali e li’ siamo dritti al centro della nostra identita’ migliore. L’unico timore che ho io e’ il giorno in cui il poeta arrivera’ come me alla conclusione che gli animali sono un vicolo cieco evolutivo, un orrore biologico e termnodinamico, e la vita migliore e’ quella dei microorganismi, dei funghi, dellle piante. Ma magari mi sbaglio!

  3. Non è da tutti muoversi tra “ombra e bagliore”, mantenendo una coerenza limpida e tagliente. Non una concessione al sentimentalismo, né, d’altro canto, alcun indulgere ad algida sterilità. Nella Repubblica Cieca – trasloco sgombero e insediamento in terra nuova e non ignota – Cristina Annino non si muove a tentoni (non lo fa mai, del resto) e non è sola: vibrisse e colpi d’ascia l’accompagnano e affinano, visioni e interazioni. Motivo di gioia pensosa è, allora, muoversi «Col lato mancino di vita / strabico in quelle coste».

  4. Per chi rovescia
    la tazza in terra, lo dico sul serio,
    il buio gli lavora con le mani
    la pasta degli occhi: è
    oramai il respiro dell’acqua
    e chi la contiene. Lo strazia
    la voce storione del suo branco
    di pesci.

    e il mio si chiama Adriano ed è uguale al tuo: sono belle queste cose che hai scritto con alibi e brio quasi camerateschi per un comagno, quasi un commilitone, che ti ha attraversato la vita senz’altro chiedere che il meglio. Trovo come sempre la tua scrittura, cara Cristina, piena di fascino e nuova, perché la sai rinnovare, questo dono di mezza estate è molto, molto gradito. Sopra ho riportato i versi che per me sono la chiave dell’intera mini silloge, ancora grazie.

  5. Non so, mi è venuto da pensare che Cristina affronterebbe le cose per sé nello stesso modo in cui ne parla per Koko, che, in fondo è sempre stato lì, nelle sue parole, come ben altro che un pet.
    E poi il solito stupore bellissimo, nel rendermi ogni volta conto di cosa sappia dire e come.
    Senti sempre le sue parole, così uniche, come una ‘confidenza’ diretta a te, per farne buon uso.
    Un grattino a Koko che, sono sicura, ‘vede’ ancora molto.

  6. Credo in questa poesia, nelle sue infinite possibilità.
    Nell’umanità dei suoi sensi e nell’animalità dei suoi versi – natura, natura e carattere “rivolto” all’umano, impietoso scontroso a volte pure untuoso.
    La scrittura della Annino e del suo Koko, una penna sola, una mano a otto zampe, uno sguardo felino e uno poeta. Grazie per averci aperto quest’altra porta e possibilità.
    Saluti,
    Giampaolo De Pietro

  7. Ringrazio tutti per i commenti fatti fino ad ora; per la qualità e per una specie di “forte” sentimento che mi è arrivato dalla loro lettura di queste poesie.Ringrazio la rivista per la solita raffinatezza e il grazie più grande va alla presentazione correttissima e puntuale di Teresa Caligiure.
    Cristina.

  8. io non posso erigermi a critico, tanto meno di poesia che ritengo sia difficilissimo definire se non per contrasti e lotte con il cuore.
    questo senza nulla togliere a chi lo fa bene e mi aiuta molto a capire e anche a scrivere.
    in queste poesie – e in tutte della annino – io trovo una diavoleria che mai ho trovato, una giocosità di chi acciuffa la coda alla giostra o al gatto e con lui poi rotea roteante. curiosa e felpata, scimitarra e piuma improvvisa, la parola della annino, mi cattura in un gorgo che ha origine negli occhi e mi affonda il cuore.
    come fa la vita che
    Neppure
    un furto colossale potrebbe portarsela
    via.
    Così le mie vibrisse vibrano e si fanno vibrare alla cieca, appunto, e di questa cecità felice mi sazio, come un gatto satollo.
    Annino è sempre sempre curiosa come un bambino, da nomi ai sassi, ai gatti e ai cassetti e tutto colora (non a caso dipinge) di tinte mai viste la parola.
    Ecco, io non posso che ringraziare, che ogni suo verso per me è lezione. Lezione forte e viva.
    Grazie di queste poesie vedenti.

  9. Sulla poesia di Cristina Annino è stato detto molto, e tutto condivido. A dirne mi trovo sempre un po’ spiazzata, a dirne nel linguaggio dei giorni, ché, alla complessità di cui i suoi versi traboccano, tuttavia resi con la semplicità dei grandi, non offrono adeguate parole.
    Risuona dentro, con la visionarietà di chi la vita attraversa con occhi luminosi e con la mente attenta alle piccole, immense cose.
    Se poi gli occhi di un compagno felino, presenza costante nella casa tanto da riempirne pareti e oggetti, ma soprattutto cuore, se quegli occhi si spengono, il dolore ribalta ore e abitudini, genera l’apprensione in cui ogni gesto e voce ha nuovo, commovente assetto.
    E sempre quel suo tocco a rendere inimitabile, quasi palpabile il sentire, ogni suo testo, nel continuo rinnovarsi e trarre sempre altre creazioni dal proprio stesso esistere. Per sé e per gli altri, che ne sono avvinti, trattenuti dall’emozione e incantati da qualunque piega prendano gli eventi scritti, dipinti, evocati, trasmessi.
    Come sempre ne esco irrimediabilmente coinvolta.
    Grazie, carissima

    cri

  10. Felice di rileggere qui Cristina con questi inediti che riconfermano una libertà che non è mai venuta meno, e che pone questa poesia anni luce dalle pose – preoccupate solo di un bilanciamento esteriore, un poetically correct tra colloquiale e minimo scarto in alto – di molta poesia mainstream. La lezione di Cristina dev’essere accolta nel modo più profondo, per chi scrive: non cercare scimmiottamenti (si vedrebbe subito, e in un certo senso, solo lei può scrivere così perché lei è la sua scrittura, e lei è solo lei) ma capire se stessi e, una volta tanto, infischiarsene delle mode, dei premi, delle tendenze, dei salottini.

    Apprezzate ovviamente tutte le poesie, ma l’intera “La larva” e questi versi dal frammento 4 di “Trasloco nella Repubblica Cieca” mi hanno parlato in modo particolare:

    “Ma fa
    capolino, vuole stare all’aperto,
    dire il nome del nome, retrocedere
    fino al mittente, avanti indietro.”

    Molto apprezzata anche l’introduzione, molto opportuna, di Teresa.
    Davide

  11. Ringrazio, non posso farne a meno, Cristina Bove, Daniela Andreis e la traccia lasciata qui dal giovane Davide Castiglione , il cui metodo critico apprezzo moltissimo.
    Sono io a complimentarmi con voi.Grazie.

  12. Forse voleva avviarsi, quando insistente chiamava,nel posto della notte;
    aspettando,invocando qualche protezione.
    Sentiva avvicinarsi un diverso percorso…
    Conosceva la Storia.
    Tutta la storia, quasi a volerla far propria.
    Prezioso,consapevole del suo portato,quando misurava gli spazi,le presenze,alle quali mostrarsi…indicando,posare.
    Cara Cristina,ora il compito di costruire,scegliere attraverso la sottrazione…sottrazione di luce.
    Questo,sento,emerge dai nuovi profondi versi.
    Una particolare carezza al Veggente Koko.

    R. Fiesoli

  13. Cinque nuovi portentosi inediti e un’introduzione raffinatissima, profonda, sensibile e acuta di Teresa Caligiure. La Annino scrive nella maniera più disinvolta possibile e ogni volta è un incanto! Non sai mai dove andrà a parare non il suo prossimo verso, ma perfino la successiva parola. Scrive benissimo la Caligiure quando dice che “la sua tensione drammatica e la sua riflessione sul mondo trovano espressione concreta in immagini che accelerano la sintassi, generando fenditure semantiche e accostamenti inusitati in un continuo avvicendarsi di spezzature” e poi cita opportunamente Siti con l’altra illuminante riflessione sull’uso dell’enjambement. Questi testi sono degli eccitanti cognitivi, squarci di una bellezza linguistica unica nel panorama. Un plauso alla Annino sia come poeta, che si dimostra sempre sorprendente, i suoi versi sono nuovi ogni volta, sia come persona, disponibile all’ascolto e ai consigli per gli autori che le si accostano.

    Un saluto a tutti
    Luigi

  14. parlare della propria esistenza quotidiana senza dire niente di scontato, fare del quotidiano una repubblica viva, dove tutti ci sentiamo a casa e stranieri nello stesso tempo: è la magia che riesce a creare Cristina Annino, unica come scrivono gli amici che hanno commentato.

  15. Mi ripeto, leggendo questi inediti: dopo aver letto la Annino, non si è più come prima. Koko ora è l’ animalità universale in cui ci riconosciamo, che sta brancolando, che non trova la scala. Come non avere un soprassalto, come non riconoscere questa dimensione universale, ché tutti si sbatte contro la vita “per micro terremoti diurni notturni”, in preda a sacro sbalordimento di fronte all’orizzonte del disfacimento. La poesia di Cristina ha questa -unica- capacità di svelamento, ci denuda nella nostra aspirazione a ” retrocedere fino al mittente”, tornare allo stato larvale. Una scrittura che ad ogni rilettura dilata la percezione perché attraversa la pena dell’umano seguendo il passo nel buio del gatto- siam, che siam-o noi con i nostri profili di sfingi inebetite dalla indicibile notte.
    Ringrazio Cristina per la sua traduzione in luce del buio di koko e Teresa Caligiure per la sua straordinaria lettura.
    Annamaria Ferramosca

  16. Trovo emozionante e magistrale la voce di Cristina Annino; aggiungo che è stata una gioia per me vedere pochi giorni fa finalmente in libreria la splendida raccolta MADRID, fino a qualche mese addietro reperibile, se non mi sbaglio, ormai solo sul web grazie al sito di Biagio Cepollaro.

  17. grande cristina, bravissima teresa. una poesia che cuoce nel quotidiano la straordinarietà. una specie di realismo magico? forse soltanto cristina annino. alla quale va anche, oltre l’ammirazione, anche il mio affetto.

    franz krauspenhaar

  18. La poesia di Cristina non è “costruita” ma detta . La sua pronuncia non mortifica il significante con soluzioni criptiche/ctonie , ma riesce a connotarlo di cordialità intrigante che ce lo rende familiare commestibile e quindi godibile .
    Certo , non è una poesia “facile”, e al contempo non è “cercata” : la sua controllata effusività è esperita con la naturalezza del gesto antilirico capace di farsi volano di comunicazione e non di incantesimo ; di azzardo intellettuale intelligente e mai di sterile intarsio .
    Appropriato l’intervento di Teresa Caligiure . Complimenti .
    leopoldo –

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...