Librazioni/Recensioni

Librazione di agosto: Giuseppe Genna

di Diego Bertelli*

1082179_10151595999283027_379648038_nNon appena si sfoglino le prime due pagine del Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari (:duepunti edizioni, 2010) è facile pensare che a Giuseppe Genna non sia toccata il dono della perifrasi: troppo affettata, a tratti capziosa, con la sintassi che sembra farla soffrire invece di aiutarla: «Amiche e amici, viaggiatori scriteriati e visionari non ebbero il coraggio, prima che cessasse il flusso ematico circolatorio nei loro involucri corporei in pieno gelo, di testimoniare su carta, con inchiostro anche delebile (purché la cosa fosse scrtta!), l’esistenza di fenomeni anomali nelle vaste rade ghiacee intorno al punto in cui l’asse magnetico for a la terra, e ne fuoriesce in pieno antartide: il Polo». Se tuttavia si ha la forza di procedere, già a partire dalla terza pagina la narrazione acquista una cura sintattica e lessicale distintiva. È come se un obiettivo fosse stato posto su un cavalletto da un biologo che ha fatto base al polo nord per studiare una specie rara, quella dei cammelli polari. Arrivato, lo studioso si appresta a montare la videocamera per dare il via al primo di una serie di footage che serviranno a riprendere i cammelli a distanza e a coglierne preliminarmente le abitudini. È in quel momento che il suo occhio, pur facendo partire la registrazione, si accorge che le lenti sono fuori fuoco. Il biologo allora porta la mano sull’obiettivo, con l’indice e il pollice sinistri lo tocca prima in senso orario, poi antiorario, fino a centrare un’immagine da subito rivelatrice: «Osservare in fila, quasi buddici, I Cammelli Polari sembrerebbe significare all’incirca o a pena che senza fatica viene raggiunta una nuova conoscenza del reale». L’osservazione-narrazione è adesso centrata, procede, pur col suo tratto volutamente elaborato, in modo elegante. E allora si preferisce pensare che Genna abbia studiato tutto nel dettaglio, anche la mancata spontaneità dell’inizio. Può darsi, come può darsi, semplicemente, che nella lunga perafrasi iniziale il peso della fantasia non sia riuscito a scogliersi come i ghiacci polari dove i cammelli pronunciano, sottile come un sibilo, Il loro discorso. Quello che è certo, leggendo Genna, è il chiaro riferimento di genere, quello dell’apologo-operetta, e l’ascendente dichiaratamente leopardiano del Discorso. Questo al di là del fatto che lo stile, specie nella costruzione del periodo e anche in certe scelte lessicali, sia in odore di Landolfi: «I nostri grandi occhi neri lievemente inclinati a mandorla fissano sempre avanti a sé il nulla, quasi incantati, a volte all’improvviso uscendo da un tale stato per fissare intensamente (quasi mirandolo) un essere umano morente o gli innocenti uccelli che popolano questo pianeta».

E dato che nel Discorso si parla principalmente della luna, oltre che di morti mancate, la suggestione va in parte a Cancroregina, astronave-organismo che si inserisce a 1208905_10151595998828027_1148603131_npieno diritto nel bestiario fantastico di cui fanno parte anche i cammelli polari. Per quel che riguarda invece Leopardi, la citazione è esplicita in esergo; il passo, tratto dallo Zibaldone, è quello in cui il conte Giacomo ricorda come l’attenzione cosciente ai gesti che si compiono naturalmente porti a una loro inevitabile artificiosità, che subito si rivela. L’esempio, che parte dalla proposta leopardiana di provare a «respirare artificialmente», arriva appunto a discutere la questione dello stile letterario, del come dire le cose: «non potrete, se non a grande stento e men bene. Così la tropp’arte nuoce a noi. Quello che Omero diceva ottimamente e per natura, noi pensatamente e con infinito artifizio non possiamo dirlo se non mediocremente, e in modo che lo stento più o meno si scopra».

E allora lo stile composito è anche un auto-da-fé, come se Genna stesso si confessasse colpevole dell’artifizio. Per questo viene da supporre che Genna abbia scelto, anche come indice della difficoltà di rifare un’operetta negli anni zero, di cautelarsi in qualche modo. Ciò vale anche per quel che riguarda i contenuti, volendo usare gli animali come esseri parlanti, opponendo il loro codice valoriale a quello degli uomini. Se poi, leggendo, si fa ancor più attenzione, non è difficile riconoscere nelle due domande guida del discorso pronunciato dai cammelli polari un Canto notturno al contrario, rivolto agli uomini: «Come è che esiste la luna?», «Come fate?». Con tutto il carico di una lezione morale da impartire a un genere, che a differenza di quello dei cammelli polari, sembra permanere in un’illusione di immortalità, il Discorso si svolge in modo dispersivo, perché non è solo la presunzione umana a esser oggetto del sibilo dei cammelli. Anche il carico delle loro passioni e la riflessione sulla scrittura attraverso la figura dello scrittore-osservatore, in questo caso colui che riporta il discorso, rientrano nelle tragiche, spesso violente questioni dibattute dai cammelli: «Colui che scrive questo nostro discorso, per esempio, è un soggetto interessante: infatti egli ci ha veduto. Ma osservate in quale stato egli è ridotto! Prostrato, fatica a pronunciare le parole ai suoi prossimi. Il lavoro lo strema. Non morde nulla della vita che gli altri umani conducono […].

Egli scrisse, un tempo; ora non più: eppure, a vedere la cosa in modo grossolano, sta pur sempre scrivendo. E questa allucinazione (ravvedere dal corpo chino sui tasti un uomo e supporre che egli scriva, addirittura giungerne a leggere le parole: ecco un sintomo tra i minori della patologia umana) è incurabile finché quest’uomo non decida egli stesso di scomparire alla nostra vista […]». A questo punto, che il Discorso sia anche un «coro dei morti» si fa largo nella mente del lettore, altra ipotesi plausibile, come a dire che l’impermanenza sia anch’essa «lieta no, ma sicura». Ma alla contrapposta discussione sulla natura della morte, sulla sua qualità, tra Federico Ruysch e le sue mummie, Genna preferisce il silenzio liminale di chi non è né vivo né morto. La comprensione dell’impermenenza di una razza tale, connotata miticamente dagli uomini poiché a loro sconosciuta, impermanente per gli stessi cammelli polari soltanto se paragonata ai cammelli solari, che invidiano e di cui desiderano la morte, è infatti la trascrizione di un sopravvissuto, di un suicida mancato.È allora sulla soglia, nella vigilia, che l’esistenza si chiarisce, che l’immortalità stessa viene ridimensionata in prospettiva, in quanto impermanente, non solo perché morire è naturale, ma anche uccidere e uccidersi. Scriveva Girard che la violenza è a un tempo strumento, oggetto e soggetto universale di ogni desiderio: in special modo, qui sembra, di quello della vita.

1082254_10151595998948027_1615104595_n* Da oggi Librazioni, rubrica di critica letteraria a cura di Diego Bertelli, comincia le pubblicazioni in Samgha. Le precedenti puntate le potete leggere qui nel blog Tono metallico standard: http://tono-metallico-standard.blogspot.it/

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IMG_0130_1*Diego Bertelli insegna lingue e letteratura italiana presso l’International Studies Institute at Palazzo Rucellai, Firenze. Suoi saggi e traduzioni sono apparsi su riviste italiane e internazionali. Collabora attualmente con «Minimaetmoralia», la sezione secondo Novecento della «Rassegna della letteratura italiana», l’«Indice dei libri del mese» ed è il curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana). Nel 2011 è stato finalista al Premio Alinari con la raccolta inedita Lo stato delle cose in sospeso, una cui selezione uscirà nel prossimo numero di Italian Poetry Review, 6, 2011. Un suo racconto, Il sogno di Amanda, è apparso in Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013).
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