Recensioni

I Frammenti Americani di Simone Dubrovic

di Enrico Minardi

Frammenti americani copertinaPer cogliere il filo che tiene saldamente assieme i bellissimi “frammenti americani” raccolti da Simone Dubrovic nell’esile volume omonimo (Frammenti americani. Rimini: Raffaelli Editore, 2012. 5-72), è necessario ricostruire il campo semantico che fa capo al termine immaginazione e ai suoi derivati. Si legga il seguente passaggio, che serve senza dubbio a chiarire ciò a cui abbiamo appena alluso in maniera apodittica: «Queste ultime immagini mi rasserenavano molto eppure, in passato, mi avrebbero spaventato. C’è stato un periodo in cui immaginare provocava in me un senso di sgomento: non ne capivo il fondamento. Perché immaginare un altrove mentre ero in un punto preciso? Com’era possibile vedere gli oggetti, le luci, gli accadimenti che non avevo vissuto e conosciuto? E se avessi perso il bandolo di quelle immagini senza la possibilità di fermarle più? Il bagaglio perso mi insegnava, a suo modo, che l’immaginazione è una sorta di amorosa identificazione, un vivere con il desiderio delle cose, il richiamo di un bisogno». (47) Il lettore si imbatte tuttavia a monte, in limine al libro, in un’altra questione che con l’immaginare non sembra, d’emblée, avere alcuna relazione di tipo diretto: «[…] l’esistenza da “espatriato”, la parola precisa che mi ero sentito dire a cena da miei colleghi americani, pronunciata con la distrazione che si può dare solo ad un’evidenza, ad una normalità: “Sei ormai un espatriato”».(5) Codesta – cela va de soi –  non può essere considerata solo una domanda, dato il facilmente indovinabile peso di angoscia che comporta l’esistenza da “espatriato”. Si veda a questo proposito l’istruttiva vicenda del “bagaglio perso”, a cui si riferisce il passo succitato. L’autore narra di come allorquando «dopo l’atterraggio, viene azionato il tapis roulant e vengono riconsegnati i bagagli imbarcati, hai sempre l’angoscia che il tuo non ci sia più». (44) Per però puntualizzare, subito appresso, che «Se tornavo in Italia perdere la valigia non mi dava nessuna preoccupazione». (45) Finalmente, ecco accadere il tanto temuto avvenimento: «Un giorno il mio bagaglio non c’era». (45) A cui altrettanto fatalmente ecco seguire la reazione prevista: «Angoscia, tristezza, senso di depressione nella calotta cranica che lascia solo un’idea di vulnerabilità, solitudine, perdita irrecuperabile». (46) Il bagaglio non consegnato diventa allora l’oggetto di una vera propria ossessione nel pensiero della “vittima”, che ne immagina il vagare di aereoporto in aereoporto fino a che «un mattino […] l’avrebbero appoggiato nell’ingresso di una casa cara». (47)

Come si sarà già dedotto, il bagaglio diventa il simbolo dell’esistenza dimidiata (da “espatriato”) del suo proprietario. Ma forse, anche qualcosa di più del suo solo, algido, simbolo. Si veda a questo riguardo il seguente passaggio: «Quando ritornavo dal lavoro, la sera, pensavo a dove fosse il bagaglio, che cosa gli fosse successo: ora il suo contenuto veniva disperso da dei ladri, ora lo vedevo rimanere in un magazzino, senza più il mio nome, graffiato e lordato da topi con occhi rossi, ora lo vedevo di nuovo da me, dopo essere stato stipato per giorni in una scansia: una mano indulgente l’aveva preso e riportato». (46) Se si fa attenzione all’intrinseca qualità delle immagini appena citate, non si potrà infatti fare a meno di osservare come, a dettarle, sia un reale sentimento di angoscia e smarrimento delle certezze alla base della propria identità. E non si potrà di conseguenza che constatare come esse tendano a comunicarlo al lettore in maniera quasi concreta, facendoglielo sentire più che soltanto capire. In altre parole, queste immagini veicolano per la loro natura un forte peso di tensione emotiva.

Ma come rincollareinsiste a chiedersi l’autorei frammenti dell’io espatriato? La risposta, di carattere squisitamente filosofico, è allusa nella consapevolezza, acquisita tramite la dolorosa esperienza del bagaglio perso, che «l’immaginazione è una sorta di amorosa identificazione, un vivere con il desiderio delle cose». L’immaginazione è insomma direttamente legata al sentimento della nostalgia, che – come reazione all’angoscia dell’espatriato – si esprime in immagini che comunicano un senso di protettività e rassicurazione, stabilità ed accoglienza. Questo stato d’animo è ovviamente del tutto contrario a quello esperito nel presente dall’espatriato, che è piuttosto di sradicamento e solitudine. Ma il «radicamento – puntualizza Dubrovic – illude di una protettività e di una permanenza» (18). In altri termini, per quanto la nostalgia sia un sentimento del tutto umano, e le immagini da essa prodotte esercitino una reale attrazione sulla psiche per il loro carattere avvolgente, si tratta nondimeno di illusioni. La nostalgia produce e si nutre di illusioni.

Più avanti nel libro, l’autore giungerà infatti alla conclusione che, in fin dei conti, la «nostalgia dell’Italia non è per l’Italia, ma per una serie di combinazioni bizzarre tra ricordi, immagini e fotogrammi d’intimità, impressioni archeologiche». (52) E che, complementarmente, è forse quella che sembra a Dubrovic essere la principale caratteristica ambientale dell’America, la sua «uniformità» (52) – diversamente declinata in numerosi paragrafi – a «trasfigurare la mia idea visiva e emotiva di Italia, che diventa un lungo canto interno». (52) A questo punto appare dunque necessario confrontare le immagini legate all’Italia con quelle associate all’America, per cogliere il motivo profondo alla base della loro differenza. Una volta colto, sarà facile decifrare il ruolo giocato dalla nostalgia nella loro produzione (così come, all’inverso, quando essa è assente). Si osservino le seguenti serie, associate dalla medesima clausola di esordio: «L’Italia è anzitutto un interno, un interno che dà su un giardino mentre piove… schiarisce e si sente il gocciolio regolare delle piante bagnate e le voci dai balconi dei palazzi vicini. È un divano in pelle leggermente consumato, dove si è distesi con il lusso di un’emicrania e qualcuno in altre stanze. È essere accompagnati da un’amica attraverso un corridoio stretto che porta in cantina e dentro la cantina trovare una barca a vela come in un rimessaggio […]». (69-70) «L’America è un’immensa lavatrice a gettone. Oppure è una finestra d’albergo che dà sull’oceano e sulla pista radente di un aereoporto […]. Senti il rumore dei reattori ma quando ti affacci è troppo tardi […]. Continui a sentire il rumore ma ciò che vedi è solo una retta immobile. Forse l’America era anche quella strada che continuava in un paesaggio uniforme, identico, irrisolto, senza case. Si sente un’ansia nascente: è la strada sbagliata?» (49-50)

Continuiamo la medesima indagine occupandoci ora dei sogni, che Dubrovic ha con grande coraggio incluso nelle proprie serie. Quest’aggiunta potrebbe infatti risultare a prima vista incomprensibile: che relazione ha infatti il sogno con immagini che scaturiscono da stati d’animo pertinenti alla veglia (come, appunto, la nostalgia o l’angoscia dell’espatriato)? Proprio quest’aggiunta ci istruisce al contrario vieppiù sulla natura illusoria di codeste immagini, e – come già osservato – sulla funzione della nostalgia per quanto ne riguarda la genesi. Esordisce l’autore: «L’ansia, l’angoscia del provvisorio, di partenza in partenza […] si trasferisce sempre nei sogni». (26) Eccone alcuni esemplari (da cui abbiamo estrapolato solo i particolari più significativi): «[…] [In un sogno] atterro con l’aereo in una piccola piazza: degli amici mi aspettavano. […] Mi viene la paura di perdere l’aereo che devo riprendere […]. Arrivo in un appartamento in cui mio padre, in abito da sera, mi rassicura […]. In un altro sono all’aereoporto e ho il sospetto tormentoso che io non mi sia accorto di qualcosa che comprometterà il mio volo. […] [In un altro sogno ] è notte e vedo la silhouette di una donna che scivola sul cornicione di una balaustra affacciata sul mare, gettandosi nel vuoto. Il mio occhio continua a percepirla […]». (26-27) Si noti – per capire forse meglio questo riferimento al femminile – che, per Dubrovic, la «femminilità è [..] legata all’Italia» (15), ed è sovente associata all’estate, come se la sua essenza potesse pienamente esprimersi solo in quella stagione («D’estate in modo particolare si rivela quel viluppo affettivo che è l’Italia, quando la riviera si risveglia con il richiamo dei locali su mare e dei corpi femminili […]», 15). Si veda ora qualche esempio di sogni “americani”: «[…] sto camminando su un pontile leggerissimo. I piloni su cui si regge sono molto esili e il pontile sembra muoversi. Io però non sento nessuna paura. […] Rimane un’impressione di sorriso, azzurro, irresponsabilità.  […] camminando in un campo deserto [….] cominciavo a scoprire, sotto ciottoli e sterpaglie, dei bassorilievi simili ai girali vegetali sui portici delle cattedrali. […] Una notte mi trovavo in una casa dove era stato girato un film importante […]. Io e un mio amico vi arriviamo per fare una rapina […]. […] io comincio a guardarle tutte con avidità [le fotografia scattate durante la lavorazione del film] ed ecco mi accorgo che ritraggono la mia famiglia […]». (29-30) Non è qui possibile continuare a citare dalla serie di immagini (e sogni) incluse dall’autore  nel suo libro, e che di questo costituiscono il corpus principale.

Crediamo tuttavia che – sulla base di quelle fin qui elencate – si possa dire di aver raggiunto alcuni punti fermi. Ricapitolando, è bene ricordare che, per l’autore, l’avvolgente sensazione di sicurezza e protezione che garantisce il radicamento è illusoria. O, se si vuole, il radicamento – che non altro è che il frutto di abitudini accumulatesi nel tempo – produce immagini il cui effetto sulla psicologia è di natura profondamente rassicurante, come se si trattasse di un placebo. L’azione di codeste immagini sulla psicologia è osservabile soprattutto allorquando si è sradicati, e si vive cioè da “espatriati”, allorquando cioè la nostalgia le riattiva per dare luogo all’illusione di un mondo migliore, più caldo, accogliente, materno, “femminile”, amoroso (caratteristiche, queste, che sembra poter abbastanza facilmente associare alle immagini “italiane”). Al contrario, nel mondo dello sradicato, ove domina invece il sentimento dell’angoscia e della perdita di sé, prevale un tipo di immagini caratterizzate da freddezza, vuoto, solitudine, abbandono. Per quanto riguarda invece i sogni, il loro carattere frammentario ed inconcludente impedisce di impiegare in maniera troppo rigida la medesima categorizzazione binaria appena tracciata. Si può in ogni caso con certezza osservare come, in quelli italiani, sia il sentimento dell’angoscia (per una perdita presentita come imminente) a imporsi; in quelli americani, al contrario, è il desiderio di ritrovare delle radici ad apparire in primo piano, e ciò che si sprigiona è infatti un sentimento di leggerezza (per il quale, in quelli italiani, non sembra esserci nessuno spazio).

Concludendo, le immagini che rimandano all’Italia  non sono immagini dell’Italia, ma sono immagini che incorporano un sentimento di amore e di attaccamento nei suoi confronti (ed esattamente il contrario potremmo dire per quelle “americane”). Per questa ragione, il loro carattere essenziale è letterario, dal momento che si tratta in realtà di artefatti, cioè di prodotti di uno stato d’animo (la nostalgia) che – come abbiamo mostrato – tende ad abbellire la realtà, semplificandola e falsandola. È proprio in questo senso, come abbiamo già più volte rilevato, che si tratta di illusioni. Se ne vedano, per finire, alcune dove codesto carattere di artificialità e finzione emerge nella maniera più cogente. Si potrebbe a questo proposito perfino dire che vi si sfiora il kitsch, il fronzolo, come se a dettarle fosse un immaginario convenzionale e di bassa lega. Come quello, per intenderci, del tardo romanticismo, tanta opera, od, ancora, di certo D’Annunzio e Pascoli, o addirittura di certa letteratura per ragazzi (alla De Amicis). In primis, abbiamo la “coppia di Ostia” (13) che,  «a dicembre, con il cielo viola grigio azzurro pieno e una pioggia stanca […] abbia parlato fino all’alba [….] e sento davvero la salsedine, la polvere sugli intarsi, i pavimenti freddi di marmo e le zone d’ombra, le tende letargiche d’una casa in sommesso e apparente risveglio […]». (12-13) Ecco poi, invece, venirci «incontro un signore anziano […]. Me lo sono immaginato aprire qualche portone pesante, salire delle scale tra echi e raggiungere un appartamento caldo, accogliente, dove avrebbe continuato a vivere la vita cittadina tranquilla, fatta di commissioni quotidiane, schermate solitudini, voci dalla strada”. (19) Ed infine, un po’ più avanti, la “casa-atelier” (22) di un sarto che un «inverno aveva ‘tagliato un cappotto’” (22) ad una zia: la casa «avrà forse avuto quell’essenzialità sbrigativa, quell’eleganza trascurata, dei sarti di paese? La stanza con armadi e attaccapanni dove misurare gli abiti, la piccola finestra che si affaccia sulla grande piazza dove già hanno acceso le luci del caffé? L’odore di legno, tappeti e muffe? […] Che pace vi si genera, una pace che fa quasi credere che ci sia un cuore di bontà e che anche la freddezza e il male si attuino per raggiungere quel riposo […]». (22-23)

Eppure, l’avere tracciato sulla pagina queste immagini con grande onestà e, come appare evidente, senza nessuna auto-censura, porta i suoi frutti. Il più importante è senza dubbio quello di acquisire la capacità di sottrarsi agli agguati tesi dalla nostalgia, dalla cui emprise l’autore si dichiara infatti, alla fine del libro, “guarito”. (72) I Frammenti americani non sono allora soltanto la raccolta di una serie di immagini di polarità affettiva contraria. Raccogliere codeste immagini assolve infatti ad una funzione pratica (di carattere taumaturgico) che è di far riconoscere all’autore (ed al lettore) quelli che sono i tranelli con cui la nostalgia distorce e falsifica la realtà nell’immaginazione dell’esule. Per superare il senso di angoscia da cui è avvinto, l’espatriato è dunque obbligato a decifrare queste immagini per quello che sono: delle illusioni che, per quanto strazianti e belle, rimangono tuttavia tali. E ad intendere il sentimento della nostalgia come qualcosa che, pur del tutto umano, bisogna però imparare a guardare con diffidenza, ed a manipolare con cautela.

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