Poesia/Recensioni

Patrizia Santi: forse il ’79

di Sebastiano Aglieco

601476_10201409526712522_1798653676_nPatrizia Santi, “frammenti, periferici”, prefazione di Alberto Bertoni,

Società Editrice Fiorentina 2013 (collana “Ungarettiana”)

C’è una dimensione di lingua monacale in questi testi che corteggiano il vuoto partendo da premesse:  ciò che è stato in un tempo, salvato dalle disfasie della memoria nelle pagine di  un piccolo diario dove sono segnati giorni, avvenimenti minimi: per esempio «La Cadillac dell’83», p. 15  o ciò che accadde in  «Un giorno del mese, il diciassette», p 16, o nel ’79, forse…  Sono racconti ridotti all’osso, parusie velocissime, forse non totalmente comprese persino da chi le ha annotate e che suggeriscono, piuttosto che dire. E sono immagini viste attraverso un proiettore un po’ sfocato, per abbassamento tonale o per mancanza di colore. Con larghe zone di censura: frammenti, appunto, che abitano la periferia di una lingua scarnificata, disincantata.

Lo sguardo è a ritroso, prima di ritornare a un presente fatto ancora di Scali   soste, luoghi di passaggio più che tappe alla ricerca «di una / solidità che fosse dimensione esclusivamente solitaria», per «radere al suolo / gli abitati della memoria», p. 21.   Questa illusione di conoscenza ha come sfondo lo sfacelo dei paesaggi di periferia,  dei suburbi dove il disfacimento è più rapido, – «Nei cunicoli incontro parassiti» – p. 47, con l’indicazione di un errore di percezione:  le tele di Long Island, con macchie di colore che fuoriescono dal quadro, in effetti non sembrano esaltare l’energismo della vita ma piuttosto sovrapporsi ad essa, proclamare l’illusione di un’altra vita: quella dell’arte.

  Il libro mi sembra, dunque,  essere costruito su una percezione dislocata – «Mi è accaduto qualcosa che non riesco a spiegare», p. 28 – nega l’utilità di un animismo compulsivo, «Lawrence, se la vita pulsa ovunque, / questo giorno, non ha il respiro giusto», p. 27; basandosi, ad un certo punto, sulla constatazione, quietissima, degli  scacchi che subiscono le persone quando il destino le porta da un’altra parte, «Mia madre ha sempre cucito, abiti, sottane. / Aveva sogni molto oltre, il rotolo di filo colorato. (…) Vi ha creduto per un po’. / Dopo, il sogno è divenuto fluido e non l’ha  importunata più»,  p. 31.   Lo stesso disincanto di chi non ha osato «turbare l’universo per essere noi: il tempo, manca», p. 30.   Lo sguardo centrale, poeticamente lucido e distaccato nel constatare le trasformazioni delle cose in scheletri esponibili nelle bacheche di un museo, è un’arma per rendere la cronaca dello sfacelo delle forme che avviene sotto ai nostri occhi. L’estraneamento è davvero una forma possibile di salvezza, o, come dice Patrizia Santi, «l’estraneamento è l’esilio meno soffocante», p. 46.  O forse più efficace è la sua variazione meno innocua: essere venuti alla vita per sognare.

 ***

LA DISPOSIZIONE

Non mi volto. Non ho il coraggio.
Mi sono mangiata il mentore.

Il latte affoga nella tazza. Emergono le ossa dei cookies.
Una moltitudine di aminoacidi disciolti.

I colori prendono consistenza sotto il cuscino e gli acari
come alghe profanatrici, hanno ingoiato le trame.
Redimo con l’insetticida ricavandone morte.

Uno stormo vola basso.
Il pelo di un cadavere alletta lo sguardo dei volatili.

Salgo quarantasette gradini per non arrivare a nulla.

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One thought on “Patrizia Santi: forse il ’79

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