Librazioni/Recensioni/Speciali

Librazione di ottobre: Francesco D’Isa.

di Diego Bertelli

1396426_10151705754023027_1837035896_nSecondo la legge di Godwin, più una discussione perdura, più alta si fa la probabilità che un riferimento a Hitler o al nazismo la vanifichi. Insomma, chi dice prima Hitler perde. Ma se a parlare di Hitler è da subito Hitler che succede? È quello che mi sono chiesto quando ho letto Liebe macht nicht frei, baby!, graphic novel di Francesco D’Isa, riproposto da Retina a distanza di sette anni dalla sua prima versione cartacea – l’autore aveva infatti esposto le tavole che compongono l’opera grafica alla galleria Miomao di Perugia nel 2006, in occasione di una mostra personale. Il libro è adesso disponibile on line: dato l’argomento, non si sa neanche se il fatto sia di per sé indice di maggiore fruibilità del testo o di una sua palesata clandestinità. Non solo perché Hitler parla in prima persona, ma anche perché D’Isa affronta il personaggio dal lato più difficile, quello della confessione. Insomma, il Führer fa i conti con se stesso e tenta una spiegazione del suo operato: «Carissimi uomini, carissime donne, scrivo queste poche righe a coloro i quali si chiederanno il vero motivo delle mie azioni. È a voi che devo una spiegazione». A qualcuno si drizzeranno i capelli, altri riterranno la scelta sufficientemente autolesionistica per dar adito a qualsiasi tipo di considerazione.

È indubbio che il mostro attragga, anche per via di perversi processi di immedesimazione con lato oscuro dell’animo umano. È un dato innegabile che il confronto con Hitler ci sia stato e sia ancora così presente, specie se pensiamo che il Nazismo si è svolto e consumato non più tardi di settant’anni fa. Anche soltanto considerando la ricorrenza del suo nome e paragonandolo con quello di qualsiasi altro personaggio storico salta agli occhi un abisso. Mussolini, Stalin, Napoleone: nessuno regge il colpo. Dando una scorsa a IMDb si contano 369 presenze di Hitler come personaggio principale o secondario di film, serie TV o episodi singoli, South Park, Simpsons e Family Guy (in italiano, I Griffin) compresi. A proposito di cartoni animati, scopro io stesso che Hitler compare accanto a Paperino in un lavoro propagandistico della Disney sulla seconda guerra mondale (pro America, s’intende). La cosa va ben oltre le mie aspettative: pare siano documentate presenze hitleriane in Bugs Bunny e Braccio di Ferro. Il Führer è arrivato ad animarsi perfino nello spazio virtuale di video games come Operation Darkness, Command & Conquer: Red Alert, The Outfit con sempre maggiori variazioni sul tema.

Passando alla letteratura, con Dick e Harris, la fascinazione per le ucronie ha dato adito a potenti suggestioni: in particolare, la domanda sul che cosa sarebbe accaduto se 1376181_10151705753908027_385353542_sHitler avesse vinto la seconda guerra mondiale. Se in Italia ha avuto la meglio un approccio di tipo storico anche in tempi recenti (basta pensare ai lavori di Marzucchi e Genna), sul versante del fumetto D’Isa ha dovuto confrontarsi allo stesso tempo con un vuoto nostrano e due tradizioni fortissime: da una parte, quella statunitense; dall’altra, quella giapponese. Per quel che riguarda gli USA, basterebbe citare la fortuna di Hipster Hitler, sebbene il Führer abbia ricevuto il suo primo pugno in faccia da parte di Captain America nel 1941; nel mondo giapponese, dove la prospettiva sul bene e sul male è ben più commista, Osamu Tezuka gioca la carta della presunta origine ebraica del Führer, mentre Gō Nagai fa di Hitler un vendicativo malato d’amore che spiega le ragioni dello sterminio a Devilman. Nel caso di Liebe macht nicht frei, baby!,

D’Isa guarda forse al Mein Kampf in quanto apologia e mescola nel titolo Auschwitz e Terminator 2. «Arbeit macht frei» e «Hasta la vista, baby!» rappresentano i due estremi attraverso cui storia e finzione danno significato a questo Hitler che prima si commuove leggendo San Martino del Carso di Ungaretti e poi si rimette alla considerazioni di Kierkegaard sul rapporto tra totalità e nullità in relazione all’uomo. La possibilità del collage permette a D’Isa continue variazioni, come nel caso del volto del Führer appiccicato alle opere della tradizione mondale: L’uomo che scrive una lettera del fiammingo Gabriel Metsu è quindi Hitler che inizia la sua confessione; Il Giove e Teti di Ingres è adesso il dittatore che dispone di una Terra adorante ai suoi piedi.

Si tratta comunque di opere e passi scelti con attenzione, specie nel caso di Ingres. Calasso ricorda in un suo articolo sul Corriere che «caso unico nella sua opera, non rimangono disegni e studi preparatori. Tutto era fantasma mentale. Ma il quadro fu accolto male, a Parigi, nel 1811. Suscitava un sentimento oscillante fra il timore e l’ imbarazzo». Forse sta in questo l’essenza dell’opera di D’Isa: nel suscitare disagio alla lettura, soprattutto quando Hitler che usa parole come «amore», «sincerità», «tenerezza». La questione è quella di un grande amore che deve essere tutto, altrimenti è meglio che non sia niente. Una ricerca dell’«impossibile», in cui comprensione e incomprensione reciproca giocano lo stesso ruolo: da una parte, il leader, reso tale dalla vanità di un popolo misero; dall’altra, il Volk, che rende vero, giustifica e infine crea un manifesto antropomorfo.

912167_10151705753788027_595024926_nD’Isa riconosce infatti a Hitler il valore di un’icona, perché egli è tanto mascherabile quanto smascherabile. Il suo volto è facilissimo da rifare, delineare, invertire, negare: egli si fa allora bambina, Giove, uomo, spilla su seno di Eva Braun. Proprio nello stare sul cuore dell’amata con una faccia che ripete la forma degli smile degli anni Ottanta, Hitler lega e nega amore e libertà, che sono anche le due parole chiave del titolo: «L’amore è potere. […] Una volta raggiunto il potere assoluto, allora sì, che sarei stato libero di amarti». Eva, che nel disegno di D’Isa ha le pose di una donna delempickiana (mi fa notare Bianca Pinzi), si fa senza dubbio il tramite privilegiato di questa confessione e comprensione. Quel volto diviene presto anche l’oggetto di un turnover estetico, preparandosi, nella posa di una pin-up made in USA, all’intervento chirurgico. L’opera si conclude nel modo più instabile, in una condivisione di responsabilità, che forse amareggia, specie perché le parole stridono fortemente con l’ultima immagine dell’opera, quella del monumento funebre alla Shoah di Berlino, che è metafora a cielo aperto di una catabasi che lascia in sospeso anche il giudizio: «Sono stato l’essere più umano, circondato dall’agonia di uomini che ho privato della loro umanità. Ho fallito, è vero, ma non vi chiedo perdono. Non c’è perdono, né per me né per voi. Solo la morte». Non credo, tuttavia, che bisogna imputare a D’Isa un intento apologetico in questo caso, ma un gesto, semmai coraggioso, di coerenza: far parlare Hitler significa non parlare mai, lasciare a lui tutto il peso della responsabilità. Ecco allora che queste ultime frasi del Führer possono essere le sole frasi possibili. Hitler non si pente, perché Hitler non deve pentirsi, altrimenti lo scandalo, la sofferenza, la mostruosità del campo e dello sterminio perderebbero significato, sembrerebbero perfino accettabili.

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