Interviste/Saggi

Conversazione con Nuccio Ordine su “L’utilità dell’inutile”

di Teresa Caligiure

4527448_0“In una società in cui viene ritenuto utile solo ciò che produce profitto, non ci si rende conto che tutti quei saperi ritenuti inutili, perché non producono profitto, sono fondamentali per l’umanità”.
Così il filosofo Nuccio Ordine, nel suo prezioso volume dal titolo L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abraham Flexner (Milano, Bompiani, 2013, pp. 262), mediante un’argomentazione appassionante, mostra il senso che rivestono oggi i saperi considerati “inutili” e  come, proprio in virtù della  loro natura gratuita e disinteressata, lontana dai vincoli commerciali, essi abbiano un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’uomo.
L’elegante libretto si compone di tre parti: L’utile inutilità della letteratura; L’università-azienda e gli studenti-clienti;  Possedere uccide: dignitas hominis, amore, verità; ed è completato dal saggio, finora inedito in Italia, dello scienziato americano Abraham Flexner.  Ordine  riporta bellissimi passaggi tratti dalle opere di filosofi e intellettuali della letteratura mondiale, da Ovidio, Dante, Petrarca e Cervantes a Ionesco e García Márquez, passando per pensatori  quali Platone, Aristotele, Zhuang-zi, Pico della Mirandola, Montaigne, Kant, Tocqueville, Heidegger, e rileva il compito sostanziale della scuola e dell’università nei confronti dell’educazione alla democrazia, alla solidarietà e alla giustizia, ponendo al centro della sua riflessione i saperi liberi da  finalità utilitaristiche, gli unici che, in una società rivolta esclusivamente al profitto, possono restituire dignità all’uomo.
Si tratta di un libro importante con il pregio della leggerezza, che ha riscosso un successo editoriale internazionale. La prima edizione è uscita in gennaio a Parigi per Les Belles Lettres e,  in poche settimane, il libro è balzato al  quattordicesimo posto fra i testi di saggistica più venduta in Francia, ottenendo il primo editoriale del duemilatredici di Le monde; mentre in Spagna Fernando Savater lo ha elogiato nelle pagine culturali del quotidiano El País.  In Italia il volume è stato pubblicato a fine settembre e ha avuto ben cinque  edizioni in un mese, vendendo  ventitremila copie.  Altrettanto felici sono state le reazioni sul fronte delle traduzioni:  il saggio è appena uscito in Spagna, in traduzione catalana e castigliana,  e il  prossimo anno, a maggio, verrà tradotto in Grecia, in Corea e in Germania.
Un successo inaspettato, se si pensa che il lavoro di Nuccio Ordine, autore di studi che sono pietre miliari per la critica bruniana, propone l’apologia dell’inutile, in conflitto con le attuali logiche economiche e politiche fondate sul profitto. Un trionfo meritato, se si dà la giusta attenzione ad un libro, brillante e necessario, che offre una riflessione profonda sulla società attuale, mediante una tematica mancante in precedenza di una valutazione a tutto tondo, e che sfocia in una critica serrata alla corruzione e ai tagli ingiusti favoriti dalla crisi.  Il contributo tocca l’animo del lettore, che si riconosce in un  atto di fiducia nei confronti del sapere, poiché rinunciando agli egoismi e all’avidità, che ormai dettano legge e uccidono, “il ricercare svincolato da qualsiasi utilitarismo, può rendere l’umanità più libera, più tollerante e più umana”.

1. Come nasce l’idea di un saggio sull’inutile?

Il libro nasce dall’esperienza di un professore che, dopo la sciagurata riforma del tre più due, si pone il problema di persuadere i propri studenti a frequentare l’università, non per ottenere una laurea o un diploma, ma innanzitutto per diventare migliori. Sentivo, dunque, l’esigenza di spiegare ai miei allievi il valore primario di una ricerca intellettuale gratuita, che non sia unicamente finalizzata ad un’utilità immediata, poiché solo dopo un  percorso di formazione umana si può diventare dei bravi professionisti.
A tal fine, ho messo insieme passi di opere, aneddoti, pensieri, citazioni di grandi intellettuali, discussi poi in aula, per riflettere con gli studenti sulla necessità di conoscere i classici. Per esempio, pur avendo letto diverse volte, a distanza di tempo, L’isola del tesoro di Stevenson, non avevo mai fatto caso alla descrizione dell’atteggiamento di Jim dinnanzi al tesoro: il ragazzo, piuttosto che immaginare come investire il denaro,  si abbandona ad una riflessione da esordiente numismatico, assegnando un valore culturale alle monete appena scoperte. Di qui, la grande bellezza dei classici: testi che ci offrono risposte sempre diverse e che sono, in gran parte, generate dal tipo di domande che noi ci poniamo. Durante le mie letture e i miei studi, ho cercato un filo rosso per approfondire la tematica dell’inutile, approdando ad una riflessione più ampia.

Il mio saggio non è diretto contro il profitto in assoluto, ma contro il profitto elevato a ragione di vita. Il dramma dell’attuale società è quello di considerare l’utile come fine e non come mezzo,  ritenendo valido tutto ciò che produce guadagno e inutile ciò che non ne procura. Di conseguenza anche i saperi vengono classificati sulla base di  tale parametro. Ma la musica, l’arte, la letteratura, un museo o una biblioteca, secondo  tale ottica,  quali introiti producono, se escludiamo le vendite dei biglietti di ingresso? La logica del profitto scalfisce il valore culturale e identitario dei popoli. Se chiudessimo un archivio di Stato, che custodisce la memoria e l’identità di una nazione, solo perché non produce guadagno, smarriremmo il senso della nostra vita e della nostra storia. L’essenza della cultura si fonda esclusivamente sulla gratuità, per cui  gestire le scuole e le università come se fossero aziende è profondamente sbagliato.  Se il sistema aziendale eliminasse lo spreco, allora potrebbe esserci anche un risvolto positivo, e sicuramente nelle scuole e nelle università esistono gli sperperi, come in tanti altri settori. Ma applicare alle istituzioni scolastiche e universitarie la logica commerciale di tagliare il ramo secco poco produttivo, significa spegnere lo studio di quelle discipline fondamentali, quali il sanscrito, la  paleografia, il greco e il  latino, che attirano pochi studenti-clienti e che comportano le medesime spese di quelle più frequentate. La logica del profitto, che bandisce l’inutile, inaridisce lo spirito umano, rendendo la società assolutamente vulnerabile. Quando passeranno gli anni e non vi sarà alcuno in grado di condurre uno scavo archeologico, di consultare i documenti di un archivio o di leggere i classici del mondo antico, avremo distrutto la nostra storia.  Inoltre, mentre nel sistema commerciale un acquisto comporta sempre una perdita,  dei soldi o dell’oggetto venduto, se un professore insegna ad uno studente il teorema di Pitagora, egli non lo “perde” e l’allievo  lo “guadagna”, in un circolo virtuoso che arricchisce chi dona e chi riceve. Oggi, invece, si tenta di ridurre la funzione educativa e il forte peso che essa riveste per la formazione dell’essere umano.

2. In che modo  si possono  riscoprire i valori che le attuali politiche ritengono “inutili”?

Attualmente viviamo un momento di forte declino economico e le crisi sono sempre occasioni per rimettere in discussione i sistemi. Tuttavia il debito pubblico ha generato  tagli che sopprimono i posti di lavoro, l’assistenza sociale per i disabili e i contributi per gli ammalati, espropriando le classi più deboli della loro dignità. I tagli riguardano ciò che viene considerato inutile,  di conseguenza “il diritto di avere diritti” – per usare una frase di Hannah Arendt –  viene totalmente subordinato alla logica del mercato. Ne Il Mercante di Venezia  Shakespeare ci fa comprendere cosa significa mercificare l’uomo e tagliare la carne viva per pagare il debito. Non è pensabile che in tempi di crisi tutto sia  permesso e che sia utile esclusivamente ciò che produce profitto.  Inoltre, a causa di perversi meccanismi politici, molto denaro viene sprecato per mantenere vivo il sistema della corruzione.
Se volgiamo uno sguardo indietro, Keynes, padre della macroeconomia, affermava che il bene è più importante dell’utile. Mentre con la consueta iperbolica provocazione, spingendo fino in fondo l’attacco contro l’utilitarismo, Théophile Gautier dichiarava che se i fiori  venissero eliminati dalla faccia della terra, il mondo materialmente non ne soffrirebbe, eppure egli avrebbe rinunciato  più alle patate che alle rose. Emblematico, poi, è il caso di Leopardi che, insieme all’amico Antonio Ranieri, progetta una rivista incentrata sull’inutile proprio nell’Ottocento, il secolo dell’utilitarismo per eccellenza . Critiche all’utilitarismo ci sono giunte anche dallo stesso Tocqueville, che tessendo l’elogio della democrazia americana, asserisce che una società rivolta esclusivamente all’utile impoverisce lo spirito, facendo scivolare gli uomini nella barbarie.  L’idea di proiezione verso il mercato, dunque, deve avere il suo importante peso, ma non può essere l’unico obiettivo possibile di una collettività.

La società attuale, che giudica un uomo in base ai soldi che guadagna o al potere che esercita, non ha un futuro,  in quanto non rispetta la dignità umana. Oggi tutto si può comprare: dai parlamentari  ai giudici, dal potere al successo; l’unica cosa che con il denaro non si compra  è il sapere. La cultura dell’inutile ci insegna che il sapere non si acquista, ma si conquista con uno sforzo personale, che nessuno può fare al nostro posto.  A tal proposito si ricordi il bellissimo passaggio del Simposio di Platone, quando Socrate contesta ad Agatone che la conoscenza si possa trasmettere meccanicamente da un uomo a un altro, come l’acqua che scorre da un recipiente pieno in uno vuoto. La conoscenza, infatti, è frutto di uno sforzo individuale e di grandi motivazioni.
Per immaginare un mondo migliore dobbiamo servirci dell’istruzione, delle arti, della filosofia ed educare i giovani ai saperi inutili, che sono l’unica forma di resistenza alla dittatura del profitto. Dobbiamo offrire loro la possibilità di diventare cittadini consapevoli, in grado di amare il bene comune, rinunciando agli egoismi e all’avidità. In tal modo la cultura si tramuta in un modo di vivere. Ecco perché la scuola e l’università non si possono ridurre ad una funzione professionalizzante e aziendale. A tal riguardo ho apprezzato moltissimo che sia  stato dedicato un ampio spazio alle mie riflessioni sull’inutile nella pagina web della Fondazione Pirelli. Le aziende dovrebbero comprendere che inseguire il profitto fine a se stesso conduce al  fallimento della stessa impresa, poiché si matura al proprio interno personale dirigente corrotto e ambizioso esclusivamente di guadagno immediato.
L’umanità, per diventare più umana, ha bisogno di esaltare la gratuità e il disinteresse. Certamente la cultura non ha il potere di costringere e non offre garanzie. Uomini colti – afferma George Steiner – ascoltavano la musica e godevano dell’arte, ma  poi trucidavano gli ebrei! Tuttavia ciò non deve scoraggiarci,  poiché i classici hanno il potere di cambiarci la vita –  sostiene Steiner – e se non ci fossero state le scuole e le università probabilmente ci sarebbero stati molti più nazisti e dittatori. Bisogna credere nel valore dell’istruzione e trasmettere agli studenti il senso della giustizia, della solidarietà e della democrazia.

3. Cosa comporta  l’ossessione per il  possesso?

Attraverso le riflessioni di grandi filosofi e scrittori, mi sono soffermato su come l’ossessione del possesso inaridisca lo spirito, mettendo in pericolo non solo l’istruzione, l’arte e la creatività, ma anche la ‘dignitas hominis’, l’amore e la verità. La carica illusoria del possesso ha effetti devastanti. Per esempio l’amore, che è quanto di più bello e gratuito possa esistere,  il  dono di se stessi all’altro senza chiedere nulla in cambio, quando diventa possesso si trasforma in gelosia e volontà di  controllo,  tramutando la gioia in tormento e sofferenza. Gli esempi riguardanti la degenerazione di tale sentimento sono numerosi nei classici della letteratura, dall’Orlando Furioso  al Don Chisciotte, parabole che oggi si sono  tramutate nelle crudeli realtà di cronaca quotidiana.  Amare implica  l’abbandono di qualsiasi pretesa di possedere certezze. Solo il credere aiuta a vivere un rapporto fondato sul rispetto e sulla tolleranza. Vorrei ricordare una splendida immagine di Rilke che rappresenta l’amore come una mano aperta, se si stringono le dita l’amore viene soffocato e ucciso.

Anche nella ricerca della verità succede la medesima cosa. Infatti, l’idea di possedere una verità assoluta e unica, cosa che per alcuni può significare la via per la  salvezza, uccide la sapienza stessa, poiché nel momento in cui si ritiene di possedere la conoscenza si smette di cercarla. Solo cercando, si ama la verità, ecco perché il dubbio e l’incertezza consentono di dialogare con gli altri, anche con chi non la pensa come noi. Questo, però,  non significa relativismo, piuttosto nichilismo. Affermare che esiste un’unica verità e asserire che non ne esiste alcuna  significano la stessa cosa, in quanto il tutto e il niente coincidono.  La maniera migliore per cercare la sapienza è metterla in discussione, ma questo non implica essere scettici, piuttosto credere nella diversità. Giordano Bruno ha dato la sua vita per la verità, sapendo bene che gli esseri umani dovranno rincorrerla per sempre, in quanto è impossibile possederla. Non a caso il mito di Atteone assume, nell’opera bruniana, il profondo significato di colui che per tutta la vita tenta di abbracciare l’universo infinito, fino all’ultimo respiro, ma non ci riesce e muore.  Infine, Bruno afferma che nella quête della verità ciò che conta non è vincere, ma correre con dignità. Così anche Montaigne insegna che il compito del cacciatore non è quello di conquistare la preda, ma di inseguirla. Probabilmente non la raggiungerà mai: “Siamo nati per cercare la verità […]. Non importa chi raggiungerà la meta, ma chi farà la corsa più bella”. 

4. Qual è il messaggio  dello scienziato americano Abraham Flexner  riguardo all’inutile?

Il saggio di Flexner, che ho riportato in appendice al volume, è notevole e non segue la sterile contrapposizione tra saperi umanistici e saperi scientifici. Il grande scienziato americano, fondatore e direttore di uno degli istituti della scienza più importanti del mondo, l’Institute for Advanced Study di Princeton, frequentato tra gli altri da Einstein e Oppenheimer, dimostra, con molta lucidità, che le grandi rivoluzioni scientifiche non nascono dalle scoperte finanziate dal mercato. La ricerca sovvenzionata dai colossi dell’economia difficilmente provoca una “rivoluzione”. Piuttosto i grandi momenti di scoperta che hanno mutato radicalmente il modo di vivere dell’umanità – afferma Flexner – sono stati determinati da ricerche scientifiche considerate inutili e prive di scopo pratico proprio da chi le esercitava. Per fare un esempio, continua Flexner, Marconi non avrebbe potuto mai “inventare” la radio senza le precedenti equazioni teoriche di Maxwell ed Hertz, che pertanto con i loro studi,  inconsapevolmente, hanno permesso una grande scoperta. Paradossalmente se qualcuno avesse chiesto ai due scienziati a cosa servissero le loro ricerche, probabilmente essi avrebbero risposto: – a niente! Ma proprio quel “niente” delle grandi riflessioni teoriche, che sembrano prive di un risvolto concreto, è il seme delle scoperte che hanno rivoluzionato la storia dell’umanità, migliorando il livello della qualità della vita. Mediante numerosi altri casi,  lo scienziato americano mostra come i saperi umanistici e  scientifici abbiano sempre avuto  nel corso della storia un peso rilevante e fondante per la battaglia contro la dittatura del profitto e nella difesa della gratuità e della libertà del sapere.

5. Qual è la bellezza di un gesto inutile?

Le rispondo con una domanda: quando partecipo ad un concerto o visito una mostra cosa guadagno? Nulla in natura economica, ma tantissimo nello spirito. Ciò che conta – come insegna Montaigne – non è il possedere, ma il godere. Spesso nella vita possediamo tanto e non sappiamo goderne, al tempo stesso se fossimo più saggi potremmo beneficiare anche di ciò che non possediamo. Il motore della nostra esistenza non può essere semplicemente il profitto, poiché esso ci fa perdere di vista i veri valori e la consapevolezza che le cose migliori si manifestano nei gesti umili e semplici.  In tal senso è notevole la riflessione di Kakuzo Okakura, tratta da Lo Zen e la cerimonia del tè, che fa risalire alla scoperta dell’inutile e al piacere di cogliere un fiore per regalarlo alla propria compagna il passaggio dalla feritas alla humanitas. Quando si compie un gesto inutile si può comprendere l’arte e la bellezza. Voglio, infine, citare l’aneddoto dei  pesciolini di Foster Wallace:

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione  opposta, fa un cenno di saluto e dice:  – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

Spesso ci comportiamo come i due pesciolini che, pur all’interno dell’acquario in cui vivono, si chiedono cosa sia l’acqua. L’acqua è la cultura, quel liquido amniotico nel quale siamo immersi e del quale, spesse volte, non ci rendiamo conto. Vivendo nell’ignoranza, non sappiamo rispondere proprio riguardo alle cose più importanti e necessarie della vita,  dimenticando che la cultura è l’acqua nella quale possiamo coltivare la democrazia, la giustizia e la solidarietà.

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Nuccio color (1)Nuccio Ordine (Diamante, 1958) è professore ordinario di Letteratura Italiana nell’Università della Calabria. A Giordano Bruno ha dedicato tre libri, tradotti in undici lingue, tra cui cinese, giapponese e russo: La cabala dell’asino (19962), La soglia dell’ombra (20093) e Contro il Vangelo armato (20092). Ha pubblicato anche: Teoria della novella e teoria del riso nel Cinquecento (20092), Le rendez-vous des savoirs (20092), Trois couronnes pour un roi (2011;  Bompiani 2014), Les portraits de Gabriel García Márquez (2012). Fellow dell’Harvard University Center for Italian Renaissance Studies e della Alexander von Humboldt Stiftung, è stato invitato in qualità di Visiting Professor in diversi istituti di ricerca e università negli Stati Uniti (Yale, NYU) e in Europa (EHESS, ENS, Paris-IV Sorbonne, CESR di Tours, IEA Paris, Warburg Institute, Max Planck di Berlino). È Membro d’Onore dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia Russa delle Scienze (2010) e ha ricevuto una laurea honoris causa nell’Universidade Federal do Rio Grande do Sul di Porto Alegre (2012). È stato insignito in Francia delle Palme Accademiche (2009) e il Presidente della Repubblica gli ha concesso la Légion d’Honneur (2012). Il Presidente della Repubblica lo ha nominato Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2010). In Francia dirige, con Y. Hersant, tre collane di classici (Les Belles Lettres) e in Italia la collana “Classici della letteratura europea” (Bompiani). Collabora al “Corriere della Sera”.

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4 thoughts on “Conversazione con Nuccio Ordine su “L’utilità dell’inutile”

  1. …la società subordina il progresso umano a quello economico. Sono d’accordo con il prof., senza cultura non ci può essere sviluppo, “l’inutile” è indispensabile. Nuccio Ordine verrà a Soverato per incontrare un gruppo di studenti delle scuole secondarie di secondo grado e il tema sarà proprio questo. Ciao Teresa. Pino

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