Narrativa italiana/Racconti

Petite suite. Per ringraziare la pioggia del mattino

di Ivano Mugnaini

Così che il mondo
si vede come socchiudendo gli occhi
nuotar nel biondo

Eugenio Montale, Minstrels da
C. Debussy, in Ossi di seppia, 1927

Debussy“Ritornello rimbalzi / tra le vetrate d’afa dell’estate./ Acre groppo di note soffocate,/ riso che non esplode/ ma trapunge le ore vuote./ Musica senza rumore/ che nasce dalle strade,/ s’innalza a stento e ricade/ e inumidisce gli occhi, così che il mondo/ si vede come socchiudendo gli occhi/ nuotar nel biondo”. Sono questi i versi che vorrei scrivere, se fossi un poeta. Un giorno qualcuno, ne sono certo, tramite queste parole darà forma e voce alle mie note. Aspre, acri, nuove. Come il pensiero di lei, timore e attrazione infinita per l’occhio di tigre in molli rotondità. Morte in artigli di rosa.

La mia musica è modellata su di lei, l’immagine, la presenza in me di lei. L’essenza. Violenze travestite da delicatezze inaudite. Non cercate le colonne della costruzione. Le ho tolte. Il dolore è la regola. Il piacere è la regola. La musica è libera ed è dappertutto. A tratti anche sulla carta. Qualcuno, un mio amico, o nemico, non so, mi ha detto che la gente dovrebbe morire per la musica. La gente muore per un sacco di sciocchezze: capricci manicomiali di qualche potente, interessi biechi camuffati da ideali. Dovrebbe morire, la gente, per la musica. La musica salva molte più vite.

Se dovessi ritrarla proverei a tracciare le curve di un arabesco. Il più spirituale dei disegni, ma anche il più sinuoso, il più avvolgente. Dà un senso di spavento e di fuga, di caduta, oppure di languore, in particolar modo sensuale. E’ inclinazione verso il basso, crollo, tuffo in abissi d’aria e d’acqua. Ad occhi chiusi, giù, verso il suolo, che poi è il solo modo di elevarsi, vedere il cielo in uno specchio umano. L’arabesco è mistero, ebbrezza lineare ed arcana, come la musica di Bali e Giava.

Quando si scrive musica, o poesia, credo, o qualsiasi altra forma di dannazione e salvezza tramite l’espressione del sé, non si può ascoltare i consigli di nessuno, se non quelli del vento che passa e ci racconta la storia del mondo. Nella storia di un individuo, nella storia di ciascun individuo. Come disse Cézanne, “Je travaille sur le motif”. Una cosa intima, personale, che rende vana qualsiasi analisi formale e teorica. L’intimità è segreta, insondabile. Resta celata, tenacemente. Il riso non esplode, non c’è ostentazione di rabbia, di gioia, di pena.

I familiari e i conoscenti dicono che sono equilibrato, suadente, sorridente. Così mi descrivono. Mi vedono solare, libero di danzare sul sentiero dell’esistenza. Si sbagliano di grosso. Sono solo un servo. Il pianista di Madame von Meck. La megera che ha già vampirizzato prima delle mie le braccia esili di Ciajkovskij. Sono un pianista privato, certo. Privato della libertà. Insegnante e musicista tuttofare. Praticamente un maggiordomo, nulla di più. Insegno alle figlie ricche e sceme della mia patronne scale incerte e infinite, note e accordi ordinari, mentre loro pensano ai modi più originali per togliersi di dosso alla svelta i corpetti mentre sono con i fidanzati o con qualche chaperon d’occasione.

Sogno L’après-midi d’un faune, l’ira, la furia, passione che lacera e sbava e crea e sfida a duello l’eterno. Ma sono qui, un impiegato qualunque, come mio padre, non di più. Di meno, semmai, senza seme, senza senso, fosse pure senso comune, senso della famiglia, senso di qualche senso possibile, giusto o sbagliato che sia.

Tra le vetrate d’afa dell’estate, anche oggi risa e grida inesorabili. Chiudo le imposte della stanza senza neppure più il colpo di grancassa della rabbia che fa sentire con un sobbalzo la presenza del cuore. Serro con cura ammiccando furtivo agli occhi bruni del buio. Pochi attimi dopo, con un tempismo degno di Mozart, sento il suono di lei. I passi ritmati sul selciato. Due appoggi lievi ed un terzo più deciso, come un tacco sottile che trafigge il silenzio, lo beffa, lo irride. Poi, sotto la mia finestra, la voce. Come per caso, per capriccio, per destino, non ne ho idea. Al di là dei vetri e delle persiane sbarrate, la sua voce. Nel sole e nella pioggia, ogni giorno. Canta. E, ne sono certo, balla. Innocente e spietata Salomè. Vuole la mia testa, non c’è dubbio. In un certo senso l’ha già ottenuta. Calda, sanguinante, sopra il vassoio d’argento del pomeriggio. Ha già reciso i pensieri, le vene del collo, i respiri. Sono roba sua. Completamente. Il bello è che di lei invece non ho nulla. Canta, sicuro. Ma il resto è ipotesi, scommessa. Canta per me, mi dico. E un attimo dopo mi viene da ridere. Quale diritto ho di pensarlo? Forse canta per sé, per il volo di una tortora, per il bacio del sole, per regalare una manciata di vita ad un barbone. Per la musica. Per cantare.Debussy après midi

Vive di musica. Questo ho bisogno di crederlo, ne ho necessità. E’ una cantante, si nutre di note, come me. Cosa canta? Liriche sublimi o canzonette da tabarin? Se solo desse fiato ad una nota in più, capirei. Ma si ferma sempre sul bordo, con un piede sospeso nel vuoto. Si blocca ad un solo centimetro, un filo, un alito dalla comprensione, dalla scoperta.

Che è? Forse è Bitilis, fanciulla e donna delusa dall’amore degli uomini votata al Circolo di Saffo a Mitilene, quindi esule, prostituta e ragazza sacra. Oppure è semplicemente una Cortigiana egizia, Pioggia del mattino, Danzatrice con i crotali, Tomba senza nome, Acqua pura di fonte.

L’ho ascoltata meglio. Nudo accanto alla finestra, l’orecchio teso, il petto che vibrava più silenzioso del respiro, ho catturato la chiave, l’ho stretta tra le dita. Come un padre individua nella folla le teste dei figli, come un amante percepisce con gli occhi e con il corpo i fianchi e il seno dell’amata.

Canta note mie! La mia musica! Fonte e sbocco, fiume in un mare che da me nasce e a me ritorna. Canta me. Quindi è mia. Lo so, detto e concepito in questo modo suona come pazzia. Ma l’equilibrato, suadente e sorridente Claude Debussy non esiste. Non è mai esistito. Esiste il folle Debussy dalle finestre chiuse anche di giorno. Il servo del pentagramma e di se stesso necessita aria, carne rosa che freme.

Si chiama Emma, come Madame Bovary. Languida e micidiale tessitrice di sogni. Mi appartiene, mi spetta. Se la follia possiede me, mi fa schiavo, mi fa vivere e mi uccide, anch’io, per contrappasso, per compensazione, ho diritti su di lei. Di vita e di morte.

Jeux. Giochi. Quelli di cui è composta la materia dell’esistere. Giochi mortalmente seri. Ironici, e quindi belli, violenti, allegri, maestosi. Con ciò che abbiamo, molecole del tutto e del niente. Dolore, carezze, parole.

Io, il vero me stesso, l’autentico Debussy, volevo essere un poeta. Era ed è il mio destino più vero l’esagerazione, avidità di voluttuose ferite, bocca spalancata verso un cielo assetato di pioggia e di miele. O sopra i seni sodi di una fanciulla in fiore.

Sono qui invece, chino sul bianco e sul nero identici a loro stessi. Un lacchè in frac. Con l’immancabile inchino finale. Loro applaudono e io fremo, corro con la mente verso note altre, quelle che loro non capiranno, giudicheranno troppo vecchie o troppo moderne. La mia è una scrittura musicale ebbra e geometrica, se così posso dire. Sogno la trama impalpabile, la tela di ragno che divora il mondo e se stessa di Baudelaire, la malinconia lacerata di Rimbaud. Rifuggo con tutte le forze, con le pazzie che possiedo e mi possiedono, ciò che “blesse mon coeur d’une langueur monotone”.

La mente, ecco, la mente. Erigere un monumento di note alla gabbia che può essere giardino, labirinto perduto di gioia e d’orrore. Ritrovarsi. Ritrovare lei. Le darò un altro nome, lo merita. Le parole corrono, spaziano dentro i suoi confini. La chiamerò Amaryllis. Un omaggio a Lycidas, il giovane reso immortale da Milton, il ragazzo morto povero di anni e infinitamente ricco di sogni. Forse un poeta. Nella sua terra ideale, lo spazio che nessuna onda salmastra, nessuna morte per acqua, potrà strappargli, Lycidas sognava di mettersi in viaggio verso il luogo in cui è possibile “to sport with Amaryllis in the shade”. Intrattenersi con Amaryllis nell’ombra. Non solo un contatto di corpi. Un connubio tra luce e oscurità, calore e gelo, creazione e distruzione. Rinnovamento. Vita giovane percorsa dal vento dell’ovest.

Già, il vento, fame di respiro. Apro la finestra della mia stanza. Uno spiraglio dapprima, poi la spalanco del tutto. Non lo facevo da anni. Uscire. Dalla casa. Da me. Tra gli sguardi e le grida dei ragazzi che fuggono a frotte dalle scuole, spinte, sputi, bestemmie, risate. Inseguirla. Al di là del portone del suo palazzo chiuso a metà. Spingerlo ascoltando il rumore delle scarpe sulla ghiaia e sul marmo. Come entrare in punta di piedi nella Città Proibita, l’Oriente che ho nel sangue, ricordo di qualcosa di sconosciuto custodito dentro da sempre. Oppure, semplicemente, entrare in un cortile che sa di basilico e gerani rossi sui davanzali. Corri amore, incontriamoci in un albergo di provincia/ con le persiane azzurre ed un balcone/ che sa di terra e fiori di campo,/ è questo l’attimo, è questo il momento,/ porta solo le tue labbra ed un’arancia;/ non esitare, vola sulle tue scarpe più belle/ quelle leggere, di tela rosa e bianca,/ incontriamoci adesso,  in un albergo di provincia/ anche senza il mare.

Sono queste le parole che le dirò, se riuscirò a incontrarla. Lei le ascolterà in silenzio, bella e serena da fare paura. Dirà che le piacciono, forse, che suonano bene, come tasti ottimamente accordati. Mi offrirà la sua amicizia. Qualcosa di grande, di prezioso. Sorriderà benevola e si proclamerà mia amica. Un dono immenso. Che a me, adesso, fa orrore. Anche l’immenso è poco, a volte. Ora come non mai vorrei essere un poeta come il mio amico Verlaine per dirglielo, per farglielo capire, sentire nelle vene. Vorrei, ma so solo suonare. Dare fiato a note che spingono con i gomiti negli angoli della testa per scappare via. Da quando lei è dentro i pensieri, nelle voragini spalancate di ogni attimo, sento in me l’interminabile refrain del Preludio a L’après-midi d’un faune. Un violino che insiste, recide l’aria. Non c’è amicizia possibile per un fauno. Non esiste, non è concepibile. C’è solo amore, aspro, sublime, oltre, sopra, più forte della ragione, della logica, di se stesso. Claire de lune per dolcissimi licantropi. E la luna, si sa, è fascinosa, sfuggente.

Debussy après midiPer conquistare la luna, forse, bisogna essere più folli e più saggi di lei. Avere il coraggio della verità. La più estrema delle bugie. Dire parole nitide, cristalline, pioggia sulle foglie tenere di un giardino. Me lo ha detto lei stessa del resto, con uno sguardo prolungato, lanciato come per caso ma in realtà con un fine preciso. Con pazienza, come si insegna a un bambino a camminare: “Se ami qualcuno diglielo. Esporrai le mani e la faccia, ma potrai forse avere un bacio, contatto effimero di una vita intera. Sarai nudo di fronte all’ignoto, l’imperscrutabile, l’ineluttabile”.

La realtà, l’incubo, la fantasia. Lago di cristallo in cui nuota un pesce dorato. Poisson d’or, libero, luccicante. Nuotare con la mente oltre il chiasso dei ricordi e delle paure. Sognare pesci d’oro, fabbricarli anticipando il tempo, sbalordendolo, stralunando la luna. Ancora lei. La danzatrice di Delfi, Il velo, Il vento sulla pianura, Suoni e profumi che ruotano nell’aria della sera, Lei che ha veduto il vento dell’ovest, La fanciulla dai capelli di lino, La serenata interrotta, La cattedrale inghiottita, La danza di Puck di questo mio sogno di mezza estate.

Note mie. Le storie che ho provato a raccontare. Ora le appartengono. Tutto è suo ora. Condiviso fino a non distinguerlo più. Ho capito adesso che la musica più vera è la più semplice. La vita, la poesia. Incontriamoci in un albergo di provincia / con le persiane azzurre ed un balcone / che sa di terra e fiori di campo. Ho compreso. O forse ho smesso di comprendere. Per iniziare a sentire. Accordi, arpeggi complessi, gradi cromatici, sonorità opposte.

E’ una domenica particolare, questa. Nessuna carrozza in giro, poca gente, sguardi sfuggenti, labbra a metà tra terrore e beffa. Forse stanno attendendo tutti l’invasione di un esercito nemico, lo scoppio di un’epidemia di colera, una serie di sgomberi di case pericolanti. Sanno qualcosa ma tacciono, sornioni. Solo io procedo ignaro, a testa bassa verso la meta. Le mie mani sono troppo calde e troppo rapide. Ho timore di guardarle, vederle vecchie, sentirle vive. Il senso dell’esistenza è sgomento, coscienza di essere carne soggetta alle mandibole di un tarlo. Avanzo, c’è una sola direzione. Sguardi troppo diretti, insistenti. Progetto la più paradossale delle fughe, il ritorno. Ma il pensiero della mia stanza ora è stridore. Il pianoforte suona da solo, digrigna note affilate. Mi consentirà di accarezzarlo di nuovo solo se avrò nelle dita il tepore delle dita di lei.

Proseguo ripetendomi una cantilena che mi stordisce e pungola: Sognare il proprio sogno / come se fossi destinato soltanto / a qualcosa di grande, / un abisso, un incanto. / Sognare…

Ascolto. Dalla sua casa risuona ancora la mia musica. Pagata col sangue, la follia, esilio dalla gente, dall’esistenza. Vorrei che tacesse, che restasse muta in un silenzio da squarciare in due. Riprendere ognuno il proprio onirico moncherino e tornare al proprio mondo. Ma nel ritmo della sua voce c’è una stretta al cuore. Acciaio, lana, miele di labbra dischiuse. C’è aria di morte nelle strade, e afa, senza argini. In me c’è una forma di pace desiderosa di guerra.

Spingo il portone. Entro. E’ buio, denso, più spesso e ostinato del mio. Vibra su frequenze che non conosco. Come una lama attraversa l’aria avida di sangue, di tessuti. Anche le sue finestre sono sbarrate. Forse un sarcastico omaggio a me, o magari un richiamo, una trappola, specchio per allodole a cui tranciare le ali. Sorrido, spossato, spalancando la bocca. La sensazione di non poter uscire mai più da qui si fa certezza, orrore esilarante. Le dita della Morte giocano a fare il solletico ai muscoli tesi. Come per effetto di un riflesso spontaneo, spalanco gli occhi. Un filo di luce penetra da una fessura della serranda. Illumina qualcosa di bianco, lucente. L’avorio di un pianoforte. Dita calde di sole lo sfiorano e danno vita anche ai tasti neri. La luce della notte ora non è più un ossimoro. E’ brivido reale che corre e squassa. Osservo le mani di lei, a lungo, per attimi sconfinati. Non se ne accorge. O forse mi lascia fare nascondendo nella fluidità ammaliante del ritmo il sussulto lieve dei sorrisi. Si sposta in avanti come per abbracciare lo strumento. La nudità del corpo toglie il fiato al buio. Muore, con me, nell’istante in cui sento nella carne l’urlo del sangue che vola lontano, più rapido di un trillo che spazia da lato a lato, dall’estremo all’estremo, dagli accordi più sottili ai più cupi, compromesso senza regole con il tempo, i codici della chimica e della genetica, pulviscolo puro e vitale che entra nei polmoni assieme al profumo di lei.

Guardo i suoi fianchi e le mani. Non vedo più le mie, e le ritrovo. Affamate di pelle, silenzi, parole. Piove, adesso. L’afa è svanita, smarrita, divorata dalle mosche che nutre e da cui è generata. Piove. O forse è solo saliva, sudore, stille di linfa vitale. Non importa. La notte è un concerto a quattro mani su pentagrammi di odori, fruscii, dita e labbra sulle corde innumerevoli di un’arpa.

Il tetto risuona davvero, adesso, della danza dell’acqua. Prosegue, negli abbracci, la Petite Suite. Preludio di un gioco crudele e sublime che ora ha un volto, un senso, la chiave di un accordo inseguito da sempre.

La Pioggia del mattino, ora, è promessa d’infinito.

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2 thoughts on “Petite suite. Per ringraziare la pioggia del mattino

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